Il gruppo statunitense Mr. Mister è esistito per relativamente pochi anni (dal 1982 al 1990, di fatto fino al 1989) ed è riuscito a pubblicare solo tre album di studio (il quarto era stato rifiutato d diverse case discografiche e alla fine degli anni ’80 ed è uscito solo nel 2010). Il periodo della maggiore popolarità del gruppo corrisponde alla metà degli anni ’80: in sostanza, si tratta di uno dei numerosissimi esempi delle star di passaggio (è normalissimo che ormai non ce li ricordiamo tutti, ma nel corso della nostra vita abbiamo visto un sacco di cantanti e gruppi saltati fuori dal nulla e poi spariti sempre nel nulla dopo pochi o pochissimi anni).
A me, personalmente, il gruppo Mr. Mister non sembra particolarmente interessante: conosco dei rappresentanti decisamente migliori del new wave. Ma nella storia musicale della fine del XX secolo i Mr. Mister avevano avuto un loro ruolo e io, per questo motivo, non posso ignorarli nella mia rubrica musicale.
La prima canzone che ho selezionato per oggi è la «Broken Wings» (dall’album «Welcome to the Real World» del 1985):
La seconda canzone che ho selezionato per il post dedicato ai Mr. Mister è la «Kyrie» (sempre dall’album «Welcome to the Real World» del 1985):
Bene, prima o poi scriverò di qualcuno dei rappresentanti migliori (secondo la mia opinione, ovviamente) del new wave. Per ora l’ho fatto solo una volta.
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Formalmente domani inizia l’estate… guardate fuori dalla finestra: secondo voi non è iniziata tempo fa? Però formalmente inizia solo domani, dunque pure noi dobbiamo fare qualche gesto formale per salutare il suo arrivo. Io lo faccio postando il poema sinfonico per orchestra «Estate» (H 116, composto negli anni 1914–1915) del compositore inglese Frank Bridge (1879–1941). Qualcuno dei suoi contemporanei sostiene che questo poema sinfonico era uno dei prodotti della autocura psicologica del compositore-pacifista profondamente colpito dal fatto stesso dello scoppio della Prima guerra mondiale. Noi non possiamo verificare questa tesi (almeno perché non possiamo entrare nella testa di una persona viva o morta), ma abbiamo la possibilità di ascoltare la musica: è questa la cosa più importante per gli obiettivi dichiarati del presente post.
In questo specifico caso si tratta della esecuzione dalla «Estate» da parte della Royal Liverpool Philharmonic Orchestra diretta da Sir Charles Groves.
Non so spiegare questo fenomeno: mai, in nessuna fase della mia vita da ascoltatore della musica, avevo nemmeno provato ad ascoltare gli Slade. Di conseguenza, solo di recente e solo per puro caso ho scoperto che fossero loro a cantare la canzone «Ooh La La in L.A.» che nel corso dei decenni mi era più volte capitato di sentire in sottofondo nei luoghi pubblici e/o in televisione… Forse capitava prevalentemente negli anni ’90 e nei primi ’2000, ma l’ho comunque riconosciuta subito quando è imprevedibilmente comparsa nelle mie cuffie qualche giorno fa.
Ora so di chi è, come si chiama e da quale album proviene («You Boyz Make Big Noize» del 1987). Eccola:
A questo punto, da tradizione, dovrei aggiungere al post una seconda canzone. Non essendo però un conoscitore della musica degli Slade, scelgo quasi a caso: la «Get Down and Get With It» (dall’album «Crackers» del 1985).
Ricordando l’evoluzione dei miei gusti musicali, posso immaginare facilmente il periodo nel quale gli Slade avrebbero potuto diventare uno dei miei gruppi preferiti del momento. Ma in quella fase storica nessuno me li aveva fatti ascoltare. Non so se devo esserne dispiaciuto o contento.
Il compositore tedesco Georg Friedrich Händel (1685–1759) fece gli studi musicali in Italia, dall’età di 27 anni visse a Londra e nel 1727 divenne cittadino inglese. A metà del XVIII secolo fu uno dei compositori più noti al mondo e, addirittura, fu considerato un classico vivente. Ancora oggi è considerato un compositore nazionale del Regno Unito, dove le sue composizioni vengono tradizionalmente eseguite nelle occasioni di incoronazioni e altre cerimonie ufficiali.
Una di quelle composizioni di Händel è il «Zadok the Priest» (HWV 258): l’inno composto nel 1727 per l’incoronazione del re Giorgio II di Gran Bretagna.
A partire dal 1727 questo inno viene cantato a ogni incoronazione del sovrano britannico, ma, purtroppo, la maggioranza delle persone comuni in giro per il mondo conosce non meno bene (o addirittura meglio?) l’arrangiamento realizzato nel XX secolo dal compositore inglese Tony Britten:
Sì, a partire dal 1992 è l’inno ufficiale della UEFA Champions League. Però la cultura può essere diffusa con tutti i mezzi disponibili…
Sono sicuro che più o meno tutti abbiano sentito, almeno una volta nella vita, qualche interpretazione della canzone «I Put a Spell on You». Ma non sono sicuro che tutti abbiano sentito l’interpretazione che potrebbero definire come preferita. Meno male che ci sono io a pubblicare i post sulla storia musicale!
Inizierei ricordando alcuni concetti basilari. La canzone «I Put a Spell on You» fu scritta e registrata nel 1956 dal cantante blues oggi noto con il nome di Screamin’ Jay Hawkins. All’epoca, però, fu conosciuto semplicemente come Jay Hawkins e, la cosa che ci interessa maggiormente in questa sede, fu intenzionato a registrare la canzone nello stile di una ballata blues d’amore: in linea con il proprio stile blues «comune». Un giorno, però, il produttore Arnold Maxin «ha portato costolette e pollo e ha fatto ubriacare tutti, e ne è venuta fuori questa strana versione… Non ricordo nemmeno di aver registrato il disco. Prima ero solo un normale cantante blues. Ero solo Jay Hawkins. Tutto è andato al suo posto. Ho scoperto che potevo fare di più distruggendo una canzone e urlando a squarciagola» (parole di Screamin’ Jay Hawkins). Questa versione ubriaca-urlante della canzone divenne presto popolare, nonostante fu «bannata» da alcuni negozi musicali ed emittenti radio.
Seguendo il consiglio di Alan Freed, un noto disc jockey dell’epoca, Hawkins rafforzò ulteriormente la canzone nelle proprie esibizioni dal vivo: alzandosi da una bara in mezzo al fumo e fuoco, con delle zanne nel naso e accompagnato da un teschio fumante di nome Henry.
È sicuramente stato un modo di esibirsi divertente (soprattutto per gli anni ’50–’60), ma per me l’aspetto puramente musicale conta più di tutti gli altri. Di conseguenza, vi ricordo (o vi informo) che i gruppi e i cantanti singoli di tutto il mondo hanno registrato, nei decenni seguenti, diverse decine (se non centinaia) di cover della canzone in questione. Io, ovviamente, non tento nemmeno di postarle tutte, ma ci tengo a raccogliere in un singolo post quelle che ritengo le migliori.
Partirei dalla interpretazione di Nina Simone, registrata nel 1964 e inserita nel suo album «I Put a Spell on You»:
Un’altra interpretazione della stessa canzone che considero meritevole di attenzione è quella dei Creedence Clearwater Revival, inserita nel loro album (omonimo) d’esordio del 1968. È curioso che io, personalmente, ho sentito la «I Put a Spell on You» per la prima volta nella mia vita proprio nella versione dei Creedence: il relativo album era stato uno dei primissimi CD di cui ero diventato proprietario a metà degli anni ’90. Ero in piena fase della scoperta della musica occidentale contemporanea: quanti ricordi belli!
La prossima interpretazione della «I Put a Spell on You» che propongo è quella di Jeff Beck e Joss Stone: fa parte dell’album «Emotion & Commotion» del 2010.
E, infine, non potevo non aggiungere l’interpretazione di Ray Charles (come tante altre cover da egli cantate, non è stata inserita in alcun album di studio):
Bene, chiudo qui il post dedicato alla canzone «I Put a Spell on You». Le persone realmente interessate troveranno facilmente con le forze proprie le altre – numerosissime! – versioni della canzone.
Il compositore francese Gabriel Urbain Fauré (1845–1924) avrebbe dovuto avere, in teoria, la carriera determinata per sempre dal fatto che all’età di nove anni era stato mandato a studiare alla scuola per i futuri organisti di chiesa e maestri di capella: aveva avuto dei grandi insegnanti e, effettivamente, per decenni aveva fatto organista in diverse chiese parigine. In contemporanea, aveva sempre composto la musica propria, ma aveva iniziato a ottenere un riconoscimento rilevante da parte del pubblico e dei critici solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nel corso della propria lunga, ma non sempre fortunata carriera da compositore Fauré aveva composto praticamente in tutti i generi musicali del suo tempo: non solo la musica sacra.
Tra tutte le composizioni di Fauré per orchestra sinfonica oggi possono essere definite particolarmente note due. La prima è la «Pavane» (Op. 50), composta nel 1887 in forma di pavana. Vi propongo questa interpretazione della olandese Radio Philharmonic Orchestra (diretta da Peter Dijkstra):
(e per ora evito la rara versione per il coro con l’orchestra).
La seconda composizione sinfonica particolarmente nota di Fauré è la «Sicilienne» (Op. 78 composta nel 1893), una pièce musicale composta originariamente per violoncello e pianoforte che poi doveva essere inclusa nella musica di uno spettacolo teatrale. Alla fine, però, è rimasta solo un brano singolo. Ecco la sua interpretazione da parte di Gautier Capuçon (violoncello) e Jérôme Ducros (pianoforte):
Bene, un altro compositore rilevante ha contribuito ad arricchire la mia prestigiosa rubrica musicale.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 il ragazzino Michael Peter Balzary suonava la tromba (prendendo anche le lezioni settimanali serie) e sognava di diventare un musicista jazz: grazie anche alla influenza del patrigno-musicista e delle jam session spontanee nella loro casa di Los Angeles. Negli anni delle scuole superiori, però, aveva abbandonato la tromba: in parte perché si erano deteriorati i rapporti con il patrigno (il quale beveva molto e a volte si comportava in modo imprevedibile) e in parte perché aveva conosciuto due personaggi che lo avevano contagiato con il rock’n’roll.
Quei due si chiamavano Anthony Kiedis e Hillel Slovak. Proprio il secondo dei due aveva insegnato a Balzary a suonare il basso; il soprannome Flea, invece, è dovuto alle particolarità del carattere di Michael. Nei quattro decenni successivi Flea era rimasto tra i leader del gruppo rock che aveva fondato con quei due amici e, apparentemente, aveva dimenticato la propria passione giovanile per il jazz.
Ma è solo una apparenza: nel 2022, mentre i Red Hot Chili Peppers si trovavano in un lungo tour mondiale, Flea aveva deciso di tornare a esercitarsi con la tromba e di promettersi di registrare un album indipendentemente dal risultato delle esercitazioni raggiunto entro il periodo prefissato. È così che nel 2026 il sessantatreenne Flea ha pubblicato il proprio primo album jazz: «Honora». Ovviamente, è un album che stilisticamente non c’entra alcunché con la musica dei Red Hot Chili Peppers. Ovviamente, tornando allo studio di uno strumento musicale in una età non proprio bassa (nemmeno avanzatissima per gli standard contemporanei, ma troppo alta per alcune imprese), non è riuscito a raggiungere i livelli dei grandi musicisti jazz che lo ispiravano decenni prima. Ma è comunque riuscito a produrre qualcosa di moderatamente interessante e ascoltabile. Io, da tradizione personale, ho selezionato due brani per il mio post musicale.
Il primo brano che ho selezionato dall’album «Honora» di Flea è la cover «Maggot Brain» (l’originale è del gruppo Funkadelic, pubblicato nel 1971).
Il secondo brano che ho selezionato dallo stesso album è una composizione proprio di Flea: la «A Plea».
Beh, indipendentemente dal risultato, posso confermare che alcuni sogni giovanili possono anche essere ripresi anni o decenni più tardi: è sempre meglio fare qualcosa di creativo e nuovo che rimanere sul divano piangendo per essere troppo vecchi e infelici.
Molti anni fa, nel corso di una conversazione non mi ricordo più su quale argomento, un mio conoscente aveva ipotizzato che non pochi tra i musicisti metal e hard rock fossero in realtà dei grandi appassionati della musica classica. Degli appassionati segreti però…
In quel momento mi era sembrata solo una simpatica battuta e mi ero dimenticato di essa abbastanza velocemente. Con l’età, però, sviluppando la propria cultura musicale ho fatto alcune scoperte più o meno interessanti anche nel contesto di quella battuta. Per esempio, non tutti di quegli appassionati sono proprio segreti: la mia scoperta migliore è stata la musica classica di Jon Lord, ma nella natura esistono anche altri casi. Così, oggi posso condividere con voi la musica classica composta dal cantante heavy metal Glenn Danzig.
Questo personaggio ha pubblicato, nel corso della propria carriera da solista, due album di musica che può essere definita classica: io ho selezionato due brani dal primo, il «Black Aria» del 1992. Il primo brano selezionato è «Overture of the Rebel Angels»:
Il secondo brano selezionato dallo stesso album è «Shifter»:
In sostanza, sembra un mix tra heavy metal e elettronica, ma con una tendenza verso la musica classica e relativamente poco varia. Ma a volte si può fare…
Sembra quasi che quest’anno si stiano «risvegliando» alcuni vecchi personaggi del rock (o quasi del rock): non solo Paul McCartney ha pubblicato un suo nuovo album, lo ha fatto pure Suzi Quatro. Il nuovo album di Quatro si chiama «Freedom»; evito le parole introduttive inutili e inserisco subito la canzone omonima tratta dall’album.
Sono sicuro che le persone interessate saranno capaci di trovare anche da sole le altre canzoni dell’album nuovo. Io, invece, non avendo mai dedicato un post musicale a Suzi Quatro, provo a recuperare qualcosa oggi e posto una delle sue canzoni vecchie e note. Per esempio, potrei scegliere la «Can the Can» (dall’album d’esordio «Suzi Quatro» del 1973):
Bene, non so se e quando tornerò a pubblicare qualcosa di Suzi Quatro (non è mai stata tra le mie preferenze musicali «quotidiane»), ma sono soddisfatto di averlo fatto almeno oggi.
Il compositore francese Jules Émile Frédéric Massenet (1842–1912) è entrato nella storia musicale prevalentemente per le sue opere liriche: numerose e, nella maggioranza dei casi, di una certa popolarità già negli anni della prima esecuzione dal vivo. Tale fatto storico-culturale evidenzia, tra le altre cose, la grande «utilità» delle creature parassitarie chiamate critici musicali: infatti, i critici musicali contemporanei a Massenet affermarono che egli fu più un compositore sinfonico che teatrale e che la sua musica puramente orchestrale fosse migliore. Massenet, invece, ebbe un’opinione diametralmente opposta riguardo alle proprie capacità artistiche: per temperamento non fu portato a comporre opere sinfoniche, i limiti delle forme sonate gli portarono noia.
Io, per fortuna, non sono un critico musicale, sono un semplice ascoltatore e in tale qualità ho sempre preferito la musica sinfonica alle opere liriche (e le opere liriche al balletto) indipendentemente dal compositore autore, in generale, per temperamento mio. Ma oggi provo a essere un divulgatore imparziale e vi propongo due composizioni di Massenet di generi «in conflitto»: una opera lirica e un poema sinfonico.
L’opera lirica più breve di Jules Émile Frédéric Massenet è la «La Grand’Tante» («La prozia»), composta poco dopo il termine degli studi da parte del compositore ed eseguita per la prima volta il 3 aprile 1867. Ha solo un atto, ma per qualche strano motivo è disponibile su YouTube solo in una strana versione ucraina. Di conseguenza, sono stato a selezionarne solo un estratto, diretto da Stéphane Petitjean.
Il poema sinfonico di Jules Émile Frédéric Massenet che ho selezionato per oggi è la ouverture «Phèdre», composta nel 1873. Quella del video è l’esecuzione della Orchestre de la Suisse Romande:
Bene, la prossima volta che mi capita di tornare a questo compositore, mi concentro sulle mie preferenze personali e posto solo la musica sinfonica di Massenet.



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