L’articolo segnalato per questo sabato è dedicato a un argomento che fino a non troppo tempo mi sarebbe sembrato un classico esempio di teoria del complotto. Mentre di questi tempi posso anche crederci.
In sostanza, i documenti relativi ai negoziati segreti tra Russia e Cina, giunti in possesso del media The Insider (e verificati da esso), confermano che la cooperazione militare tra i due Paesi è più profonda di quanto fosse noto pubblicamente. Tra le altre cose, la Cina ha coinvolto la Russia in un programma volto a contrastare il sistema satellitare Starlink di Elon Musk, che comprende sia misure di contrasto di natura giuridica e diplomatica, sia mezzi per la distruzione diretta dei satelliti.
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Trump ha incontrato Zelensky l’8 luglio durante il vertice NATO ad Ankara, dove ha promesso di concedere all’Ucraina la licenza per la produzione di missili Patriot e ha accolto con favore gli attacchi a lungo raggio delle Forze armate ucraine sul territorio russo, definendoli «un’escalation che potrebbe portare alla fine della guerra». L’ufficio del presidente ucraino ha dichiarato che l’incontro tra Trump e Zelenskyy è stato «uno dei migliori, se non addirittura il migliore» di sempre.
Prima dell’incontro, Trump aveva dichiarato pubblicamente che, al termine dello stesso, avrebbe chiamato Putin. Ma, come ha riferito il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, la telefonata non è avvenuta: «Il signor Trump, a quanto pare, era molto impegnato dopo tutti i contatti avuti ad Ankara, quindi ieri nessuno ha chiamato».
Nonostante tutto, mi diverte ancora tanto la convinzione degli «abitanti» del Cremlino che si possa avere un rapporto stabile e costantemente positivo con Donald Trump (secondo me sono gli unici sulla Terra a non essersi ancora accorti che quello cambia idea su tutto più volte al giorno). E, allo stesso tempo, noto quasi una servile ammirazione per l’America proprio tra gli abitanti del Cremlino: sembrano che cerchino di far vedere a tutti di essere pari ai grandi (in tutti i sensi) amministratori statunitensi. Anzi, di essere dei partner prescelti degli ammirevoli amministratori statunitensi: per esempio, nel messaggio di auguri per i 250 anni della Indipendenza destinato a Trump, Putin gli aveva dato del tu. Era talmente desideroso di apparire un grande amico del «mitico» Trump, che si era dimenticato che il «tu» è percepibile solo nel testo russo del messaggio…
Nonostante gli attacchi informatici e le provocazioni in Europa (oltre al rafforzamento della presenza militare russa al confine con la Finlandia, nell’estremo nord e a Kaliningrad), la NATO non ritiene che la Russia si stia preparando, nell’immediato futuro, a uno scontro militare diretto con l’Alleanza. Non vi sono segnali che indichino l’intenzione della Federazione Russa di sferrare un attacco imminente contro l’Alleanza nel breve termine, ha affermato un alto rappresentante della NATO. Ha tuttavia aggiunto che Putin e le autorità russe a volte prendono «decisioni piuttosto sbagliate».
Continuo a pensare che tutte le azioni della Russia al confine con la NATO siano un tentativo di distrarre l’attenzione e le risorse materiali occidentali dalla guerra in Ucraina. Ma, allo stesso tempo, mi stupisce un po’ la saggezza strategica di tale mossa e la costanza della sua applicazione. Proprio perché i dirigenti statali della Russia odierna sono noti prevalentemente per le scelte brutte.
Noah Krieger, membro del partito tedesco di estrema destra «Alternativa per la Germania» (AfD), il cui vero nome è Murad Dadaev, ha dichiarato di trovarsi in Ucraina e di combattere a fianco dell’esercito russo. Su Instagram ha pubblicato dei video in cui posa in divisa militare, con elmetto e giubbotto antiproiettile, impugnando un fucile d’assalto Kalashnikov sullo sfondo di edifici residenziali in rovina. Come sottofondo musicale dei video, Krieger ha utilizzato marce militari tedesche. In una delle sue storie, la geolocalizzazione indica Bakhmut.
Alcuni media hanno accertato che dietro questo nome si nasconde Murad Dadaev, originario della Cecenia. È entrato a far parte dell’AfD, ha promosso all’interno del partito posizioni filorussie e di estrema destra, ha pubblicato immagini di kitsch nazista, ha espresso ammirazione per Vladimir Putin e ha intrattenuto rapporti sia con esponenti dell’AfD sia con persone vicine al capo della Cecenia Ramzan Kadyrov.
Non escludo che prima o poi l’AfD possa anche decidere di liberarsi di un membro così. Ma, allo stesso tempo, sono in un certo senso contento per il suo viaggio in Ucraina: almeno fa un po’ di antipubblicità a quel partito tedesco.
Qualcuno ha fatto lo sforzo di segnare sulla mappa, accanto al territorio ucraino effettivamente occupato dall’esercito russo (in rosso), l’area che Putin aveva dichiarato (sabato 4 luglio) già occupata (in giallo). Confrontate i suoi sogni con la realtà:

Un lavoro così preciso (e, ovviamente, smascherante) va apprezzato e divulgato. Aggiungo, dunque, il link alla fonte.
Il giorno del 250-esimi anniversario della adozione della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America è bello e giusto ricordare una cosa alla quale in pochi pensano (almeno, fuori dagli USA): quale è stato il destino dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione?
Per fortuna, è possibile fare un riassunto completo della situazione.

Dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione, 24 erano giuristi, 11 erano commercianti, 9 erano agricoltori e grandi piantatori: persone benestanti e istruite. Eppure, firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza sapendo perfettamente che, se fossero caduti prigionieri, la pena sarebbe stata la morte.
Cinque furono catturati dagli inglesi come traditori e torturati prima di essere uccisi. A dodici vennero incendiate le case. Due persero i propri figli nell’esercito rivoluzionario e uno vide due figli cadere prigionieri. Nove dei 56 combattenti morirono in seguito alle ferite riportate in guerra.
Carter Braxton, ricco piantatore e commerciante della Virginia, vide la flotta britannica distruggere in mare le sue navi. Vendette la propria casa e i suoi beni immobili per saldare i debiti e morì in povertà.
Gli inglesi perseguitarono Thomas McKean a tal punto che fu costretto a trasferirsi continuamente con la sua famiglia. Prestò servizio al Congresso senza percepire alcun compenso, mentre la sua famiglia viveva nascosta. I suoi beni furono confiscati e la povertà fu la sua ricompensa.
I soldati saccheggiarono i beni di William Ellery, George Clymer, Lyman Hall, George Walton, Button Gwinnett, Thomas Heyward Jr., Edward Rutledge e Arthur Middleton.
Durante la Battaglia di Yorktown, Thomas Nelson Jr. vide che il generale britannico Charles Cornwallis aveva occupato la sua casa e l’aveva trasformata nel proprio quartier generale. Chiese allora al generale George Washington di aprire il fuoco sulla sua abitazione. La casa fu distrutta e Nelson morì in seguito in povertà.
Francis Lewis vide la propria casa incendiata, i suoi beni distrutti e fu costretto alla fuga. Gli inglesi imprigionarono sua moglie, che morì pochi mesi dopo.
John Hart fu strappato dal capezzale della moglie morente. I loro tredici figli furono costretti a fuggire. I suoi campi e la sua casa furono devastati. Per più di un anno visse nei boschi e nelle grotte; quando tornò a casa, scoprì che sua moglie era morta e i suoi figli erano scomparsi. Poche settimane dopo morì di stenti e di crepacuore. La stessa sorte toccò a Charles Carroll Norris e Philip Livingston.
Erano uomini rispettabili, dotati di mezzi economici e di istruzione. Avevano sicurezza e agiatezza, ma attribuivano alla libertà un valore ancora più grande.
Per fortuna non sanno che quasi 250 anni dopo – nello Stato al quale diedero l’inizio – è comparso un Presidente convinto di essere non inferiore a loro, forse anche superiore.
La Reuters, citando alcune fonti del settore, riferisce che, a causa della carenza di carburante, la Russia ha iniziato ad acquistare benzina dall’India. Dall’India sarebbero state spedite in Russia o almeno 60 mila tonnellate di benzina, oppure due petroliere con carichi compresi tra le 30 e le 40 mila tonnellate ciascuna. Complessivamente, la Russia sembra intenzionata a importare mensilmente 400 mila tonnellate di benzina da diversi Paesi. La Reuters sottolinea che in estate il consumo di benzina in Russia ammonta ad almeno 110 mila tonnellate al giorno.
Se tutto questo fosse vero, allora si potrebbe congratularsi con Putin per l’ennesimo traguardo raggiunto sul campo della difesa della «sovranità» della Federazione Russa: è riuscito a creare una situazione in cui la Russia vende petrolio all’India a prezzi ribassati a causa delle sanzioni, per poi acquistare dalla stessa India il petrolio trasformato in benzina. Il petrolio trasformato in qualsiasi prodotto non può in alcun modo costare meno del petrolio greggio, indipendentemente dall’ipotetico sconto che si riesca a ottenere dal fornitore. Inoltre, sarebbe logico supporre che i fornitori indiani di benzina abbiano un forte desiderio, naturale e legittimo, di trarre profitto dalla situazione venutasi a creare.
Ed ecco che qualcuno ha trovato il momento di aiutare uno Stato «amico», alleato nell’eternamente inutile BRICS.
Uno dei superyacht attribuibili a Putin è apparsa inaspettatamente sui radar per la prima volta dall’agosto 2022: non in un posto qualsiasi, ma nello stretto tra la Danimarca e la parte meridionale della Norvegia. Scortata dalla motovedetta «Voevoda» e da un cacciatorpediniere russo, il superyacht si sta dirigendo verso Istanbul.
Spero tanto che Putin abbia iniziato a percepire qualcosa e abbia deciso di mandare qualcuno dei cari a lui ben lontano. E non augurerò nemmeno a nessuno di essere affondato o catturato: mi basterebbe che moltissimi yacht con un gran numero di passeggeri se ne andassero per sempre in qualche luogo piacevole per loro. In luoghi dove li attende un riposo a vita dagli affari «di Stato».
Ma mi sono lasciato trasportare dai sogni… Putin non avrà mai abbastanza coraggio di spostarsi su qualcosa di diverso da un bunker galleggiante. E dato che un mezzo di trasporto del genere non è ancora stato inventato, Putin rimarrà al suo posto, purtroppo, fino alla fine.
L’articolo segnalato per questo sabato è la storia del ricatto nucleare russo e del come l’Occidente ha imparato a conviverci e ad aiutare l’Ucraina.
In questo specifico caso potrebbe sembrare la descrizione fatta da un osservatore esterno, ma in realtà qualsiasi autore basato in qualsiasi Stato del mondo sarebbe stato un osservatore esterno: l’Occidente, per fortuna o purtroppo, non è una entità unita e omogenea. Di conseguenza, potete provare a confrontare quanto letto con le vostre osservazioni personali.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Ucraina ha una «posizione di forza sul campo di battaglia». E ha esortato la Russia a congelare la linea del fronte e a tornare ai negoziati con Kiev: «La Russia non vincerà questa guerra. Il sostegno europeo a Kiev è forte».
La dichiarazione di Merz è abbastanza contraddittoria, poiché in tutti questi anni abbiamo assistito a un solo tipo di sostegno forte dell’Unione europea alla Ucraina: darle esattamente quanto basta affinché non perda la guerra proprio oggi. Pertanto, l’Ucraina «ha una posizione di forza sul campo di battaglia» nonostante (e non grazie a) l’aiuto da parte dell’UE, motivo per cui, evidentemente, ora si è deciso di chiedere a Putin il congelamento della linea del fronte.
A giudicare dai commenti di alcuni analisti, quest’anno Putin intende nuovamente prendere tempo fino all’inverno, ovvero fino al momento in cui sarà possibile distruggere con maggiore efficacia le infrastrutture civili ucraine; al giorno d’oggi, però, il suo esercito non dispone delle forze necessarie per condurre una vera offensiva. Quindi questa estate è il momento migliore per un sostegno più attivo all’Esercito ucraino, che, continuando a colpire le raffinerie russe, potrebbe costringere le Forze armate russe almeno a un «congelamento della linea del fronte». Ma, a quanto pare, prima che questa grande verità arrivi alle menti dell’UE, sarà già arrivato l’inverno.



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