Sembra quasi che quest’anno si stiano «risvegliando» alcuni vecchi personaggi del rock (o quasi del rock): non solo Paul McCartney ha pubblicato un suo nuovo album, lo ha fatto pure Suzi Quatro. Il nuovo album di Quatro si chiama «Freedom»; evito le parole introduttive inutili e inserisco subito la canzone omonima tratta dall’album.
Sono sicuro che le persone interessate saranno capaci di trovare anche da sole le altre canzoni dell’album nuovo. Io, invece, non avendo mai dedicato un post musicale a Suzi Quatro, provo a recuperare qualcosa oggi e posto una delle sue canzoni vecchie e note. Per esempio, potrei scegliere la «Can the Can» (dall’album d’esordio «Suzi Quatro» del 1973):
Bene, non so se e quando tornerò a pubblicare qualcosa di Suzi Quatro (non è mai stata tra le mie preferenze musicali «quotidiane»), ma sono soddisfatto di averlo fatto almeno oggi.
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Il compositore francese Jules Émile Frédéric Massenet (1842–1912) è entrato nella storia musicale prevalentemente per le sue opere liriche: numerose e, nella maggioranza dei casi, di una certa popolarità già negli anni della prima esecuzione dal vivo. Tale fatto storico-culturale evidenzia, tra le altre cose, la grande «utilità» delle creature parassitarie chiamate critici musicali: infatti, i critici musicali contemporanei a Massenet affermarono che egli fu più un compositore sinfonico che teatrale e che la sua musica puramente orchestrale fosse migliore. Massenet, invece, ebbe un’opinione diametralmente opposta riguardo alle proprie capacità artistiche: per temperamento non fu portato a comporre opere sinfoniche, i limiti delle forme sonate gli portarono noia.
Io, per fortuna, non sono un critico musicale, sono un semplice ascoltatore e in tale qualità ho sempre preferito la musica sinfonica alle opere liriche (e le opere liriche al balletto) indipendentemente dal compositore autore, in generale, per temperamento mio. Ma oggi provo a essere un divulgatore imparziale e vi propongo due composizioni di Massenet di generi «in conflitto»: una opera lirica e un poema sinfonico.
L’opera lirica più breve di Jules Émile Frédéric Massenet è la «La Grand’Tante» («La prozia»), composta poco dopo il termine degli studi da parte del compositore ed eseguita per la prima volta il 3 aprile 1867. Ha solo un atto, ma per qualche strano motivo è disponibile su YouTube solo in una strana versione ucraina. Di conseguenza, sono stato a selezionarne solo un estratto, diretto da Stéphane Petitjean.
Il poema sinfonico di Jules Émile Frédéric Massenet che ho selezionato per oggi è la ouverture «Phèdre», composta nel 1873. Quella del video è l’esecuzione della Orchestre de la Suisse Romande:
Bene, la prossima volta che mi capita di tornare a questo compositore, mi concentro sulle mie preferenze personali e posto solo la musica sinfonica di Massenet.
È incredibile e, allo stesso tempo, bello, ma il 26 marzo il quasi ottantaquattrenne Paul McCartney ha pubblicato un suo nuovo album: «The Boys of Dungeon Lane». È un evento storicamente importante e, di conseguenza, non potevo ignorarlo nella mia rubrica musicale… In realtà, se prendiamo tutta la musica de The Beatles e dei loro ex componenti dopo lo scioglimento, trovo pienamente ascoltabile solo la musica di Paul McCartney. E allora inserisco nel post odierno la rima canzone del nuovo album resa ufficialmente pubblica: la «Days We Left Behind».
La Dungeon Lane è una via nel quartiere di Speke, un sobborgo di Liverpool, e si trova non lontano dalla Forthlin Road dove Paul visse con la sua famiglia negli anni ’50 dopo essersi trasferito dalla casa precedente. Paul e i suoi amici (compresi John e George) passavano spesso per la Dungeon Lane per andare verso il fiume.
Bene, in attesa della pubblicazione delle altre canzoni del nuovo album su YouTube, aggiungo in qualità della seconda canzone del post qualche vecchio classico di Paul McCartney. Per esempio, la «Monkberry Moon Delight» (dall’album «Ram» del 1971):
Voi cosa sarete capaci di fare a quasi 84 anni? Non chiedo degli anni precedenti.
Lo scrittore e critico di musica classica David Hurwitz descrive «Die Schöpfung» («La Creazione» in italiano) – l’opera corale e per orchestra da camera composta dal compositore austriaco Joseph Haydn tra il 1796 e il 1798 – come «musica spaziale», sia per quanto riguarda il suono della musica («un autentico brano di „musica spaziale“ caratterizzato da violini e fiati acuti che pulsano dolcemente sopra i violoncelli e i contrabbassi gravi, senza nulla nel mezzo… La musica spaziale scivola gradualmente verso un ritorno al gesto iniziale del movimento… »), sia per il modo in cui è composta, raccontando che Haydn concepì «La Creazione» dopo aver discusso di musica e astronomia con William Herschel, oboista e astronomo (scopritore del pianeta Urano).
In realtà, anche dal punto di vista puramente musicale questa opera è considerata uno dei capolavori di Joseph Haydn e io, di conseguenza, avrei potuto postarla in qualsiasi momento e senza alcun pretesto formale. Ma ho voluto farlo all’indomani del 65-esimo anniversario del primo volo di un umano nello spazio: per festeggiare uno degli ultimi contributi importanti e nettamente positivi allo sviluppo della civiltà umana provenienti da un territorio «problematico».
Posto questa interpretazione de «La creazione» della Netherlands Radio Philharmonic Orchestra & Radio Choir condotta da Leonardo García Alarcón:
Certo, è notevolmente più lunga di una semplice canzone, ma spero che qualcuna delle persone più pigre almeno la inserisca nei propri piani di ascolto.
Dave Carroll è un noto musicista canadese che ha iniziato la propria carriera con il fratello Don: alla fine degli anni ’80 insieme avevano formato il gruppo Sons of Maxwell. Io non sono un grande fan del folk, ma mi ha un po’ incuriosito una storia che ho letto sul gruppo…
Alla fine di marzo 2008, la band intraprese un tour di una settimana in Nebraska. Il 31 marzo volarono dunque con la compagnia United Airlines da Halifax (la città nella quale si basano) a Omaha via Chicago. Dopo l’atterraggio a Chicago, una donna seduta dietro i musicisti disse, guardando fuori dal finestrino: «Mio Dio, stanno lanciando le chitarre fuori dall’aereo». I musicisti guardarono fuori dal finestrino e videro gli addetti aeroportuali che gettavano le loro chitarre fuori dall’aereo sulla pista. Tra le altre cose, Dave vide la propria chitarra Taylor 710 da 3500 dollari gettata in modo simile. (Non è molto chiaro perché improvvisamente abbiano iniziato a scaricare i bagagli dall’aereo in un aeroporto intermedio, ma nella storia ufficiale è scritto così: è successo a Chicago e l’aereo doveva procedere verso Omaha).
Dave cercò di parlarne con la hostess, ma questa disse che avrebbero dovuto parlare con il personale fuori per i loro bagagli. Quindi volarono a Omaha, di notte, dove presero i loro bagagli. La custodia rigida della chitarra di Dave sembrava integra all’esterno e lui non si preoccupò di guardare dentro. Solo il giorno dopo, al soundcheck, scoprì che la base della chitarra era rotta.
Una settimana dopo, al termine del tour, tornarono a Omaha, dove Dave si rivolse a un impiegato della United Airlines per fargli notare che la sua chitarra era stata distrutta. Iniziò quindi la procedura di comunicazione con la compagnia, che si rifiutò di pagare un risarcimento e rimbalzò Dave all’infinito attraverso varie istanze. All’inizio spiegarono che il volo non fu effettuato dalla loro compagnia, ma da Air Canada, quindi il reclamo doveva essere indirizzato a loro. Air Canada rispose che il bagaglio fu gestito da dipendenti della United Airlines, quindi non è chiaro quali rivendicazioni possano essere avanzate nei loro confronti. In ogni caso, c’è stata una lunga storia di tentativi di Dave di ottenere un risarcimento (chiese che gli venissero pagati i 1200 dollari spesi per la riparazione della chitarra, che comunque non suonava più allo stesso modo dopo la riparazione), e alla fine ha speso un sacco di tempo (nove mesi), senza ottenere nulla.
Rendendosi conto che stava perdendo tempo, Dave ha scritto una canzone sul suo calvario – la «United Breaks Guitars» – e l’ha messa in rete per il download gratuito. Voleva anche raggiungere un milione di visualizzazioni su YouTube, ma il video ha finito per ottenere diversi milioni di visualizzazioni (attualmente ne ha più di 28 milioni) delle quali 150.000 solo nel corso del primo giorno. Di conseguenza, la compagnia aerea ha perso il 10% del valore di borsa delle sue azioni pochi giorni dopo la pubblicazione del video, facendo perdere ai propri azionisti 180 milioni di dollari. Successivamente, dopo un periodo di tempo breve, il valore delle azioni era stato recuperato e la compagnia aveva pagato un risarcimento a Dave, ma il danno reputazionale era stato sicuramente grande.
Ed eccola, finalmente, la canzone «United Breaks Guitars» (scusate per una introduzione lunghissima):
Per tradizione, dovrei completare il mio post musicale con una seconda canzone dello stesso gruppo. Mah, per esempio potrei aggiungere la «Queen of Argyle» (dall’album «The Neighbourhood» del 1998):
Bene, avete letto e ascoltato un altro capitolo della storia musicale non richiesto…
Dato che la settimana scorsa è «ufficialmente» — dal punto di vista astronomico — iniziata la primavera (la vostra finestra cosa ne dice?), ora ho pure un pretesto formale per iniziare a postare un nuovo ciclo «Le quattro stagioni» nella mia rubrica musicale… Naturalmente, la musica di Antonio Vivaldi è abbastanza difficile da definire come «nuova» sia in termini assoluti, sia in termini del bagaglio culturale di una persona non sorda. Ma io non ho ancora affrontato in un modo serio, sul mio sito, questa parte iniziale dell’opera «Il cimento dell’armonia e dell’invenzione» del compositore, dunque posso iniziare a farlo ora.
Oggi, logicamente, partiamo con la prima parte dell’opera: «La primavera», il concerto № 1 in Mi maggiore. Questa è la sua interpretazione di Voices of Music:
E poi aggiungo l’interpretazione dello stesso concerto Israel Philharmonic Orchestra diretta da Itzhak Perlman:
Buona primavera musicale a tutti!
La mia piccola scoperta musicale più recente è il fatto che Anni-Frid Synni Lyngstad (Frida) prima della creazione del gruppo ABBA cantava, tra le altre cose, anche il jazz. E lo faceva pure in un modo ascoltabile… Non mi piacciono gli ABBA (un po’ come tutto il dance / disco/ europop) ed è per quello che non mi è mai venuto in mente di interessarmi alle carriere da solisti dei componenti del gruppo. Ma meno male che su internet alcune cose capitano davanti agli occhi anche per puro caso.
Apro dunque il post musicale di oggi proprio con la canzone alla quale devo la mia suddetta scoperta: la «Mad About the Boy». Non è il livello delle cantanti jazz più apprezzate, ma è comunque ascoltabile:
In qualità della seconda canzone, invece, aggiungo la «My Man», cantata sempre nel 1970:
Chissà per quale percentuale dei lettori è stata una scoperta vera, come lo è stata per me.
Per qualche strano motivo nella mia rubrica musicale non è mai comparso il compositore svizzero Arthur Honegger (1892–1955). Ma non è mai tardi recuperare!
In realtà, Honegger potrebbe anche essere definito un compositore francese: nacque da genitori svizzeri ma in Francia, ricevette quasi tutta la sua istruzione musicale in Francia (tranne i primi anni di Conservatorio passati a Zurigo), lavorò in Francia, ebbe i contatti professionali e personali con molti dei compositori francesi più importanti della sua epoca, fu addirittura membro della Resistenza francese negli anni della Seconda guerra mondiale. Ma ha sempre dichiarato di sentire in sé un «elemento svizzero, un atavismo profondamente radicato». Di conseguenza, chiamiamolo pure un compositore svizzero-francese: la fusione delle varie culture musicali (in realtà, non solo di quelle svizzere e francesi) e la capacità di apprendere dai numerosi colleghi gli hanno permesso di creare delle opere musicali belle, particolari e, in una certa misura, «influenti» per la musica classica del XX secolo.
E dato che oggi pubblico il mio primo post dedicato ad Arthur Honegger, preferisco inserirvi due delle sue composizioni più note: per far capire ai lettori meno preparati di chi si tratta.
La prima composizione di Honegger che ho selezionato per oggi è – forse prevedibilmente – il poema sinfonico «Pacific 231» (H53) del 1923, dedicato alla locomotiva a vapore più potente dell’epoca (Pacific 231G 558). Ascoltandolo, capirete facilmente che non si tratta di un titolo attribuito «tanto per»:
La seconda composizione di Arthur Honegger che ho selezionato per il post odierno è la Sinfonia n. 2 per archi e tromba (H153, composta nel 1941), le tre parti della quale simboleggiano la morte, il dolore e la liberazione. Il contesto storico della creazione di questa sinfonia a Parigi è facilmente immaginabile…
Per oggi va benissimo così, ma sicuramente tornerò ancora a postare la musica di Arthur Honegger.
Questo inverno, preparando il post sulle due «nuove» canzoni de The Beatles recuperate tecnicamente per la seconda volta nella storia, avevo pensato di conoscere anche alcuni altri esempi della archeologia musicale di bellezza molto dubbia. Dedico il post musicale odierno a uno di quegli esempi.
Molto probabilmente alcuni di voi si ricordano che il 13 ottobre 2022 la BBC Radio 2 aveva trasmesso in anteprima mondiale la canzone inedita dei Queen «Face It Alone». Si tratta di una delle circa trenta canzoni registrate dal gruppo nel 1988 durante il lavoro sull’album «The Miracle»: la maggioranza di quelle canzoni non era stata inclusa nella versione definitiva dell’album e nemmeno pubblicata in altri modi. La «Face It Alone», in particolare, è stata trovata negli archivi quando sono iniziati i lavori sulla preparazione del box «The Miracle Collector’s Edition». Inizialmente, i membri ancora viventi del gruppo temevano che la canzone non potesse essere recuperata, ma, come ha detto Brian May, i tecnici sono stati letteralmente in grado di «incollare insieme» i vari singoli frammenti del brano. Così, la voce originale di Freddie Mercury si sente in una «nuova» canzone quasi 31 anni dopo la morte del cantante.
Io, umanamente, posso capire la nostalgia dei componenti viventi dei Queen per il glorioso passato e la loro necessità economica (normalissima!) di mantenere vivo l’interesse del pubblico per la loro musica. Allo stesso tempo, però, non posso non notare che il motivo per il quale la «Face It Alone» rimase fuori dall’album originale del 1988 è molto evidente: è una canzone abbastanza scarsa per il livello musicale generale dei Queen originali che conosciamo e apprezziamo. Di conseguenza, dubito che valesse la pena deluderci in questo modo…
Ma per la mia tradizione personale devo aggiungere una seconda canzone al post musicale. Ci ho pensato un po’ e ho scelto un’altra canzone inedita, inclusa sempre nello stesso box «The Miracle Collector’s Edition» del 2022: la «Dog with a Bone».
Anche per questa canzone valgono le mie considerazioni esposte poco sopra. Ma, almeno, vi ho aggiornati un po’ sulla storia musicale.
Tempo fa mi era capitato di postare il Concerto per flauto in sol maggiore del compositore austriaco Christoph Willibald Ritter von Gluck. Oggi, avendo pensato di aver fatto una pausa sufficientemente grande, ho voluto postare l’arrangiamento dello stesso concerto per violino (se assumiamo che sia lui l’autore pure del concerto «originale»)… Ma ho scoperto che non è disponibile su YouTube! Ed è solo la seconda volta nella mia vita che non riesco a trovare un video con una concreta opera musicale classica…
Ma dato che ormai mi sono fissato con l’idea di postare qualche musica di Gluck dove viene utilizzato tanto anche il violino, ho selezionato due sue sonate del 1746.
La prima sonata, in do minore:
La quarta sonata, in si bemolle minore:
E nel frattempo continuo le ricerche.



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