L’archivio della rubrica «Italia»

Era una scelta

Il campione del mondo del 2006, il famoso calciatore italiano Andrea Pirlo, ha dichiarato di non essere più un candidato alla carica di commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio. Ciò è avvenuto dopo che, nel fine settimana, i media italiani hanno iniziato a riportare con insistenza la notizia secondo cui Pirlo avrebbe un contratto, a partire dall’ottobre 2025, con la società di scommesse russa «Fonbet», che è apparso più volte nelle sue campagne pubblicitarie e che nel maggio del 2026 si è recato (insieme a un altro ex calciatore della Nazionale italiana, Marco Materazzi) a Mosca, dove ha partecipato a una partita di gala, ha tenuto una sessione di autografi e ha interagito con i tifosi. Inoltre, ha recitato in un video per la canzone «Ой, что ни вечер, то футбол» («Oi, ogni sera è calcio»), che è stato trasmesso intensamente durante le partite dei Mondiali del 2026 sul canale sportivo russo «Match TV».
Andrea Pirlo, da parte sua, afferma che «la collaborazione professionale, finita al centro di un recente scandalo, è nata nel contesto della mia carriera negli Emirati Arabi Uniti e ha carattere esclusivamente commerciale e sportivo».
Immagino che anche un ex calciatore sia in grado di comprendere una semplice verità: bisogna leggere i contratti che si firmano. Firmare significa averne compreso il contenuto, il significato e le conseguenze, e aver accettato tutto ciò. Se hai firmato, ti è piaciuto tutto ciò che c’era scritto.
L’attuale tradizione di esprimersi in un modo politicamente corretto non mi permette di scherzare, nemmeno nel contesto di quanto sopra esposto, sul cognome del famoso ex calciatore. Ma, per pura logica, si meriterebbe pienamente questa battuta.


I problemi con le sanzioni europee

Cinque diplomatici europei coinvolti nei negoziati hanno riferito al Financial Times che i Paesi-membri dell’UE stanno iniziando a richiedere in massa delle deroghe per sé stessi dal nuovo pacchetto di sanzioni anti-russe, e ciò mette a rischio la strategia di sostegno all’Ucraina. Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo hanno chiesto di attenuare il 21-esimo pacchetto di sanzioni in fase di elaborazione o hanno bloccato del tutto alcune misure.
La Grecia è quella che si sta battendo con maggiore determinazione per ottenere le deroghe, non essendo disposta ad approvare il pacchetto nella sua interezza se non le verrà concesso il permesso di trasportare il GNL russo verso paesi terzi. Il Portogallo e la Germania insistono affinché venga escluso dal pacchetto il divieto di acquisto di pesce russo, invocando gli interessi dell’industria locale di trasformazione del pesce. Francia e Italia chiedono un alleggerimento del divieto di rilascio dei visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. L’Austria, da parte sua, chiede nuovamente di sbloccare i beni russi per un valore di 2 miliardi di euro, al fine di compensare la Raiffeisen Bank per la sanzione inflitta da Mosca (quella per l’uscita dal mercato russo a causa della guerra).
Posso comprendere alcune delle obiezioni sollevate dai Paesi europei (le sanzioni sulle materie prime sono talmente inefficaci che non ha senso insistere troppo su di esse), mentre altre non le capisco proprio. Ciò che mi sorprende di più sono le posizioni di Austria, Francia e Italia.
I beni russi congelati non sono stati sequestrati. Anche i beni congelati, ma non sequestrati, non potranno essere utilizzati per risarcire la banca (ma si potrà provare a trasferirli in Russia).
Non riesco proprio a capire perché si debbano rilasciare visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. Queste persone – anche se si volesse proprio vederle arrivare in Europa – non sono turisti ricchi che andrebbero subito a spendere soldi in Europa. Possono recarsi in Europa o su incarico dello Stato russo (è proprio questo che vogliono gli europei?), oppure in qualità di rifugiati politici (e chi impedisce di accoglierli in tale veste già adesso?).
Insomma, non riesco a comprendere tutte le obiezioni dei paesi europei…


Farei una lista

L’azienda italiana Danieli – uno dei leader mondiali nella produzione di altiforni, presse da forgiatura e laminatoi – due anni fa aveva dichiarato di essersi completamente ritirata dal mercato russo. Tuttavia, è emerso che ciò non corrispondeva al vero: nel 2025 l’azienda continuava ancora a vendere i propri prodotti alle acciaierie russe, sia direttamente che tramite una filiale russa apparentemente «non più controllata». Dai dati doganali emerge che nel 2025 Danieli importava in Russia pezzi di ricambio per la riparazione di laminatoi, per l’impianto di fusione elettrica dell’acciaio e per l’area di installazione dell’impianto di depurazione dei gas.
Ehm… ma voi sapete qual è il settore produttivo russo che da oltre quattro anni consuma la maggior parte dei prodotti metallurgici russi? Di conseguenza, riuscite a immaginare anche su cosa, seppur indirettamente, guadagna la Danieli?
Io, intanto, inizierei a lavorare su un elenco delle aziende italiane con gli interessi simili. Se andiamo in ordine alfabetico, la prima componente della lista che mi viene in mente è Beretta, poi segue l’azienda menzionata sopra.


All’inizio di giugno ho scoperto che le Poste Italiane sono entrate nel mercato dei caricatori per le auto elettriche. Il mio amico Google sostiene che i primi caricatori delle Poste sono stati installati già nel 2023, ma io l’ho scoperto con tre anni di ritardo…

Sapevo già da anni che le Poste Italiane offrono i servizi finanziari (non mi è mai venuto in mente di diventarne un cliente: sono contento della mia banca normale) e di telefonia mobile (attualmente si appoggiano alla rete della TIM, io sono cliente direttamente della TIM normale). Ora si aggiunge pure l’energia (della rete ENI). Se le cose vanno avanti così, prima o poi le Poste Italiane decideranno di iniziare a offrire pure i servizi postali normali: appoggiandosi a qualche rete seria (per esempio, della DHL) riusciranno a consegnare le spedizioni in tempi compatibili con la vita umana, senza perdere o danneggiare alcunché, senza sbagliare gli indirizzi e, probabilmente, senza i corrieri incapaci di premere il tasto del citofono.

Speriamo…


Una pausa per le battute stupide

L’AFP scrive che gli agenti della tristemente nota ICE saranno tra i responsabili per la sicurezza alle Olimpiadi invernali 2026 a Milano e Cortina d’Ampezzo. Capisco la reputazione dell’ICE non permetterebbe fare battute (nemmeno con la scusa di essere una persona un po’ stupida), ma, purtroppo, quello che sto per scrivere potrebbe essere non una battuta… Le battute di qualità si basano sulla realtà, ma in questo caso la realtà è l’ingrediente quantitativamente prevalente.
Trump ha detto: «lo so, in Italia fa sempre caldo, bisogna vendere a loro un po’ di ghiaccio per le Olimpiadi. Se non comprano, mettiamo le tariffe. MAGA!»
I collaboratori di Trump: «abbiamo capito, mandiamo il ghiaccio in Italia».
I geni – anche quelli alternativi – si capiscono sempre bene. Il risultato: in Italia arriva l’ICE. Mi sembra una situazione molto realistica.
Nel frattempo, Gregory Bovino è stato rimosso da capo dell’ICE e, pare, tra poco sarà pure mandato in pensione. Ma, considerati i criteri con i quali si diventa agenti dell’ICE, non penso che qualcosa cambi radicalmente in meglio. In così poco tempo, poi.


Ho riflettuto sopra per alcune settimane, ma alla fine mi sono deciso: oggi vi svelo quale strumento ho utilizzato per pianificare meglio i miei viaggi estivi del 2024. Eccolo:

È il «Baedeker’s Northern Italy: Handbook for Travellers» pubblicato nel 1906, ma finito tra le mie mani solo all’inizio di luglio 2024 (al momento della sua pubblicazione non sapevo ancora leggere). Come potete notare, qualcuno dei precedenti lettori ha strappato la mappa iniziale, ma il resto del libro è integro.

La Wikipedia sostiene che la casa editrice Baedeker è una pioniera nel settore delle guide turistiche mondiali. Non sono sicurissimo della assoluta ragionevolezza di tale affermazione, ma il libro concreto capitato a me sembra Continuare la lettura di questo post »


Tutti gli eventi degli ultimi giorni non possono farmi dimenticare della triste data odierna: sono due anni esatti che l’esercito putiniano continua a uccidere e distruggere, tutti i giorni e con una intensità particolare, in Ucraina. Aveva iniziato a farlo nel 2014 in Crimea e in una parte del sud-est «continentale» (infatti, gli ucraini si sentono in guerra proprio da allora), mentre il 24 febbraio 2022 abbiamo visto che il suo ritmo preferito sta appena iniziando.
Tra i cittadini russi ci sono quelli che manifestano apertamente la propria contrarietà: nonostante l’impossibilità di influire sull’operato di Putin e la comprensione (per coloro che si trovano in Russia) di tutti i pericoli legati a tale posizione.
Tra gli Stati occidentali ci sono quelli che hanno imposto delle sanzioni contro lo Stato russo, senza però inventare qualcosa di realmente sensibile e/o insuperabile. Gli stessi Stati aiutano militarmente l’Ucraina, ma con una lentezza e con un minimalismo che spesso mi restano incomprensibili.
Tra le aziende occidentali ci sono quelle che hanno sospeso le proprie attività in Russia per dei motivi reputazionali. Alcune altre (o, in parte, le stesse) aziende hanno interrotto i propri rapporti commerciali con lo Stato russo: a volte per non essere colpite dalle sanzioni occidentali, a volte per gli stessi motivi reputazionali.
E poi ci sono delle aziende occidentali che continuano a vendere in Russia e allo Stato russo, contribuendo, nel loro piccolo, alla continuazione della guerra. Proprio nel secondo anniversario dell’inizio della grande guerra in Ucraina volevo segnalarvi un articolo dedicato a uno di quegli fenomeni: l’indagine sulla Beretta che continua a importare i propri prodotti – in migliaia di esemplari – in Russia nonostante il divieto in vigore dal 2014.
Molto probabilmente vi è capitato di leggerne qualcosa, ma ci sono delle cose che meritano di essere ricordate.


Lo yacht “Scheherazade”

È stato varato lo yacht «Scheherazade», il cui proprietario reale, secondo i collaboratori del politico-investigatore Alexei Navalny, sarebbe Vladimir Putin. Il fatto del ritorno sull’acqua è stato comunicato in un video dal canale YouTube «eSysman SuperYachts» (un canale YouTube gestito da ex e attuali membri dell’equipaggio delle varie superyacht).

Va ricordato che all’inizio di maggio 2022, lo yacht «Scheherazade» era stato fermato nel porto italiano di Marina di Carrara, in Toscana. Le autorità italiane hanno affermato che il proprietario dello yacht era legato alle autorità russe. Se «Scheherazade» dovesse scappare – indipendentemente dal fatto che sia mai stato utilizzato o meno da Putin – sarà una cosa non bellissima.


Non aspettare l’impossibile

Non ho molta voglia di commentare la prank call fatta alla Giorgia Meloni da quei due provocatori che da oltre dieci anni fanno i loro «scherzi» telefonici sempre – ovviamente per puro caso – a favore del Cremlino. In Italia è già stato scritto più o meno tutto il possibile su questo grande fallimento tecnico italiano. Però è una buona occasione per fare una importante precisazione sul modo di seguire la guerra in Ucraina.
Nel corso della suddetta telefonata Meloni avrebbe pronunciato la frase «La controffensiva dell’Ucraina non sta andando come ci si aspettava», inserendola in un discorso non limitato a una sola espressione. Non è assolutamente la prima e, purtroppo, non è l’ultima a esprimere pubblicamente un concetto del genere. Ed è un grosso problema: la gente – indipendentemente dal grado di istruzione, dalla posizione sociale, dalla professione esercitata o dall’incarico ricoperto – continua a usare il termine controffensiva in un modo assolutamente inappropriato. Avrà imparato dai giornalisti incompetenti e/o interessati solo ai titoli «forti»? Ora non importa.
L’importante è il fatto che una controffensiva è una risposta immediata all’attacco altrui. Uno ti da un pugno in faccia, e tu lo ricambi subito, in quel momento (invece di iniziare a rincorrerlo, aspettarlo sotto la casa sua etc.). Oppure i militari altrui si avvicinano alla tua capitale, ma dalla città escono di corsa delle truppe di riserva che in poche ore o giorni rispingono l’avanzata del nemico. Una controffensiva è un tipo ben determinato di risposta.
Quello vediamo sul fronte ucraino da oltre un anno non è una controffensiva. È una guerra quasi di posizione con tutte le sue caratteristiche che possiamo osservare quotidianamente: quindi un processo e non una azione. Se da un processo ti aspetti gli effetti tipici di una azione, per forza ti stanchi e ti deludi. Ma è un problema tuo, non di chi si sta difendendo in una guerra.
L’esercito ucraino non è stato capace di condurre una controffensiva a febbraio/marzo 2022. Noi non possiamo criticarlo per tale incapacità: quanti altri eserciti avrebbero potuto affrontare una simile disproporzione di forze come lo ha fatto e lo sta facendo l’esercito ucraino? Secondo me pochissimi. I Governi occidentali (compreso quello di Giorgia Meloni) hanno fatto abbastanza per far durare di meno questa guerra? A me sembra che si limitino a fare ciò che permetta all’Ucraina non perdere subito.
Uno dei passi importanti verso la fine della guerra in Ucraina – quella fine nella quale spero io – consiste nello smettere di aspettare gli effetti di una controffensiva da una guerra. Dunque, smettere anche di ingannare sé stessi e gli altri con l’uso del termine inappropriato controffensiva.


Lo scrivo ora, prima che mi sia dimenticato di farlo o che sia passato troppo tempo: ieri pomeriggio mi è capitato di partecipare a un workshop di alcuni ricercatori di statistica della mia Facoltà… Capisco che già la notizia della mia partecipazione a un evento del genere risulta, per alcuni di voi, una bella barzelletta, ma sono appena all’inizio di un racconto che in realtà riguarda degli argomenti seri…
Volevo raccontarvi di avere appreso, nel corso del suddetto workshop, una serie di informazioni interessanti. Per esempio, oggi potrei condividere con tutti coloro che si ricordano ancora della pandemia del Covid-19 il link di una sezione del sito del laboratorio di ricerca «spsTREND». Il gruppo svolge delle ricerche anche quantitative con dei risultati a volte curiosi e non scontati. Così, studiando il malessere psicofisiologico durante la pandemia in Italia il gruppo ha scoperto che con un grado di coinvolgimento personale basso le donne hanno reagito al fenomeno della pandemia in modo «più pesante» degli uomini (questo dato sembra confermare alcuni stereotipi). Mentre con il crescere del grado di coinvolgimento personale (quando tra i familiari si scopre un positivo, un ricoverato o, il grado massimo, un deceduto) la «pesantezza» della reazione maschile raggiunge presto quella femminile. Allo stesso modo, i giovani tra i 18 e i 39 anni risultano «spensierati» finché va tutto bene, ma vanno velocemente «in panico» come le persone più anziane quando vengono a sapere di un positivo, un ricoverato o, il grado massimo, un deceduto in famiglia… Le persone della fascia d’età più elevata (tra quelle impostate dal gruppo di ricerca), invece, quasi non cambiano la propria reazione con crescere della gravità della situazione.

Insomma, è ricerca interessante, lo sono pure alcune altre. Sarebbe curioso applicare lo stesso metodo di ricerca anche ad altri fenomeni del periodo storico corrente.