Alle elezioni politiche armene del 7 giugno il partito «Contratto Civico» dell’attuale premier Nikol Pashinyan ha ottenuto il 49,81% dei voti, conquistando 61 seggi su 105 in Parlamento. Questo significa, tra le altre cose, che la propaganda russa — particolarmente nel corso della campagna elettorale armena — ha fallito il proprio obiettivo di far vincere la parte filo-russa della opposizione.
Dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni, l’amministrazione presidenziale della Federazione Russa ha «raccomandato» ai media statali e filo-governativi di sottolineare nei propri articoli / video / trasmissioni audio che il partito di Pashinyan ha ottenuto meno del 50% dei voti alle elezioni e mettere, in tal modo, in dubbio la sua legittimità.
Questo rapporto con l’obiettivo mancato non solo illustra i modi della propaganda statale russa. Illustra anche la visione un po’ perversa di certi personaggi del concetto della vittoria elettorale: secondo loro o prendi la maggioranza dei voti o non hai vinto. Provate a confrontare il 49,81% del partito di Pashinyan con le vittorie elettorali in Italia degli ultimi decenni: vi renderete conto di avere ora a disposizione una nuova barzelletta politica.
L’archivio del tag «armenia»
Che l’articolo del sabato di questa volta sia l’inchiesta di The Insider su chi sta creando le numerose fake news che circolano alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno in Armenia (un altro Stato potenzialmente a rischio).
L’articolo è interessante non solo per la descrizione della lotta per il potere «giusto» nel Paese vicino, considerato «proprio» da certi personaggi a Mosca, ma anche perché ci ricorda ancora una volta che in realtà al Cremlino si comprende e si apprezza l’importanza di uno strumento democratico come le elezioni.
Purché le elezioni vere non si tengano in Russia.
I giornalisti russi – quelli normali e non quei personaggi che si occupano della propaganda statale – si sono accorti di un fenomeno preoccupante. Ormai da due mesi i sostenitori del Cremlino pubblicano dei fake circa il «fatto» che il premier armeno Pashinyan si stia preparando alla guerra con la Russia, ed ecco la sorpresa: Putin ha affermato che l’Armenia (sempre meno fidele alla Russia) sta seguendo i passi della Ucraina.
La sera del 9 maggio i giornalisti-propagandisti hanno chiesto a Putin di Pashinyan, il quale «recentemente ha ricevuto Zelensky, offrendogli una tribuna per lanciare minacce contro il nostro Paese». Putin ha risposto: «Per quanto riguarda i piani dell’Armenia di aderire all’Unione Europea, questo richiede ovviamente un’analisi approfondita. […] Stiamo vivendo tutto ciò che sta accadendo sul fronte ucraino. E da cosa è iniziato tutto? Dall’adesione o dal tentativo di adesione dell’Ucraina all’UE».
Dobbiamo preoccuparci? Sì e no. Da una parte, l’esercito russo è completamente impegnato sul fronte ucraino: con tutte le sue risorse umane e materiali avanza per poche decine di metri al giorno e impiega anni a conquistare paesini di cinque case. Dall’altra parte l’Armenia è uno Stato piccolo, militarmente non forte e per una molteplicità di motivi difficilmente difendibile dall’Occidente: tutto questo la può trasformare nell’obiettivo di una nuova piccola guerra vittoriosa (in una situazione come quella odierna Putin ne avrebbe bisogno).
Putin è per nulla razionale, quindi non posso escludere del tutto che per la sua testa passi l’idea di «conquistare Erevan in tre giorni».
Scrivendo dell’incontro dell’8 agosto (del quale avete probabilmente letto o sentito qualcosa), Trump ha ingannato molti menzionando sul suo Truth Social la «cerimonia ufficiale della firma della pace» tra l’Armenia e l’Azerbaijan («official Peace Signing Ceremony»). Di conseguenza, molti media mondiali, come Associated Press, CNBC, Euronews, hanno utilizzato proprio questa formulazione. In realtà, le parti hanno firmato solo una dichiarazione dal contenuto abbastanza semplice e banale, composta da sette punti.
Il primo di questi punti recita:
Noi e il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald J. Trump abbiamo assistito alla firma del testo concordato dell’"Accordo per l’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali tra la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica di Armenia" da parte dei ministri degli Affari esteri delle Parti. A questo proposito, abbiamo riconosciuto la necessità di proseguire le azioni volte alla firma e alla ratifica definitiva dell’Accordo e abbiamo sottolineato l’importanza di mantenere e rafforzare la pace tra i nostri due Paesi.
Insomma, potete immaginare la cosiddetta importanza dell’incontro.
Anzi, la sua importanza più grande consiste nel fatto che i due Presidenti caucasici sono andati non da Putin (che non ha più la possibilità fisica di apparire il «capo» della zona ex-sovietica) e non da Erdogan (il quale ha la reale influenza sui rapporti nella regione dove si trovano i due Stati menzionati), ma da Trump (il quale, come al solito, non ha fatto alcunché, ma vuole apparire un grande pacificatore). Non riesco proprio a immaginare degli esiti positivi…
Il governo armeno ha approvato un progetto di legge per l’avvio del processo di adesione della Repubblica all’Unione Europea. Il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan ha dichiarato, tra l’altro, quanto segue:
L’UE ha espresso in varie occasioni il proprio sostegno politico alla democrazia in Armenia, […] ha espresso la sua disponibilità a contribuire al rafforzamento della sostenibilità economica dell’Armenia. È ovvio che l’UE ha le tradizioni democratiche molto ricche, le istituzioni democratiche forti, un ambiente competitivo libero, un’economia moderna, una scienza avanzata e sviluppata.
Sono ancora necessari l’approvazione parlamentare e il referendum popolare del progetto governativo, ma il senso generale di ciò che sta accadendo è già chiaro: il Governo armeno è andato ufficialmente e decisamente nella direzione opposta rispetto alle organizzazioni internazionali (pro-)russe (la permanenza in esse, anche solo formalmente, è impossibile contemporaneamente all’adesione all’UE). Si potrebbe chiedersi, con una espressione di sorpresa «ma perché hanno deciso di farlo»? Si può, ma solo se si è appena arrivati da un altro pianeta. La Russia non fa nulla di positivo per i propri colleghi delle varie organizzazioni interstatali. E ora ha ottenuto un altro grande successo «geopolitico»: possiamo congratularci con Putin e tutti i suoi soci.
Quello che mi preoccupa di più in questo momento non è la probabile reazione della Russia (non sono sicuro che abbia le forze disponibili per farlo), ma la probabile mancanza di coraggio della popolazione armena: come si è visto nella recente esperienza moldava, temo che una percentuale significativa di elettori armeni avrà paura di votare al referendum per un percorso verso l’UE. Perché nell’UE si viene accettati lentamente e in cambio di grandi e sensibili riforme, e poi non si riceve molta protezione dal vicino aggressivo. Mentre la Russia di Putin, con il suo comportamento ben noto a tutti, non è ancora sparita dalla realtà. Spero tanto che queste paure vengano superate.
Alla fine dell’aprile del 2021 avevo reso pubblico sul proprio sito la versione seria del mio traslitteratore dell’alfabeto russo: uno strumento che permette di convertire con un click i caratteri cirillici russi in quelli latini seguendo le regole di qualsiasi sistema di tralitterazione ufficiale o non. Troverete facilmente quella mia creatura nella sezione «Strumenti» del sito. Anche se, molto probabilmente lo conoscete già: in pochi mesi si era affermato in qualità di una delle pagine più popolari della versione italiana del sito (e diversi visitatori vengono spesso solo per esso).
Ecco, a questo punto ho pensato: visto che lo strumento è richiesto e il suo algoritmo può essere facilmente applicato a qualsiasi alfabeto di qualsiasi lingua (è sufficiente sostituire le coppie delle lettere originali e quelle latine e aggiungere le descrizioni dei sistemi di traslitterazione), posso creare velocemente i traslitteratori di tanti altri alfabeti rari! Si tratta di un lavoro un po’ noioso – perché richiede di fare il copia-incolla attento di decine di singoli caratteri – ma facile e potenzialmente redditizio. Di conseguenza, ho iniziato con la raccolta e la sistematizzazione delle informazioni su primi sei alfabeti… E ora posso iniziare a pubblicare i relativi traslitteratori! Per una serie di motivi sarebbe stato meglio iniziare da quello ucraino, ma esso è uno dei più impegnativi da realizzare perché prevede la codifica di una altissima quantità delle regole. E dato che io voglio per forza farlo realmente bene, mi prendo tutto il tempo necessario e nel frattempo pubblico altri traslitteratori più facili da creare.
Il traslitteratore che presento ora è quello che consente di fare la traslitterazione / romanizzazione dell’alfabeto armeno (e la traslitterazione reversibile) seguendo uno dei 7 sistemi ufficialmente esistenti. Testatelo e pubblicizzatelo tra le persone che alle quali potrebbe essere utile. E, ovviamente, scrivetemi dei difetti e degli errori trovati. Spero che lo strumento si riveli utile a almeno una persona su questo pianeta.

Seguiranno gli annunci degli traslitteratori di altri alfabeti.
Le persone più interessate possono scrivermi di quale traslitteratore hanno bisogno.
Migliaia di armeni residenti in Nagorno Karabakh hanno improvvisamente saputo di non poter più stare a casa propria. E si sono messi in viaggio verso il territorio armeno ancora esistente:
Da diversi decenni sapevano di non essere voluti a casa propria. Erano abituati allo stato di guerra di fatto ininterrotto. Potevano immaginare che prima o poi il conflitto riguardante la loro terra sarebbe arrivato a una svolta, positiva o negativa per loro. Ma tutto questo non rende meno drammatica (e non giustifica) la situazione nella quale si trovano ora.
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato ieri che lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale sarà ratificato integralmente:
Il governo ha inviato lo Statuto di Roma al Parlamento e, secondo la mia posizione e quella della frazione del nostro partito, lo Statuto sarà pienamente ratificato. Il fatto della ratifica non ha nulla a che fare con le relazioni tra l’Armenia e la Russia, ma riguarda le nostre questioni di sicurezza.
Il Governo armeno ha inviato lo Statuto di Roma al Parlamento per la ratifica il 1° settembre. Il presidente del Parlamento Alen Simonyan ha dichiarato che il documento, firmato dalla Armenia nel 1998, verrà ratificato presto.
Si tratta di uno di quei rarissimi casi in cui io interpreto le parole del linguaggio diplomatico esattamente così come sono state pronunciate. L’Armenia si trova realmente in una situazione del costante percolo bellico accompagnato dai vari crimini di guerra. Mentre Putin – per il quale è stato emanato il mandato internazionale di arresto proprio dalla Corte penale internazionale, istituita dal suddetto Statuto – viaggia poco all’estero e non vorrà certamente visitare una zona già poco sicura come l’Armenia. Di conseguenza, è evidente più o meno a tutti che la suddetta ratifica dello Statuto non è una misura rivolta (almeno in via principale) contro di lui: l’Armenia dipende ancora in molti aspetti dalla Russia, dunque l’applicazione dello Statuto sarà sicuramente molto selettiva. Ma il Ministero degli Esteri russo, ovviamente, non poteva non esprimere pubblicamente la propria «preoccupazione»: fa parte del suo lavoro.
Il presidente armeno Nicol Pashinyan aveva annunciato già lunedì la storica – e a suo modo saggia – decisione di fare un passo concreto e utile verso la reale fine del conflitto pluridecennale e riconoscere il Nagorno-Karabakh come un territorio azero. Naturalmente non so cosa accadrà in pratica e non posso essere sicuro che il tutto proceda senza problemi e/o lungaggini.
Non posso però non sottolineare che l’accordo generale sull’argomento suddetto (anche se senza ancora firmare alcun documento ufficiale) è stato ieri raggiunto con Aliyev proprio a Mosca: cioè nella capitale di uno Stato che si è dimostrato del tutto incapace di fare qualcosa del genere. Non sono sicuro che tutti i sostenitori della guerra in Ucraina abbiano notato e apprezzato questo aneddoto diplomatico.
Io, invece, in attesa della pace – in Ucraina, ma anche in Nagorno-Karabakh – non posso fare a meno di esprimere la speranza che insieme al problema territoriale Pashinyan riesca a liberarsi da una parte sensibile della dipendenza dallo Stato russo, almeno nel campo della sicurezza. Non so se ci contava (o ci sperava), ma ha una piccola possibilità di prendere due piccioni con una fava.
E i residenti del Cremlino potrebbero perdere ancora un po’ di influenza, il che è sempre una cosa buona.
Come sicuramente vi ricordate, il 17 marzo è stato emesso il mandato di arresto di Putin da parte della Corte Penale Internazionale. Dopo oltre due settimane noi potremmo già fare una piccola collezione delle reazioni ufficiali di vari Stati del mondo a tale evento. Per esempio, alla fine della settimana scorsa Hakob Arshakyan, il vicepresidente del parlamento armeno, ha dichiarato che le autorità del Paese non arresteranno il presidente russo Vladimir Putin in base al mandato della Corte penale internazionale se egli dovesse visitare il Armenia. Mentre il 23 marzo una dichiarazione analoga era stata fatta da Viktor Orban.
In entrambi i casi citati si tratta di Stati che hanno ancora una certa dipendenza dalla Russia: l’Armenia dipende in termini della sicurezza nei suoi rapporti con l’Azerbaijan, mentre l’Ungheria ha ancora bisogno delle fonti di energia russe. Ma più in generale si può constatare che allo stato attuale delle cose il mandato di arresto causa i problemi principali non a Putin (che da oltre dieci anni viaggia poco all’estero) e non agli Stati che dipendono dalla sua politica (non viene vietato dipendere), ma agli Stati che in qualche modo cercano di mantenere la neutralità. Infatti, proprio quegli Stati devono ora decidere, ogni volta, se ospitare Putin sul proprio territorio nell’occasione di qualche incontro o summit (andando incontro alle pressioni e domande scomode) oppure trovare un modo diplomatico di invitare Putin a non visitare il loro territorio (una situazione moralmente fastidiosa per entrambi le parti).
Possiamo dunque costatare che il mandato di arresto, prima ancora di essere eseguito, provoca già un effetto collaterale: restringe il campo di azione internazionale di Putin. Qualche Stato rivaluterà l’opportunità di essere neutrale nei suoi confronti, mentre Putin si sentirà ancora più isolato. Da sole queste due cose non basterebbero per fare finire la guerra, ma in qualche modo contribuiscono.
Spero.



RSS del blog

