L’archivio della rubrica «Russia»

La lettura del sabato

Non sono sicuro che degli argomenti come questo in Europa se ne parli molto, soprattutto di questi tempi, ma la mattina del 30 ottobre la redazione dell’ex giornale «Novaya Gazeta» ha annunciato la propria chiusura. Il giorno prima i giornalisti avevano riferito che la redazione sarebbe stata sfrattata dall’ufficio in Potapovsky Pereulok, nel centro di Mosca, dove il giornale aveva operato per 29 anni. Negli ultimi anni «Novaya» è riuscita miracolosamente a continuare a operare dalla Russia, nonostante le perquisizioni, i blocchi, la revoca della registrazione del giornale, il processo farsa contro l’investigatore Oleg Roldugin e la designazione del giornale stesso come «agente straniero» (un titolo discriminatorio per nulla simile a quello statunitense).
Sono un po’ più sicuro del fatto che l’evento di cui sopra sia l’ultimo (o uno degli ultimissimi) passo formale verso l’applicabilità al regime putiniano del termine totalitarismo. Se proprio dovessimo avere bisogno di formalità…
In qualità della «lettura del sabato», dunque, propongo l’intervista del caporedattore della «Novaya Gazeta», Sergej Sokolov, che ha lavorato per la testata sin dalla sua fondazione nel 1993. Nella intervista al media «Bereg» ha raccontato come la redazione abbia affrontato gli ultimi anni, cosa abbia rappresentato l’ultima goccia e quali siano i piani dei giornalisti per il futuro.


Poveri “coscritti”

Ieri Elon Musk ha pubblicato una delle sue iksate:

The endless slaughter of Ukrainian and Russians must stop.
We should some sympathy for the poor Russian conscripts too. Those kids have no choice but to fight and die in drone strikes.

Avrei potuto presumere che Musk, semplicemente, non è tanto aggiornato: i coscritti russi venivano mandati, indipendentemente dalla loro volontà, in guerra in Cecenia perché quest’ultima veniva considerata un territorio dello Stato russo (venivano mandati anche in Afghanistan negli anni ’80, ma era un’altra epoca con le sue logiche diverse). La guerra in Ucraina, invece, viene considerata una guerra sul territorio estero pure dai dirigenti dello Stato russo (curioso, vero?), dunque loro non si sentono in grado di violare almeno questa propria legge: quella che vieta di mandare i coscritti a combattere all’estero.
Ma mi sembra strano che sia così poco aggiornato. Mi sembra più probabile che scriva le cose che in questo momento storico sono utili a Trump.
Quello che Musk difficilmente non può non sapere è il fatto che tutti quei russi che a partire dal 2022 vanno a combattere in Ucraina firmano, non essendo dei militari di professione, un contratto con il Ministero della «Difesa» russo. In base a quel contratto prendono 200 mila rubli di stipendio mensile, una grossa somma per il solo fatto della firma del contratto (questa varia in base alla regione della loro provenienza e può arrivare anche a 5 milioni di rubli) e garantiscono, quando vengono fisicamente eliminati dall’esercito ucraino, un altro paio di milioni di rubli alla propria famiglia. Attualmente un euro vale 90 rubli. Provate a valutare voi quanto sono «poveri» i tanto cari a Musk «coscritti» russi.


Il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha confermato che Mosca e Washington «stanno conducendo un dialogo» sul rilascio dei detenuti dalle colonie penitenziarie russe. Secondo Ryabkov, le discussioni si svolgono «attraverso i canali dei servizi segreti» e nel dialogo sono coinvolti «gli organismi competenti». Non ha fornito ulteriori dettagli, compresi i nomi dei possibili candidati da inserire nelle liste di scambio. In precedenza, a settembre, la rivista The Atlantic aveva riferito che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva sostenuto l’idea di allentare parte delle sanzioni contro la Russia in cambio del rilascio dei prigionieri politici.
In realtà, questa notizia dal contenuto molto vago ha un’applicazione pratica ben precisa. Se tra i vostri parenti, amici, conoscenti e colleghi privi di cittadinanza russa ci sono delle menti alternative che si trovano in Russia (o che hanno intenzione di andarci), spiegate loro che l’attuale Federazione Russa è il posto più pericoloso al mondo per loro. In qualsiasi scambio del tipo «detenuti in cambio della revoca delle sanzioni» o «detenuti in cambio di detenuti», i detenuti stranieri hanno il valore più alto di quelli russi: saranno loro che gli Stati Uniti cercheranno di liberare per primi, anche con il presidente Trump. Ciò significa che, per lo Stato russo, i detenuti stranieri diventano una merce particolarmente preziosa: più ne arresti, maggiore sarà la revoca delle sanzioni che potrai poi negoziare.
Per quanto possa sembrare strano, moltissime persone non comprendono questa semplicissima verità. Provate a spiegarlo almeno ai principali amanti del rischio tra le menti alternative.
Inoltre, potete ricordare che Trump non nasconde più di essere pronto ad aiutare Putin in tutto e per tutto.


Pensa di avere 10–20 anni

Cominciamo, come sempre, dal testo della notizia.
Presso il Centro per lo sviluppo sanitario della Scuola di gestione «Skolkovo» di Mosca è stato istituito un laboratorio sulla longevità: lì si studierà l’impatto dell’aumento dell’aspettativa di vita sulla sanità, sui mercati, sul mondo del lavoro e sulle politiche pubbliche. Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori proporranno soluzioni gestionali volte a migliorare la qualità della vita degli anziani. E la direttrice dell’Istituto medico-scientifico e formativo dell’Università Statale di Mosca, Maria Vorontsova, figlia di Putin, intervenendo al forum di «Skolkovo», ha affermato che finora la scienza ha compiuto pochi progressi nel risolvere la questione del prolungamento della vita umana oltre il «potenziale naturale fissato a 85–90 anni». Secondo lei, uno degli ostacoli che si frappongono ai ricercatori è il fatto che l’invecchiamento non sia considerato una malattia, e senza una diagnosi è impossibile condurre sperimentazioni cliniche sui farmaci. Tuttavia, secondo le previsioni di Vorontsova, tra 10–20 anni «la paura universale della morte» spingerà gli organizzatori del sistema sanitario ad affrontare questo problema.
Cosa possiamo dedurre da quanto letto? Prima di tutto, possiamo e dobbiamo capire che il 74enne Putin – il quale, come sappiamo dalle sue conversazioni intercettate, ha molta paura della morte – intende vivere ancora almeno dieci anni e mantenersi, alla fine di questo periodo, in condizioni adeguate per risolvere il proprio problema dell’invecchiamento. Da un punto di vista puramente biologico, i suoi piani potrebbero anche essere fondati: molti dei suoi antenati diretti hanno vissuto molto a lungo, mentre lui stesso sembra prendersi cura della propria salute e ricevere prognosi dai propri medici.
Nel suo caso, però, io non mi affiderei solo al fattore biologico. Anche se nessuno tentasse di «influenzare negativamente» la sua biologia (ma come si può esserne così sicuri?), il suo ambiente di vita potrebbe cambiare radicalmente nei prossimi anni, riducendo la sua vita a una semplice esistenza biologica. Non sono sicuro che lui sia così diverso dalla maggior parte di noi da intendere proprio questo per «vita lunga».


Non si vola

La sera e nella notte del 17 ottobre, a causa della minaccia di attacchi da parte di droni ucraini, gli aeroporti di Mosca hanno nuovamente imposto restrizioni sui voli in arrivo e in partenza. In totale, secondo i dati del tabellone online, sono stati ritardati o cancellati oltre 350 voli. Anche il giorno prima, negli aeroporti di Mosca, a causa della minaccia dei droni, erano stati ritardati almeno 200 voli.
Tutto questo perché già all’inizio di settembre Vladimir Zelensky aveva avvertito:

Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore, tutti coloro che ancora utilizzano i principali aeroporti russi: il cielo russo sta diventando completamente pericoloso. L’Ucraina non rappresenta una minaccia per l’aviazione civile in quanto tale – per nessun aereo civile. Semplicemente, nei cieli russi saranno presenti droni, ed è necessario esserne consapevoli. […] Noi in Ucraina non vogliamo che si perdano vite innocenti. Pertanto, avvertiamo i nostri partner: nei cieli russi non ci sono più momenti sicuri. È importante che lo sentano gli ambasciatori dei paesi che operano qui, in Ucraina, e gli ambasciatori che operano a Mosca. […] È importante che lo sentano le compagnie aeree interessate, che attualmente volano verso gli aeroporti, in primo luogo di Mosca, San Pietroburgo e altre destinazioni chiave della Russia. L’aviazione civile non ha posto tra i droni.

C’è un Vladimir che ha iniziato la guerra per «aumentare la sicurezza della Russia». C’è un Vladimir che è un grado di decidere se e quando si vola in sicurezza da per la Russia (più o meno tutti i voli internazionali importanti passano per Mosca). Sono due Vladimir diversi.


La lettura del sabato

Nella edizione odierna della rubrica metto un nuovo articolo sulle componenti cinesi nelle armi russe utilizzate per la guerra in Ucraina. In particolare, si si racconta di come la Cina fornisce i modem mesh per i droni, consentendo loro di penetrare in profondità nel territorio ucraino.
Non si tratta ancora del cosiddetto «sarà la Cina a dare tutto alla Russia», ma, comunque, è un contributo purtroppo rilevante. Purtroppo, Trump non si interessa di questi dettagli ahahaha


Dove colpire

La Reuters, citando le valutazioni di esperti militari e la propria analisi delle immagini satellitari, riferisce che la Russia ha quasi completato la costruzione di una nuova grande base per il lancio di droni a reazione nei pressi della città di Millerovo, nella regione di Rostov.
I lavori di costruzione procedono nel contesto degli attacchi con droni d’attacco a reazione lanciati dalla Russia, che si sono intensificati nelle ultime settimane. Per le forze ucraine è estremamente difficile intercettare questi velivoli ad alta velocità, in grado di raggiungere i 600 km/h.
Potete leggere da soli tutti i dettagli (se non l’avete ancora fatto), quindi io passo direttamente alle conclusioni. Più precisamente, a una conclusione banale che dovrebbe venire in mente a qualsiasi persona dotata di logica. Se i Paesi occidentali non hanno la possibilità o (o?) la voglia di organizzare forniture massicce di munizioni all’Ucraina, a questo punto si potrebbero ottimizzare gli sforzi e limitarsi a fornire un numero sufficiente di missili in grado di distruggere sul territorio russo obiettivi simili a quello in fase di completamento (vedi sopra). Questo alleggerirebbe il carico sulla difesa aerea ucraina e salverebbe un gran numero di vite ucraine. Inoltre, forse, questo farebbe piacere a Trump: dopotutto, contribuirebbe al rispetto dei vari «accordi» da parte di Putin.
Immagino che i negoziati su una soluzione di questo tipo siano già in corso, e pure da tempo.


L’entità delle perdite

I leader dell’UE sono scontenti dell’accordo tra Trump e Putin sulle forniture di gasolio russo agli USA: ritengono, logicamente, che tale accordo minacci il regime delle sanzioni e consenta al Cremlino di continuare la guerra contro l’Ucraina. Trump, in risposta, sostiene che gli stessi europei, dall’inizio della guerra, abbiano già pagato a Mosca 250 miliardi di dollari per le risorse energetiche.
E da qui è iniziata una disputa a distanza.
La Russia – per bocca del vice primo ministro Aleksandr Novak – sostiene di aver ricevuto dall’Unione Europea, dal marzo 2022 al settembre 2026, 320,7 miliardi di dollari per le forniture energetiche.
Dividiamo 320,7 miliardi per 4,5: otteniamo 72,27 miliardi all’anno e teniamo a mente questa cifra.
L’UE – per bocca di un rappresentante anonimo della Commissione europea – sostiene che da marzo 2022 a luglio 2026 la Russia abbia fornito all’UE risorse energetiche per un valore di 209 miliardi di dollari USA (197 miliardi di euro).
Dividiamo 197 miliardi per 4,25: otteniamo 46,35 miliardi all’anno e teniamo a mente questa cifra.
Prima della guerra, nel 2021, secondo i dati ufficiali di Eurostat, l’Unione Europea ha pagato alla Russia 99 miliardi di euro per le risorse energetiche.
Confrontiamo entrambe le cifre ottenute sopra con i 99 miliardi di euro.
È chiaro che una parte delle risorse energetiche russe finisce comunque sul mercato mondiale. Ma vi arriva a prezzi più bassi e con costi di trasporto e assicurazione più elevati. E la Russia ha perso quasi completamente un acquirente stabile e redditizio (l’UE). Tuttavia, il vice primo ministro Aleksandr Novak sta cercando di compiacere Putin e di presentare l’entità delle perdite come leggermente meno impressionante.


I data center bruciano

Nel frattempo, i droni ucraini hanno un nuovo obiettivo:

Spero che Trump non si interessi pure di questo.


Forse è già finita

Ci sono degli argomenti che non meritano di essere lasciati senza una giusta continuazione: per esempio, il caso di peste polmonare in Russia.
Igor Kobzev, il governatore della regione russa di Irkutsk, ha annunciato ieri sera la revoca della quarantena e la conclusione di tutte le misure preventive avviate dopo che una dipendente dell’Istituto antipeste di Irkutsk si era ammalata di polmonite extramurale. I medici hanno inoltre tolto dal periodo di osservazione tutte le persone che erano entrate in contatto con la ragazza deceduta. Daria Shipilova, una ricercatrice ventottenne dell’istituto, è deceduta nell’ospedale di Shelekhov nella notte tra l’1 e il 2 ottobre. Secondo quanto riportato dal media «Ljudi Baikala», il 25 settembre aveva rotto in laboratorio una provetta contenente l’agente patogeno della peste polmonare. L’ospedale è stato messo in quarantena e circa 200 persone sono state isolate nel centro Covid.
In base a quello che ho sentito dai biologi, la suddetta scelta amministrativa è sensata: se in otto giorni non ci sono altri casi, si potrebbe anche dire che non c’è più il rischio di qualcosa che sembri una epidemia. Per sicurezza si poteva, forse, aspettare qualche giorno in più, ma pure la necessità di rassicurare la gente ha una sua importanza…
Ecco, conoscendo il modo di fare dei funzionari russi, posso sottolineare che troppo spesso tentano di rassicurare la gente semplicemente nascondendo o ignorando l’esistenza di un problema. Di conseguenza, dobbiamo essere noi ad aspettare e rimanere attenti per qualche giorno.
Nel frattempo, è curioso notare che ai cittadini statunitensi nei giorni scorsi era stato raccomandato di lasciare la Russia e annullare i viaggi programmati: anche se le raccomandazioni del genere sono «attive» già dall’inizio della guerra in Ucraina. Molto probabilmente, la peste era solo un pretesto per richiamare gli ultimi americani che rischiano ancora più del solito di diventare degli ostaggi di Putin: sempre nei giorni, infatti, si era parlato di un ipotetico scambio «la liberazione dei detenuti politici in Russia per l’annullamento di alcune sanzioni contro la Russia».