Visto che, purtroppo, ci ritroviamo quasi chiusi in casa per non si sa bene quanto altro tempo (le differenze con il lockdown non sono poi così grandi), dobbiamo nuovamente inventarci dei passatempi più o meno sensati. Presumo (o spero?) che tutti i miei lettori abbiano abbastanza perseveranza, fantasia, passione e comprensione di necessità per realizzare – nel tempo libero – dei progetti personali nei propri ambiti professionali. Quindi a me non rimane altro che contribuire iniziando a pubblicare la mia serie di proposte nell’ambito del divertimento.
Per esempio, potrei iniziare dalla lista dei film validi che a me è capitato di vedere più o meno recentemente, ma che qualcun altro poteva avere saltato. Come ben sapete, il cinema russo è un argomento a sé stante sulle pagine di questo blog (ricordo l’ultima puntata a tutti coloro che l’avessero persa), mentre con il post di oggi provo a fare una prima selezione di film europei e statunitensi consigliabili. Può capitare, almeno in teoria, che a voi ne sia sfuggito qualcuno.
Penso che cinque titoli alla volta possano essere sufficienti:
1. «La belle époque» di Nicolas Bedos (2019). Un film molto bello (in tutti i sensi) e molto tranquillo. Raccomandato anche a chi si accorge di uno preoccupante avanzamento della pigrizia intellettuale: si potrebbe provare a prendere il film come una ricetta.

2. «Il caso Collini» di Marco Kreuzpaintner (2019). È un bel film per chi sa riflettere sui Continuare la lettura di questo post »
L’archivio della rubrica «Cultura»
Manuel de Falla è probabilmente il primo tra gli spagnoli a essere entrato nella famiglia dei grandi compositori europei di musica classica come un componente non inferiore agli altri. Per riuscire a farlo non ha dovuto uniformarsi ad alcuna tendenza: semplicemente, ha unito il flamenco spagnolo con la sonorità di una orchestra sinfonica. Nel corso della propria carriera musicale ha scritto delle composizioni di varie tipologie, ma io, per il post di oggi, ho voluto scegliere qualcosa che rappresenti al meglio la sua caratteristica appena menzionata.
Di conseguenza, la prima composizione scelta è la «Danza española» (dall’opera «La vida breve») suonata dalla orchestra ungherese di Budafolk (la solista è la violinista ungherese Katica Illényi). Alcune tendenze al pop di questa interpretazione sono giustificate dal fatto che si tratta pur sempre di una danza.
Mentre la seconda composizione selezionata per oggi è la «Serenata andaluza» (suonata dalla orchestra Frankfurt Radio Symphony, solista Javier Perianes):
Per oggi è così, ma molto probabilmente tornerò ancora a Manuel de Falla.
Il 23 ottobre è uscito il nuovo album di Joe Bonamassa: «Royal Tea». E dato che per me si tratta di un evento culturale importante, non posso non dedicarne un post della mia rubrica musicale.
La prima canzone del nuovo album che ho selezionato è «Why Does It Take So Long to Say Goodbye»:
E la seconda canzone tratta dallo stesso album è «A Conversation With Alice»:
Bene, almeno dal punto di vista musicale non è un anno perso.
Quando stavo appena iniziando a studiare l’italiano, alcuni insegnanti mi avevano detto, tra le altre cose, che le persone più sgrammaticate si riconoscono anche dall’uso improprio della lettera H.
Nel corso degli anni, poi, ho dovuto scoprire da solo che lo stesso si potrebbe dire anche della lettera D. Vedere un errore del genere in una sede universitaria è particolarmente curioso:

P.S.: per la tranquillità degli altri (che in questo periodo scarseggia sempre più), portate pure la mascherina nei luoghi pubblici.
Il semplice post di oggi è dedicato esclusivamente a una precisazione noiosa e inutile.
Molto probabilmente vi siete accorti anche voi che l’internet è da tempo invaso dalla pubblicità del film «Borat Subsequent Moviefilm» (il nome ufficiale di «Borat 2»). E, se siete stati attenti, avete notato i due modi di scrivere il nome del protagonista.
Il primo di questi modi è composto da caratteri che graficamente esistono sia nel cirillico russo che in quello kazako. In entrambi i casi si leggono come VOJADT.

Il secondo modo, invece, è caratterizzato da una lettera – quella centrale – che nel cirillico non esiste. Quindi si può leggere VORDT, VO[lettera inesistente]DT, oppure BORDT.

Non so perché ho scritto tutto questo, ma voi ora avete qualche informazione inutile in più. Utilizzatela come vi pare.
Francesco Maria Veracini è stato un compositore e violinista italiano del XVIII secolo particolarmente apprezzato, ai suoi tempi, non solo in patria ma anche in Inghilterra. Oggi non è particolarmente noto alle larghe masse e questo è un motivo ulteriore per proporre qualche sua composizione nel mio tradizionale post del sabato sera.
Per esempio, potrei iniziare dalla Serenata in Fa maggiore per flauto e organo:
E poi aggiungere questa Sonata in Re maggiore:
Come si intuisce facilmente anche dal nome, il gruppo The Allman Brothers Band si è formato attorno ai due fratelli Allman: Gregg e Duane. Inizialmente, negli anni ’60, Gregg era visto potenzialmente più «vendibile» dai produttori musicali, mentre Duane era già un musicista-turnista molto richiesto dai «grandi» del blues, jazz e soul. Al giorno d’oggi, invece, il gruppo formato dai fratelli e alcuni loro amici è considerato uno dei creatori del southen-rock americano: un genere che include alcuni elementi del blues, jazz e country.
Da parte mia posso confermare che la musica dei The Allman Brothers Band è effettivamente interessante, soprattutto quella composta negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. Nel post musicale di oggi, pensavo di concentrarmi esclusivamente sui primi anni ’70: il periodo nel quale entrambi i fratelli erano ancora in vita (Duane è morto in un incidente con la moto nel 1971), ma poi ho cambiato idea.
Metto dunque due canzoni che rappresentano due epoche diverse del gruppo (sciolto e riunito più volte).
La prima canzone selezionata per oggi è «One Way Out» (dall’album «Eat a Peach» uscito nel 1972):
E la seconda è «Come On in My Kitchen» (dall’album «Shades of Two Worlds» uscito nel 1990):
Moltissimi libri di divulgazione scientifica contemporanei descrivono il cervello umano indicando, tra l’altro, la «specializzazione» di ogni zona del cervello stesso, l’età storica di ogni zona descritta, la sua provenienza da nostri antenati, i processi che si svolgono nella corteccia prefrontale etc.
Tutte queste informazioni sono molto interessanti e, allo stesso tempo, totalmente inutili. Una persona che non si occupa della neurochirurgia non è in grado di utilizzarli in alcun modo. Non è in grado di migliorare alcuna parte del cervello, nemmeno grattarsela.
Supponiamo di avere scoperto che la zona x determina un nostro comportamento y. Quali sono le nostre azioni? A quali conclusioni possiamo giungere? Al massimo potremmo somministrare a una certa zona del cervello una pillola di piombo, la quale, però, molto probabilmente avrà degli effetti sul funzionamento di tutto il cervello (e, di conseguenza, non solo del cervello).
Per noi, le persone comuni, il fatto più importante da sapere sul cervello è abbastanza semplice e banale: il cervello può essere migliorato solo nel senso metaforico. Si potrebbe iniziare dallo scartare tutte le informazioni inutili che ci circondano.
Non tutti (o non sempre) si ricordano che il famoso compositore Gaetano Donizetti – al quale avevo già dedicato un post – ebbe un fratello maggiore Giuseppe Donizetti, anche egli compositore: forse non grandissimo, ma sicuramente buono.
La vita da mercenario musicale nel senso stretto del termine aveva portato Giuseppe Donizetti a svolgere il ruolo del maestro della musica militare a corte di ben due sultani turchi nel periodo dal 1828 al 1856 (l’anno della morte di Giuseppe). Precedentemente, invece, aveva prestato il servizio militare-musicale nell’esercito napoleonico e poi in quello sabaudo.
Ma a noi oggi interessa il periodo turco di Giuseppe Donizetti. Perché i due inni nazionali turchi scritti dal nostro protagonista ci mostrano quanto erano importanti per la Turchia dell’epoca, nonostante le differenze estetiche, alcuni valori culturali occidentali. In una certa misura si potrebbe sostenere che oggi si manifesta un processo di direzione esattamente opposta.
Il primo inno nazionale scritto da Giuseppe Donizetti per l’Impero Ottomano è del 1829 e si chiama «La marcia di Mahmudiye» in onore dell’allora sultano Mahmud II:
Il secondo inno scritto da Giuseppe Donizetti per l’Impero Ottomano è del 1839 e si chiama «La marcia di Mecidiye» in onore del nuovo sultano Abdul Mejid I:
Avrei potuto provare a scrivere delle differenze tra i due inni, ma rischio di farlo troppo male pure del punto di vista dilettantistico. In ogni caso, alcune differenze fondamentali si sentono facilmente.
Il cantante statunitense Chubby Checker è stato probabilmente il più noto divulgatore del twist negli anni ’60 del secolo scorso. La popolarità del suddetto genere musicale, non per il merito di Chubby Checker, è durata relativamente poco (meno di un decennio), ma esso non è stato tra i peggiori fenomeni culturali della storia recente. Allo stesso tempo, anche Chubby Checker non ha saputo seguire l’evoluzione della musica e delle preferenze della gente, perdendo dunque la propria popolarità, ma è comunque rimasto nella storia della musica leggera come uno dei cantanti più interessanti della sua epoca. In un certo senso è anche meglio: sarebbe triste se tutti gli artisti facessero le stesse cose, cercando di soddisfare le preferenze della maggioranza.
Per il post musicale di oggi ho scelto le due canzoni più note di Chubby Checker.
La prima è «The Twist» (dall’album «Twist With Chubby Checker» del 1960, ma scritta e pubblicata già due anni prima da Hank Ballard):
E la seconda è «Let’s Twist Again» (dall’album «Let’s Twist Again» del 1961):
Forse ho iniziato a dedicarmi troppo alla musica «d’epoca»? Dovrei cercare a non farlo troppo spesso.



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