Cinque diplomatici europei coinvolti nei negoziati hanno riferito al Financial Times che i Paesi-membri dell’UE stanno iniziando a richiedere in massa delle deroghe per sé stessi dal nuovo pacchetto di sanzioni anti-russe, e ciò mette a rischio la strategia di sostegno all’Ucraina. Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo hanno chiesto di attenuare il 21-esimo pacchetto di sanzioni in fase di elaborazione o hanno bloccato del tutto alcune misure.
La Grecia è quella che si sta battendo con maggiore determinazione per ottenere le deroghe, non essendo disposta ad approvare il pacchetto nella sua interezza se non le verrà concesso il permesso di trasportare il GNL russo verso paesi terzi. Il Portogallo e la Germania insistono affinché venga escluso dal pacchetto il divieto di acquisto di pesce russo, invocando gli interessi dell’industria locale di trasformazione del pesce. Francia e Italia chiedono un alleggerimento del divieto di rilascio dei visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. L’Austria, da parte sua, chiede nuovamente di sbloccare i beni russi per un valore di 2 miliardi di euro, al fine di compensare la Raiffeisen Bank per la sanzione inflitta da Mosca (quella per l’uscita dal mercato russo a causa della guerra).
Posso comprendere alcune delle obiezioni sollevate dai Paesi europei (le sanzioni sulle materie prime sono talmente inefficaci che non ha senso insistere troppo su di esse), mentre altre non le capisco proprio. Ciò che mi sorprende di più sono le posizioni di Austria, Francia e Italia.
I beni russi congelati non sono stati sequestrati. Anche i beni congelati, ma non sequestrati, non potranno essere utilizzati per risarcire la banca (ma si potrà provare a trasferirli in Russia).
Non riesco proprio a capire perché si debbano rilasciare visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. Queste persone – anche se si volesse proprio vederle arrivare in Europa – non sono turisti ricchi che andrebbero subito a spendere soldi in Europa. Possono recarsi in Europa o su incarico dello Stato russo (è proprio questo che vogliono gli europei?), oppure in qualità di rifugiati politici (e chi impedisce di accoglierli in tale veste già adesso?).
Insomma, non riesco a comprendere tutte le obiezioni dei paesi europei…
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Mi è giunta la voce che è finito il campionato mondiale di calcio 2026 (quello giocato in tre Stati e con una quantità record delle squadre partecipanti). Ora, finalmente, posso andare a vedere i risultati delle partite principali: aggiornarmi risparmiando decine di ore rispetto a chi ha visto almeno una parte delle partite giocate.
Nel frattempo, non posso non condividere con il mondo la prima grande scoperta sociologica che ho fatto in materia. Come avrete sentito anche voi, questo campionato è stato caratterizzato – tra le altre cose – dai prezzi abbastanza alti dei biglietti. I prezzi dei biglietti per la finale giocata a New York sono stati questi:

Le tribune, durante la cerimonia che ha preceduto la partita, hanno avuto questo aspetto:

La mia scoperta, dunque, può essere formulata nel modo seguente: i pazzi disposti a spendere la propria unica vita per vedere le partite di calcio (ma forse anche degli altri sport) sono tanti e hanno una notevole capacità di trovare soldi inutili. Non so come possano essere inutili i soldi: probabilmente perché non sono abbastanza pazzo… Ma posso presumere che ci sia un legame tra le due capacità appena menzionate.
L’azienda italiana Danieli – uno dei leader mondiali nella produzione di altiforni, presse da forgiatura e laminatoi – due anni fa aveva dichiarato di essersi completamente ritirata dal mercato russo. Tuttavia, è emerso che ciò non corrispondeva al vero: nel 2025 l’azienda continuava ancora a vendere i propri prodotti alle acciaierie russe, sia direttamente che tramite una filiale russa apparentemente «non più controllata». Dai dati doganali emerge che nel 2025 Danieli importava in Russia pezzi di ricambio per la riparazione di laminatoi, per l’impianto di fusione elettrica dell’acciaio e per l’area di installazione dell’impianto di depurazione dei gas.
Ehm… ma voi sapete qual è il settore produttivo russo che da oltre quattro anni consuma la maggior parte dei prodotti metallurgici russi? Di conseguenza, riuscite a immaginare anche su cosa, seppur indirettamente, guadagna la Danieli?
Io, intanto, inizierei a lavorare su un elenco delle aziende italiane con gli interessi simili. Se andiamo in ordine alfabetico, la prima componente della lista che mi viene in mente è Beretta, poi segue l’azienda menzionata sopra.
CBS News riferisce che lo stabilimento di munizioni costruito a Mesquite (Texas) con un investimento di 469 milioni di dollari, in due anni di attività non ha prodotto nemmeno un componente per i proiettili di artiglieria da 155 mm. È quanto emerge dal rapporto dell’ispettore generale del Pentagono, pubblicato lunedì. Negli ultimi quattro anni le scorte di proiettili da 155 mm del Pentagono si sono ridotte di 3,6 milioni di pezzi. Più di 3 milioni di questi sono stati consegnati all’Ucraina nell’ambito dei pacchetti di aiuti militari dell’amministrazione di Joe Biden, circa 112 mila sono stati utilizzati durante esercitazioni e test, mentre altri 218 mila sono stati venduti ad altri Paesi. La domanda di artiglieria da parte dell’Ucraina nel complesso è leggermente diminuita: la guerra si basa sempre più sui droni, piuttosto che su combattimenti di posizione con bombardamenti di artiglieria massicci, come avveniva alcuni anni fa. Tuttavia, nonostante la diffusione di nuove armi, l’artiglieria continua a svolgere un ruolo importante sul fronte.
Sono quasi certo (certo al 99%) che i fatti sopra esposti non impediranno affatto ai fan sfegatati di Trump di continuare ad affermare che Donald Trump sta aiutando molto l’Ucraina nella sua guerra difensiva. E, in generale, che tutta la produzione americana si sia già rafforzata e sviluppata ai tempi di Trump. Di solito non sono messi molto bene con la conoscenza dei fatti reali, ma la mancanza di conoscenza non impedisce proprio di dire cose del genere: anch’io ho sentito cose simili, e me le hanno raccontate anche dei conoscenti.
Sarebbe molto divertente da osservare, se non avesse un impatto sul mondo esterno.
Nove Stati europei (Estonia, Danimarca, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Finlandia e Svezia) si sono rivolte alla Commissione europea proponendo di escludere il Comitato Olimpico Internazionale dai programmi di finanziamento a causa della decisione di ammettere gli atleti russi alle selezioni per le Olimpiadi del 2028. Gli autori della richiesta chiedono inoltre di sospendere i finanziamenti tramite i programmi europei anche alle federazioni che hanno ammesso atleti provenienti dalla Russia e dalla Bielorussia a partecipare alle proprie competizioni.
È chiaro che la maggior parte dei Paesi firmatari della richiesta all’UE sono quelli che temono particolarmente le azioni aggressive da parte dello Stato russo e che, in generale, hanno molti motivi per non gradire tale Stato. Ma anche indipendentemente da tutto ciò, si può affermare che abbiano deciso di difendere un principio del tutto logico: gli sponsor finanziari del Comintato devono provenire da un unico schieramento. Semplicemente perché così sarebbe più onesto e comprensibile per tutti.
Come forse saprete, l’UE ha già vietato l’acquisto di GNL russo con contratti a breve termine, mentre il divieto totale di importazione di GNL russo con contratti a lungo termine entrerà in vigore il 1° gennaio 2027; le forniture di gas tramite gasdotto saranno vietate più avanti nello stesso anno.
Ora il Financial Times, citando i dati della società di analisi Kpler, riferisce che nella prima metà del 2026 i Paesi-membri dell’Unione Europea hanno acquistato una quantità record di 9,89 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto dalla società russa «Yamal LNG»: si tratta di un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di conseguenza, l’Europa ha acquistato quasi tutto il GNL prodotto dall’azienda in sei mesi.
Secondo le stime dell’organizzazione non governativa tedesca Urgewald, le forniture potrebbero essere costate agli acquirenti europei circa 6 miliardi di euro. La Francia è stata il principale acquirente, con 3,6 milioni di tonnellate. Il Belgio ha importato 2,9 milioni di tonnellate, la Spagna 2,7 milioni di tonnellate.
Questa è l’ennesima — e forse una delle più assurde — dimostrazioni del fatto che non ha molto senso introdurre le sanzioni nell’ambito delle risorse non eliminabili dal mercato globale. Sarebbe una mossa burocraticamente facile, ma totalmente inutile dal punto di vista pratico. L’UE, attualmente, è un organo burocratico.
Uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump al Congresso (e uno di quelli che in passato erano stati suoi oppositori altrettanto accaniti), il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham, è deceduto all’età di 71 anni: il giorno seguente al suo ritorno da Kiev. L’ufficio del senatore ha comunicato che la morte è sopraggiunta in seguito a «una malattia breve e improvvisa». Il comunicato non forniva ulteriori dettagli.
Graham era il sostenitore di un inasprimento della politica nei confronti della Russia e dell’Iran. Domenica avrebbe dovuto annunciare nuove sanzioni contro la Federazione Russa.
Laura Loomer, alleata di Trump, ha affermato che Graham potrebbe essere stato avvelenato dalla Russia e ha chiesto che venga condotta un’analisi tossicologica. Ha ricordato che recentemente il «filosofo» russo Alexander Dugin, vicino al Cremlino, aveva incitato all’omicidio di Graham (i giornalisti non sono ancora riusciti a trovare il tweet originale a cui faceva riferimento Lumer).
Commentando la morte di Graham, Dugin ha scritto sul suo canale Telegram che «rallegrarsi della morte di una persona è meschino e inaccettabile», per poi insultare Graham, come aveva già fatto più volte: «Ma ecco la domanda: un russofobo-gay-sionista-terrorista-estremista è ancora un essere umano?» (ortografia dell’autore mantenuta).
Nonostante tutta la mia antipatia verso l’attuale regime russo, sospetto che le accuse citate sopra possano fare più o meno la stessa fine della «influenza russa sulle elezioni americane»: le capacità degli agenti russi mi sembra in questo caso abbastanza sopravalutata. A volte (ma solo a volte) riescono ad avvelenare o eliminare fisicamente qualche oppositore russo particolarmente antipatico ai loro capi, ma non so se siano in grado di avvicinarsi così pericolosamente a un senatore statunitense.
Ma, ovviamente, in questo specifico caso posso anche sbagliarmi.
L’articolo segnalato per questo sabato è dedicato a un argomento che fino a non troppo tempo mi sarebbe sembrato un classico esempio di teoria del complotto. Mentre di questi tempi posso anche crederci.
In sostanza, i documenti relativi ai negoziati segreti tra Russia e Cina, giunti in possesso del media The Insider (e verificati da esso), confermano che la cooperazione militare tra i due Paesi è più profonda di quanto fosse noto pubblicamente. Tra le altre cose, la Cina ha coinvolto la Russia in un programma volto a contrastare il sistema satellitare Starlink di Elon Musk, che comprende sia misure di contrasto di natura giuridica e diplomatica, sia mezzi per la distruzione diretta dei satelliti.
Trump ha incontrato Zelensky l’8 luglio durante il vertice NATO ad Ankara, dove ha promesso di concedere all’Ucraina la licenza per la produzione di missili Patriot e ha accolto con favore gli attacchi a lungo raggio delle Forze armate ucraine sul territorio russo, definendoli «un’escalation che potrebbe portare alla fine della guerra». L’ufficio del presidente ucraino ha dichiarato che l’incontro tra Trump e Zelenskyy è stato «uno dei migliori, se non addirittura il migliore» di sempre.
Prima dell’incontro, Trump aveva dichiarato pubblicamente che, al termine dello stesso, avrebbe chiamato Putin. Ma, come ha riferito il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, la telefonata non è avvenuta: «Il signor Trump, a quanto pare, era molto impegnato dopo tutti i contatti avuti ad Ankara, quindi ieri nessuno ha chiamato».
Nonostante tutto, mi diverte ancora tanto la convinzione degli «abitanti» del Cremlino che si possa avere un rapporto stabile e costantemente positivo con Donald Trump (secondo me sono gli unici sulla Terra a non essersi ancora accorti che quello cambia idea su tutto più volte al giorno). E, allo stesso tempo, noto quasi una servile ammirazione per l’America proprio tra gli abitanti del Cremlino: sembrano che cerchino di far vedere a tutti di essere pari ai grandi (in tutti i sensi) amministratori statunitensi. Anzi, di essere dei partner prescelti degli ammirevoli amministratori statunitensi: per esempio, nel messaggio di auguri per i 250 anni della Indipendenza destinato a Trump, Putin gli aveva dato del tu. Era talmente desideroso di apparire un grande amico del «mitico» Trump, che si era dimenticato che il «tu» è percepibile solo nel testo russo del messaggio…
Nonostante gli attacchi informatici e le provocazioni in Europa (oltre al rafforzamento della presenza militare russa al confine con la Finlandia, nell’estremo nord e a Kaliningrad), la NATO non ritiene che la Russia si stia preparando, nell’immediato futuro, a uno scontro militare diretto con l’Alleanza. Non vi sono segnali che indichino l’intenzione della Federazione Russa di sferrare un attacco imminente contro l’Alleanza nel breve termine, ha affermato un alto rappresentante della NATO. Ha tuttavia aggiunto che Putin e le autorità russe a volte prendono «decisioni piuttosto sbagliate».
Continuo a pensare che tutte le azioni della Russia al confine con la NATO siano un tentativo di distrarre l’attenzione e le risorse materiali occidentali dalla guerra in Ucraina. Ma, allo stesso tempo, mi stupisce un po’ la saggezza strategica di tale mossa e la costanza della sua applicazione. Proprio perché i dirigenti statali della Russia odierna sono noti prevalentemente per le scelte brutte.



RSS del blog


