I leader dell’UE sono scontenti dell’accordo tra Trump e Putin sulle forniture di gasolio russo agli USA: ritengono, logicamente, che tale accordo minacci il regime delle sanzioni e consenta al Cremlino di continuare la guerra contro l’Ucraina. Trump, in risposta, sostiene che gli stessi europei, dall’inizio della guerra, abbiano già pagato a Mosca 250 miliardi di dollari per le risorse energetiche.
E da qui è iniziata una disputa a distanza.
La Russia – per bocca del vice primo ministro Aleksandr Novak – sostiene di aver ricevuto dall’Unione Europea, dal marzo 2022 al settembre 2026, 320,7 miliardi di dollari per le forniture energetiche.
Dividiamo 320,7 miliardi per 4,5: otteniamo 72,27 miliardi all’anno e teniamo a mente questa cifra.
L’UE – per bocca di un rappresentante anonimo della Commissione europea – sostiene che da marzo 2022 a luglio 2026 la Russia abbia fornito all’UE risorse energetiche per un valore di 209 miliardi di dollari USA (197 miliardi di euro).
Dividiamo 197 miliardi per 4,25: otteniamo 46,35 miliardi all’anno e teniamo a mente questa cifra.
Prima della guerra, nel 2021, secondo i dati ufficiali di Eurostat, l’Unione Europea ha pagato alla Russia 99 miliardi di euro per le risorse energetiche.
Confrontiamo entrambe le cifre ottenute sopra con i 99 miliardi di euro.
È chiaro che una parte delle risorse energetiche russe finisce comunque sul mercato mondiale. Ma vi arriva a prezzi più bassi e con costi di trasporto e assicurazione più elevati. E la Russia ha perso quasi completamente un acquirente stabile e redditizio (l’UE). Tuttavia, il vice primo ministro Aleksandr Novak sta cercando di compiacere Putin e di presentare l’entità delle perdite come leggermente meno impressionante.
L’archivio della rubrica «Russia»
Nel frattempo, i droni ucraini hanno un nuovo obiettivo:
Spero che Trump non si interessi pure di questo.
Ci sono degli argomenti che non meritano di essere lasciati senza una giusta continuazione: per esempio, il caso di peste polmonare in Russia.
Igor Kobzev, il governatore della regione russa di Irkutsk, ha annunciato ieri sera la revoca della quarantena e la conclusione di tutte le misure preventive avviate dopo che una dipendente dell’Istituto antipeste di Irkutsk si era ammalata di polmonite extramurale. I medici hanno inoltre tolto dal periodo di osservazione tutte le persone che erano entrate in contatto con la ragazza deceduta. Daria Shipilova, una ricercatrice ventottenne dell’istituto, è deceduta nell’ospedale di Shelekhov nella notte tra l’1 e il 2 ottobre. Secondo quanto riportato dal media «Ljudi Baikala», il 25 settembre aveva rotto in laboratorio una provetta contenente l’agente patogeno della peste polmonare. L’ospedale è stato messo in quarantena e circa 200 persone sono state isolate nel centro Covid.
In base a quello che ho sentito dai biologi, la suddetta scelta amministrativa è sensata: se in otto giorni non ci sono altri casi, si potrebbe anche dire che non c’è più il rischio di qualcosa che sembri una epidemia. Per sicurezza si poteva, forse, aspettare qualche giorno in più, ma pure la necessità di rassicurare la gente ha una sua importanza…
Ecco, conoscendo il modo di fare dei funzionari russi, posso sottolineare che troppo spesso tentano di rassicurare la gente semplicemente nascondendo o ignorando l’esistenza di un problema. Di conseguenza, dobbiamo essere noi ad aspettare e rimanere attenti per qualche giorno.
Nel frattempo, è curioso notare che ai cittadini statunitensi nei giorni scorsi era stato raccomandato di lasciare la Russia e annullare i viaggi programmati: anche se le raccomandazioni del genere sono «attive» già dall’inizio della guerra in Ucraina. Molto probabilmente, la peste era solo un pretesto per richiamare gli ultimi americani che rischiano ancora più del solito di diventare degli ostaggi di Putin: sempre nei giorni, infatti, si era parlato di un ipotetico scambio «la liberazione dei detenuti politici in Russia per l’annullamento di alcune sanzioni contro la Russia».
La Reuters, citando i dati del Ministero delle Finanze e della LSEG, riferisce che le entrate del bilancio russo derivanti dal settore petrolifero e del gas nei primi nove mesi del 2026 sono diminuite del 17%, nonostante il forte aumento del prezzo del petrolio russo. Le cause sarebbero da ricercarsi nel calo della produzione e delle esportazioni a causa della guerra e degli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere, nonché nel rafforzamento del rublo. Da gennaio a settembre, il gettito fiscale derivante dalla produzione di petrolio e gas è stato pari a 5,47 trilioni di rubli (64,43 miliardi di dollari) contro i 6,61 trilioni di rubli dello stesso periodo del 2025. Il settore petrolifero e del gas rappresenta circa il 20% del gettito fiscale del bilancio russo.
La notizia è certamente interessante, ma non infonde affatto ottimismo. Perché ciò che è negativo per l’economia russa, in questo preciso momento, non avrà alcun impatto sulla guerra in Ucraina. Lo Stato, per poter continuare la guerra, aumenterà sempre più le tasse e ridurrà i servizi forniti, al fine di compensare le entrate non percepite dal settore petrolifero. E poiché in ogni Paese c’è sempre una certa attività economica, sarà possibile continuare così per un periodo abbastanza lungo.
È interessante, poi, chiedersi come alcune figure al vertice dello Stato russo immaginino il futuro postbellico: oltre a dover ricostruire la propria economia (che si troverà in condizioni molto gravi), dovranno anche pagare le riparazioni all’Ucraina (o ricostruirla, se per qualche strana ragione dovesse arrendersi).
Leggo che nella notte tra giovedì e venerdì 2 ottobre, presso l’ospedale distrettuale di Shelekhov, nella regione russa di Irkutsk, è deceduta a causa della peste una donna di 28 anni. Il capo della vicina Buriazia, Aleksey Tsydenov, ha confermato che la causa del decesso è stata proprio la peste. La giovane si chiamava Daria Shipilova, aveva 28 anni, come hanno potuto appurare i giornalisti del media «Ludi Baikal». Lavorava come laboratorista presso l’Istituto anti-peste di Irkutsk. Il 25 settembre Shipilova ha rotto una provetta contenente l’agente patogeno della peste polmonare; poco dopo si è sentita male ed è stata ricoverata dall’ambulanza all’ospedale di Shelekhov. È rimasta lì per tre giorni ed è deceduta nella notte tra il 2 e il 3 ottobre.
«È probabile che il numero di persone con cui la ragazza è entrata in contatto fosse a tre cifre», ritiene il giornalista di Irkutsk Pavel Stepanov. Gli abitanti di Shelekhov hanno già notato per le strade persone in tute protettive, mascherine e guanti. Inoltre, i cittadini hanno riferito che le mascherine venivano distribuite negli asili.
Secondo i medici, la peste viene curata con dosi elevate di antibiotici, che possono causare gravi disturbi all’organismo, ma non portano alla morte. Esistono due forme di peste: quella bubbonica e quella polmonare. La peste bubbonica si contrae attraverso il morso di un roditore e non si trasmette da persona a persona. La forma polmonare, invece, si trasmette da persona a persona ed è estremamente contagiosa.
Per me è ancora poco chiara la storia sulla provetta rotta. La tipa ha rotto una provetta contenente gli agenti patogeni della peste polmonare e, in seguito, le persone con cui è entrata in contatto sono state centinaia? Eppure, sapeva bene con cosa stesse lavorando. Perché, dopo aver rotto la provetta, non è stata immediatamente messa in quarantena? Boh…
In ogni caso, mentre cerco di comprendere cosa stia succedendo nella lontana Irkutsk, nella mia testa emergono dei ricordi «belli» dei tempi non particolarmente remoti.
L’altro ieri mi era capitato di scrivere della elezione del vecchio-nuovo Presidente della Duma russa Vyacheslav Volodin.
Oggi, nella rubrica del sabato, trovo logico consigliare un articolo che riassume la carriera politica del personaggio dagli inizi ai giorni nostri. Formalmente ha uno dei principali incarichi dello Stato: a qualcuno sarà utile conoscerllo un po’ meglio.
P.S.: nel caso specifico di Vyacheslav Volodin sarebbe pienamente giustificato utilizzare in un modo dispreggiativo il termine che indica il suo… ehm… orientamento non politico (non pubblicizzato, ma largamente noto in Russia), ma nel mondo contemporaneo è un tipo di critica un po’ fuori moda.
I deputati della neo «eletta» Duma di Stato russa della nona legislatura hanno eletto Vyacheslav Volodin alla carica di Presidente durante la prima seduta plenaria. È diventato presidente della camera bassa del parlamento per la terza volta consecutiva.
A favore di questa decisione hanno votato 406 deputati su 442 presenti (in totale la Duma è composta da 450 deputati). Volodin è stato candidato alla carica dal partito «Russia Unita».
Il dato statistico meno rilevante è: Vyacheslav Volodin ricopre la carica di Presidente dal 2016. In precedenza, era stato Presidente della Duma di Stato della settima e dell’ottava legislatura. Nelle ultime elezioni è stato eletto alla Duma come deputato uninominale della circoscrizione elettorale di Saratov. Volodin è stato il primo presidente della Duma di Stato a guidare la camera bassa del Parlamento per più di due mandati consecutivi.
Il dato statistico più rilevante è: la prima seduta plenaria della Duma di Stato si è tenuta mentre non sono ancora stati pubblicati, nonostante la data della scadenza ufficiale già passata, i risultati completi delle «elezioni» del 18–20 settembre (per esempio, manca la regione del San Pietroburgo).
Valutate voi quale dei due dati statistici vi è più utile per comprendere il livello della democrazia nella Russia attuale.
L’articolo condiviso questo sabato non contiene alcun concetto sconosciuto alla maggioranza dei lettori, ma riporta una serie di dettagli che permetto di aggiornare leggermente le conoscenze già esistenti alla situazione del 2026.
Insomma, parla di come e perché le «elezioni» parlamentari russe del 2026 sono state le più false di sempre. In realtà è una frase si ripete dopo tutte le elezioni russe degli ultimi 26 anni, ma conosco ancora alcuni italiani che non immaginano la gravità della situazione.
Ma, indipendentemente dal vostro livello di conoscenza dell’argomento in generale, potete provare ad aggiornarvi sulle frodi elettorali vere, quelle che «dal vivo» non vedrete mai.
Il servizio russo della BBC riferisce che a Sochi, sul sito della residenza di Putin «Bocharov Ruchey» demolita, sta per essere conclusa la costruzione di un nuovo complesso. Nelle immagini satellitari scattate nell’autunno del 2026 sono già visibili i tetti dei nuovi edifici. La demolizione della vecchia residenza «Bocharov Ruchey» era iniziata nel 2024 e già nel settembre del 2025 al suo posto era stata scavata la fossa di fondazione.
Ma ciò che mi ha incuriosito di più non è stato quanto sopra. Diversi media hanno più volte riportato nel corso degli anni che, nel complesso, il numero di visite di Putin a Sochi si è notevolmente ridotto a causa degli attacchi dei droni ucraini nel sud della Russia: nel periodo 2024–2025 ha visitato la città solo quattro volte. Della passione di Putin per le residenze lussuose (lussuose secondo la sua concezione) ne sappiamo già da molti anni: ne sono state costruite diverse in varie parti della Russia, non solo nella sua amata Sochi.
A questo punto ho una domanda: è realmente convinto che, ancora durante la sua vita, gli attacchi dei droni ucraini cesseranno e che lui continuerà ad avere la possibilità di godersi le sue residenze? Cioè, è sicuro che o vincerà la guerra, o almeno rimarrà al potere qualunque sia l’esito della guerra?
Direi che è il più grande ottimista del mondo!
Del suo distacco dalla realtà lo sapevamo già. Del fatto che, nella sua testa in particolare, non ci sia ancora alcun panico né alcun dubbio nelle proprie forze, l’ho accertato ora.
Reuters ed Euronews riferiscono che i rappresentanti permanenti dei Paesi dell’UE hanno concordato di escludere dall’elenco delle sanzioni due miliardari russi: il fondatore di USM Holdings, Alisher Usmanov, e il cofondatore di «Alfa Group», Mikhail Fridman. Le sanzioni nei confronti delle restanti tremila persone e società presenti nell’elenco europeo sono state prorogate di ben tre anni.
Conoscendo i due personaggi menzionati, posso dire che nel caso di Fridman la revoca delle sanzioni mi sembra un po’ più comprensibile, mentre nel caso di Usmanov un po’ meno. In ogni caso, ci si può congratulare con i loro avvocati per l’ottimo lavoro svolto. E all’UE si può ancora una volta fare i complimenti per uno dei più grandi errori commessi all’inizio della guerra in Ucraina: era necessario esentare subito dalle sanzioni i ricchi russi, finché erano disposti a fuggire, almeno con una parte dei loro soldi e delle loro capacità imprenditoriali, da Putin impazzito.
Ma la cosa più importante che volevo scrivere in merito alla revoca delle sanzioni nei confronti di due miliardari russi, è un’idea che ho sentito di recente in un’intervista all’economista russo Vladislav Inozemtsev (è uno di quelli normali). L’idea è semplice, interessante e, a differenza di quella già trascurata dall’UE, applicabile in qualsiasi momento. L’UE o qualsiasi Paese non appartenente a essa può iniziare a revocare le sanzioni nei confronti di singoli miliardari e funzionari russi, anche se scelti a caso. E non importa se in seguito abbandoneranno Putin o cercheranno di restare al suo fianco con i propri beni russi: ciò che conta è che prima loro, e poi tutti gli altri, comincino a essere sospettati di avere legami con l’estero (del tipo: «perché mai sono stati graziati dagli europei?»). Proprio questi sospetti accelereranno il crollo dell’attuale regime russo.
Non so dire se ho compreso e riassunto correttamente l’idea, ma penso che si possa approfondirla e trasmetterla alle persone giuste. Da parte mia, potrei provare a iniziare da un mio conoscente eurodeputato, ma sono sicuro che ad altri riusciranno meglio queste iniziative (il mio conoscente è una persona con le sue grandi particolarità).



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