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Peskov, Orbán, meme

Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha dichiarato che la Russia non si congratulerà con il leader del partito ungherese «Tisa», Péter Magyar, per la vittoria alle elezioni parlamentari:

Non inviamo congratulazioni ai paesi ostili. E l’Ungheria è un paese ostile, sostiene le sanzioni contro di noi.

Alla domanda di un giornalista se ciò significasse che Mosca fosse in rapporti amichevoli esclusivamente con il primo ministro ungherese Viktor Orbán (che a suo tempo era stato congratulato), Peskov ha risposto: «È con lui che abbiamo intrattenuto un dialogo».
Beh, non c’è bisogno di strappare a Peskov l’ammissione di un fatto ovvio: sappiamo già tutto sui rapporti pluriennali del regime putiniano con Viktor Orbán. E, cosa più importante, non siamo gli unici a saperlo. Lo sanno anche gli stessi ungheresi, che già prima dell’annuncio dei risultati elettorali hanno iniziato a dire addio a Orbán in questo modo:

Lo capiscono anche gli autori di altri meme da tutto il mondo: Continuare la lettura di questo post »


Orbán ammette la sconfitta

Ieri sera, 12 aprile – il giorno delle elezioni parlamentari in Ungheria – Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta del suo partito, il «Fidesz» e si è rivolto ai suoi sostenitori a Budapest:

I risultati delle elezioni non sono ancora definitivi, ma sono evidenti e chiari. L’esito delle elezioni è doloroso per noi, ma inequivocabile. Non ci è stata concessa la responsabilità e la possibilità di governare il Paese. Ho già congratulato il vincitore.

Il sistema elettorale ungherese non è tra i più semplici, ma se pure Orbán orami ammette la sconfitta, sono contentissimo di credergli almeno questa volta. Non perché ho qualche interesse personale o competenza per seguire la politica interna ungherese, ma perché capisco l’importanza della scomparsa dal governo di uno Stato dell’UE di un evidente agente di Putin. Tra poco molte decisioni e molti processi all’interno dell’UE diventeranno più semplici e più giusti, ci sarà un ricattatore in meno. E l’Ungheria eviterà (almeno per ora) il rischio di essere sbattuta fuori dall’UE.
La mia più grande preoccupazione è ora legata alle forze morali dei vincitori delle elezioni: spero che superino l’ipotetica tentazione di seguire l’esempio di Orbán, quella di ricattare l’intera UE per ottenere chissà quali vantaggi.


Eleggere Orban

Già domani, 12 aprile, in Ungheria si terranno le elezioni parlamentari: il partito «Fidesz» di Viktor Orbán, agente di Putin nell’UE, dovrà «difendersi» nella lotta contro le forze dell’opposizione guidate dal leader del partito «Tisza», Péter Mátyás.
Proprio per questo, e proprio oggi, vi ricordo l’inchiesta di The Insider sui diversi propagandisti e agenti dei servizi segreti scoperti nell’ambasciata russa a Budapest, che operano sotto copertura come diplomatici e sono coinvolti nella corsa elettorale.
Qualunque sia l’esito delle elezioni, questo tema rimarrà interessante ancora a lungo: molto più interessante della presunta «influenza russa» sulla prima elezione di Trump.


La lettura del sabato

Ora non si tratta più di una figura retorica né di un’ipotesi, ora è un dato di fatto: nell’UE c’è almeno una spia (e, al tempo stesso, un lobbista) che agisce nell’interesse dello Stato russo e di privati vicini al regime russo. E non lo fa nemmeno per motivi ideologici, ma semplicemente per soldi. I giornalisti dei media The Insider, Frontstory, VSquare, Delfi Estonia e ICJK sono riusciti a procurarsi le registrazioni delle conversazioni tra i ministri degli Esteri Szijjártó e Lavrov, che lo dimostrano pienamente. Naturalmente, avrete già sentito parlare di questa vicenda anche senza la mia segnalazione. Ma sono proprio io, proprio oggi, a ricordarvi il testo originale dell’inchiesta: trovate il tempo di leggerlo in questo fine settimana lungo. È un testo importante per comprendere il mondo di oggi.


L’unione delle mezze misure

Il Politico riferisce che l’Unione Europea sta limitando la partecipazione dell’Ungheria alle discussioni sensibili e riducendo il volume delle informazioni riservate che le vengono trasmesse. La ragione è da ricercarsi nei timori che Budapest possa trasmettere dati a Mosca. In precedenza, The Washington Post aveva riferito che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe potuto trasmettere informazioni alla parte russa durante le pause nei negoziati.
In sostanza, l’UE sta riuscendo di trovare il modo di rendere uno degli Stati-membri «meno uguale» degli altri (e politicamente fa bene, conoscendo la tendenza di Orbán di servire gli interessi di Putin), ma non vuole trovare il modo di risolvere il problema della presenza di uno Stato-membro di fatto nemico e ricattatore tra le proprie fila. Purtroppo, non è un fenomeno che è emerso ieri. Stranamente, non capiscono quanto questo fenomeno fa aumentare lo scetticismo (un termine molto diplomatico) nei confronti dell’UE.


Per ora sembra una rapina

Il giovedì 5 marzo le autorità ungheresi hanno arrestato sette addetti al trasporto valori della banca Oschadbank che trasportavano denaro e oggetti di valore attraverso il territorio ungherese. Le autorità ungheresi hanno chiesto spiegazioni all’Ucraina e hanno ipotizzato che potesse trattarsi di «denaro della mafia militare ucraina». Kiev ha definito l’accaduto «un sequestro di ostaggi» e ha raccomandato agli ucraini di non recarsi in Ungheria. Gli incassatori arrestati sono stati rilasciati il 6 marzo e sono tornati in Ucraina.
Ieri, l’8 marzo, il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sibiga ha chiesto alla Ungheria di restituire due furgoni portavalori della banca ucraina Oschadbank, nonché gli oggetti di valore sequestrati agli incassatori ucraini. Si tratta di 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chilogrammi d’oro che si trovavano nei furgoni. Ecco la foto ufficialmente diffusa:

Nel 2026 a qualcuno potrebbe sembrare strano che i soldi vengano trasportati in questo modo (potrebbero sembrare degli oggetti da film di un determinato genere), ma in realtà, finché i soldi contanti esistono nella natura, in qualche modo vanno trasportati. Quello che sorprende di più, è la serietà delle autorità ungheresi: conoscendo la fama di cui «vanta» il premier ungherese nei confronti della Ucraina, avrebbero dovuto preparare un po’ meglio l’aspetto pubblico della operazione. Per non apparire dei semplici ladri (nel contesto politico attuale anche un minimo dubbio fa pensare a quella opzione), avrebbero dovuto preparare delle prove molto serie a favore della tesi del «denaro della mafia militare ucraina».
Boh, proviamo ad aspettare.


Si decideranno?

Ieri, il 20 marzo, l’Ungheria ha bloccato per la seconda volta consecutiva il documento finale del Consiglio europeo sul sostegno all’Ucraina (il primo episodio del blocco era successo il 6 marzo). Il documento è stato dunque approvato sotto forma di testo di dichiarazione a nome di 26 dei 27 Stati-membri.
Per me si tratta di una occasione ancora più buona di prima, per i vertici dell’UE, di capire che il principio della unanimità non è uno strumento funzionante nelle condizioni attuali dell’UE stessa. Mentre prima poteva semplicemente accorgersi che un qualsiasi (in realtà uno specifico) idiota può bloccare qualsiasi decisione importante perché condizionato dall’esterno, ora la situazione è ancora più chiara. Davanti agli occhi di tutti c’è il bellissimo esempio di Trump che sta testando la capacità dell’autodifesa delle istituzioni americane avanzando delle iniziative più cretine. L’UE, dunque, potrebbe organizzarsi per escludere la possibilità di ogni somiglianza anche debole.
O dovrebbe.


Una vittoria tattica

Il Financial Times scrive che alcuni funzionari dell’UE stanno valutando la possibilità di sospendere l’Ungheria dal diritto di voto – in base all’articolo 7 del Trattato UE che lo permette di fare nel caso della violazione della normativa comunitaria – per concordare un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina.
Se dovesse essere vero (non ho dei motivi per dubitare, ma non ho ancora visto la notizia ufficiale), non posso commentare il fatto dal punto di vista giuridico: per esempio perché avrei bisogno di leggere bene la parte motivazionale. Di conseguenza, posso solo fare le condoglianze e, allo stesso tempo, complimentarmi ancora una volta con Putin: è riuscito a mettere in crisi il principio della unanimità comunitario (un «valore tradizionale», lui ci tiene ai valori tradizionali) e ha spinto l’UE ad abbandonare tale principio spesso inutile, dannoso e ingiusto per quegli Stati-membri dell’UE che effettivamente danno più degli altri. Potrebbe dunque essere l’inizio di un rafforzamento funzionale dell’UE. Per il merito di quel grande piccolo tattico…
Ah, e provate a immaginare quanto sia in questi giorni arrabbiato il presidente Orban: sono giorni che riceve dei calci in c**o politici in Europa!