Due dita sono meglio di uno

Qualche anno fa mi ero chiesto della origine e della spiegazione «scientifica» di quel gesto minaccioso inglese che ha la forma opposta al gesto «victory». Sì, intendo quello che si fa con il polso rivolto verso interno:

Gli esperti più sereni della lingua inglese non hanno saputo spiegarmelo, quindi ho dovuto aspettare di scoprire tutto da me.
Ed ecco che relativamente poco tempo fa ho trovato una interessante leggenda. In un momento non precisamente definito della guerra dei cent’anni i francesi avrebbero deciso di tagliare quelle due dita ai famosi arcieri inglesi imprigionati. Si trattò di una specie di umiliazione attraverso la privazione delle persone dei loro principali «organi di lavoro». In risposta a tale comportamento, gli inglesi inventarono il gesto che, in sostanza, vorrebbe dire «sono ancora attrezzato per ammazzarti».
Potrebbe essere solo una leggenda, ma a me piace. Quindi aggiungo anche il link all’articolo della Wikipedia dove se ne parla.


Due modelli di censura

Il fatto che il Twitter abbia iniziato ad aggiungere i link alle informazioni vere in fondo a certi twit di Trump, è una notizia molto curiosa. [Anche io sono bravo con i link, quindi ecco i due esempi: unodue.] L’iniziativa in sé rappresenta, forse, l’unica forma di censura umanamente possibile nei confronti degli autori dei famosi «fake news»: non viola il diritto all’informazione dei lettori e, allo stesso tempo, non costringe l’autore a optare verso la diffusione anonima dei propri comunicati fantasiosi.

Quello che mi incuriosisce ancor di più è, invece, la reazione di Mark Zuckerberg: afferma che il Facebook avrebbe una politica d’intervento diversa. Ecco, purtroppo il modo di agire del Facebook è noto particolarmente bene in Russia, dove da anni gli utenti vengono sistematicamente bloccati per le parolacce contenute nelle opere letterarie citate e per le opinioni politiche denunciate come «inopportune» dai bot pro-governativi. [Avrei messo anche più di due link sull’argomento, ma la maggioranza di voi non legge in russo.] C’è il sospetto che la direzione del social semplicemente non è interessata a entrare in merito di ogni situazione segnalata. Esercita la censura ceca e indifferenziata, spacciandola per una grande conquista.
Direi che il metodo del Twitter mi piace molto di più. Anche se, da utente, sono totalmente disinteressato al Twitter stesso: per i contenuti brevi ho altri canali di comunicazione decisamente più belli e comodi.


Festeggiare e azzerare

Dato che solitamente non mi piace lasciare le notizie prima della fine definitiva, ora posso aggiornarvi.
Si è avverata una delle ipotesi più «quotate»: la parata militare russa per la vittoria nella Seconda guerra mondiale quest’anno si terrà il 24 giugno. Ieri pomeriggio lo ha annunciato Putin in prima persona.
Coloro che non avessero capito il perché di questa mia comunicazione, rileggano pure il post del 9 maggio.
Io, intanto, passo a un altro prognostico: è molto probabile che lo stesso 24 giugno si tenga anche l’interrogazione popolare sulla riforma costituzionale russa (l’obiettivo più grande della quale è l’azzeramento dei mandati presidenziali di Vladimir Putin). Purtroppo, non è possibile utilizzare un termine tecnico giuridico per quella «votazione», come non ha nemmeno senso commentare seriamente quella «riforma» un po’ assurda. Ma a qualcuno (a chi? ahahaha!) serve l’illusione della larga approvazione popolare, quindi si potrebbe anche chiedere di esprimerla in un clima di «festivo». Certo, legalmente la data delle elezioni va proclamata 30 giorni prima, ma per una persona azzerata si possono anche fare delle eccezioni…
Una data alternativa potrebbe essere il 26 luglio: il giorno della parata navale. Questa, però, sembra meno simbolica e non particolarmente significativa nell’ottica della quarantena che è ancora in corso in Russia. Infatti, nei giorni scorsi alla Duma è stata fatta approvata una norma che consente di votare in qualsiasi «luogo di permanenza» (anche diverso dalla residenza) invitando una commissione elettorale mobile o per corrispondenza.
In ogni caso, è evidente che l’obiettivo sarebbe quello di evitare il giorno unico elettorale di settembre, quando i seggi elettorale saranno sotto la stretta sorveglianza degli osservatori dell’opposizione.


Le osservazioni sulle mascherine

Il post odierno ha ben due obiettivi: svelare un grande segreto e comunicare una cosa banalissima ai miei cari lettori.
Il grande segreto che nessuno vi avrebbe mai raccontato consiste nel fatto che a un normale essere umano che cammina con una mascherina chirurgica regolarmente indossata si appannano gli occhiali. Di conseguenza, se incontrate per strada una persona con gli occhiali che tiene la mascherina solo sulla bocca, non pensate che si tratti di un idiota. Probabilmente, quella persona vuole solo vedere dove sta andando.
Un avviso importante: non invito nessuno a indossare male la mascherina. Negli ambienti chiusi e nelle aree pubbliche affollate – qualora siano non evitabili – conviene calcolare bene il percorso prima di coprirsi con la mascherina e/o togliere gli occhiali. Questi ultimi, comunque, costituiscono un ulteriore strumento di protezione individuale.
La cosa banale promessa, invece, è quasi una confessione. Fino a qualche settimana fa non mi ero mai posto una semplicissima domanda: qual è il lato superiore di una mascherina chirurgica? Intendo: la parte azzurra (o verde) è rivolta verso l’esterno, ma qual è il lato lungo che deve trovarsi sotto gli occhi?
Ebbene, finalmente avevo scoperto che il lato superiore è quello con una striscia rigida. Quella striscia andrebbe schiacciata con una mano per prendere la forma del volto a cui deve aderire bene. Può essere fatta in uno dei due modi. Il primo è questo:

E il secondo è questo:

In ogni caso, penso che avrebbe senso stampare una freccia (o un altro tipo chiaro di indicatore) sulle mascherine. Tale misura utile non comporterebbe un aumento catastrofico dei costi di produzione.


Le perversioni della moda

Non tutti se ne rendono conto, ma è assolutamente possibile ignorare serenamente tutte le cosiddette «regole della moda».
Sono tutte delle stronzate assurde le affermazioni che sarà capitato di sentire migliaia di volte anche a voi: non si indossano i calzini con i sandali, non si chiudono tutti i buttoni della giacca, la cintura non va fatta passare sotto il rettangolo con il marchio dei jeans etc..
Non sono delle regole (che nella moda non possono proprio esistere), ma frutti delle credenze popolari infondate. Non hanno alcun significato e non incidono su alcunché. È solamente un insieme di richieste casuali volte a verificare la conformità della persona a un modello inesistente e quindi incomprensibile.
Si può vestirsi in qualsiasi modo che sia funzionale e/o bello per voi.
Chi non è d’accordo è il vero pervertito.


La pubblicità realistica

Con una storia realistica come questa possono essere pubblicizzate molte cose, non solo il cioccolato:

Ma forse voi lo sapevate già.


La musica del sabato

Un giorno del 1919 la madre di Samuel Barber, un ragazzo di nove anni, trovò sulla propria scrivania una lettera del figlio:

Dear Mother: I have written this to tell you my worrying secret. Now don’t cry when you read it because it is neither yours nor my fault. I suppose I will have to tell it now without any nonsense. To begin with I was not meant to be an athlet. I was meant to be a composer, and will be I’m sure. I’ll ask you one more thing. – Don’t ask me to try to forget this unpleasant thing and go play football. – Please – Sometimes I’ve been worrying about this so much that it makes me mad (not very).

Effettivamente, Samuel fu un ragazzo insolito ed ebbe, per la sua fortuna, una brava madre che seppe leggere la lettera e non le lettere. Samuel Barber riuscì dunque a studiare seriamente la musica e diventare un buon compositore.
Nel 1936 compose «Adagio per archi», ritenuto «una delle composizioni più tristi della musica classica». Io ho scelto la versione della orchestra Los Angeles Philharmonic diretta da Leonard Bernstein:

Per farvi sentire qualcosa decisamente meno triste, aggiungerei in qualità della seconda composizione il «Copricorn Concerto» del 1944 (suona la Pacific Symphony Orchestra).

Dedicarsi a ciò che piace non è sempre una brutta idea.


Vediamo chi legge

Nei giorni scorsi ho letto di un semplice e curioso gioco destinato agli amanti dei romanzi «Le due torri» e «Il Silmarillion». Si tratta di 24 domande, ognuna delle quali chiede di stabilire se si tratti di un personaggio di J. R. R. Tolkien o di un antidepressivo.

Spero tanto che tra i miei lettori gli esperti dei farmaci siano in minoranza.


Una alternativa sprecata

Dopo avere incontrato, per l’ennesima volta nella stessa via, una Piaggio Ape Calessino, ho pensato che quest’ultima potrebbe essere una interessante alternativa alle automobili sempre più limitate nella possibilità di entrare nel centro di Milano. Allo stesso tempo, potrebbe essere una interessante alternativa ai mezzi pubblici, il cui uso è attualmente limitato per dei motivi che non ne posso più di nominare.

Ma poi sono andato a vedere i prezzi e ho scoperto che anche l’esemplare usato meno caro costa quanto una vera auto: usata ma non vecchia, quindi di qualità e sufficientemente ecologica per entrare in molte zone. Continuare la lettura di questo post »


La furbizia scientifica

Per esperienza so (e alcuni di voi forse si ricordano, ahahaha) che molti studenti sono altamente creativi nello stilare la bibliografia delle proprie tesi di laurea. Il sottoinsieme più ampio di questi studenti indica dei libri che in realtà non ha mai letto (hanno semplicemente trovato il titolo «bello» da qualche parte). Il sottoinsieme un po’ più ristretto indica dei libri rari che si trovano molto difficilmente in circolazione (non escludo che questi studenti possano essere molto fortunati nelle ricerche, ma, quando li sento parlare, spesso mi viene un lecito dubbio). E poi ci sono degli studenti che citano dei libri vecchi ma, per apparire aggiornati, nella bibliografia sostituiscono l’anno di pubblicazione del libro stesso (dal contenuto della citazione, però, a volte si scopre il trucco).
Agli studenti comuni si possono perdonare molte cose. Hanno fretta di sistemare certe formalità «noiose»; hanno tante cose interessanti da fare nella vita e la ricerca scientifica raramente è una di queste.
Però, cazius, ci sono degli autori, «ricercatori», che taroccano l’anno di pubblicazione di una opera citata senza accorgersi che nell’anno da loro riportato quella opera non è stata pubblicata.
E io che faccio? Spendo mezza mattina per cercare quella opera, mi rendo conto del trucco, mi sorprendo, bestemmio e scrivo un post per il sito.
Poi mi fermo, ragiono un po’ e esprimo un desiderio: voglio che per le bibliografie vegano resi obbligatori i link alle opere citate. Tanto, ormai, la maggior parte del patrimonio scientifico e culturale è già stato – nel peggiore dei casi – scannerizzato o fotografato.