Trump ha incontrato Zelensky l’8 luglio durante il vertice NATO ad Ankara, dove ha promesso di concedere all’Ucraina la licenza per la produzione di missili Patriot e ha accolto con favore gli attacchi a lungo raggio delle Forze armate ucraine sul territorio russo, definendoli «un’escalation che potrebbe portare alla fine della guerra». L’ufficio del presidente ucraino ha dichiarato che l’incontro tra Trump e Zelenskyy è stato «uno dei migliori, se non addirittura il migliore» di sempre.
Prima dell’incontro, Trump aveva dichiarato pubblicamente che, al termine dello stesso, avrebbe chiamato Putin. Ma, come ha riferito il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, la telefonata non è avvenuta: «Il signor Trump, a quanto pare, era molto impegnato dopo tutti i contatti avuti ad Ankara, quindi ieri nessuno ha chiamato».
Nonostante tutto, mi diverte ancora tanto la convinzione degli «abitanti» del Cremlino che si possa avere un rapporto stabile e costantemente positivo con Donald Trump (secondo me sono gli unici sulla Terra a non essersi ancora accorti che quello cambia idea su tutto più volte al giorno). E, allo stesso tempo, noto quasi una servile ammirazione per l’America proprio tra gli abitanti del Cremlino: sembrano che cerchino di far vedere a tutti di essere pari ai grandi (in tutti i sensi) amministratori statunitensi. Anzi, di essere dei partner prescelti degli ammirevoli amministratori statunitensi: per esempio, nel messaggio di auguri per i 250 anni della Indipendenza destinato a Trump, Putin gli aveva dato del tu. Era talmente desideroso di apparire un grande amico del «mitico» Trump, che si era dimenticato che il «tu» è percepibile solo nel testo russo del messaggio…
È una cronologia interessante delle dichiarazioni.
La sera del 28 giugno è stata diffusa una strana intervista televisiva di Putin dove egli leggeva le proprie risposte da un teleprompter. Nel corso di quella intervista Putin ha affermato che la carenza di carburante in Russia «non è critica», mentre l’Ucraina ha avanzato la proposta di una cessazione reciproca degli attacchi in profondità nel territorio e il Cremlino ha già respinto tale proposta.
Nel pomeriggio dell’8 luglio, durante una riunione con i membri del Governo, Putin ha affermato che le Forze Armate della Ucraina stanno sferrando attacchi contro le raffinerie di petrolio russe per creare nel Paese «un clima di tensione»:
È del tutto evidente che il nemico miri a danneggiare l’economia. Ma la cosa più importante è che mira a creare un clima di nervosismo nella società. Noi sappiamo bene che questo obiettivo è irraggiungibile.
Chi aveva detto che Putin fosse completamente fuori di testa? Vedete, in fondo qualcosa se ne intuisce: per esempio, che l’Ucraina, «senza motivo apparente», miri a danneggiare l’economia dell’aggressore. Dell’atmosfera di nervosismo già creata nella società, però, non gli verrà mai riferito, e lui stesso non va in giro per le strade russe e non può intuire tale nervosismo.
Ma la cosa più importante è: chi ha rifiutato di porre fine a questi attacchi? E chi ha creato il motivo per cui sono iniziati? Putin lo sa e lo capisce, ma per qualche strano motivo è sicuro che la maggior parte dei suoi sostenitori non lo capirà mai.
Nonostante gli attacchi informatici e le provocazioni in Europa (oltre al rafforzamento della presenza militare russa al confine con la Finlandia, nell’estremo nord e a Kaliningrad), la NATO non ritiene che la Russia si stia preparando, nell’immediato futuro, a uno scontro militare diretto con l’Alleanza. Non vi sono segnali che indichino l’intenzione della Federazione Russa di sferrare un attacco imminente contro l’Alleanza nel breve termine, ha affermato un alto rappresentante della NATO. Ha tuttavia aggiunto che Putin e le autorità russe a volte prendono «decisioni piuttosto sbagliate».
Continuo a pensare che tutte le azioni della Russia al confine con la NATO siano un tentativo di distrarre l’attenzione e le risorse materiali occidentali dalla guerra in Ucraina. Ma, allo stesso tempo, mi stupisce un po’ la saggezza strategica di tale mossa e la costanza della sua applicazione. Proprio perché i dirigenti statali della Russia odierna sono noti prevalentemente per le scelte brutte.
Noah Krieger, membro del partito tedesco di estrema destra «Alternativa per la Germania» (AfD), il cui vero nome è Murad Dadaev, ha dichiarato di trovarsi in Ucraina e di combattere a fianco dell’esercito russo. Su Instagram ha pubblicato dei video in cui posa in divisa militare, con elmetto e giubbotto antiproiettile, impugnando un fucile d’assalto Kalashnikov sullo sfondo di edifici residenziali in rovina. Come sottofondo musicale dei video, Krieger ha utilizzato marce militari tedesche. In una delle sue storie, la geolocalizzazione indica Bakhmut.
Alcuni media hanno accertato che dietro questo nome si nasconde Murad Dadaev, originario della Cecenia. È entrato a far parte dell’AfD, ha promosso all’interno del partito posizioni filorussie e di estrema destra, ha pubblicato immagini di kitsch nazista, ha espresso ammirazione per Vladimir Putin e ha intrattenuto rapporti sia con esponenti dell’AfD sia con persone vicine al capo della Cecenia Ramzan Kadyrov.
Non escludo che prima o poi l’AfD possa anche decidere di liberarsi di un membro così. Ma, allo stesso tempo, sono in un certo senso contento per il suo viaggio in Ucraina: almeno fa un po’ di antipubblicità a quel partito tedesco.
Qualcuno ha fatto lo sforzo di segnare sulla mappa, accanto al territorio ucraino effettivamente occupato dall’esercito russo (in rosso), l’area che Putin aveva dichiarato (sabato 4 luglio) già occupata (in giallo). Confrontate i suoi sogni con la realtà:

Un lavoro così preciso (e, ovviamente, smascherante) va apprezzato e divulgato. Aggiungo, dunque, il link alla fonte.
È già ufficialmente iniziata l’estate e questo significa che nella mia rubrica musicale è il momento di postare la seconda parte del ciclo «Le quattro stagioni» di Antonio Vivaldi: «L’estate», il concerto № 2 in Sol minore dell’opera «Il cimento dell’armonia e dell’invenzione» (composta non più tardi del 1720).
Questa è l’interpretazione del concerto «L’estate» della Netherlands Bach Society (il primo violino Shunsuke Sato):
E poi trovo interessante aggiungere l’interpretazione de «L’estate» della Voices of Music (con Cynthia Miller Freivogel):
Buona estate musicale a tutti!
Il giorno del 250-esimi anniversario della adozione della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America è bello e giusto ricordare una cosa alla quale in pochi pensano (almeno, fuori dagli USA): quale è stato il destino dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione?
Per fortuna, è possibile fare un riassunto completo della situazione.

Dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione, 24 erano giuristi, 11 erano commercianti, 9 erano agricoltori e grandi piantatori: persone benestanti e istruite. Eppure, firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza sapendo perfettamente che, se fossero caduti prigionieri, la pena sarebbe stata la morte.
Cinque furono catturati dagli inglesi come traditori e torturati prima di essere uccisi. A dodici vennero incendiate le case. Due persero i propri figli nell’esercito rivoluzionario e uno vide due figli cadere prigionieri. Nove dei 56 combattenti morirono in seguito alle ferite riportate in guerra.
Carter Braxton, ricco piantatore e commerciante della Virginia, vide la flotta britannica distruggere in mare le sue navi. Vendette la propria casa e i suoi beni immobili per saldare i debiti e morì in povertà.
Gli inglesi perseguitarono Thomas McKean a tal punto che fu costretto a trasferirsi continuamente con la sua famiglia. Prestò servizio al Congresso senza percepire alcun compenso, mentre la sua famiglia viveva nascosta. I suoi beni furono confiscati e la povertà fu la sua ricompensa.
I soldati saccheggiarono i beni di William Ellery, George Clymer, Lyman Hall, George Walton, Button Gwinnett, Thomas Heyward Jr., Edward Rutledge e Arthur Middleton.
Durante la Battaglia di Yorktown, Thomas Nelson Jr. vide che il generale britannico Charles Cornwallis aveva occupato la sua casa e l’aveva trasformata nel proprio quartier generale. Chiese allora al generale George Washington di aprire il fuoco sulla sua abitazione. La casa fu distrutta e Nelson morì in seguito in povertà.
Francis Lewis vide la propria casa incendiata, i suoi beni distrutti e fu costretto alla fuga. Gli inglesi imprigionarono sua moglie, che morì pochi mesi dopo.
John Hart fu strappato dal capezzale della moglie morente. I loro tredici figli furono costretti a fuggire. I suoi campi e la sua casa furono devastati. Per più di un anno visse nei boschi e nelle grotte; quando tornò a casa, scoprì che sua moglie era morta e i suoi figli erano scomparsi. Poche settimane dopo morì di stenti e di crepacuore. La stessa sorte toccò a Charles Carroll Norris e Philip Livingston.
Erano uomini rispettabili, dotati di mezzi economici e di istruzione. Avevano sicurezza e agiatezza, ma attribuivano alla libertà un valore ancora più grande.
Per fortuna non sanno che quasi 250 anni dopo – nello Stato al quale diedero l’inizio – è comparso un Presidente convinto di essere non inferiore a loro, forse anche superiore.
All’inizio di giugno ho scoperto che le Poste Italiane sono entrate nel mercato dei caricatori per le auto elettriche. Il mio amico Google sostiene che i primi caricatori delle Poste sono stati installati già nel 2023, ma io l’ho scoperto con tre anni di ritardo…

Sapevo già da anni che le Poste Italiane offrono i servizi finanziari (non mi è mai venuto in mente di diventarne un cliente: sono contento della mia banca normale) e di telefonia mobile (attualmente si appoggiano alla rete della TIM, io sono cliente direttamente della TIM normale). Ora si aggiunge pure l’energia (della rete ENI). Se le cose vanno avanti così, prima o poi le Poste Italiane decideranno di iniziare a offrire pure i servizi postali normali: appoggiandosi a qualche rete seria (per esempio, della DHL) riusciranno a consegnare le spedizioni in tempi compatibili con la vita umana, senza perdere o danneggiare alcunché, senza sbagliare gli indirizzi e, probabilmente, senza i corrieri incapaci di premere il tasto del citofono.

Speriamo…
Molto probabilmente vi ricordate che il 4 luglio di quest’anno si celebrano i 250 anni dalla adozione della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (avvenuta, appunto, il 4 luglio 1776): un evento del quale tutti possono leggere una infinità di libri e articoli più o meno approfonditi. Io, dunque, non tento di informarvi di alcunché riguardante l’Independence Day, ma, al contrario, sfrutto la buona occasione per ottenere da voi una preziosa informazione, un importantissimo dato statistico.
Se riuscite, partecipate a questo sondaggio:
Spero di non essermi dimenticato qualche variante della pronuncia statisticamente rilevante…
N.B.: il sondaggio è anonimo per i votanti non registrati o non loggati sul sito. Il sondaggio più recente è sempre visibile sulla prima pagina del sito. Tutti i miei sondaggi sono raccolti su una apposita pagina.



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