Non sono mai stato un fan del gruppo rock britannico Def Leppard: in parte perché nessuna fase della loro evoluzione stilistica (heavy rock, arena rock, pop rock etc.) mi è particolarmente vicina e in parte perché ho saputo relativamente tardi della loro esistenza (quando l’evoluzione dei miei gusti musicali aveva già preso un’altra strada). Addirittura, mi ero quasi completamente dimenticato di questo gruppo per alcuni anni: fino al momento in cui un conoscente basato negli USA mi ha raccontato di aver comprato un deposito abbandonato pieno di oggetti firmati dai componenti del gruppo.
Ma non voglio allontanarmi troppo dalle questioni puramente musicali: alla ricerca dei «tesori» saranno dedicati altri post. Dato che i Def Leppard non sono mai comparsi nella mia rubrica musicale, pubblicherei – per iniziare – due delle loro canzoni tratte da uno dei loro album di maggior successo commerciale. In questo modo tutti capiranno di chi si tratta.
La prima canzone scelta è la «Hysteria» (dall’album omonimo del 1987):
Qualcuno lo sapeva già, qualcuno altro lo scopre ora: nel 1984 – quasi tre anni prima della pubblicazione del suddetto album – Rick Allen, il batterista del gruppo, aveva perso il braccio sinistro in un incidente stradale. All’epoca le protesi bioniche non esistevano proprio, dunque lo stesso Allen aveva dovuto inventare una batteria suonabile con i piedi. Tutto il gruppo aveva interrotto l’attività musicale per aspettarlo: grandi!
La seconda canzone dei Def Leppard scelta per oggi è la «Animal» (dallo stesso album «Hysteria» del 1987). È la prima canzone del gruppo finita nel top 10 britannico.
Per oggi va bene così, ma prossimamente potrei anche postare qualche altra canzone dei Def Leppard: il loro stile, come ho scritto all’inizio, è evoluto nel tempo, di conseguenza non rischio di sentirmi ripetitivo.
L’archivio della rubrica «Cultura»
Dal punto di vista astronomico l’autunno è già iniziato e questo significa che posso postare, nella mia rubrica musicale, la terza parte del ciclo «Le quattro stazioni» di Antonio Vivaldi: «L’autunno», il concerto № 3 in Fa maggiore dell’opera «Il cimento dell’armonia e dell’invenzione» (una opera in realtà composta da ben 12 concerti).
Questa è l’interpretazione del concerto «L’autunno» del direttore d’orchestra Alfred Scholz:
E poi è bello aggiungere l’interpretazione de «L’autunno» della Orchestra sinfonica olandese:
Buon autunno musicale a tutti!
Stranamente, è da un po’ di tempo che nella mia rubrica musicale non compare la cantante Beth Hart. Appena mi sono accorto di questa svista, ho deciso di recuperare con due canzoni dal suo ultimo (al momento della pubblicazione di questo post) album in studio: il «You Still Got Me» del 2024.
La prima canzone selezionata per oggi è la «Little Heartbreak Girl»: in termini assoluti non è niente di particolare, ma, allo stesso tempo, è stilisticamente un po’ insolita per quella Beth Hart che sono abituato di sentire. Di conseguenza, la pubblico perché sono contento del fatto che anche questa cantante non ha paura di provare delle cose nuove.
La seconda canzone di Beth Hart selezionata per oggi è la «Mean Ole Man Of Mine» (della Deluxe Edition dello stesso album «You Still Got Me» del 2024):
Bene, spero che non sia stata l’ultima volta.
Per la puntata odierna della mia rubrica musicale volevo scegliere qualche composizione che stimoli gli ascoltatori alle nuove grandi imprese lavorative (e non solo quelle). Dopo alcuni ragionamenti ho capito che per questa finalità potrebbero andare bene quelle composizioni che inizialmente furono create per celebrare il progresso tecnologico. Ed ecco cosa ho scelto…
La prima composizione scelta per oggi è il «Eisenbahn-Lust-Walzer» (Valzer del piacere del treno) del compositore Johann Strauss padre. Questo valzer è stato composto nel 1836 per l’inaugurazione della prima linea ferroviaria in Austria.
La seconda composizione di oggi è del compositore austriaco Eduard Strauss: il figlio dell’appena menzionato Johann e nato un anno prima della composizione del valzer proposto. Nel 1869 Eduard compose la polka «Bahn frei!» dedicata sempre alla ferrovia.
Ora andate avanti come un treno!
A volte capita che anche una canzone leggera possa essere definita bella: come, per esempio, la «Dancing in the Moonlight». In origine, questa canzone è stata scritta dal tastierista statunitense Sherman Kelly e registrata nel 1970 dal suo gruppo Boffalongo, poi inclusa nel loro album «Beyond Your Head».
Dal punto di vista commerciale questa canzone ha però avuto più successo nella interpretazione da parte del gruppo rock franco-americano King Harvest (il quale l’ha registrata nel 1972 e poi inclusa nel proprio album «Dancing in the Moonlight» del 1973).
La popolarità della canzone non si è poi limitata all’inizio degli anni ’70: per esempio, nel 2000 è stata registrata dal giovame (all’epoca) gruppo inglese Toploader e inclusa nel loro album «Onka’s Big Moka»:
Mentre nel 2018 il gruppo elettropop svedese Jubël ha registrato la propria interpretazione della «Dancing in the Moonlight»:
Sareste capaci di reggere altre versioni della stessa canzone nel corso della stessa giornata? Secondo me è poco probabile.
Anche a un grande compositore come Claude Debussy è capitato di comporre la musica «da spiaggia»… E, come ben sapete, ogni scherzo è un modo particolare di raccontare la verità.
Il mare è sempre, sin dalla età infantile, piaciuto tantissimo a Claude Debussy: i genitori, addirittura, dicevano per scherzo che da grande sarebbe diventato un marinaio. Oltre a osservarlo con gli occhi e a parlarne nella corrispondenza e nelle conversazioni con gli amici, Debussy ne aveva dedicato pure alcune sue composizioni musicali. Tra queste ultime ho scelto, per il mio post musicale odierno, «La Mer» (trois esquisses symphoniques pour orchestre, tre schizzi sinfonici per orchestra). Debussy aveva iniziato a comporla ad agosto 1903 a Villeneuve-la-Guyard (lontano dal mare) e aveva finito di comporla a marzo 1905 a Eastbourne (vicino al mare).
Bene, gli amanti del mare (non delle spiagge, ma del mare) possono così ricordarsi che è possibile andare ad ammirarlo in qualsiasi periodo dell’anno, non solo d’estate.
Tutto questo lavoro viene progressivamente sostituito dall’uso dell’AI:
E, almeno nei primi tempi, la qualità degli effetti speciali sarà ancora più bassa…
Probabilmente sono ancora tante le persone che si ricordano bene la modella, attrice e cantante giamaicana Grace Jones, ma a me nei giorni scorsi il suo nome è venuto in mente solo per caso e dopo non so bene quanti anni o addirittura decenni. Sforzando un po’ la mente, ho capito che nella mia rubrica musicale potrebbe anche essere inclusa la sua canzone più famosa, quella che tutti hanno sentito almeno una volta nella vita: la «I’ve Seen That Face Before (Libertango)». Questa canzone è una rivisitazione del brano strumentale «Libertango» del famoso compositore argentino Astor Piazzolla (il quale lo aveva pubblicato nel 1974). La canzone di Grace Jones è, dal punto di vista musicale, un mix di tango, reggae e chanson.
Probabilmente ho fatto risvegliare qualche ricordo giovanile nelle vostre menti. E allora provo a rafforzare l’effetto postando un secondo brano dallo stesso album «Nightclubbing» (del 1981) di Grace Jones. Scelgo la canzone «Pull Up to the Bumper» che è stata abbastanza popolare all’epoca della pubblicazione dell’album, mentre ora è ricordata sensibilmente meno della canzone riportata sopra.
Bene, la mia collezione delle grandi hit del passato remoto ora è un po’ più completa.
Sono diversi giorni che non riesco a riprendermi da uno shock culturale subito… La ripresa viene fortemente ostacolata da un grande dubbio: chissà se uno shock del genere è capitato solo a me (si tratterebbe di una sfortuna notevole) o esistono anche altre persone colpite che non hanno ancora trovato il coraggio di parlarne pubblicamente?
Ebbene (bene?!), mi è capitato di avere una conversazione con un giovane — apparentemente istruito e con un livello intellettuale non inferiore alla media — che non ha mai sentito nominare il film «Kill Bill». Non solo non lo ha visto, ma addirittura non lo ha mai sentito nominare! Anche se il film è uscito più o meno nel periodo in cui è nato il suddetto giovane.
Ora sto cercando di capire: sono io che devo definirmi un cine-necrofilo, oppure è quel giovane che deve essere definito un cine-ignorante?
Ma non so se riuscirò mai a capirlo.
Il compositore ungherese Zoltán Kodály (1882–1967) in una certa misura può essere considerato un grande fenomeno della musica classica: non è certamente l’unico caso del genere nella storia della musica mondiale, ma è riuscito a diventare un compositore assolutamente valido senza aver ricevuto una istruzione musicale seria da bambino (una fase della vita fondamentale per formare un po’ tutte le capacità / abilità di una persona) e avendo iniziato gli studi sistematici solo ai tempi universitari. Meno male che almeno il padre – un musicista dilettante – gli aveva insegnato qualche base di violino. Ma proprio considerando il punto di partenza svantaggiato, dobbiamo apprezzare correttamente i risultati raggiunti.
Una volta mi era già capitato di postare la musica di Kodály, oggi vorrei continuare con una composizione diversa: per esempio, il Concerto per orchestra composto nel 1939:
Se almeno un decimo dei quasi-dilettanti o studenti tardivi arrivasse almeno a questo livello, il nostro mondo sarebbe molto più bello.



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