Alle elezioni politiche armene del 7 giugno il partito «Contratto Civico» dell’attuale premier Nikol Pashinyan ha ottenuto il 49,81% dei voti, conquistando 61 seggi su 105 in Parlamento. Questo significa, tra le altre cose, che la propaganda russa — particolarmente nel corso della campagna elettorale armena — ha fallito il proprio obiettivo di far vincere la parte filo-russa della opposizione.
Dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni, l’amministrazione presidenziale della Federazione Russa ha «raccomandato» ai media statali e filo-governativi di sottolineare nei propri articoli / video / trasmissioni audio che il partito di Pashinyan ha ottenuto meno del 50% dei voti alle elezioni e mettere, in tal modo, in dubbio la sua legittimità.
Questo rapporto con l’obiettivo mancato non solo illustra i modi della propaganda statale russa. Illustra anche la visione un po’ perversa di certi personaggi del concetto della vittoria elettorale: secondo loro o prendi la maggioranza dei voti o non hai vinto. Provate a confrontare il 49,81% del partito di Pashinyan con le vittorie elettorali in Italia degli ultimi decenni: vi renderete conto di avere ora a disposizione una nuova barzelletta politica.
L’archivio della rubrica «Russia»
Al Forum «economico» «internazionale» 2026 di San Pietroburgo (si è svolto dal 3 al 5 giugno) è stato organizzato, tra le altre cose, un incontro arti marziali miste tra robot russi. È stato pure costruito un apposito ottagono… Ed è stato uno spettacolo sconsigliato ai bambini e alle persone che si impressionano facilmente: fiumi di sangue olio, cavi strappati, componenti staccate etc.
Uno spettacolo degno di una superpotenza.
Come forse ricorderete, nel febbraio 2023 l’UE ha annunciato l’istituzione del Centro internazionale per il perseguimento del crimine di aggressione contro l’Ucraina (ICPA). E a metà maggio di quest’anno (il 2026) ben 36 Stati e l’UE hanno ufficialmente confermato l’intenzione di partecipare alla creazione di un Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, il quale dovrebbe iniziare la sua attività l’anno prossimo all’Aia.
Io, fino a ieri, non sapevo (o avevo completamente dimenticato? boh…) che il Cremlino ha già da tempo – dal 1° marzo 2023 – una sua risposta simmetrica al suddetto Tribunale: il cosiddetto Tribunale pubblico internazionale sui crimini dei neonazisti ucraini e dei loro complici (MOTPUNIP), istituito presso la Camera pubblica della Federazione Russa (formalmente, un organo consultivo e deliberativo istituito per favorire l’interazione tra cittadini, associazioni civiche e autorità pubbliche). Il «Tribunale» è composto da 72 persone. Comprende molti finti stranieri che vivono da tempo in Russia, criminali e, propriamente, neonazisti.
A me, un attento osservatore di quello che sta succedendo da oltre quattro anni, è sembrato interessante leggere di questo circo cretino. Spero che sia interessante anche per voi.
Ieri, in occasione del 50-esimo compleanno di Alexey Navalny, i suoi collaboratori hanno presentato il suo archivio: su un unico sito hanno raccolto le sue inchieste, i suoi testi, le fotografie, i video, le trasmissioni sui media, i post, le interviste, i documenti e molto altro ancora.
Secondo la mia impressione personale, gli stessi collaboratori di Navalny hanno quasi completamente perso di vista il senso di ciò che Navalny ha fatto e detto negli ultimi anni della sua vita (la maggioranza schiacciante degli occidentali non lo sa, ma i collaboratori di Navalny, pur restando in opposizione al regime di Putin, ultimamente fanno e dicono delle cose di gusto molto dubbio), ma questo è un loro problema, non nostro. E nonostante tutto, un grande grazie a loro per averci almeno dato l’opportunità e il motivo di ricordare ancora una volta perché e per quale motivo non dobbiamo mai arrenderci. Ovunque ci troviamo e qualunque strumento abbiamo a disposizione.
E un grazie ancora più grande va ad Alexey Navalny, al quale anche adesso, a distanza non solo fisica, faccio gli auguri di compleanno appena trascorso.
All’inizio avevo pensato che fosse uno scherzo. E invece no: Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha realmente dichiarato che la guerra militare speciale continua, affinché non vi siano attacchi (ucraini) contro le città russe.
Quando non c’era la guerra militare speciale, non c’erano nemmeno attacchi contro le città russe. E finché ci sarà la guerra militare speciale, continueranno pure gli attacchi contro le città russe. Penso che questa logica semplicissima sia comprensibile anche a Peskov e al suo capo. Ed è proprio questa supposizione che mi porta a concludere che a Peskov sia stato incaricato di dichiarare che la guerra militare speciale continuerà, se non per sempre (nei limiti della esistenza di Putin su questo pianeta), almeno fino al completo esaurimento delle forze di almeno una delle parti in guerra. Putin, a quanto pare, a volte pensa ancora di avere più risorse della Ucraina. Non vorrei che i Paesi occidentali che aiutano l’Ucraina rafforzassero in qualche modo questa sua convinzione.
Stavo per perdermi una notizia di portata mondiale! Oggi è il primo giorno del SPIEF-2026 (Forum economico internazionale di San Pietroburgo 2026). Questo evento dovrebbe rendere particolarmente felice Putin, un grande amante dei rituali consolidati da tempo: non importa quale sia il contenuto residuo del rituale, l’importante è che si ripeta in modo costante. La stabilità è al di sopra di tutto.
Inoltre, per Putin è molto importante che al Forum siano presenti, come in altri eventi di facciata per lui importanti, rappresentanti di altri Stati. Per quanto strano possa sembrare, pochi media hanno cercato di pubblicare un elenco completo degli ospiti stranieri del Forum… Eppure si sarebbe potuto ottenere un testo avvincente sull’ennesimo raduno della feccia VIP della società occidentale.
L’elenco meno breve che ho trovato finora è questo:
– i deputati del Bundestag di «Alternativa per la Germania» Markus Fronmaier e Steffen Kottre, nonché il capo della sezione sassone dell’AdG, il deputato del Landtag Jörg Urban;
– l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, da molti anni un agente pagato di Putin;
– il blogger americano misogino Andrew Tate;
– l’attivista e blogger americana Candice Owens, che diffonde varie teorie complottistiche (per esempio quella secondo cui Brigitte, moglie del Presidente francese Emmanuel Macron, sarebbe una donna transgender).
Ma sono certo che ci saranno anche altre persone molto interessanti. Attendo con impazienza le relative notizie.
Che l’articolo del sabato di questa volta sia l’inchiesta di The Insider su chi sta creando le numerose fake news che circolano alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno in Armenia (un altro Stato potenzialmente a rischio).
L’articolo è interessante non solo per la descrizione della lotta per il potere «giusto» nel Paese vicino, considerato «proprio» da certi personaggi a Mosca, ma anche perché ci ricorda ancora una volta che in realtà al Cremlino si comprende e si apprezza l’importanza di uno strumento democratico come le elezioni.
Purché le elezioni vere non si tengano in Russia.
Il Dipartimento dell’Istruzione della regione di Tomsk (una città russa della Siberia occidentale) ha spiegato il divieto di indossare abiti con scritte in lingua straniera, adottato in diverse scuole della regione:
Oggi le menti ancora immature dei bambini e degli adolescenti sono sottoposte a una forte pressione informativa. Con il pretesto della moda, di uno scherzo o di una frase innocua, al bambino possono essere trasmessi significati estranei e pericolosi. Cedendo a tale influenza, senza rendersene conto, può indossare un capo con una stampa estremista o uno slogan distruttivo.
Spero che questo sia solo il primo passo di un lungo percorso e che presto dalle scuole russe (non solo quelle di Tomsk) scompaiano le scritte che tradizionalmente contengono le lettere straniere Z e V, e che da lì in poi la tendenza vada nella direzione giusta, fino alla completa eradicazione di tutto ciò che è estremista e distruttivo…
No, è ancora troppo presto per sperarlo: si può solo sognare.
Il 23 maggio il regista Andrej Zvjagintsev, che ha ricevuto il Grand Prix del 79º Festival di Cannes per il film «Minotaur», si è rivolto dal palco a Putin:
C’è una persona alla quale oggi vorrei rivolgermi a nome mio personale. Non usa una VPN per seguire questa cerimonia in diretta. Sono certo che in questo momento abbia questioni molto più importanti da risolvere. E so che nel suo entourage ci sono persone che sanno come fargli arrivare queste parole.
Milioni di persone, da entrambe le parti della linea del fronte, oggi desiderano una cosa sola: che finalmente cessino gli innumerevoli omicidi di esseri umani. E l’unica persona che può fermare questo tritacarne siete voi, signor Presidente della Federazione Russa. Mettete fine a questo massacro. Il mondo intero lo aspetta. Grazie a tutti.
Il 25 maggio il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato durante un briefing con i giornalisti che personalmente non trasmetterà le parole di Zvjagintsev. E ha spiegato:
Zvjagintsev non ha mai condannato il sanguinoso massacro organizzato dal regime di Kiev nel Donbass. A partire dal 2014, quando è iniziata la guerra: se allora lo avesse fatto, probabilmente avrebbe avuto il diritto di parola. Ma adesso questo diritto non ce l’ha.
Lo stesso giorno il media Meduza ha chiesto a Zvjagintsev di commentare le parole di Peskov. Ecco cosa ha risposto:
Sì, è assolutamente vero: non ho diritto di parola, così come oggi non ce l’hanno centinaia di milioni di russi. Perché voi non avete mai ascoltato la loro voce. «Bandar-log» chiamavate i vostri concittadini già nel 2008. E nel 2011. E anche in quel menzognero 2014. E poi, fermata dopo fermata, si è continuato così.
Ed ecco che il nostro potente treno comune si avvicina ormai alla stazione «vicolo cieco». E ora – a mio modesto parere – l’unica cosa giusta, razionale e perfino salvifica per un intero paese sarebbe non perdersi in chiacchiere e deviazioni; non rivolgere ai cittadini la domanda ipocrita del 2022: «Dove siete stati negli ultimi otto anni?». Ma agire qui e ora: porre fine a questa guerra insensata e spietata.
Davanti a noi non ci aspettano altro che dolore e lacrime; delusione e apatia depressiva; arti strappati ai vostri concittadini in nome di un obiettivo fantasma; l’eliminazione di giovani di cui il paese avrebbe bisogno per costruire la vita e il futuro. Non ci aspetta nulla di buono, se non ci fermiamo.
Secondo me è abbastanza evidente che proprio il discorso di Zvjagintsev sia stato riferito immediatamente a Putin – non stiamo parlando di qualche notizia sugli insuccessi dell’esercito russo, che potrebbe turbare il «nonno del bunker». Ma né Putin né il suo portavoce sembrano aver ancora capito una cosa importante. È proprio Zvjagintsev ad avere non solo il diritto di parlare pubblicamente, ma anche una possibilità molto più grande di essere ascoltato rispetto a loro due: dopo l’ennesimo premio ricevuto a Cannes, l’interesse e il rispetto nei confronti di Zvjagintsev nel mondo non potranno che crescere.
Mentre Putin e Peskov continueranno a fare smorfie e sceneggiate.
Questa volta nomino l’articolo della settimana una raccolta di storie di ucraini che hanno scontato la pena in carceri russe per reati penali e che in seguito si sono ritrovati di fatto prigionieri in Russia.
Allo Stato russo non basta tenere questi prigionieri in pessime condizioni: molti di loro vengono anche tentati a firmare un contratto con l’esercito russo e a partire per la guerra contro l’Ucraina. E questa è una storia interessante sui destini umani: si può diventare criminali per molte ragioni, ma prigionieri di uno Stato che si comporta peggio di qualsiasi criminale si può diventare solo per una sfortuna particolarmente grande.



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