L’archivio della rubrica «Nel mondo»

La nuova mappa

Il venerdì 4 settembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una nuova mappa del mondo, la cosiddetta proiezione «Equal Earth». A favore hanno votato 164 Paesi, tra cui il Giappone, mentre solo gli Stati Uniti si sono opposti. Ma l’Ucraina ha già espresso protesta contro l’indicazione della Crimea su questa mappa come territorio russo. Mentre ieri il Giappone si è rivolto agli autori della mappa chiedendo di correggere la rappresentazione delle Isole Curili: sulla mappa sono colorate dello stesso colore del territorio russo.
L’unica cosa che mi sorprende in tutta questa storia è la posizione del Giappone.
I vertici ucraini non vogliono rovinare i rapporti con le organizzazioni internazionali: per questo l’Ucraina ha votato a favore e poi ha espresso la tradizionale (purtroppo tradizionale) protesta.
L’ONU degli ultimi anni è una organizzazione molto strana: inutile nelle questioni importanti e con una direzione che assume costantemente la posizione peggiore tra quelle possibili.
Ma perché il Giappone abbia votato a favore del colore delle Isole Curili che non gli piace (logicamente), non lo capisco proprio.


I motivi della generosità

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha comunicato che i Paesi dell’UE hanno concordato lo stanziamento di 3,2 miliardi di euro (dalla somma di 90 miliardi precedentemente concordata dall’UE) a favore dell’Ucraina per l’acquisto di missili intercettori destinati ai sistemi di difesa aerea americani Patriot. Vladimir Zelensky aveva precedentemente dichiarato che l’Ucraina avrebbe avuto bisogno di almeno 300 missili di questo tipo entro l’inizio dell’inverno.
Né Ursula von der Leyen né i media hanno specificato da quali fonti verranno acquistati esattamente i missili: forse dalla Spagna e dalla Grecia, che dispongono di alcuni dei più grandi arsenali di missili intercettori Patriot. Ma in realtà questo non ha importanza.
Ciò che conta è che nell’UE abbiano osservato i «negoziati» di Witkoff e Kushner con Putin e Zelensky, e abbiano capito ancora una volta: una parte non ha alcuna intenzione di raggiungere un accordo, l’altra sì, ma con un obiettivo ben preciso e respinto dalla prima parte, mentre il Presidente che li ha inviati è del tutto incapace di negoziare con chiunque. E, avendo compreso tutto ciò, i funzionari dell’UE si sono ricordati ancora una volta che l’aiuto concreto all’Ucraina (e a loro stessi) dipende solo da loro.


Il confine rafforzato

YLE News comunica che la Finlandia ha completato la costruzione di una barriera lunga 200 chilometri al confine con la Russia. La barriera di confine è costituita da una recinzione metallica, una strada che la costeggia e una fascia priva di vegetazione. Sulla recinzione stessa sono installate telecamere di sorveglianza, luci e altoparlanti. La lunghezza totale del confine russo-finlandese è di circa 1300 chilometri. I tratti di recinzione costruiti sono situati in diversi punti lungo il confine.
La costruzione è costata alla Finlandia 356 milioni di euro. Si prevede che la manutenzione della barriera costerà 1,5 milioni di euro all’anno. Lo scopo della costruzione della recinzione è quello di impedire l’ingresso illegale in Finlandia e la cosiddetta migrazione mirata. Le prime proposte relative alla costruzione hanno iniziato a essere discusse nel Paese nell’autunno del 2022, quando, in seguito alla mobilitazione annunciata da Putin, in un solo fine settimana sono entrati nel territorio dell’UE quasi 17.000 russi. I lavori di costruzione sono iniziati nella primavera del 2023.
Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra direi che per «ingresso illegale e migrazione mirata» si intendono due fenomeni ben precisi. Infatti, la maggioranza dei russi che avevano paura di finire nell’esercito è già scappata nella fase iniziale della guerra, mentre ora scappano solo coloro che raggiungono la maggiore età e/o finalmente trovano le risorse per farlo. Questi «fuggitivi» singoli si rivolgono alle organizzazioni specializzate ed escono dalla Russia in un modo un po’ più complesso rispetto al semplice attraversamento del confine.
Per «ingressi illegali» si intendono, molto probabilmente, gli autori degli eventuali atti terroristici in Europa. Per «migrazione mirata», invece, si intende una nuova crisi di rifugiati artificiale, anche se non viene più tentata da qualche anno.
In ogni caso, la costruzione della barriera al confine con il vicino pazzo mi sembra del tutto sensata.


Una conferma fotografica

Per comprendere il vero significato della visita di Steve Witkoff e di Jared Kushner a Mosca del 5 settembre 2026 basta guardare questa foto:

La foto illustra uno dei concetti che tento di spiegare da anni ai miei contatti europei: Putin vuole essere riconosciuto un membro alla pari del «club ristretto dei grandi del pianeta» per parlare con loro delle aree di influenza. Ancora oggi ritiene che in quel «club» debbano essere presenti solo lui, il presidente statunitense (quello corrente, non importa come si chiama) e, eventualmente, una o due altre persone (ma loro già non sono fondamentali). Di conseguenza, è felicissimo ogni qualvolta viene preso in considerazione dagli USA, anche se pubblicamente non lo dirà mai: in un certo senso si tratta anche di un complesso di inferiorità che lo accompagna dai tempi scolastici.
Purtroppo, non ho ancora visto un Presidente americano che abbia compreso il suddetto concetto (uno ci è andato vicino, ma non può più essere eletto). Ma comprendendolo bene, si potrebbe anche provare a utilizzarlo a proprio favore.


Cosa si può fare?

Secondo un’inchiesta de The Wall Street Journal, nel periodo 2022–2025 le Maldive hanno esportato in Russia tonno per un valore di 2.300 dollari e prodotti cartacei stampati per 25 dollari, mentre, solo nel 2022, la Russia ha importato dalle Maldive merci per oltre 630 milioni di dollari. Il fatto è che le merci provenienti dagli USA, dall’Europa e dalla Cina arrivano a Malé come merci in transito, mentre gli intermediari locali, direttamente in aeroporto, rielaborano i documenti; successivamente, le merci vengono caricate a bordo dei voli «Aeroflot» e inviate in Russia attraverso percorsi non proprio diretti. Gli USA e l’UE stanno esercitando pressioni sulle autorità delle Maldive, chiedendo di chiudere questo canale di approvvigionamento, ma per ora i volumi commerciali continuano ad aumentare.
Non so nemmeno che tipo di pressione si possa esercitare sulle Maldive… Non è possibile introdurre unilateralmente un regime di visti – per impedire ai turisti, che costituiscono la principale fonte di reddito, di recarsi lì – e inoltre bisognerebbe negoziare con un notevole numero di alleati. Lo stesso vale per tutte le altre sanzioni, che per le Maldive sarebbero altrettanto dolorose: infatti, non producono quasi nulla per sé stesse.
Forse la ridicola diplomazia militare-commerciale di Trump potrebbe funzionare, ma a Trump stesso non basterebbero né il cervello né la pazienza per farlo.


Trump e i media europei

La Reuters riferisce che l’amministrazione di Trump intende stanziare 4 milioni di dollari a sostegno dei media di destra in Europa. I fondi stanziati dovrebbero servire a «rafforzare i legami transatlantici e tutelare la libertà di espressione».
Se la notizia di cui sopra fosse vera, non saprei definire con certezza quale sia la mia posizione al riguardo.
A livello puramente teorico, è negativa. Non mi piace l’influenza di qualsiasi Stato sui media privati, e a maggior ragione se proviene dall’amministrazione Trump.
D’altra parte, sappiamo bene che lo Stato russo, ancora prima della guerra, per qualche motivo aveva deciso di diffondere la propria propaganda in Europa proprio attraverso i media di destra (nonostante il fatto che tradizionalmente siano i media di sinistra ad essere più inclini a diffondere la sua propaganda). L’amministrazione Trump vuole e può vincere la concorrenza di mercato e «rubare» i media di destra europei a Putin? Per i collaboratori (per non dire «fratelli di spirito») di Trump, mi sembra che si tratti di uno schema troppo complesso da pianificare e realizzare. E se, invece, volesse e potesse farlo? Allora quattro milioni sarebbero un po’ troppo pochi…
In ogni caso, sperare non fa tanto male. Bisogna osservare il processo e continuare a protestare contro qualsiasi propaganda disumana.


Un incontri trilaterale

Dmitry Peskov, portavoce di Putin, ha commentato la notizia diffusa da Axios secondo cui il direttore della CIA John Ratcliffe, durante la sua visita a Mosca, avrebbe proposto di organizzare un incontro tra Putin, Donald Trump e Volodymyr Zelenskyy, affermando che un incontro trilaterale tra i presidenti di Stati Uniti, Russia e Ucraina sarebbe possibile solo per formalizzare degli accordi:

È da tempo che si propone di organizzare un vertice tra Putin, Trump e Zelensky. E voi conoscete bene la posizione del nostro Capo di Stato: un incontro del genere è possibile solo per formalizzare degli accordi. Gli accordi non sono affatto un semplice affare.

In teoria è vero, un po’ come dire che l’acqua è umida. Nelle condizioni normali, nella prassi formata nei decenni o forse secoli succede proprio così: i vari tecnici e consiglieri discutono i dettagli tenendo conto delle linee guida ricevute dall’alto e, quando giungono a un accordo, fanno incontrare i grandi capi per la firma. Succede non solo nei rapporti tra gli Stati, ma anche tra le aziende.
Dmitry Peskov, però, fa finta che tutti si siano dimenticati del modo di fare di Putin nelle occasioni di tutti gli incontri riguardanti la cessazione dei combattimenti in Ucraina: in qualità dei propri rappresentanti ha sempre inviato dei personaggi di qualità molto dubbia e autorizzati a parlare solo delle sue pretese per nulla realistiche. In tal modo rendeva impossibile ogni accordo e si riservava pure la possibilità di dire «avete raggiunto un accordo con uno che in Russia non conta un tubo».
Insomma, le parole di Peskov citate all’inizio confermano che Putin non è disposto a fare alcun accordo.


La lettura del sabato

A quanto pare, anche di questi tempi ci sono buone notizie… Non per lo Stato russo, ma legate allo Stato russo.
Ho letto una inchiesta nella quale si sostiene che dalle «rappresentanze commerciali» russe sparse in tutto il mondo (che in realtà sono uffici fatti per la copertura delle attività di spionaggio) vengono richiamati in massa spie professioniste, con l’obiettivo di sostituirle con i figli dei funzionari (presentati come «esperti di commercio internazionale»). È vero che il commercio ufficiale con la Federazione Russa al momento è quasi inesistente, ma i funzionari hanno comunque tanta voglia di sistemare i propri figli nei Paesi del mondo esterno «nemico» e farli fare una vita bella e tranquilla.
Insomma, non potevo non comunicarvi questa bella notizia.


La visita di John Ratcliffe a Mosca

Un sacco di gente cerca di indovinare il motivo della visita del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca dell’altro ieri. Ho letto un sacco di versioni e interpretazioni, quasi la totalità delle quali è palesemente irrealistica. Pure Trump, fisicamente incapace di mantenere i segreti, ha definito la visita una «visita di routine».
In realtà, tra le notizie pubblicate dalle fonti attendibili non si legge nemmeno un elemento che permetta di avanzare delle ipotesi serie. Non abbiamo alcun suggerimento per provare a fare una deduzione logica.
Però noi, i comuni lettori delle notizie, dall’inizio del 2022 ci ricordiamo bene un principio fondamentale: una visita del genere, un contatto personale di questo tipo può significare solo una cosa: lo Stato russo sta attivamente preparando qualche nuova grande azione aggressiva e gli USA hanno deciso di fare un avvertimento del tipo «noi vediamo tutto, non provateci». Non è assolutamente detto che Putin segua il consiglio, ma noi, intanto, sappiamo come interpretare la visita di Ratcliffe.
Da mesi vediamo le attività strane dell’esercito russo vicino ai confini con gli Stati baltici, da settimane vediamo comparire le basi per il lancio dei droni anche verso sud, da qualche anno vediamo che Putin ha un bisogno crescente di piccoli successi militari vendibili (che sul fronte ucraino sono sempre più rari e sempre più minuscoli). E, soprattutto, è dall’inizio di questa guerra che sto cercando di evidenziare: l’obiettivo di Putin non è l’Ucraina ma il modo di vivere occidentale.


Putin cerca complici

Maksim Raider, il vicepresidente della commissione elettorale del Ministero degli Esteri russo, ha riferito che la Russia ha inviato note diplomatiche ai ministeri degli Esteri di tutti i Paesi chiedendo di vietare le manifestazioni davanti alle ambasciate il giorno delle elezioni alla Duma di Stato (che si terranno dal 18 al 20 settembre). Secondo quanto da lui affermato, in tali note Mosca chiede di «adottare misure adeguate per la protezione dei seggi elettorali, compreso il divieto di manifestazioni nel giorno delle elezioni». Non viene specificato in che modo tali manifestazioni minaccino la sicurezza delle votazioni.
Sempre secondo Raider, lo Stato russo conta sul fatto che all’estero si rispettino in buona fede gli impegni internazionali, ma anche lo Stato russo «non resterà con le mani in mano».
Non so se avete capito bene: lo Stato russo ha chiesto agli Stati di tutto il mondo di collaborare nella lotta contro i dissidenti russi (il termine dissidenti mi sembra più ampio e più corretto di oppositori perché comprende gli esiliati e i politici di opposizione fisicamente allontanati dalla politica russa). Non so ancora bene in quale formato — perché in oltre tre settimane può cambiare tanto — ma sicuramente ci saranno delle manifestazioni dei dissidenti russi nei giorni delle elezioni: manifestazioni pacifiche come lo sono sempre state.
Penso, però, che lo abbiano capito bene più o meno tutti gli Stati destinatari della nota russa. Questo ci permetterà di fare un censimento degli Stati del mondo disposti a collaborare con il regime putiniano sul campo della oppressione politica. I risultati di tale censimento saranno utili anche agli elettori di quegli Stati.