Il 26 agosto 1885 al festival musicale di Birmingham fu presentato per la prima volta l’oratorio in tre parti «Mors et Vita» del compositore francese Charles François Gounod (il quale ormai da oltre un decennio passò dalla composizione delle opere liriche alla composizione della musica sacra). Non a caso posto questo oratorio proprio nella data odierna: in esso il compositore tentò di descrivere, attraverso la musica, il passaggio dell’anima umana alla vita eterna dopo la fine della vita terrestre…
Anzi, prima ancora di mettere il video dell’intero oratorio (abbastanza lungo), inserisco il video del suo pezzo probabilmente più noto: «Giudice» («Judex»), dalla seconda parte dell’oratorio chiamata «Giudizio». L’esecuzione, in questo specifico caso, è della Hallé Orchestra diretta da Maurice Handford:
Bene, ora posso aggiungere il video dell’oratorio «Mors et Vita» intero: in questo caso viene eseguito dalla orchestra del teatro Campidoglio di Tolosa.
Ascoltatelo se e quando avete tempo. Merita.
P.S.: buon Halloween a tutti.
L’archivio della rubrica «Cultura»
A volte mi capitano degli strani momenti nei quali sento il bisogno di ascoltare un po’ di musica barocca. Sono dei momenti che durano poco, ma capitano. Mentre io, per fare in modo che quei momenti abbiano anche una piccola utilità pratica, li condivido con voi nella mia rubrica musicale del sabato!
Così, per oggi mi è venuta in mente la suite barocca per clavicembalo «Plainte faite à Londres pour passer la mélancholie» scritta dal compositore tedesco Johann Jakob Froberger nel 1652 dopo essere stato assalito e interamente saccheggiato dai pirati durante il suo viaggio verso Londra.
In qualità della seconda composizione di Froberger aggiungo la non meno nota suite N20 in Re minor, chiamata dal compositore stesso «Méditation sur ma mort future»:
Che post musicale allegro che è venuto fuori…
Penso che tutti abbiano sentito almeno una volta nella vita la canzone «I will always love you» cantata da Whitney Houston (e registrata nel 1992 per il film «The Bodyguard»):
Potrei anche scommettere che molte persone sono convinte che sia una canzone della Houston. Ma in realtà è una canzone scritta e per la prima volta cantata dalla cantante country Dolly Parton (e inclusa nel suo album «Jolene» del 1974):
Oltre all’originale e alla interpretazione più famosa, esistono tante altre versioni della stessa canzone. Per esempio, esiste la versione dance della cantante britannica Sarah Washington (registrata nel 1993):
Esiste pure la versione pop del cantante inglese Rik Waller (inclusa nel suo album di debutto «From Now…» del 2002):
Poi c’è da precisare che la stessa Dolly Parton, autrice della canzone, nel corso dei decenni aveva pubblicato alcune altre versioni della stessa canzone: cantandola da sola o in duetto con qualche altro cantante. Quelle interpretazioni, però, le troverete anche con le proprie forze. Io, intanto, ammetto di essermi deciso di scrivere questo post musicale solo dopo aver saputo della morte di Dolly Parton avvenuta il 25 agosto 2026.
Senza un motivo preciso (o quasi) ho voluto selezionare per oggi il valzer in la minore di Frédéric Chopin, composto presumibilmente tra il 1847 e il 1849. Tale valzer era stato pubblicato solo dopo la morte del compositore e, in un primo momento, erroneamente attribuito alla sua allieva Charlotte de Rothschild… Ma a me, in questo momento, interessa prevalentemente perché la melodia ricorda un po’ il suono della pioggia.
A questo punto aggiungo, in qualità del secondo brano, un altro valzer di Frédéric Chopin scoperto relativamente da poco: il valzer la minore scoperto nel 2024 e non ancora catalogato (se ho capito bene).
Che la pioggia musica sia con voi!
Non sono mai stato un fan del gruppo rock britannico Def Leppard: in parte perché nessuna fase della loro evoluzione stilistica (heavy rock, arena rock, pop rock etc.) mi è particolarmente vicina e in parte perché ho saputo relativamente tardi della loro esistenza (quando l’evoluzione dei miei gusti musicali aveva già preso un’altra strada). Addirittura, mi ero quasi completamente dimenticato di questo gruppo per alcuni anni: fino al momento in cui un conoscente basato negli USA mi ha raccontato di aver comprato un deposito abbandonato pieno di oggetti firmati dai componenti del gruppo.
Ma non voglio allontanarmi troppo dalle questioni puramente musicali: alla ricerca dei «tesori» saranno dedicati altri post. Dato che i Def Leppard non sono mai comparsi nella mia rubrica musicale, pubblicherei – per iniziare – due delle loro canzoni tratte da uno dei loro album di maggior successo commerciale. In questo modo tutti capiranno di chi si tratta.
La prima canzone scelta è la «Hysteria» (dall’album omonimo del 1987):
Qualcuno lo sapeva già, qualcuno altro lo scopre ora: nel 1984 – quasi tre anni prima della pubblicazione del suddetto album – Rick Allen, il batterista del gruppo, aveva perso il braccio sinistro in un incidente stradale. All’epoca le protesi bioniche non esistevano proprio, dunque lo stesso Allen aveva dovuto inventare una batteria suonabile con i piedi. Tutto il gruppo aveva interrotto l’attività musicale per aspettarlo: grandi!
La seconda canzone dei Def Leppard scelta per oggi è la «Animal» (dallo stesso album «Hysteria» del 1987). È la prima canzone del gruppo finita nel top 10 britannico.
Per oggi va bene così, ma prossimamente potrei anche postare qualche altra canzone dei Def Leppard: il loro stile, come ho scritto all’inizio, è evoluto nel tempo, di conseguenza non rischio di sentirmi ripetitivo.
Dal punto di vista astronomico l’autunno è già iniziato e questo significa che posso postare, nella mia rubrica musicale, la terza parte del ciclo «Le quattro stazioni» di Antonio Vivaldi: «L’autunno», il concerto № 3 in Fa maggiore dell’opera «Il cimento dell’armonia e dell’invenzione» (una opera in realtà composta da ben 12 concerti).
Questa è l’interpretazione del concerto «L’autunno» del direttore d’orchestra Alfred Scholz:
E poi è bello aggiungere l’interpretazione de «L’autunno» della Orchestra sinfonica olandese:
Buon autunno musicale a tutti!
Stranamente, è da un po’ di tempo che nella mia rubrica musicale non compare la cantante Beth Hart. Appena mi sono accorto di questa svista, ho deciso di recuperare con due canzoni dal suo ultimo (al momento della pubblicazione di questo post) album in studio: il «You Still Got Me» del 2024.
La prima canzone selezionata per oggi è la «Little Heartbreak Girl»: in termini assoluti non è niente di particolare, ma, allo stesso tempo, è stilisticamente un po’ insolita per quella Beth Hart che sono abituato di sentire. Di conseguenza, la pubblico perché sono contento del fatto che anche questa cantante non ha paura di provare delle cose nuove.
La seconda canzone di Beth Hart selezionata per oggi è la «Mean Ole Man Of Mine» (della Deluxe Edition dello stesso album «You Still Got Me» del 2024):
Bene, spero che non sia stata l’ultima volta.
Per la puntata odierna della mia rubrica musicale volevo scegliere qualche composizione che stimoli gli ascoltatori alle nuove grandi imprese lavorative (e non solo quelle). Dopo alcuni ragionamenti ho capito che per questa finalità potrebbero andare bene quelle composizioni che inizialmente furono create per celebrare il progresso tecnologico. Ed ecco cosa ho scelto…
La prima composizione scelta per oggi è il «Eisenbahn-Lust-Walzer» (Valzer del piacere del treno) del compositore Johann Strauss padre. Questo valzer è stato composto nel 1836 per l’inaugurazione della prima linea ferroviaria in Austria.
La seconda composizione di oggi è del compositore austriaco Eduard Strauss: il figlio dell’appena menzionato Johann e nato un anno prima della composizione del valzer proposto. Nel 1869 Eduard compose la polka «Bahn frei!» dedicata sempre alla ferrovia.
Ora andate avanti come un treno!
A volte capita che anche una canzone leggera possa essere definita bella: come, per esempio, la «Dancing in the Moonlight». In origine, questa canzone è stata scritta dal tastierista statunitense Sherman Kelly e registrata nel 1970 dal suo gruppo Boffalongo, poi inclusa nel loro album «Beyond Your Head».
Dal punto di vista commerciale questa canzone ha però avuto più successo nella interpretazione da parte del gruppo rock franco-americano King Harvest (il quale l’ha registrata nel 1972 e poi inclusa nel proprio album «Dancing in the Moonlight» del 1973).
La popolarità della canzone non si è poi limitata all’inizio degli anni ’70: per esempio, nel 2000 è stata registrata dal giovame (all’epoca) gruppo inglese Toploader e inclusa nel loro album «Onka’s Big Moka»:
Mentre nel 2018 il gruppo elettropop svedese Jubël ha registrato la propria interpretazione della «Dancing in the Moonlight»:
Sareste capaci di reggere altre versioni della stessa canzone nel corso della stessa giornata? Secondo me è poco probabile.
Anche a un grande compositore come Claude Debussy è capitato di comporre la musica «da spiaggia»… E, come ben sapete, ogni scherzo è un modo particolare di raccontare la verità.
Il mare è sempre, sin dalla età infantile, piaciuto tantissimo a Claude Debussy: i genitori, addirittura, dicevano per scherzo che da grande sarebbe diventato un marinaio. Oltre a osservarlo con gli occhi e a parlarne nella corrispondenza e nelle conversazioni con gli amici, Debussy ne aveva dedicato pure alcune sue composizioni musicali. Tra queste ultime ho scelto, per il mio post musicale odierno, «La Mer» (trois esquisses symphoniques pour orchestre, tre schizzi sinfonici per orchestra). Debussy aveva iniziato a comporla ad agosto 1903 a Villeneuve-la-Guyard (lontano dal mare) e aveva finito di comporla a marzo 1905 a Eastbourne (vicino al mare).
Bene, gli amanti del mare (non delle spiagge, ma del mare) possono così ricordarsi che è possibile andare ad ammirarlo in qualsiasi periodo dell’anno, non solo d’estate.



RSS del blog

