Penso che a questo punto sia utile, dopo tutto quello che è stato pronunciato da vari personaggi, precisare che Vladimir Soloviev può essere definito «giornalista» + «popolare» russo solo per scherzo (scherzo molto strano, tra l’altro). In pratica, da oltre due decenni è uno dei più attivi e noti propagandisti a servizio del regime putiniano. È noto non solo per la sua capacità di giustificare qualsiasi cosa, ma anche per il tono rude, aggressivo e offensivo delle affermazioni nei confronti di persone, Stati e Istituzioni considerate nemiche per il regime che lo ripaga generosamente: con tanti soldi e con tanto spazio su uno dei principali canali televisivi federali russi.
Ma, ovviamente, non appena Soloviev spara qualche stronzata che scatena uno scandalo internazionale, per i funzionari russi si trasforma immediatamente in un «privato cittadino con le sue opinioni personali».
In questo contesto è interessante precisare anche che nel 2024 la quota di audience del canale YouTube «Soloviev live» era pari a circa lo 0,1% nel Mediascope TV Index (audience 4+ in tutta la Russia), il che lo colloca alla pari con canali a basso rating. Secondo dati più recenti (2024–2026), il canale si colloca spesso al 30°–31° posto su 32 canali monitorati, con un rating dello 0,0% e una quota dello 0,3%. Gli ascolti continuano a calare pure tra il pubblico «patriottico»: all’inizio del 2026 i programmi di Soloviev sono scesi al di sotto della 46ma posizione.
L’archivio del tag «politica»
All’interno del complesso commemorativo «Katyn» vicino alla città russa di Smolensk (istituito alla fine degli anni ’90 in memoria delle vittime delle repressioni politiche nell’URSS, all’interno del memoriale si trova un cimitero dove sono sepolti oltre 4400 ufficiali polacchi prigionieri di guerra, fucilati nel 1940 dagli agenti dell’NKVD) è stata inaugurata la mostra «Dieci secoli di russofobia polacca», realizzata dalla Società Russa di Storia Militare. Come riportato sul sito web della SRSM, gran parte dell’esposizione è dedicata agli eventi del XX secolo e alla Seconda guerra mondiale, con particolare attenzione al tema della «russofobia nella Polonia contemporanea».
Il direttore scientifico della SRSM, Mikhail Myagkov, consigliere del ministro della Cultura della Federazione Russa Medinsky dal 2012 al 2020, racconta:
La mostra è dedicata alla storia della russofobia polacca, ovvero all’odio che l’élite dello Stato polacco ha nutrito in vari periodi della storia nei confronti della Russia e del popolo russo, e a come tale odio si sia manifestato in azioni concrete. In particolare, nell’occupazione del territorio russo e nello sterminio dei popoli russo, bielorusso e piccolo-russo. La mostra vuole ricordare le lezioni fondamentali della storia nei rapporti tra Russia e Polonia.
Anche io se avessi osservato la russofobia da qualche parte nel mondo (ma io, personalmente, non l’ho mai incontrata nemmeno dopo il 24 febbraio 2022, anche se avrei osservato questo fenomeno con una certa comprensione), sarei stato in grado di riconoscere da cosa è provocata, contro chi è realmente diretta e perché va messa tra virgolette. Ma gli ideatori di mostre come quella sopra citata non ne sono proprio capaci.
Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha dichiarato che la Russia non si congratulerà con il leader del partito ungherese «Tisa», Péter Magyar, per la vittoria alle elezioni parlamentari:
Non inviamo congratulazioni ai paesi ostili. E l’Ungheria è un paese ostile, sostiene le sanzioni contro di noi.
Alla domanda di un giornalista se ciò significasse che Mosca fosse in rapporti amichevoli esclusivamente con il primo ministro ungherese Viktor Orbán (che a suo tempo era stato congratulato), Peskov ha risposto: «È con lui che abbiamo intrattenuto un dialogo».
Beh, non c’è bisogno di strappare a Peskov l’ammissione di un fatto ovvio: sappiamo già tutto sui rapporti pluriennali del regime putiniano con Viktor Orbán. E, cosa più importante, non siamo gli unici a saperlo. Lo sanno anche gli stessi ungheresi, che già prima dell’annuncio dei risultati elettorali hanno iniziato a dire addio a Orbán in questo modo:

Lo capiscono anche gli autori di altri meme da tutto il mondo: Continuare la lettura di questo post »
Ieri sera, 12 aprile – il giorno delle elezioni parlamentari in Ungheria – Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta del suo partito, il «Fidesz» e si è rivolto ai suoi sostenitori a Budapest:
I risultati delle elezioni non sono ancora definitivi, ma sono evidenti e chiari. L’esito delle elezioni è doloroso per noi, ma inequivocabile. Non ci è stata concessa la responsabilità e la possibilità di governare il Paese. Ho già congratulato il vincitore.
Il sistema elettorale ungherese non è tra i più semplici, ma se pure Orbán orami ammette la sconfitta, sono contentissimo di credergli almeno questa volta. Non perché ho qualche interesse personale o competenza per seguire la politica interna ungherese, ma perché capisco l’importanza della scomparsa dal governo di uno Stato dell’UE di un evidente agente di Putin. Tra poco molte decisioni e molti processi all’interno dell’UE diventeranno più semplici e più giusti, ci sarà un ricattatore in meno. E l’Ungheria eviterà (almeno per ora) il rischio di essere sbattuta fuori dall’UE.
La mia più grande preoccupazione è ora legata alle forze morali dei vincitori delle elezioni: spero che superino l’ipotetica tentazione di seguire l’esempio di Orbán, quella di ricattare l’intera UE per ottenere chissà quali vantaggi.
Già domani, 12 aprile, in Ungheria si terranno le elezioni parlamentari: il partito «Fidesz» di Viktor Orbán, agente di Putin nell’UE, dovrà «difendersi» nella lotta contro le forze dell’opposizione guidate dal leader del partito «Tisza», Péter Mátyás.
Proprio per questo, e proprio oggi, vi ricordo l’inchiesta di The Insider sui diversi propagandisti e agenti dei servizi segreti scoperti nell’ambasciata russa a Budapest, che operano sotto copertura come diplomatici e sono coinvolti nella corsa elettorale.
Qualunque sia l’esito delle elezioni, questo tema rimarrà interessante ancora a lungo: molto più interessante della presunta «influenza russa» sulla prima elezione di Trump.
Il vicepresidente dell’Accademia Russa delle Scienze Sergej Černyshev comunica che i lanci di diversi veicoli lunari russi sono stati spostati nel tempo, alcuni addirittura anticipati. Tra questi…
— la stazione con il rover «Luna-29» potrebbe essere lanciata nel 2032 (la data precedente, fissata nel 2019, era il 2035);
— la stazione di atterraggio con la navicella lunare riutilizzabile per il supporto alle missioni con equipaggio «Luna-30» — nel 2034 (la data precedente era il 2036, annunciata nel gennaio 2026);
— la stazione «Luna-28» — il lancio è stato nuovamente rinviato, ora è previsto per il 2036 (negli anni precedenti si parlava del 2030 e poi del 2034).
Tutto questo è molto interessante, ma non ho trovato nulla nella dichiarazione di Sergej Chernyshev riguardo a quando verrà rinviata la creazione di una stazione russa permanente sulla Luna: nel 2006 era stata indicata la data del 2015. Oppure quella stazione è stata davvero costruita, ma i perfidi membri della missione non l’hanno fotografata e sono addirittura volati da quella parte da cui non si vede?

Ma seriamente, la competizione nell’esplorazione spaziale ha avuto un effetto positivo nella lotta tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma non funziona proprio nel caso del regime cleptocratico della Federazione Russa. Ecco il paradosso che ne deriva, e che non rende meno antipatico nessuno dei regimi russi.
Ora non si tratta più di una figura retorica né di un’ipotesi, ora è un dato di fatto: nell’UE c’è almeno una spia (e, al tempo stesso, un lobbista) che agisce nell’interesse dello Stato russo e di privati vicini al regime russo. E non lo fa nemmeno per motivi ideologici, ma semplicemente per soldi. I giornalisti dei media The Insider, Frontstory, VSquare, Delfi Estonia e ICJK sono riusciti a procurarsi le registrazioni delle conversazioni tra i ministri degli Esteri Szijjártó e Lavrov, che lo dimostrano pienamente. Naturalmente, avrete già sentito parlare di questa vicenda anche senza la mia segnalazione. Ma sono proprio io, proprio oggi, a ricordarvi il testo originale dell’inchiesta: trovate il tempo di leggerlo in questo fine settimana lungo. È un testo importante per comprendere il mondo di oggi.
Ieri Trump ha dichiarato che le autorità iraniane avrebbero chiesto agli Stati Uniti di dichiarare un cessate il fuoco.
Iran’s New Regime President, much less Radicalized and far more intelligent than his predecessors, has just asked the United States of America for a CEASEFIRE! We will consider when Hormuz Strait is open, free, and clear. Until then, we are blasting Iran into oblivion or, as they say, back to the Stone Ages!!! President DJT
Considerando che non si tratta della prima dichiarazione del genere da parte di Trump – sia per il senso generale del contenuto, sia per il legame con la realtà – sono sempre più convinto che egli si rivolge in questo modo non ai propri elettori e/o cittadini, ma proprio alle autorità iraniane. In sostanza, chiede a loro di stare al gioco («sì, lo abbiamo chiesto noi») per permettergli di interrompere presto l’intervento militare spacciandosi per vincitore. Ma le autorità iraniane, a grandissima sorpresa, non ci stanno…
In sostanza, questo genio di strategia ha creato l’immagine dell’Iran come Paese forte, in grado di opporsi agli Stati Uniti e di bloccare impunemente metà del commercio marittimo: un Paese con cui è meglio essere in buoni rapporti. Bisogna riconoscere nonostante il fatto che l’attuale regime iraniano non merita alcuna forma di simpatia.
Il Politico riferisce che l’Unione Europea sta limitando la partecipazione dell’Ungheria alle discussioni sensibili e riducendo il volume delle informazioni riservate che le vengono trasmesse. La ragione è da ricercarsi nei timori che Budapest possa trasmettere dati a Mosca. In precedenza, The Washington Post aveva riferito che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe potuto trasmettere informazioni alla parte russa durante le pause nei negoziati.
In sostanza, l’UE sta riuscendo di trovare il modo di rendere uno degli Stati-membri «meno uguale» degli altri (e politicamente fa bene, conoscendo la tendenza di Orbán di servire gli interessi di Putin), ma non vuole trovare il modo di risolvere il problema della presenza di uno Stato-membro di fatto nemico e ricattatore tra le proprie fila. Purtroppo, non è un fenomeno che è emerso ieri. Stranamente, non capiscono quanto questo fenomeno fa aumentare lo scetticismo (un termine molto diplomatico) nei confronti dell’UE.
Molte volte ho scritto delle sanzioni prive di senso – o, addirittura, dannose – adottate dall’UE contro i cittadini russi che hanno lasciato la Russia dopo l’inizio della guerra di Putin contro l’Ucraina. Oggi, finalmente, ho l’occasione di scrivere un post di senso opposto.
La Commissione europea ha aggiornato le linee guida sull’applicazione delle sanzioni contro la Russia, specificando che le banche europee non devono bloccare i conti e le transazioni dei cittadini russi titolari di visti nazionali di lunga durata di categoria D. Le linee guida specificano che le restrizioni previste dalle sanzioni non si applicano alle persone in possesso di un permesso di soggiorno temporaneo o permanente nell’Unione Europea, nello Spazio economico europeo e in Svizzera, né ai titolari di visti D che si sono registrati presso il proprio luogo di residenza.
Finalmente si stabilisce che non bisogna creare problemi alla gente normale e di costringerla, con gli strumenti economici, a tornare nella Russia putiniana a vivere (spesso rischiando delle conseguenze penali per la propria posizione politica) e a lavorare (finanziando la guerra con le tasse e contribuendo con la propria attività professionale alla apparenza della normalità). Di conseguenza, faccio i miei grandi complimenti alla Commissione per la scelta saggia.
Spero che il prossimo passo sia quello di elaborare qualche strumento legale, funzionante in tempi ragionevoli, per contestare le sanzioni personali inflitte per la collaborazione non dimostrata con il regime putiniano: in tal modo si riuscirà a far passare dalla propria parte anche qualche imprenditore medio o grande.



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