L’archivio della rubrica «Nel mondo»

In sostanza, è un loop

All’inizio avevo pensato che fosse uno scherzo. E invece no: Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha realmente dichiarato che la guerra militare speciale continua, affinché non vi siano attacchi (ucraini) contro le città russe.
Quando non c’era la guerra militare speciale, non c’erano nemmeno attacchi contro le città russe. E finché ci sarà la guerra militare speciale, continueranno pure gli attacchi contro le città russe. Penso che questa logica semplicissima sia comprensibile anche a Peskov e al suo capo. Ed è proprio questa supposizione che mi porta a concludere che a Peskov sia stato incaricato di dichiarare che la guerra militare speciale continuerà, se non per sempre (nei limiti della esistenza di Putin su questo pianeta), almeno fino al completo esaurimento delle forze di almeno una delle parti in guerra. Putin, a quanto pare, a volte pensa ancora di avere più risorse della Ucraina. Non vorrei che i Paesi occidentali che aiutano l’Ucraina rafforzassero in qualche modo questa sua convinzione.


La lettura del sabato

Che l’articolo del sabato di questa volta sia l’inchiesta di The Insider su chi sta creando le numerose fake news che circolano alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno in Armenia (un altro Stato potenzialmente a rischio).
L’articolo è interessante non solo per la descrizione della lotta per il potere «giusto» nel Paese vicino, considerato «proprio» da certi personaggi a Mosca, ma anche perché ci ricorda ancora una volta che in realtà al Cremlino si comprende e si apprezza l’importanza di uno strumento democratico come le elezioni.
Purché le elezioni vere non si tengano in Russia.


Un altro obiettivo raggiunto

La Reuters scrive che il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno firmato un accordo di difesa che, in particolare, prevede l’adesione della Norvegia all’iniziativa francese in materia di deterrenza nucleare. Nell’ambito di questa iniziativa, i Paesi europei potranno ospitare sul proprio territorio aerei francesi dotati di armi nucleari. Al progetto dell’"ombrello nucleare«, annunciato da Macron nel marzo 2025, erano già aderite otto Stati: Belgio, Germania, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Polonia e Svezia, oltre al Regno Unito, che dispone di armi nucleari proprie.
Negli ultimi quattro anni questa battuta è stata ripetuta in così tante occasioni che ha smesso di essere una battuta (anche se non più divertente) – ed è diventata semplicemente una constatazione di fatto. Il fatto è che è stato raggiunto l’ennesimo obiettivo della guerra militare speciale putiniana: le armi nucleari si sono un po’ diffuse in Europa e si sono avvicinate ancora un po’ al confine russo. È chiaro che lo stesso «ombrello nucleare» francese è stato ideato ed è diventato popolare proprio per cercare di difendersi da un vicino violento, ma ci sono due «ma»:
1) è apparsa la possibilità di schierare aerei francesi con armi nucleari,
2) per evitare che ciò accadesse, sarebbe bastato non diventare aggressivi.
Insomma, congratuliamoci con Putin per un’altra vittoria.


Un breve dialogo

Il 23 maggio il regista Andrej Zvjagintsev, che ha ricevuto il Grand Prix del 79º Festival di Cannes per il film «Minotaur», si è rivolto dal palco a Putin:

C’è una persona alla quale oggi vorrei rivolgermi a nome mio personale. Non usa una VPN per seguire questa cerimonia in diretta. Sono certo che in questo momento abbia questioni molto più importanti da risolvere. E so che nel suo entourage ci sono persone che sanno come fargli arrivare queste parole.
Milioni di persone, da entrambe le parti della linea del fronte, oggi desiderano una cosa sola: che finalmente cessino gli innumerevoli omicidi di esseri umani. E l’unica persona che può fermare questo tritacarne siete voi, signor Presidente della Federazione Russa. Mettete fine a questo massacro. Il mondo intero lo aspetta. Grazie a tutti.

Il 25 maggio il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato durante un briefing con i giornalisti che personalmente non trasmetterà le parole di Zvjagintsev. E ha spiegato:

Zvjagintsev non ha mai condannato il sanguinoso massacro organizzato dal regime di Kiev nel Donbass. A partire dal 2014, quando è iniziata la guerra: se allora lo avesse fatto, probabilmente avrebbe avuto il diritto di parola. Ma adesso questo diritto non ce l’ha.

Lo stesso giorno il media Meduza ha chiesto a Zvjagintsev di commentare le parole di Peskov. Ecco cosa ha risposto:

Sì, è assolutamente vero: non ho diritto di parola, così come oggi non ce l’hanno centinaia di milioni di russi. Perché voi non avete mai ascoltato la loro voce. «Bandar-log» chiamavate i vostri concittadini già nel 2008. E nel 2011. E anche in quel menzognero 2014. E poi, fermata dopo fermata, si è continuato così.
Ed ecco che il nostro potente treno comune si avvicina ormai alla stazione «vicolo cieco». E ora – a mio modesto parere – l’unica cosa giusta, razionale e perfino salvifica per un intero paese sarebbe non perdersi in chiacchiere e deviazioni; non rivolgere ai cittadini la domanda ipocrita del 2022: «Dove siete stati negli ultimi otto anni?». Ma agire qui e ora: porre fine a questa guerra insensata e spietata.
Davanti a noi non ci aspettano altro che dolore e lacrime; delusione e apatia depressiva; arti strappati ai vostri concittadini in nome di un obiettivo fantasma; l’eliminazione di giovani di cui il paese avrebbe bisogno per costruire la vita e il futuro. Non ci aspetta nulla di buono, se non ci fermiamo.

Secondo me è abbastanza evidente che proprio il discorso di Zvjagintsev sia stato riferito immediatamente a Putin – non stiamo parlando di qualche notizia sugli insuccessi dell’esercito russo, che potrebbe turbare il «nonno del bunker». Ma né Putin né il suo portavoce sembrano aver ancora capito una cosa importante. È proprio Zvjagintsev ad avere non solo il diritto di parlare pubblicamente, ma anche una possibilità molto più grande di essere ascoltato rispetto a loro due: dopo l’ennesimo premio ricevuto a Cannes, l’interesse e il rispetto nei confronti di Zvjagintsev nel mondo non potranno che crescere.
Mentre Putin e Peskov continueranno a fare smorfie e sceneggiate.


L’attacco a Kiev

La notte tra il 23 e il 24 magio c’è stato un forte attacco russo alla città e alla regione di Kiev: con droni, missili balistici e da crociera, nonché il sistema «Oreshnik».

Sono state uccise almeno quattro persone, decine di feriti.

Chissà se Putin vuole la pace?

In realtà, è abbastanza evidente che vuole l’interruzione dei combattimenti, ma che avvenga in modo che egli appaia vincitore.

Il mondo sviluppato, invece, può scegliere tra tre opzioni: fargli questo piacere, costringerlo a finire la guerra o fare finta che non stia succedendo nulla.

Ognuno sceglie in base alle proprie qualità umane.

Anche se la maggioranza dei lettori non è nelle condizioni di scegliere.


La lettura del sabato

Questa volta nomino l’articolo della settimana una raccolta di storie di ucraini che hanno scontato la pena in carceri russe per reati penali e che in seguito si sono ritrovati di fatto prigionieri in Russia.
Allo Stato russo non basta tenere questi prigionieri in pessime condizioni: molti di loro vengono anche tentati a firmare un contratto con l’esercito russo e a partire per la guerra contro l’Ucraina. E questa è una storia interessante sui destini umani: si può diventare criminali per molte ragioni, ma prigionieri di uno Stato che si comporta peggio di qualsiasi criminale si può diventare solo per una sfortuna particolarmente grande.


Lo humor di Xi Jinping

Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino (dove Putin era con una visita di due giorni) la mattina del 20 maggio. Secondo quanto riportato dall’agenzia cinese «Xinhua», nel corso dell’incontro Xi Jinping ha affermato che la situazione internazionale rimane instabile e turbolenta e che stanno prendendo piede «le azioni unilaterali e l’egemonismo».
Non posso avere delle certezze assolute circa il senso reale di questa saggia affermazione di Xi Jinping, ma posso presumere che abbia mostrato uno humor asiatico molto sottile inteso gli USA… O qualcuno altro?
Ah, no: ha detto anche Cina e Russia contrasteranno assieme il militarismo e il fascismo. Allora era uno humor asiatico molto spesso. Mentre noi possiamo solo constatare il fatto che gli Stati della Cina e della Russia vivono un in un mondo parallelo al nostro e hanno avuto una storia alternativa a quella mondiale.


Lo scambio delle conoscenze militari

La Reuters scrive che alla fine del 2025 la Cina ha addestrato in segreto circa 200 militari russi sul proprio territorio; alcuni di loro sono già partiti per combattere in Ucraina. L’accordo di addestramento era stato sancito dall’accordo russo-cinese firmato a Pechino il 2 luglio 2025 dagli alti ufficiali di entrambi gli Stati. Il documento prevedeva l’addestramento dei militari russi presso strutture a Pechino e Nanchino, ma anche la formazione di centinaia di militari cinesi nelle basi in Russia. L’accordo vietava espressamente qualsiasi copertura mediatica delle visite e obbligava le parti a non informare terzi. Il programma di addestramento poneva l’accento sull’uso dei droni, sulla guerra elettronica, sull’aviazione militare e sulle operazioni della fanteria motorizzata.
Potrebbe sembrare uno scambio reciproco di favori tra due Stati non certamente amici (l’osservazione della realtà quotidiana non ci permette di parlare della amicizia), ma che almeno sanno e vogliono collaborare. Ma in realtà non è uno scambio particolarmente equo.
Effettivamente, se i pochi ufficiali (in questo caso russi) vanno a studiare all’estero, significa che vanno a imparare qualcosa di particolarmente avanzato (dal punto di vista scientifico e tecnologico) che non possono imparare in patria. Se centinaia di militari (in questo caso cinesi) vanno a studiare all’estero, significa che vanno a imparare qualche materia di applicazione «di massa», dunque qualcosa di più semplice: per esempio, le abilità pratiche acquisite dai militari semplici sul campo. Da tutto questo possiamo dedurre due cose:
1) l’esercito cinese, avendo qualcosa da insegnare, è tecnologicamente più avanzato di quello che si proclama ancora «il secondo esercito del mondo»;
2) l’esercito cinese ci guadagna pure perché si arricchisce della esperienza altrui.
Sono due cose interessanti anche al solo livello teorico. Poi possiamo chiederci perché alla Cina serve la seconda.


Spero di no, ma…

I giornalisti russi – quelli normali e non quei personaggi che si occupano della propaganda statale – si sono accorti di un fenomeno preoccupante. Ormai da due mesi i sostenitori del Cremlino pubblicano dei fake circa il «fatto» che il premier armeno Pashinyan si stia preparando alla guerra con la Russia, ed ecco la sorpresa: Putin ha affermato che l’Armenia (sempre meno fidele alla Russia) sta seguendo i passi della Ucraina.
La sera del 9 maggio i giornalisti-propagandisti hanno chiesto a Putin di Pashinyan, il quale «recentemente ha ricevuto Zelensky, offrendogli una tribuna per lanciare minacce contro il nostro Paese». Putin ha risposto: «Per quanto riguarda i piani dell’Armenia di aderire all’Unione Europea, questo richiede ovviamente un’analisi approfondita. […] Stiamo vivendo tutto ciò che sta accadendo sul fronte ucraino. E da cosa è iniziato tutto? Dall’adesione o dal tentativo di adesione dell’Ucraina all’UE».
Dobbiamo preoccuparci? Sì e no. Da una parte, l’esercito russo è completamente impegnato sul fronte ucraino: con tutte le sue risorse umane e materiali avanza per poche decine di metri al giorno e impiega anni a conquistare paesini di cinque case. Dall’altra parte l’Armenia è uno Stato piccolo, militarmente non forte e per una molteplicità di motivi difficilmente difendibile dall’Occidente: tutto questo la può trasformare nell’obiettivo di una nuova piccola guerra vittoriosa (in una situazione come quella odierna Putin ne avrebbe bisogno).
Putin è per nulla razionale, quindi non posso escludere del tutto che per la sua testa passi l’idea di «conquistare Erevan in tre giorni».


Ho scoperto che la ex portavoce di Vladimir Zelensky (che ha lavorato con lui dal 2019 al 2021), Yulia Mendel, ha concesso un’intervista di un’ora e mezzo a Tucker Carlson. Nell’intervista, Mendel ha definito Zelensky «uno dei maggiori ostacoli sulla strada verso la pace» e ha affermato che egli fa regolarmente uso di droghe. Data la vicinanza delle parole di Mendel alle stronzate della propaganda statale russa, l’intervista ha iniziato a essere attivamente citata dai media statali e filo-governativi russi e dai blogger russi pro-guerra.
L’ufficio di Zelensky ha invece dichiarato che «questa tipa ha perso da tempo il senno». E proprio a questa affermazione io credo facilmente: quale persona normale 1) concederebbe un’intervista a Tucker Carlson su tali argomenti durante la guerra e 2) ripeterebbe in generale la propaganda russa, per di più durante la guerra?
Se fossi una persona influente, inviterei l’opinione pubblica non solo a non sprecare tempo vitale prezioso per questa conversazione, ma anche per discuterne. Ma, purtroppo, i giornalisti hanno l’abitudine di preparare e spalmare sui nostri schermi qualsiasi schifezza sia successa da qualche parte nel mondo.
Beh, OK: almeno avviso voi.