Lo scrittore e critico di musica classica David Hurwitz descrive «Die Schöpfung» («La Creazione» in italiano) – l’opera corale e per orchestra da camera composta dal compositore austriaco Joseph Haydn tra il 1796 e il 1798 – come «musica spaziale», sia per quanto riguarda il suono della musica («un autentico brano di „musica spaziale“ caratterizzato da violini e fiati acuti che pulsano dolcemente sopra i violoncelli e i contrabbassi gravi, senza nulla nel mezzo… La musica spaziale scivola gradualmente verso un ritorno al gesto iniziale del movimento… »), sia per il modo in cui è composta, raccontando che Haydn concepì «La Creazione» dopo aver discusso di musica e astronomia con William Herschel, oboista e astronomo (scopritore del pianeta Urano).
In realtà, anche dal punto di vista puramente musicale questa opera è considerata uno dei capolavori di Joseph Haydn e io, di conseguenza, avrei potuto postarla in qualsiasi momento e senza alcun pretesto formale. Ma ho voluto farlo all’indomani del 65-esimo anniversario del primo volo di un umano nello spazio: per festeggiare uno degli ultimi contributi importanti e nettamente positivi allo sviluppo della civiltà umana provenienti da un territorio «problematico».
Posto questa interpretazione de «La creazione» della Netherlands Radio Philharmonic Orchestra & Radio Choir condotta da Leonardo García Alarcón:
Certo, è notevolmente più lunga di una semplice canzone, ma spero che qualcuna delle persone più pigre almeno la inserisca nei propri piani di ascolto.
L’archivio della rubrica «Cultura»
Prima o poi scriverò una mia versione del libro sulle persone più sfortunate della storia mondiale: la mia collezione delle biografie utili a tal fine sta diventando sempre più ampia.
Oggi, per esempio, vi presento Wilmer McLean (1814–1882), un agricoltore americano del XIX secolo:

La prima vera battaglia della guerra civile americana (la prima battaglia di Bull Run) ebbe luogo proprio sul terreno di Wilmer McLean vicino alla cittadina Manassas (Virginia), nel luglio 1861. La casa di McLean, inoltre, fu utilizzata come il quartier generale dei sudisti e, quindi, bersagliata dai nordisti.
Nel 1862 Wilmer McLean decise di portare la propria famiglia fuori dalla zona costantemente toccata dalla guerra e acquistò una nuova casa a quasi 200 km più a sud: ad Appomattox. Ma all’inizio dell’aprile 1865 proprio ad Appomattox i sudisti tentarono l’ultima resistenza bellica. Alla fine dei combattimenti, i generali Lee e Grant scelsero proprio la casa di McLean (e non una vicinissima casa disabitata) per la cerimonia della firma della resa dei confederati. Molti degli ufficiali di entrambe le parti presenti alla cerimonia si appropriarono degli oggetti di vario genere avvistati nella casa per conservarli come ricordi dell’evento storico.
Dopo la fine della guerra Wilmer McLean soffrì delle serie difficoltà economiche (a causa dei trasferimenti e dei danni bellici ai suoi terreni agricoli), ma rimase nella storia come il proprietario del terreno sul quale iniziò la guerra e del salotto nel quale la stessa guerra finì.

P.S.: anche gli Stati americani dell’epoca spesso avevano delle difficoltà finanziarie, ma almeno qualcuno avrebbe potuto anche rimborsare Wilmer McLean per le sue sfortune e per il suo ruolo – seppur involontario – nella storia. Per le casse statali sarebbe stata una spesa sostenibile.
Dave Carroll è un noto musicista canadese che ha iniziato la propria carriera con il fratello Don: alla fine degli anni ’80 insieme avevano formato il gruppo Sons of Maxwell. Io non sono un grande fan del folk, ma mi ha un po’ incuriosito una storia che ho letto sul gruppo…
Alla fine di marzo 2008, la band intraprese un tour di una settimana in Nebraska. Il 31 marzo volarono dunque con la compagnia United Airlines da Halifax (la città nella quale si basano) a Omaha via Chicago. Dopo l’atterraggio a Chicago, una donna seduta dietro i musicisti disse, guardando fuori dal finestrino: «Mio Dio, stanno lanciando le chitarre fuori dall’aereo». I musicisti guardarono fuori dal finestrino e videro gli addetti aeroportuali che gettavano le loro chitarre fuori dall’aereo sulla pista. Tra le altre cose, Dave vide la propria chitarra Taylor 710 da 3500 dollari gettata in modo simile. (Non è molto chiaro perché improvvisamente abbiano iniziato a scaricare i bagagli dall’aereo in un aeroporto intermedio, ma nella storia ufficiale è scritto così: è successo a Chicago e l’aereo doveva procedere verso Omaha).
Dave cercò di parlarne con la hostess, ma questa disse che avrebbero dovuto parlare con il personale fuori per i loro bagagli. Quindi volarono a Omaha, di notte, dove presero i loro bagagli. La custodia rigida della chitarra di Dave sembrava integra all’esterno e lui non si preoccupò di guardare dentro. Solo il giorno dopo, al soundcheck, scoprì che la base della chitarra era rotta.
Una settimana dopo, al termine del tour, tornarono a Omaha, dove Dave si rivolse a un impiegato della United Airlines per fargli notare che la sua chitarra era stata distrutta. Iniziò quindi la procedura di comunicazione con la compagnia, che si rifiutò di pagare un risarcimento e rimbalzò Dave all’infinito attraverso varie istanze. All’inizio spiegarono che il volo non fu effettuato dalla loro compagnia, ma da Air Canada, quindi il reclamo doveva essere indirizzato a loro. Air Canada rispose che il bagaglio fu gestito da dipendenti della United Airlines, quindi non è chiaro quali rivendicazioni possano essere avanzate nei loro confronti. In ogni caso, c’è stata una lunga storia di tentativi di Dave di ottenere un risarcimento (chiese che gli venissero pagati i 1200 dollari spesi per la riparazione della chitarra, che comunque non suonava più allo stesso modo dopo la riparazione), e alla fine ha speso un sacco di tempo (nove mesi), senza ottenere nulla.
Rendendosi conto che stava perdendo tempo, Dave ha scritto una canzone sul suo calvario – la «United Breaks Guitars» – e l’ha messa in rete per il download gratuito. Voleva anche raggiungere un milione di visualizzazioni su YouTube, ma il video ha finito per ottenere diversi milioni di visualizzazioni (attualmente ne ha più di 28 milioni) delle quali 150.000 solo nel corso del primo giorno. Di conseguenza, la compagnia aerea ha perso il 10% del valore di borsa delle sue azioni pochi giorni dopo la pubblicazione del video, facendo perdere ai propri azionisti 180 milioni di dollari. Successivamente, dopo un periodo di tempo breve, il valore delle azioni era stato recuperato e la compagnia aveva pagato un risarcimento a Dave, ma il danno reputazionale era stato sicuramente grande.
Ed eccola, finalmente, la canzone «United Breaks Guitars» (scusate per una introduzione lunghissima):
Per tradizione, dovrei completare il mio post musicale con una seconda canzone dello stesso gruppo. Mah, per esempio potrei aggiungere la «Queen of Argyle» (dall’album «The Neighbourhood» del 1998):
Bene, avete letto e ascoltato un altro capitolo della storia musicale non richiesto…
Cosa fanno i preti ortodossi russi all’inizio del secondo quarto del XXI secolo in Russia? Per esempio, benedicono le armi (ma fanno anche altre cose dello stesso stile) che poi andranno alla guerra in Ucraina:

Cosa fanno i preti ortodossi russi dissidenti che sono stati sospesi dal ministero per la loro contrarietà alla guerra? Emigrano, si fanno reintegrare dal Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli, lavorano all’estero e restano umani. Per esempio, il prete Alexey Uminsky ha celebrato il rito di benedizione della statuetta dell’"Oscar" ricevuta da Pavel Talankin, autore del film «Mr. Nobody contro Putin». Talankin ha portato la statuetta in chiesa «in una borsa per la spesa». Uminsky inizialmente si è stupito della richiesta di benedire l’"Oscar«, ma poi ha detto: «Beh, se lì benedicono missili e bombe, perché non possiamo benedire un premio per un bel film?»

Aggiungo anche il relativo video:
Mi piacciono le persone con un buon senso dello humor. Parola di un apateista.
Dato che la settimana scorsa è «ufficialmente» — dal punto di vista astronomico — iniziata la primavera (la vostra finestra cosa ne dice?), ora ho pure un pretesto formale per iniziare a postare un nuovo ciclo «Le quattro stagioni» nella mia rubrica musicale… Naturalmente, la musica di Antonio Vivaldi è abbastanza difficile da definire come «nuova» sia in termini assoluti, sia in termini del bagaglio culturale di una persona non sorda. Ma io non ho ancora affrontato in un modo serio, sul mio sito, questa parte iniziale dell’opera «Il cimento dell’armonia e dell’invenzione» del compositore, dunque posso iniziare a farlo ora.
Oggi, logicamente, partiamo con la prima parte dell’opera: «La primavera», il concerto № 1 in Mi maggiore. Questa è la sua interpretazione di Voices of Music:
E poi aggiungo l’interpretazione dello stesso concerto Israel Philharmonic Orchestra diretta da Itzhak Perlman:
Buona primavera musicale a tutti!
E poi, tra qualche anno, molta gente si sforzerà di capire da quale film provenga il nuovo meme:
Ah no, c’è già l’AI a spiegarci tutto.
In ogni caso, la nuova immagine-base mi sembra facilmente utilizzabile in tante situazioni.
La mia piccola scoperta musicale più recente è il fatto che Anni-Frid Synni Lyngstad (Frida) prima della creazione del gruppo ABBA cantava, tra le altre cose, anche il jazz. E lo faceva pure in un modo ascoltabile… Non mi piacciono gli ABBA (un po’ come tutto il dance / disco/ europop) ed è per quello che non mi è mai venuto in mente di interessarmi alle carriere da solisti dei componenti del gruppo. Ma meno male che su internet alcune cose capitano davanti agli occhi anche per puro caso.
Apro dunque il post musicale di oggi proprio con la canzone alla quale devo la mia suddetta scoperta: la «Mad About the Boy». Non è il livello delle cantanti jazz più apprezzate, ma è comunque ascoltabile:
In qualità della seconda canzone, invece, aggiungo la «My Man», cantata sempre nel 1970:
Chissà per quale percentuale dei lettori è stata una scoperta vera, come lo è stata per me.
Come tutti gli umani, ha avuto i suoi pregi e i suoi difetti. Ma ci ha fatti divertire e io lo voglio ringraziare almeno per questo (anche se ha diffuso nelle masse una immagine molto pervertita del karate).
I meme non muoiono, restano per sempre nella nostra memoria!
Io, a questo punto aggiungo questa:

Ciao Chuck Norris, grazie ancora!
Dei film premiati quest’anno con gli Oscar per ora ne ho visti solo due e sicuramente ne vedrò un altro preciso, mentre tutti gli altri per ora non mi ispirano…
Più in dettaglio: del film «Mr. Nobody Against Putin» ho già scritto ieri, mentre del «One Battle After Another» posso constatare, con tanto stupore, che è film più incompreso dal pubblico della storia: sento parlare tanto della trama e della fotografia e noto che nessuno si è accorto che si tratta di grande satira cinematografica. In sostanza, Paul Thomas Anderson ha preso in giro il cinema degli ultimi trent’anni (i suoi contenuti, i suoi metodi e pure i suoi spettatori), lo ha fatto in un modo ancora più grottesco di Tarantino, mentre la gente non se n’è accorta e continua a discutere del film con dei toni molto seri! Mah…
Nel frattempo, l’agenzia statale russa RIA Novosti al termine della cerimonia ha pubblicato un articolo intitolato «I vincitori degli Oscar 2026», in cui ha descritto brevemente lo svolgimento della cerimonia, ha riferito che quest’anno c’erano 24 nomination e ha pubblicato l’elenco quasi completo dei vincitori: si è «dimenticata» di indicarne solo uno, indovinate quale.
Mentre io ho visto, su Facebook, dei personaggi un po’ particolari che si sono lamentati del fatto che il vincitore per il miglior documentario non avrebbe menzionato l’Ucraina nel proprio discorso durante la cerimonia. Chissà se hanno sentito almeno qualcosa del film per il quale è stato premiato.
Sean Penn, intanto, ha preferito fare un nuovo viaggio in Ucraina anziché presentarsi alla cerimonia degli Oscar (dove ha vinto il proprio terzo Oscar).
Insomma, non ho seguito la cerimonia, ma mi sono comunque divertito.
Se non siete ciechi, sordi o completamente scollegati dalla realtà, allora avrete sicuramente già sentito parlare del film «Mr. Nobody Against Putin» («Мистер Никто против Путина», regia di Pavel Talankin e David Borenstein, 2025). In alcune fonti in lingua russa il titolo appare anche come «Господин Никто против Путина» («Il signor Nessuno contro Putin»), ma non c’è da dubitare: si tratta dello stesso film. Io l’ho visto già all’inizio di febbraio, ma ho rimandato la pubblicazione di questo commento fino a oggi – il giorno successivo alla cerimonia degli Oscar. A prescindere dal risultato della premiazione (il film era nominato all’Oscar come miglior documentario lungometraggio e ha vinto, il che mi rende molto felice), «Mr. Nobody Against Putin» è un film che vale la pena vedere e discutere, sia ora che in futuro.
Per cominciare, una piccola formalità: qualche informazione generale sul film. Pavel Talankin, insegnante organizzatore e videografo scolastico della cittadina industriale di Karabash, negli Urali, ha filmato per un anno e mezzo scolastico – da febbraio 2022 a maggio 2024 – il progressivo rafforzamento della propaganda militare nella sua scuola. A volte lo faceva di nascosto, altre volte con il pretesto di svolgere i suoi normali compiti di lavoro. Nell’estate del 2024 Talankin ha lasciato la Russia portando con sé tutto il materiale girato (in realtà aveva già pensato di dimettersi dalla scuola subito dopo l’inizio della grande guerra in Ucraina, ma poi gli è venuta l’idea di realizzare un film). Dopo la partenza, insieme al regista americano David Borenstein, che vive in Danimarca, ha montato questo documentario.
Credo che tutto ciò sia ormai abbastanza noto. Passo quindi alle mie impressioni dopo la visione del film.
Innanzitutto, «Il signor Nessuno contro Putin» è allo stesso tempo un film documentario e profondamente personale.
Documentario – per motivi evidenti e già citati: l’autore ha ripreso con la telecamera varie «lezioni sulle cose importanti» (lezioni di «patriottismo» a favore di Putin e della guerra), le cerimonie di ingresso nella Junarmija (l’organizzazione giovanile militar-patriottica), le registrazioni di messaggi per i «combattenti», l’incontro degli studenti con membri del gruppo Wagner, le riunioni degli insegnanti, l’intervista con un insegnante di storia apertamente «di partito», le conversazioni con gli studenti e così via.
Personale – perché l’autore delle riprese racconta anche qualcosa di sé e del proprio atteggiamento verso la guerra, verso la militarizzazione della scuola e verso gli studenti e i concittadini che hanno «accettato» la guerra (mostrando anche il suo addio alla patria attraverso il saluto alla madre, mentre nasconde a entrambi i suoi veri piani di partenza). A qualcuno i monologhi dell’autore sono sembrati artificiali, come se fossero stati preparati apposta per il film; ma anche se fosse veramente così, non ci vedo alcun problema: l’autore non ci ha mai promesso di essere un osservatore imparziale. Ha semplicemente raccontato la cronologia delle proprie azioni e dei propri pensieri, senza rubare tempo sullo schermo a quelle immagini e a quelle parole per le quali lo spettatore si è seduto a guardare il suo film.
In secondo luogo, dal punto di vista puramente tecnico il film appare un po’ amatoriale. Si vede chiaramente che Talankin ha usato telecamere economiche (erano quelle della scuola) e che spesso non aveva la possibilità di registrare bene l’audio. Ma per delle riprese semi-clandestine è assolutamente normale. D’altronde ciò che interessa veramente è il contenuto: e da questo punto di vista il film funziona molto bene.
In terzo luogo, la parte strettamente documentaria è filmata, montata e commentata senza toni sensazionalistici. Tuttavia, proprio per questo fa paura e mette tristezza, in modo molto umano: per il modo in cui il tempo degli studenti russi viene speso in attività inutili, disumane e basate sulla menzogna. Non sembra che tutti recepiscano la propaganda nello stesso modo, ma qualche traccia nella mente di tutti rimane. L’unica cosa che dà un minimo di sollievo è che molti insegnanti incaricati di organizzare queste attività propagandistiche lo fanno in modo meccanico, goffo, con errori perfino ridicoli – e una propaganda del genere uno normale studente adolescente può solo prenderla in giro. Ma qui rischio di mettermi a raccontare troppo della trama…
In quarto luogo, il film appare realmente come una forma molto pericolosa ma importante e interessante di protesta individuale contro questa guerra. L’autore non si abitua alla guerra e non la dimentica come se fosse qualcosa di lontano dalla propria casa. È impegnato in un lavoro, ha un obiettivo concreto – e questo lo aiuta a non impazzire nella situazione attuale. Una persona che si chiede «che cosa posso fare?» e che allo stesso tempo comprende di non essere in grado di avvicinare la fine della guerra, semplicemente documenta i crimini che avvengono proprio intorno a lui. Un giorno questo lavoro sarà molto utile: forse non necessariamente in tribunale, ma magari per la storia o per la futura denazificazione del Paese che ha iniziato questa guerra criminale.
In generale, considero «Il signor Nessuno contro Putin» un film importante e interessante da vedere. Anche se è montato chiaramente pensando a un pubblico occidentale più ampio (e non tanto a quello russo).

Grazie a Pavel Talankin per queste immagini uniche, per la protesta e per il coraggio. Quello che ha fatto lui, gli altri non hanno nemmeno provato a farlo. Oppure, all’inizio del quinto anno di guerra, semplicemente non sappiamo ancora di questi tentativi?



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