Più o meno tutti hanno visto, nei giorni scorsi, la foto dei cosmonauti russi Oleg Artemyev, Denis Matveev e Sergey Korsakov arrivati sulla ISS il 19 marzo. Le loro tute hanno i colori della bandiera ucraina:

L’interessantissimo fenomeno dei colori viene ora giustificato dalle Autorità in modi più fantasiosi: alcuni sostengono che nei magazzini della Agenzia spaziale russa sarebbe stata accumulata troppa materia di colore giallo, mentre altri dicono che i colori scelti sarebbero quelli della Università tecnica statale moscovita N. E. Bauman. In ogni caso, non penso che ci sia stata l’intenzione (anche non dichiarata) di fare riferimento ai colori ucraini (la guerra è stata una sorpresa per tanti, mentre le tute vengono preparate con un buon anticipo rispetto all’inizio della missione spaziale). Però è altamente probabile che dopo la caduta del regime di Putin i vertici della Agenzia provino a spacciare questa scelta casuale per una coraggiosa protesta premeditata.
E poi suppongo che non tutti abbiano ancora visto questa foto di una scuola sportiva «della riserva olimpica» moscovita:
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La Casa Bianca avrebbe creato un gruppo di lavoro «Tiger Team» (nome non ufficiale), il quale sta sviluppando un piano di risposta da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati in caso dell’uso da parte della Russia di armi di distruzione di massa: quelle chimiche, biologiche o nucleari. Allo stesso tempo, i funzionari statunitensi valutano i rischi dell’uso di armi nucleari da parte della Russia come bassi.
Di fronte a tale notizia dobbiamo preoccuparci? Direi di no: anzi, considerato un alto grado di precisione con il quale i militari statunitensi hanno predetto l’inizio della guerra, possiamo presumere che siano altrettanto precisi anche nelle loro valutazioni circa le bombe atomiche. Considerano il rischio come basso, ma non possono non reagire del tutto in presenza di un rischio…
Certo, è probabile che la mia mente stia cercando sostituire l’analisi con la speranza, ma lo scrivo comunque: ci sarebbero meno motivi per preoccuparsi.
Quindi ora potete leggere serenamente l’articolo linkato sopra e scoprire su quali scenari stanno lavorando negli USA.
Molto spesso nel mondo capitano delle notizie che sono particolarmente belle da leggere in parallelo anche se la correlazione dell’una con l’altra non è immediatamente evidente. Facciamo un esempio.
Il Wall Street Journal sostiene che l’amministrazione del presidente Biden starebbe preparando un pacchetto di sanzioni contro 328 deputati della Duma russa (in totale sono 450, tra questi 325 appartengono ufficialmente al partito di Putin «Russia Unita», mentre gli altri ratificano le volontà del presidente allo stesso modo ma con delle motivazioni leggermente diverse). Le future sanzioni prognosticate dovrebbero essere legate, ovviamente, alla approvazione della guerra di Putin contro l’Ucraina. Nello stesso articolo del WSJ si parla anche di alcune altre misure, ma ora, in questa sede, ci limitiamo ai deputati russi.
Allo stesso tempo, la rivista online russa «Holod» scrive che ai deputati del partito «Russia Unita» sarebbe stato vietato di uscire dal territorio russo senza l’autorizzazione del loro capogruppo parlamentare. Purtroppo, il sito e gli account sui social del «Holod» non hanno le versioni nelle lingue diverse dal russo, ma ho aggiunto comunque il link.
Le due notizie sono belle da leggere insieme perché potrebbero confermare una ipotesi abbastanza logica: non solo alcuni ormai ex giornalisti dei media statali, artisti, sportivi e altre persone note spesso usate come dei «testimonial» del regime di Putin sarebbero ora sempre più motivati a scappare. Quindi non stupitevi del fatto che tra un po’ da qualche parte del mondo inizino a comparire dei personaggi accumunati dalla stessa frase ripetuta centinaia di volte: «In realtà sono sempre stato contrario…». Perché, effettivamente, hanno sempre più motivi per farlo.
Nel frattempo, Alexey Navalny – il più noto (meritatamente, direi) oppositore russo – è stato oggi riconosciuto colpevole di altri due reati. Dall’inizio del 2021 Navalny sta scontando una reclusione a 2 anni e 8 mesi per «truffa» (con tale termine il «giudice» aveva definito la precedente attività imprenditoriale di Alexey e del suo fratello Oleg); ora a quel periodo dovrebbero aggiungersi altri 13 anni giuridicamente altrettanto fondati. Considerato l’impegno politico di Navalny, la nuova condanna non è assolutamente una sorpresa… Anzi, era evidente sin dall’inizio che sarebbe stato fatto tutto il possibile per tenerlo in carcere per più tempo possibile, con qualsiasi pretesto.

Alexey Navalny (a sinistra) e i suoi avvocati ascoltano la condanna – la foto di Sergey Fadeichev, scattata nella «sala stampa» del carcere dove si è tenuto il processo.
Ecco, nelle ultime tre settimane mi è capitato di sentire più volte una stranissima teoria complottista: che l’invasione militare dell’Ucraina sarebbe stata avviata per distrarre ogni possibile attenzione dal nuovo processo a Navalny. Ebbene, secondo il mio autorevolissimo parere si tratta di una teoria stupidissima. Anche quando due fenomeni si verificano in contemporanea, non sono necessariamente correlati tra loro. Soprattutto quando qualcuno (indovinate chi) ha la certezza di un totale disinteresse di quasi tutta la popolazione per almeno uno di quei fenomeni.
Nella vita reale raramente si riesce a fare una cosa alla volta, quindi sono inevitabili anche le coincidenze più strane. Per esempio, il processo a un oppositore considerato ormai «messo al sicuro» e una guerra che si illudeva di poter concludere vittoriosamente in pochi giorni. Ma, purtroppo, si riesce a fare tutte queste cose. Purtroppo, è anche giustificata l’attesa del disinteresse di una parte della popolazione a uno o entrambi gli eventi.
L’unico aspetto positivo della suddetta coincidenza è una semplice evidenza: Alexey Navalny non passerà in carcere tutti quegli anni. Infatti, la guerra in Ucraina che stiamo osservando non può non essere il culmine (e quindi la fine) del potere di Vladimir Putin. Non ha la possibilità di vincere e non ha la possibilità di perdere tornando alla relativa normalità di prima. Quindi dobbiamo solo osservare per quanti mesi ancora riesce a resistere.
Uno degli aspetti piccoli – quasi invisibili – ma non da considerare poco importanti di questa guerra in Ucraina è il destino di molti immigrati politici bielorussi. Infatti, dopo le elezioni presidenziali super falsate del 2020 e le proteste popolari che ne sono seguite, molti oppositori al regime di Aleksandr Lukashenko erano fuggiti dalle repressioni verso i vari Paesi confinanti con la Bielorussia. Moltissimi sono andati in UE (per esempio, 178 mila bielorussi erano andati in Polonia), ma una quantità non irrilevante dei profughi aveva preferito di andare in Ucraina: uno Stato libero, con delle buone tendenze a una vera democratizzazione e, allo stesso tempo, con la lingua e l’ambiente favorevoli a un facile adattamento. In base ai dati che mi è capitato di leggere, circa 3,5 mila bielorussi avevano trovato un rifugio in Ucraina.
Ecco, ora quelle 3,5 mila persone sono costrette a valutare nuovamente l’opportunità di scappare. Scappare da qualche altra parte. Certo, alcuni di loro hanno già deciso di rimanere sul territorio ucraino e partecipare, in qualche modo, alla difesa della loro nuova casa dalla aggressione russa. Ma molti altri si stanno spostando verso l’Europa.
Io spero che l’Europa riesca a pensare a più tipi di profughi alla volta. O, meglio ancora, non farne troppa distinzione.
Lo sviluppatore Greg Cannon ha creato il programma StakRabbit che gioca a tetris in un modo professionale: l’intelligenza artificiale che sta alla sua base non solo riesce a prevedere le figure future, ma conosce pure la strategia di stoccare le figure in modo da poter eliminare quattro righe alla volta per fare più punti rispetto alla semplice eliminazione delle righe singole. La partita avrebbe dunque potuto andare avanti all’infinito, ma, purtroppo, la versione a 8 bit per la console NES (quella utilizzata ai tornei internazionali) si impalla alle velocità troppo elevate: quasi come i cervelli degli umani.
Il programma, comunque, ha raccolto 102 milioni di punti arrivando al livello 237. Il record mondiale attuale di un giocatore umano è di 1,6 milioni di punti e il raggiungimento del livello 29.
Greg Cannon è comunque fiero della propria creatura.
Il duo olandese Bolland & Bolland, nato nel 1971 e composto dai fratelli Rob e Ferdi, ha tentato di affermarsi in diversi generi musicali (soft-rock, folk, elettronica, pop…), senza però raggiungere dei risultati rilevanti. Anzi, la loro canzone più nota è diventata conosciuta nel mondo e nel tempo solo perché una sua cover è stata registrata, nel 1986, da un noto gruppo inglese. Ma a quest’ultimo fenomeno sarà dedicato un post musicale specifico. Oggi, invece, mi concentro sulla tesi che alcune canzoni dei fratelli Bolland potrebbero anche essere inserite in fondo a una playlist di riserva, quella playlist che viene «tirata fuori» ogni x mesi: quando tutte le altre si conoscono già a memoria o non possono essere riprodotte per qualche strano motivo.
Quindi la prima canzone dei Bolland & Bolland selezionata per oggi è il brano con il quale sono diventati relativamente conosciuti: «Wait For The Sun» (dall’album «Florida» del 1972). Si percepisce facilmente il tentativo di imitare lo stile dei Simon & Garfunkel.
La seconda canzone scelta per oggi è la «Shoot The Moon» (dall’album «Brotherology» del 1987). Niente di particolare, ma almeno c’è un po’ di vita.
Insomma, si tratta di due mediocrità ascoltabili in casi estremi. Proprio in questa qualità vanno tenuti nelle nostre eventuali raccolte.
P.S.: per la loro fortuna, i due fratelli hanno saputo applicarsi nella produzione musicale.
Come potrebbe essere descritta questa settimana di guerra in Ucraina? Per esempio, si potrebbe parlare della cittadina Volnovakha che si trova a 60 chilometri da Donetsk. Anzi, ormai è meglio dire che si trovava… Infatti, l’11 marzo il Ministero della difesa russo ha comunicato che le truppe della cosiddetta DNR avrebbero «liberato» la città dal «famoso» «pericolo ucraino». Il Servizio di frontiera dello Stato ucraino ha formulato diversamente il concetto: ha comunicato che Volnovakha non esiste più in qualità di un centro abitato. Prima della invasione russa Volnovakha era abitata da più di 20 mila persone. Dopo la «liberazione» a opera russa, invece, la casa di quelle persone ha l’aspetto come da foto seguenti.

La scuola di Volnovakha:

Un negozio e una casa privata:
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Provo a fare una pausa dall’argomento [giustamente] dominante, per evitare dei pesanti danni celebrali miei e vostri…
Ho scoperto che oggi, il 18 marzo, è il Global Recycling Day: una ricorrenza speciale inventata nel 2016 dal Bureau of International Recycling (BIR) e volta alla sensibilizzazione degli umani di tutto il mondo al problema dei rifiuti.
Allo stesso tempo, devo constatare di avere trovato – nelle varie fonti – altre due date: il 17 maggio e il 15 novembre (quest’ultima esisterebbe solo negli USA)…
Ma noi, i semplici umani, dobbiamo preoccuparci del riciclo con una giusta costanza e non solo una (o tre?) volta all’anno. Questo significa, per esempio, che dobbiamo essere sempre attenti a separare correttamente i rifiuti per facilitare la raccolta differenziata. Così, io mi sono organizzato in tal senso già tempo fa, in tutti i luoghi dove posso in qualche modo influire sulla gestione della spazzatura. Eccone una dimostrazione:

P.S.: devo ricordare a tutti che dal punto di vista pratico la divisione dei rifiuti da parte dei singoli cittadini (o famiglie) ha come l’unico obbiettivo l’abbattimento dei costi di tale operazione. Nel nostro mondo particolare la ragione economica è la garanzia migliore del fatto non finisca tutto allo stesso inceneritore… O, almeno, dobbiamo sperare che sia così…
Nel corso di queste [prime] tre settimane di guerra Vladimir Putin ha «raggiunto» alcuni risultati quasi sorprendenti. Ora non intendo alla catastrofe umanitaria, mi riferisco ad altro. Per esempio, ha portato al massimo il livello dell’unità nazionale ucraina, ha dato l’avvio alla fine della Russia che conoscevamo fino al 23 febbraio, ha ridotto al minimo la quantità degli scenari possibili della propria uscita dalla politica, ha indotto tantissimi ucraini e russi (e non solo, presumo) ad augurare apertamente la morte a una persona concreta… Tra i risultati meno traumatici c’è anche la trasformazione di Joe Biden – in un anno esatto – in un politico capace di dare le risposte concrete, intenzionalmente non diplomatiche: «Oh I think he is a war criminal».
In ogni caso, spero che non tenti nemmeno a raggiungere altri risultati di qualsiasi genere.



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