Uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump al Congresso (e uno di quelli che in passato erano stati suoi oppositori altrettanto accaniti), il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham, è deceduto all’età di 71 anni: il giorno seguente al suo ritorno da Kiev. L’ufficio del senatore ha comunicato che la morte è sopraggiunta in seguito a «una malattia breve e improvvisa». Il comunicato non forniva ulteriori dettagli.
Graham era il sostenitore di un inasprimento della politica nei confronti della Russia e dell’Iran. Domenica avrebbe dovuto annunciare nuove sanzioni contro la Federazione Russa.
Laura Loomer, alleata di Trump, ha affermato che Graham potrebbe essere stato avvelenato dalla Russia e ha chiesto che venga condotta un’analisi tossicologica. Ha ricordato che recentemente il «filosofo» russo Alexander Dugin, vicino al Cremlino, aveva incitato all’omicidio di Graham (i giornalisti non sono ancora riusciti a trovare il tweet originale a cui faceva riferimento Lumer).
Commentando la morte di Graham, Dugin ha scritto sul suo canale Telegram che «rallegrarsi della morte di una persona è meschino e inaccettabile», per poi insultare Graham, come aveva già fatto più volte: «Ma ecco la domanda: un russofobo-gay-sionista-terrorista-estremista è ancora un essere umano?» (ortografia dell’autore mantenuta).
Nonostante tutta la mia antipatia verso l’attuale regime russo, sospetto che le accuse citate sopra possano fare più o meno la stessa fine della «influenza russa sulle elezioni americane»: le capacità degli agenti russi mi sembra in questo caso abbastanza sopravalutata. A volte (ma solo a volte) riescono ad avvelenare o eliminare fisicamente qualche oppositore russo particolarmente antipatico ai loro capi, ma non so se siano in grado di avvicinarsi così pericolosamente a un senatore statunitense.
Ma, ovviamente, in questo specifico caso posso anche sbagliarmi.
L’archivio del tag «usa»
Il giorno del 250-esimi anniversario della adozione della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America è bello e giusto ricordare una cosa alla quale in pochi pensano (almeno, fuori dagli USA): quale è stato il destino dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione?
Per fortuna, è possibile fare un riassunto completo della situazione.

Dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione, 24 erano giuristi, 11 erano commercianti, 9 erano agricoltori e grandi piantatori: persone benestanti e istruite. Eppure, firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza sapendo perfettamente che, se fossero caduti prigionieri, la pena sarebbe stata la morte.
Cinque furono catturati dagli inglesi come traditori e torturati prima di essere uccisi. A dodici vennero incendiate le case. Due persero i propri figli nell’esercito rivoluzionario e uno vide due figli cadere prigionieri. Nove dei 56 combattenti morirono in seguito alle ferite riportate in guerra.
Carter Braxton, ricco piantatore e commerciante della Virginia, vide la flotta britannica distruggere in mare le sue navi. Vendette la propria casa e i suoi beni immobili per saldare i debiti e morì in povertà.
Gli inglesi perseguitarono Thomas McKean a tal punto che fu costretto a trasferirsi continuamente con la sua famiglia. Prestò servizio al Congresso senza percepire alcun compenso, mentre la sua famiglia viveva nascosta. I suoi beni furono confiscati e la povertà fu la sua ricompensa.
I soldati saccheggiarono i beni di William Ellery, George Clymer, Lyman Hall, George Walton, Button Gwinnett, Thomas Heyward Jr., Edward Rutledge e Arthur Middleton.
Durante la Battaglia di Yorktown, Thomas Nelson Jr. vide che il generale britannico Charles Cornwallis aveva occupato la sua casa e l’aveva trasformata nel proprio quartier generale. Chiese allora al generale George Washington di aprire il fuoco sulla sua abitazione. La casa fu distrutta e Nelson morì in seguito in povertà.
Francis Lewis vide la propria casa incendiata, i suoi beni distrutti e fu costretto alla fuga. Gli inglesi imprigionarono sua moglie, che morì pochi mesi dopo.
John Hart fu strappato dal capezzale della moglie morente. I loro tredici figli furono costretti a fuggire. I suoi campi e la sua casa furono devastati. Per più di un anno visse nei boschi e nelle grotte; quando tornò a casa, scoprì che sua moglie era morta e i suoi figli erano scomparsi. Poche settimane dopo morì di stenti e di crepacuore. La stessa sorte toccò a Charles Carroll Norris e Philip Livingston.
Erano uomini rispettabili, dotati di mezzi economici e di istruzione. Avevano sicurezza e agiatezza, ma attribuivano alla libertà un valore ancora più grande.
Per fortuna non sanno che quasi 250 anni dopo – nello Stato al quale diedero l’inizio – è comparso un Presidente convinto di essere non inferiore a loro, forse anche superiore.
Molto probabilmente vi ricordate che il 4 luglio di quest’anno si celebrano i 250 anni dalla adozione della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (avvenuta, appunto, il 4 luglio 1776): un evento del quale tutti possono leggere una infinità di libri e articoli più o meno approfonditi. Io, dunque, non tento di informarvi di alcunché riguardante l’Independence Day, ma, al contrario, sfrutto la buona occasione per ottenere da voi una preziosa informazione, un importantissimo dato statistico.
Se riuscite, partecipate a questo sondaggio:
Spero di non essermi dimenticato qualche variante della pronuncia statisticamente rilevante…
N.B.: il sondaggio è anonimo per i votanti non registrati o non loggati sul sito. Il sondaggio più recente è sempre visibile sulla prima pagina del sito. Tutti i miei sondaggi sono raccolti su una apposita pagina.
Ahahahaha, hanno fatto una diretta di quasi 12 ore dal luogo di un evento democratico importantissimo: la rimozione del nome di Donald Trump dalla facciata del Kennedy Center (nessuna parte della frase è uno scherzo o sarcasmo: è tutta gioia).
Spero che ci attendano altre dirette. E non solo dagli USA.
Questo video mi ricorda alcune conversazioni con gli studenti:
Il problema sta nel fatto che gli studenti non sono dei candidati repubblicani alle posizioni dei giudici federali statunitensi.
La Reuters comunica: il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti intende ricorrere a tutti gli strumenti di contrasto a sua disposizione per contrastare l’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
Già così la notizia suona male per chi ricorda o conosce bene la non particolarmente remota realtà sovietica. Ma dovrebbe suonare male anche per i più giovani che però conoscono bene la storia mondiale del XXI secolo. Quando uno Stato decide di contrastare l’aumento dei prezzi dei beni di qualsiasi tipo, solitamente quei beni spariscono dal mercato: i produttori e i venditori smettono di vendere o vendono altrove perché (stranamente) non vogliono perdere soldi.
In tempi recenti dove si è verificata, arrivando a un livello drammatico, una situazione del genere? In uno Stato sudamericano il cui presidente-dittatore è stato poco tempo fa rapito dagli USA! Ecco: mi sa che pur stando in una cella è riuscito a influenzare ciò che alcuni degli attuali funzionari statunitensi hanno al posto del cervello.
Nonostante sia un lunedì, posto un video: è brevissimo e senza l’audio rilevante, dunque potete vederlo anche ora…
Nel corso della evacuazione del Hilton di Washington dovuta alla ormai famosa sparatoria, una signora ha deciso di salvare ciò che le è più caro:
La morale: una evacuazione vera (e non le simulazioni del cazius con le quali ci torturano da anni) è un ottimo test psicologico, Arthur Conan Doyle avrebbe potuto costruire attorno a tale fatto un episodio ancora più interessante…
Non sono riuscito a scegliere un solo video «domenicale», quindi oggi ce ne saranno ben tre. Ma saranno molto brevi.
Paula White-Cain, consulente della Casa Bianca per le questioni religiose sotto l’amministrazione Trump e responsabile del White House Faith Office, condivide una grande verità:
Come non credere a una professionista così forte nel proprio campo?
Personalmente, l’unica cosa che mi salva è che credo più negli sceneggiatori e nei registi di talento che nelle fiabe dell’antico Oriente e nei loro fanatici estimatori.
P.S.: sì, in origine era un testo biblico, ma è stato proprio uno sceneggiatore a «lavorarci» sopra.
Prima o poi scriverò una mia versione del libro sulle persone più sfortunate della storia mondiale: la mia collezione delle biografie utili a tal fine sta diventando sempre più ampia.
Oggi, per esempio, vi presento Wilmer McLean (1814–1882), un agricoltore americano del XIX secolo:

La prima vera battaglia della guerra civile americana (la prima battaglia di Bull Run) ebbe luogo proprio sul terreno di Wilmer McLean vicino alla cittadina Manassas (Virginia), nel luglio 1861. La casa di McLean, inoltre, fu utilizzata come il quartier generale dei sudisti e, quindi, bersagliata dai nordisti.
Nel 1862 Wilmer McLean decise di portare la propria famiglia fuori dalla zona costantemente toccata dalla guerra e acquistò una nuova casa a quasi 200 km più a sud: ad Appomattox. Ma all’inizio dell’aprile 1865 proprio ad Appomattox i sudisti tentarono l’ultima resistenza bellica. Alla fine dei combattimenti, i generali Lee e Grant scelsero proprio la casa di McLean (e non una vicinissima casa disabitata) per la cerimonia della firma della resa dei confederati. Molti degli ufficiali di entrambe le parti presenti alla cerimonia si appropriarono degli oggetti di vario genere avvistati nella casa per conservarli come ricordi dell’evento storico.
Dopo la fine della guerra Wilmer McLean soffrì delle serie difficoltà economiche (a causa dei trasferimenti e dei danni bellici ai suoi terreni agricoli), ma rimase nella storia come il proprietario del terreno sul quale iniziò la guerra e del salotto nel quale la stessa guerra finì.

P.S.: anche gli Stati americani dell’epoca spesso avevano delle difficoltà finanziarie, ma almeno qualcuno avrebbe potuto anche rimborsare Wilmer McLean per le sue sfortune e per il suo ruolo – seppur involontario – nella storia. Per le casse statali sarebbe stata una spesa sostenibile.
L’AFP scrive che gli agenti della tristemente nota ICE saranno tra i responsabili per la sicurezza alle Olimpiadi invernali 2026 a Milano e Cortina d’Ampezzo. Capisco la reputazione dell’ICE non permetterebbe fare battute (nemmeno con la scusa di essere una persona un po’ stupida), ma, purtroppo, quello che sto per scrivere potrebbe essere non una battuta… Le battute di qualità si basano sulla realtà, ma in questo caso la realtà è l’ingrediente quantitativamente prevalente.
Trump ha detto: «lo so, in Italia fa sempre caldo, bisogna vendere a loro un po’ di ghiaccio per le Olimpiadi. Se non comprano, mettiamo le tariffe. MAGA!»
I collaboratori di Trump: «abbiamo capito, mandiamo il ghiaccio in Italia».
I geni – anche quelli alternativi – si capiscono sempre bene. Il risultato: in Italia arriva l’ICE. Mi sembra una situazione molto realistica.
Nel frattempo, Gregory Bovino è stato rimosso da capo dell’ICE e, pare, tra poco sarà pure mandato in pensione. Ma, considerati i criteri con i quali si diventa agenti dell’ICE, non penso che qualcosa cambi radicalmente in meglio. In così poco tempo, poi.



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