Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino (dove Putin era con una visita di due giorni) la mattina del 20 maggio. Secondo quanto riportato dall’agenzia cinese «Xinhua», nel corso dell’incontro Xi Jinping ha affermato che la situazione internazionale rimane instabile e turbolenta e che stanno prendendo piede «le azioni unilaterali e l’egemonismo».
Non posso avere delle certezze assolute circa il senso reale di questa saggia affermazione di Xi Jinping, ma posso presumere che abbia mostrato uno humor asiatico molto sottile inteso gli USA… O qualcuno altro?
Ah, no: ha detto anche Cina e Russia contrasteranno assieme il militarismo e il fascismo. Allora era uno humor asiatico molto spesso. Mentre noi possiamo solo constatare il fatto che gli Stati della Cina e della Russia vivono un in un mondo parallelo al nostro e hanno avuto una storia alternativa a quella mondiale.
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La Reuters scrive che alla fine del 2025 la Cina ha addestrato in segreto circa 200 militari russi sul proprio territorio; alcuni di loro sono già partiti per combattere in Ucraina. L’accordo di addestramento era stato sancito dall’accordo russo-cinese firmato a Pechino il 2 luglio 2025 dagli alti ufficiali di entrambi gli Stati. Il documento prevedeva l’addestramento dei militari russi presso strutture a Pechino e Nanchino, ma anche la formazione di centinaia di militari cinesi nelle basi in Russia. L’accordo vietava espressamente qualsiasi copertura mediatica delle visite e obbligava le parti a non informare terzi. Il programma di addestramento poneva l’accento sull’uso dei droni, sulla guerra elettronica, sull’aviazione militare e sulle operazioni della fanteria motorizzata.
Potrebbe sembrare uno scambio reciproco di favori tra due Stati non certamente amici (l’osservazione della realtà quotidiana non ci permette di parlare della amicizia), ma che almeno sanno e vogliono collaborare. Ma in realtà non è uno scambio particolarmente equo.
Effettivamente, se i pochi ufficiali (in questo caso russi) vanno a studiare all’estero, significa che vanno a imparare qualcosa di particolarmente avanzato (dal punto di vista scientifico e tecnologico) che non possono imparare in patria. Se centinaia di militari (in questo caso cinesi) vanno a studiare all’estero, significa che vanno a imparare qualche materia di applicazione «di massa», dunque qualcosa di più semplice: per esempio, le abilità pratiche acquisite dai militari semplici sul campo. Da tutto questo possiamo dedurre due cose:
1) l’esercito cinese, avendo qualcosa da insegnare, è tecnologicamente più avanzato di quello che si proclama ancora «il secondo esercito del mondo»;
2) l’esercito cinese ci guadagna pure perché si arricchisce della esperienza altrui.
Sono due cose interessanti anche al solo livello teorico. Poi possiamo chiederci perché alla Cina serve la seconda.
I giornalisti dei media The Insider e Nordsint, inviando richieste alle aziende cinesi fingendo di essere acquirenti russi di beni destinati al settore militare russo, hanno scoperto che le aziende cinesi sono disposte a vendere componenti di importanza cruciale per la produzione di droni militari russi: nonostante il fatto che, secondo la legislazione cinese, a partire dal 2023 l’esportazione di tali beni sarà fortemente limitata.
Quasi come in una barzelletta:
«Holmes, come ha fatto a capire che quell’uomo era un assassino?»
«Elementare, Watson! Gli ho scritto una lettera con una domanda.»
[ho letto l’originale della barzelletta nel 2020 in un altro contesto, ma comunque triste]
Ma nell’indagine di cui sopra, non è tutto esattamente come nella barzelletta, poiché tutti i risultati dell’indagine «spionistica» sono documentati. E mi piacciono le indagini come questa, sia per i risultati che per la bella semplicità dei metodi.
The Washington Post, citando i dati delle dogane cinesi, scrive che durante l’estate del 2025 le forniture alla Russia di cavi in fibra ottica e batterie agli ioni di litio, nonché di altri componenti per l’assemblaggio di droni provenienti dalla Cina, sono aumentate notevolmente. Così, per esempio, i volumi delle forniture di cavi in fibra ottica hanno raggiunto livelli record prima a maggio (la lunghezza totale dei cavi era di circa 191 mila chilometri), poi a giugno (circa 209 mila chilometri) e ad agosto questa cifra è salita a 528 mila chilometri. In Ucraina, invece, secondo gli ultimi dati disponibili, ad agosto sono stati venduti solo 116 chilometri di cavi.
Un lettore poco attento potrebbe chiedersi se la Cina non ha paura delle sanzioni internazionali per il proprio contributo alla aggressione militare o, almeno, della scontentezza ancora più forte di Trump. In realtà, però, non è una domanda da fare. In primo luogo, perché è abbastanza inutile temere Trump: introduce e disdice le sue famose «tariffe» senza una particolare logica e indipendentemente dal comportamento dello Stato colpito. In secondo luogo, a fornire il suddetto materiale alla Russia sicuramente sono delle aziende finte: aperte appositamente per l’occasione e facilmente sostituibili in qualsiasi momento da altre aziende altrettanto finte. Quindi la Cina, per ora, ragionevolmente (purtroppo) non vede alcun motivo a non guadagnare qualcosa pure la guerra di Putin in Ucraina.
Ieri Putin è arrivato in Cina per una visita ufficiale eccezionalmente lunga: ben quattro giorni. Parteciperà al vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS, ne fanno parte anche Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) a Tianjin, dopodiché andrà a Pechino dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping e, separatamente, il leader nordcoreano Kim Jong-un. L’ultimo giorno della visita, poi, parteciperà alla parata militare in piazza Tiananmen, dedicata all’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale.
In questa notizia inizialmente mi ha incuriosito il fatto che Putin ha trovato il coraggio di uscire dalla Russia per un periodo così prolungato. Ma ho poi ho pensato che i personaggi abbastanza dotati di cogl coraggiosi per approfittarsi della sua assenza avrebbero già fatto qualcosa tempo fa: in una di quelle numerosissime occasioni quando Putin si assenta da Mosca per motivi famigliari, per i tentativi di comunicazione con le divinità pseudo-cristiane che si inventato o, semplicemente, per usare qualcuna delle sue residenze in giro per la Russia (nonostante una convinzione molto diffusa in Occidente, Putin passa pochissimo tempo a Mosca).
Il mio pensiero numero due è stato: perché le autorità russe tentano costantemente di inserire la Cina tra i vincitori della Seconda guerra mondiale? Capisco che a maggio bisogna invitare per forza qualche politico straniero alla parata della vittoria (quelli occidentali non sono più disponibili per ovvi motivi), ma in altri periodi dell’anno a cosa serve? Insomma, sono andato a controllare se la partecipazione cinese alla Seconda guerra mondiale sia andata oltre sino-giapponese: potrebbe essere che mi sia dimenticato qualcosa…
Ebbene, si tratta dell’unica partecipazione cinese rilevante. Ed era ufficialmente finita il 2 settembre 1945. La relativa parata militare si fa il 3 settembre: mi sembra logico. Quindi ora sappiamo che Putin e Xi Jinping, fino alla fine di uno dei due, da ora in poi avranno due date degli incontri personali fisse all’anno: il 9 maggio e il 2 settembre.
Non so ancora quali conclusioni si potrebbe trarre da questa preziosissima conoscenza.
I rappresentanti del gruppo operativo-tattico ucraino «Luhansk», tramite il giornale Ukrayinska Pravda, comunicano una notizia interessante. Uno dei due cittadini cinesi fatti prigionieri dall’esercito ucraino nella regione di Donetsk ha dichiarato di aver pagato a un intermediario cinese 300.000 rubli (poco più di 3000 euro) per avere la possibilità di unirsi all’esercito russo. Secondo il prigioniero, la motivazione principale era il desiderio di diventare un militare e ottenere la cittadinanza della Federazione Russa.
Supponiamo che il cinese catturato abbia detto la verità. Allora ho subito due domande.
La prima: quanto bisogna essere diversamente intelligente per inventarsi (o scegliere tra tutti quelli possibili) un modo simile per ottenere la cittadinanza di un altro Stato, in più della Russia di oggi?
La seconda domanda: il nome dell’intermediario non era simile a «Tom Sawyer»? Il tipo ha ottenuto 300 mila dal pazzo aspirante cittadino russo, e, molto probabilmente, una certa somma da qualche Regione russa per un soldato a contratto portato alla guerra (i relativi programmi di compravendita di carne da macello in Russia esistono ancora, è possibile incassare anche 100 mila rubli per ogni persona portata).
I geni del commercio dal punto di vista scientifico sono mi interessano non meno degli idioti, quindi spero fortemente che il prigioniero cinese non stia mentendo, e che un giorno conosceremo il famoso intermediario.
Il Bloomberg scrive che le aziende russe e cinesi hanno iniziato lo sviluppo congiunto di un drone d’attacco dalle caratteristiche simili agli Shahed iraniani, che la Russia sta utilizzando nella sua guerra contro l’Ucraina. Lo scrive citando dei non precisati «funzionari europei».
Quali siano questi funzionari e quanto comprendano ciò che sta accadendo sul nostro pianeta in questo momento storico, non ci è dato saperlo. Ma a giudicare, per esempio, dalla qualità delle loro sanzioni contro lo Stato russo, possiamo supporre che alcuni di loro non sempre capiscano abbastanza bene le cose. O non le capiscono proprio.
Ma vedo sempre più spesso che Bloomberg è impegnato a inventare, con un successo alternato, dei fake news da clickbait. Perché la Cina dovrebbe voler sviluppare un analogo dello Shahed per la Russia? Per bombardare con quello strumento «innovativo» le proprie relazioni economiche con l’Occidente? Per qualche strano motivo non mi sembra che il compagno Xi sia tanto pazzo quanto lo è il suo servo Putin.
Gli «inventori» russi stanno acquistando già da anni e in massa i droni cinesi su Aliexpress per spacciarli come propri «creazioni». Le autorità russe sono felici, l’Aliexpress paga le tasse in Cina, l’economia va avanti.
E Bloomberg scrive delle cose strane.
Molto probabilmente in questi giorni avete già letto che per la propria prima visita all’estero il nuovo Presidente russo ha scelto la Cina: è partito il mercoledì 15 maggio – appena otto giorni dopo l’insediamento ufficiale – per fare due giorni di incontri (il 16 e il 17 maggio). Si è fatto accompagnare da alcuni ministri, la presidente della Banca centrale russa e alcuni imprenditori più ricchi. Non conosco i motivi reali di tale visita, ma immagino facilmente che abbia rispettato la vecchia (e di portata mondiale) tradizione di fare la prima visita ufficiale in uno degli Stati più importanti per la propria politica internazionale.
Ufficialmente la Cina viene ancora presentata dalla propaganda russa come il «partner principale della Russia», ma solo una persona che non sa un cazius della Cina può credere alle dichiarazioni del genere. La Cina fa gli interessi propri (come ogni altro Stato del nostro pianeta), è caratterizzata da una mentalità molto «isolazionista» (secondo la quale esisterebbe essa e poi il resto del mondo considerato come una periferia irrilevante) e non è particolarmente interessata al piccolo mercato russo (molto più piccolo di quello europeo o americano). Gli unici due aspetti che potrebbero interessare la Cina in Russia sono le risorse naturali (che ora si possono comprare a prezzi più bassi perché la Russia non sa in che modo farli arrivare sul mercato globale) e la via di passaggio per le merci verso i mercati occidentali.
Lo Stato russo, da parte sua, spera di ottenere dalla Cina, per esempio, le tecnologie (di fabbricazione cinese o quelle occidentali in contrabbando) necessarie per l’industria, non solo quella strettamente bellica.
Di conseguenza, il «nuovo» presidente russo è andato in Cina con tutta la sua corte per dimostrare di continuare a essere un partner commerciale seriamente interessato e strappare qualche nuovo accordo. In sostanza, ci è andato per chiedere qualcosa in cambio di quello che la Cina sa già di poter ottenere. In realtà, non è proprio la posizione di un partner…
Ma la cosa più divertente del primo giorno della visita è una dichiarazione congiunta di Russia e Cina, in base alla quale la Russia e la Cina «si oppongono al „prolungamento“ della guerra in Ucraina e ritengono che non debba entrare in una „fase incontrollata“». È divertente perché tecnicamente Putin può finire la guerra con la sola decisione propria in qualsiasi momento, mentre politicamente non sa come farlo: perderebbe la possibilità di fare o non fare qualsiasi cosa in Russia con la giustificazione della guerra in corso; avrebbe anche la necessità di fare qualcosa con centinaia di migliaia di persone tornate (con le armi e le abitudini poco vivili) dalla guerra verso una vita quotidiana monotona e gli stipendi bassi. È divertente anche perché la fine della guerra potrebbe essere fortemente voluta dalla Cina, alla quale conviene un mondo prevedibile con l’economia crescente.
Di conseguenza, possiamo ipotizzare da chi dei due sia stata voluta quella «dichiarazione comune».
C’è chi continua ad aspettare una qualche forma di guerra della Cina contro Taiwan e tentare di analizzare le sue possibili conseguenze.
Per me, invece, la domanda primaria in materia è: i (il?) leader cinesi sono irrazionali come lo è Putin? Si convinceranno di poter condurre e vincere velocemente e senza conseguenze la guerra contro un piccolo territorio vicino? Non ritengono che la guerra di qualsiasi durata e di qualsiasi esito possa influire negativamente sulla produzione e/o fornitura da parte di Taiwan dei microchip? [Taiwan ne è il produttore più grande al mondo, tali microchip vengono utilizzati praticamente in tutti i prodotti elettronici che ci circondano; la Cina attualmente non produce proprio i microchip di una qualità simile.]
Insomma, la Cina sarà pronta a spararsi al proprio piede industriale (ma molto probabilmente anche quello diplomatico) solo per soddisfare un piccolo desiderio territoriale?
Ecco: prima di tutto voglio capire se pure il leader cinese sia impazzito. Solo dopo posso unirmi a tutti coloro che ipotizzano i vari scenari e conseguenze matematicamente precise della ipotetica guerra.
Il quotidiano finanziario giapponese Nikkei scrive, basandosi sulle fonti proprie, che nel marzo 2023, durante la visita di Xi Jinping a Mosca, Vladimir Putin ha detto al Capo di Stato cinese che la Russia intende continuare la guerra in Ucraina per almeno cinque anni. Sulla base di queste parole, il Nikkei conclude che «non si dovrebbe dare valore» ai segnali di Putin, trasmessi attraverso i canali diplomatici, sulla disponibilità a negoziare un cessate il fuoco.
Ebbene, noi (a differenza del Nikkei) sappiamo da tempo che Putin parla della guerra come di una nuova realtà permanente, non come di un evento che può avere una fine almeno all’orizzonte. Di conseguenza, sarebbe molto interessante sapere perché Putin abbia deciso di scegliere, per i «partner cinesi», proprio la cifra 5 e non qualsiasi altro numero. Un tale lasso di tempo si adatta alla sua idea di pianificazione a lungo termine? Per esempio: cari fornitori cinesi di qualsiasi cosa di questo mondo, guardate per quanti anni siamo generosamente disposti a dare il nostro intero mercato nazionale solo a voi?
Non sono sicurissimo che Xi Jinping possa essere felice di una simile promessa: i buoni rapporti con il resto del mondo sono chiaramente per lui più importanti dei cinque anni di piena «fedeltà» della povera e sottoposta alle sanzioni Russia.



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