Sembra quasi la trama di un film.
A gennaio Vladimir Aleksandrov, «combattente della 112ª brigata della difesa territoriale delle Forze armate ucraine, è caduto in un’imboscata ed è rimasto ferito, dopodiché è stato catturato dai militari russi. Lo hanno lasciato in vita e lo hanno portato in un rifugio, dove si trovavano con lui due soldati russi feriti.
Quando il gruppo ha esaurito acqua e cibo, una parte dei militari russi se n’è andata, lasciando i feriti. Allora Aleksandrov ha iniziato a convincere i restanti ad arrendersi alla parte ucraina, spiegando che era la loro unica possibilità di sopravvivere. Alla fine, i due soldati russi si sono fatti convincere e gli hanno restituito la radio, affinché potesse mettersi in contatto con il comando delle Forze Armate dell’Ucraina.
L’evacuazione è stata organizzata con l’aiuto di un drone terrestre, ma lungo il percorso i tre sono stati colpiti da droni. Uno dei militari russi è rimasto ucciso, mentre Aleksandrov e il secondo soldato russo si sono rifugiati in una casa in rovina, dove hanno trascorso diversi giorni senza cibo né acqua. In seguito, sono stati recuperati da una squadra di evacuazione delle Forze Armate Ucraine».
Ebbene sì, la semplice citazione (tradotta in questo caso) sembra già una idea ben formulata di un film. Non escludo che ai tempi verrà girato, quindi spero che qualche sceneggiatore capace inizi a lavorarci già ora.
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Il Politico riferisce che l’Unione Europea sta limitando la partecipazione dell’Ungheria alle discussioni sensibili e riducendo il volume delle informazioni riservate che le vengono trasmesse. La ragione è da ricercarsi nei timori che Budapest possa trasmettere dati a Mosca. In precedenza, The Washington Post aveva riferito che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe potuto trasmettere informazioni alla parte russa durante le pause nei negoziati.
In sostanza, l’UE sta riuscendo di trovare il modo di rendere uno degli Stati-membri «meno uguale» degli altri (e politicamente fa bene, conoscendo la tendenza di Orbán di servire gli interessi di Putin), ma non vuole trovare il modo di risolvere il problema della presenza di uno Stato-membro di fatto nemico e ricattatore tra le proprie fila. Purtroppo, non è un fenomeno che è emerso ieri. Stranamente, non capiscono quanto questo fenomeno fa aumentare lo scetticismo (un termine molto diplomatico) nei confronti dell’UE.
Donald Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran, chiedendo che venga ripristinata la navigabilità nello Stretto di Hormuz. In caso contrario, ha minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane:
If Iran doesn’t FULLY OPEN, WITHOUT THREAT, the Strait of Hormuz, within 48 HOURS from this exact point in time, the United States of America will hit and obliterate their various POWER PLANTS, STARTING WITH THE BIGGEST ONE FIRST! Thank you for your attention to this matter. President DONALD J. TRUMP
È veramente strano che Trump sia andato contro la propria tradizione di dare due settimane di tempo. Oppure ha finalmente percepito la situazione creatasi come realmente importante anche dal punto di vista pratico? È molto strano dirlo (conoscendo il personaggio), ma pare di sì.
L’articolo segnalato questo sabato è una inchiesta ben fatta e interessante su come la Corea del Nord ha fornito allo Stato russo tra otto e undici milioni di proiettili e missili nel periodo tra il 2023 e il 2025. Potete immaginare da soli la destinazione dei «beni» forniti, come potete immaginare pure che si sta lavorano sulla ripresa delle forniture.
Nel frattempo, qualcuno sta sicuramente pensando che se la Corea del Nord non avesse creato (creato?) la bomba più importante, ora sarebbe stato un buon momento per…
Vladimir Zelensky ha annunciato che i rappresentanti dell’Ucraina e degli Stati Uniti terranno dei colloqui per porre fine alla guerra russo-ucraina il 21 marzo. Dall’inizio del 2026, Ucraina, Russia e USA hanno tenuto diversi cicli di negoziati trilaterali. L’ultimo incontro si è svolto a Ginevra il 17–18 febbraio. Successivamente, le parti avevano in programma di tenere i negoziati ad Abu Dhabi all’inizio di marzo, ma l’incontro è stato rinviato più volte a causa della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Ecco, inizialmente temevo (non solo io, ovviamente) che la guerra in Iran facesse dimenticare a molti (Trump prima di tutti) il problema della guerra in Ucraina. Ora, invece, ho (e non solo io, in realtà) la speranza che la guerra in Iran diventi una specie di merce di scambio: gli Stati-membri europei della NATO che si sono rifiutati di sostenere la nuova impresa di Trump (facendolo arrabbiare visibilmente) ora possono promuovere una specie di ricatto. «Ti aiutiamo nella impresa importante per te, se tu ci aiuti nella impresa che è importante per noi». Io, se fossi un diplomatico europeo, avrei tentato questa strada. E, soprattutto, avrei avuto dei motivi per pensare che il tentativo possa andare bene.
Molte volte ho scritto delle sanzioni prive di senso – o, addirittura, dannose – adottate dall’UE contro i cittadini russi che hanno lasciato la Russia dopo l’inizio della guerra di Putin contro l’Ucraina. Oggi, finalmente, ho l’occasione di scrivere un post di senso opposto.
La Commissione europea ha aggiornato le linee guida sull’applicazione delle sanzioni contro la Russia, specificando che le banche europee non devono bloccare i conti e le transazioni dei cittadini russi titolari di visti nazionali di lunga durata di categoria D. Le linee guida specificano che le restrizioni previste dalle sanzioni non si applicano alle persone in possesso di un permesso di soggiorno temporaneo o permanente nell’Unione Europea, nello Spazio economico europeo e in Svizzera, né ai titolari di visti D che si sono registrati presso il proprio luogo di residenza.
Finalmente si stabilisce che non bisogna creare problemi alla gente normale e di costringerla, con gli strumenti economici, a tornare nella Russia putiniana a vivere (spesso rischiando delle conseguenze penali per la propria posizione politica) e a lavorare (finanziando la guerra con le tasse e contribuendo con la propria attività professionale alla apparenza della normalità). Di conseguenza, faccio i miei grandi complimenti alla Commissione per la scelta saggia.
Spero che il prossimo passo sia quello di elaborare qualche strumento legale, funzionante in tempi ragionevoli, per contestare le sanzioni personali inflitte per la collaborazione non dimostrata con il regime putiniano: in tal modo si riuscirà a far passare dalla propria parte anche qualche imprenditore medio o grande.
Se non siete ciechi, sordi o completamente scollegati dalla realtà, allora avrete sicuramente già sentito parlare del film «Mr. Nobody Against Putin» («Мистер Никто против Путина», regia di Pavel Talankin e David Borenstein, 2025). In alcune fonti in lingua russa il titolo appare anche come «Господин Никто против Путина» («Il signor Nessuno contro Putin»), ma non c’è da dubitare: si tratta dello stesso film. Io l’ho visto già all’inizio di febbraio, ma ho rimandato la pubblicazione di questo commento fino a oggi – il giorno successivo alla cerimonia degli Oscar. A prescindere dal risultato della premiazione (il film era nominato all’Oscar come miglior documentario lungometraggio e ha vinto, il che mi rende molto felice), «Mr. Nobody Against Putin» è un film che vale la pena vedere e discutere, sia ora che in futuro.
Per cominciare, una piccola formalità: qualche informazione generale sul film. Pavel Talankin, insegnante organizzatore e videografo scolastico della cittadina industriale di Karabash, negli Urali, ha filmato per un anno e mezzo scolastico – da febbraio 2022 a maggio 2024 – il progressivo rafforzamento della propaganda militare nella sua scuola. A volte lo faceva di nascosto, altre volte con il pretesto di svolgere i suoi normali compiti di lavoro. Nell’estate del 2024 Talankin ha lasciato la Russia portando con sé tutto il materiale girato (in realtà aveva già pensato di dimettersi dalla scuola subito dopo l’inizio della grande guerra in Ucraina, ma poi gli è venuta l’idea di realizzare un film). Dopo la partenza, insieme al regista americano David Borenstein, che vive in Danimarca, ha montato questo documentario.
Credo che tutto ciò sia ormai abbastanza noto. Passo quindi alle mie impressioni dopo la visione del film.
Innanzitutto, «Il signor Nessuno contro Putin» è allo stesso tempo un film documentario e profondamente personale.
Documentario – per motivi evidenti e già citati: l’autore ha ripreso con la telecamera varie «lezioni sulle cose importanti» (lezioni di «patriottismo» a favore di Putin e della guerra), le cerimonie di ingresso nella Junarmija (l’organizzazione giovanile militar-patriottica), le registrazioni di messaggi per i «combattenti», l’incontro degli studenti con membri del gruppo Wagner, le riunioni degli insegnanti, l’intervista con un insegnante di storia apertamente «di partito», le conversazioni con gli studenti e così via.
Personale – perché l’autore delle riprese racconta anche qualcosa di sé e del proprio atteggiamento verso la guerra, verso la militarizzazione della scuola e verso gli studenti e i concittadini che hanno «accettato» la guerra (mostrando anche il suo addio alla patria attraverso il saluto alla madre, mentre nasconde a entrambi i suoi veri piani di partenza). A qualcuno i monologhi dell’autore sono sembrati artificiali, come se fossero stati preparati apposta per il film; ma anche se fosse veramente così, non ci vedo alcun problema: l’autore non ci ha mai promesso di essere un osservatore imparziale. Ha semplicemente raccontato la cronologia delle proprie azioni e dei propri pensieri, senza rubare tempo sullo schermo a quelle immagini e a quelle parole per le quali lo spettatore si è seduto a guardare il suo film.
In secondo luogo, dal punto di vista puramente tecnico il film appare un po’ amatoriale. Si vede chiaramente che Talankin ha usato telecamere economiche (erano quelle della scuola) e che spesso non aveva la possibilità di registrare bene l’audio. Ma per delle riprese semi-clandestine è assolutamente normale. D’altronde ciò che interessa veramente è il contenuto: e da questo punto di vista il film funziona molto bene.
In terzo luogo, la parte strettamente documentaria è filmata, montata e commentata senza toni sensazionalistici. Tuttavia, proprio per questo fa paura e mette tristezza, in modo molto umano: per il modo in cui il tempo degli studenti russi viene speso in attività inutili, disumane e basate sulla menzogna. Non sembra che tutti recepiscano la propaganda nello stesso modo, ma qualche traccia nella mente di tutti rimane. L’unica cosa che dà un minimo di sollievo è che molti insegnanti incaricati di organizzare queste attività propagandistiche lo fanno in modo meccanico, goffo, con errori perfino ridicoli – e una propaganda del genere uno normale studente adolescente può solo prenderla in giro. Ma qui rischio di mettermi a raccontare troppo della trama…
In quarto luogo, il film appare realmente come una forma molto pericolosa ma importante e interessante di protesta individuale contro questa guerra. L’autore non si abitua alla guerra e non la dimentica come se fosse qualcosa di lontano dalla propria casa. È impegnato in un lavoro, ha un obiettivo concreto – e questo lo aiuta a non impazzire nella situazione attuale. Una persona che si chiede «che cosa posso fare?» e che allo stesso tempo comprende di non essere in grado di avvicinare la fine della guerra, semplicemente documenta i crimini che avvengono proprio intorno a lui. Un giorno questo lavoro sarà molto utile: forse non necessariamente in tribunale, ma magari per la storia o per la futura denazificazione del Paese che ha iniziato questa guerra criminale.
In generale, considero «Il signor Nessuno contro Putin» un film importante e interessante da vedere. Anche se è montato chiaramente pensando a un pubblico occidentale più ampio (e non tanto a quello russo).

Grazie a Pavel Talankin per queste immagini uniche, per la protesta e per il coraggio. Quello che ha fatto lui, gli altri non hanno nemmeno provato a farlo. Oppure, all’inizio del quinto anno di guerra, semplicemente non sappiamo ancora di questi tentativi?
A prescindere da tutto, ecco la scena più (e forse l-unica) divertente di tutta la settimana appena trascorsa:
Una cosa del genere non si può generare, perché è impossibile concepirla.
Il media The Insider pubblica spesso delle inchieste interessanti, più frequentemente di quanto le segnalo io. L’esempio più recente è l’inchiesta su una nuova unità segretissima dei servizi segreti creata in Russia alla fine del 2022, il cui obiettivo è, tra le altre cose, l’uccisione e il rapimento di oppositori dell’attuale regime russo all’estero.
Il fatto stesso dell’esistenza di una tale unità non può sorprendere: si occupa di ciò di cui si occupano, tra le altre cose, i servizi segreti russi almeno fin dai primi anni dell’esistenza del regime sovietico. L’articolo mi è piaciuto per due motivi. In primo luogo, per la descrizione dell’identificazione di singoli membri della nuova unità e, in secondo luogo, per la conferma del fatto che anche i «migliori ufficiali» dell’FSB e del GRU sono gli stessi idioti incompetenti che conosciamo bene dalle storie famose, capaci di farsi beccare per cose incredibilmente semplici.
Il Guardian ha riferito ieri che l’Agenzia internazionale per l’energia ha ordinato di liberare il più grande volume di riserve petrolifere statali della sua storia: 400 milioni di barili, un terzo del volume totale delle riserve. In questo modo l’agenzia cerca di attenuare lo shock sul mercato petrolifero causato dalla guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un quarto di tutte le forniture mondiali di petrolio.
E ora un po’ di aritmetica. Il volume del consumo mondiale giornaliero di petrolio è di circa 102 milioni di barili. Ciò significa che se le forniture di petrolio che normalmente passano attraverso lo Stretto di Hormuz sono completamente bloccate, le riserve sbloccate dovrebbero essere sufficienti per poco più di 15 giorni di consumo normale.
Tra 15 giorni la guerra finirà e lo Stretto di Hormuz sarà nuovamente aperto? Per ora sono disposto a scommettere solo sul fatto che Tramp non avrà la pazienza di continuare la guerra per due settimane. Ma non sono proprio sicuro che tutti gli altri elementi della crisi scompariranno in 15 giorni. Certo, in teoria si potrebbero moltiplicare i 15 giorni per 3, ma in pratica nessuno oserebbe svuotare completamente le riserve mondiali di petrolio.
Quindi ci si potrebbe preparare moralmente al fatto che in primavera il petrolio aumenterà di prezzo. Fare scorta di benzina e non stupirsi, per esempio, del volto soddisfatto di Putin (che riceverà un po’ più di soldi per continuare la guerra). E, allo stesso tempo, rallegrarsi che l’Agenzia internazionale per l’energia abbia almeno cercato di darvi il tempo di prepararvi. Ma sembra che a salvarci sia il fatto che anche i paesi non membri dell’Agenzia internazionale per l’energia dispongono di riserve di petrolio e che una parte del petrolio sia stata fatta passare aggirando lo Stretto di Hormuz.
Qualcuno potrebbe ora stupirsi del fatto che io abbia deciso di giocare a fare l’esperto di petrolio. In realtà, ho scritto tutto questo per sottolineare che un certo Donald sembra non aver pensato al mercato mondiale del petrolio nemmeno a un livello così elementare (ma questo, ovviamente, non significa che io abbia deciso di difendere il regime idiota iraniano).



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