Il Politico riferisce che l’Unione Europea sta limitando la partecipazione dell’Ungheria alle discussioni sensibili e riducendo il volume delle informazioni riservate che le vengono trasmesse. La ragione è da ricercarsi nei timori che Budapest possa trasmettere dati a Mosca. In precedenza, The Washington Post aveva riferito che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe potuto trasmettere informazioni alla parte russa durante le pause nei negoziati.
In sostanza, l’UE sta riuscendo di trovare il modo di rendere uno degli Stati-membri «meno uguale» degli altri (e politicamente fa bene, conoscendo la tendenza di Orbán di servire gli interessi di Putin), ma non vuole trovare il modo di risolvere il problema della presenza di uno Stato-membro di fatto nemico e ricattatore tra le proprie fila. Purtroppo, non è un fenomeno che è emerso ieri. Stranamente, non capiscono quanto questo fenomeno fa aumentare lo scetticismo (un termine molto diplomatico) nei confronti dell’UE.
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Molte volte ho scritto delle sanzioni prive di senso – o, addirittura, dannose – adottate dall’UE contro i cittadini russi che hanno lasciato la Russia dopo l’inizio della guerra di Putin contro l’Ucraina. Oggi, finalmente, ho l’occasione di scrivere un post di senso opposto.
La Commissione europea ha aggiornato le linee guida sull’applicazione delle sanzioni contro la Russia, specificando che le banche europee non devono bloccare i conti e le transazioni dei cittadini russi titolari di visti nazionali di lunga durata di categoria D. Le linee guida specificano che le restrizioni previste dalle sanzioni non si applicano alle persone in possesso di un permesso di soggiorno temporaneo o permanente nell’Unione Europea, nello Spazio economico europeo e in Svizzera, né ai titolari di visti D che si sono registrati presso il proprio luogo di residenza.
Finalmente si stabilisce che non bisogna creare problemi alla gente normale e di costringerla, con gli strumenti economici, a tornare nella Russia putiniana a vivere (spesso rischiando delle conseguenze penali per la propria posizione politica) e a lavorare (finanziando la guerra con le tasse e contribuendo con la propria attività professionale alla apparenza della normalità). Di conseguenza, faccio i miei grandi complimenti alla Commissione per la scelta saggia.
Spero che il prossimo passo sia quello di elaborare qualche strumento legale, funzionante in tempi ragionevoli, per contestare le sanzioni personali inflitte per la collaborazione non dimostrata con il regime putiniano: in tal modo si riuscirà a far passare dalla propria parte anche qualche imprenditore medio o grande.
Il giovedì 5 marzo le autorità ungheresi hanno arrestato sette addetti al trasporto valori della banca Oschadbank che trasportavano denaro e oggetti di valore attraverso il territorio ungherese. Le autorità ungheresi hanno chiesto spiegazioni all’Ucraina e hanno ipotizzato che potesse trattarsi di «denaro della mafia militare ucraina». Kiev ha definito l’accaduto «un sequestro di ostaggi» e ha raccomandato agli ucraini di non recarsi in Ungheria. Gli incassatori arrestati sono stati rilasciati il 6 marzo e sono tornati in Ucraina.
Ieri, l’8 marzo, il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sibiga ha chiesto alla Ungheria di restituire due furgoni portavalori della banca ucraina Oschadbank, nonché gli oggetti di valore sequestrati agli incassatori ucraini. Si tratta di 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chilogrammi d’oro che si trovavano nei furgoni. Ecco la foto ufficialmente diffusa:

Nel 2026 a qualcuno potrebbe sembrare strano che i soldi vengano trasportati in questo modo (potrebbero sembrare degli oggetti da film di un determinato genere), ma in realtà, finché i soldi contanti esistono nella natura, in qualche modo vanno trasportati. Quello che sorprende di più, è la serietà delle autorità ungheresi: conoscendo la fama di cui «vanta» il premier ungherese nei confronti della Ucraina, avrebbero dovuto preparare un po’ meglio l’aspetto pubblico della operazione. Per non apparire dei semplici ladri (nel contesto politico attuale anche un minimo dubbio fa pensare a quella opzione), avrebbero dovuto preparare delle prove molto serie a favore della tesi del «denaro della mafia militare ucraina».
Boh, proviamo ad aspettare.
All’inizio ho pensato che fosse uno strano scherzo giornalistico. Ma lo hanno detto veramente!
Insomma, il giorno dell’inizio della nuova operazione in Iran (2 marzo), Trump e Hegseth hanno rilasciato dichiarazioni che mi suonavano molto familiari.
Hegseth: «Non siamo stati noi a iniziare questa guerra, ma con il presidente Trump la stiamo finendo».
Trump: «La grande ondata non è ancora arrivata. La grande ondata arriverà presto».
Tutto questo ricorda le parole di Putin, il quale nel luglio 2022 ha dichiarato che la Russia non aveva ancora intrapreso azioni serie in Ucraina («non abbiamo ancora iniziato niente», ripeteva cento volte al giorno la propaganda del Cremlino, finché l’avanzata molto lenta sul fronte non è diventata evidente a tutti), e nel settembre 2023 ha detto «Ho detto più volte che non abbiamo iniziato… la guerra in Ucraina. Al contrario, stiamo cercando di finirla» (l’espressione «la Russia non inizia le guerre, le finisce» era fino a poco tempo fa una delle preferite dalla propaganda del Cremlino).
Sulla base di tutto ciò, possiamo pensare che Trump sia veramente «l’agente Krasnov»? No, non è sufficiente. Semplicemente Trump e Hegseth sono le vittime più alte della propaganda del Cremlino tra quelle che abbiamo visto finora. Perché hanno cercato troppo a lungo e con troppa insistenza di stabilire un buon rapporto con Putin: di conseguenza, hanno per forza memorizzato (involontariamente) una parte del suo lessico politico.
YouGov, è una società internazionale di analisi dei dati e ricerche di mercato, ha pubblicato i risultati del sondaggio di gennaio sull’atteggiamento degli americani nei confronti dei vari leader mondiali. Nell’ambito del sondaggio sono state intervistate 2274 persone. Il PDF con i risultati dettagliati è disponibile sotto il link, mentre la tabella con i risultati complessivi è questa:

Il numero degli intervistati non è altissimo, ma presumo che tutti sono stati scelti in un modo assolutamente casuale. Di conseguenza, ora sono un po’ meno pessimista nei confronti della salute mentale degli americani (anche perché so che in tanti alle ultime elezioni presidenziali avevano votato non per Trump, ma perché stanchi di molte stronzate promosse da Biden).
Ieri, in occasione del secondo anniversario dell’omicidio di Alexey Navalny nel carcere russo, 15 Paesi del mondo – Australia, Gran Bretagna, Germania, Repubblica Ceca, Danimarca, Canada, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Polonia, Finlandia, Estonia – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta (il testo è pubblicato sul sito web del Ministero degli Affari Esteri tedesco).
Oltre al fatto ormai evidente a tutti da due anni, ovvero che la responsabilità della morte del politico detenuto in un carcere russo «ricade esclusivamente sulle autorità russe» (una scoperta rivoluzionaria!), gli autori della dichiarazione hanno scritto altre due cose piuttosto strane. In primo luogo, chiedono che venga condotta «un’indagine approfondita e trasparente» sulle circostanze della morte di Navalny, tenendo conto delle ultime informazioni secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato con l’epibatidina. A chi lo chiedono? Allo Stato russo attuale? Mah…
In secondo luogo, gli autori della dichiarazione hanno chiesto il rilascio di tutti i prigionieri politici in Russia: secondo i dati della organizzazione russa «OVD-Info», attualmente sono più di 1700 le persone detenute in Russia per motivi politici. Questa è una parte del testo molto più utile. Se si riuscirà a scambiare (lo scambio è l’unico modo attuale per liberarli dalle grinfie di Putin) un altro numero di prigionieri politici russi, alcuni dei quali da tempo affetti da gravi problemi di salute, sarà solo grazie alla volontà dichiarata ad alta voce da entrambe le parti. La liberazione dei prigionieri politici è sempre una cosa positiva.
Nel frattempo, l’aspetto positivo più importante della suddetta dichiarazione è che i Governi di molti Paesi non dimenticano l’esistenza degli oppositori di Putin all’interno della Russia e comprendono almeno in parte i rischi legati alle loro attività di protesta.
Questa settimana il media Meduza ha pubblicato un articolo i cui autori cercano di interpretare il concetto di «spirito di Anchorage», ampiamente utilizzato dalla propaganda del Cremlino da alcuni mesi. Utilizzato come se fosse un termine diplomatico reale, noto a qualcuno e in grado di spiegare qualcosa.
Non sono un politologo né uno psichiatra, ma decenni di osservazione delle persone mi consentono di aggiungere qualcosa al suddetto tentativo di interpretazione. A mio autorevolissimo parere, il concetto di «spirito di Anchorage» è stato inventato per suonare bene, ma per essere incomprensibile al grande pubblico. Perché, per esempio, quando un personaggio da esistenza insignificante vuole fingersi un buon amico di qualcuno di importante / ricco / potente / famoso, inizia a dimostrare attivamente a tutti coloro che lo circondano che non solo ha la possibilità di comunicare regolarmente con una persona importante, ma anche che ha con quella persona alcuni argomenti di conversazione, battute, tradizioni e linguaggio specifico «comuni», «vecchi», «comprensibili solo a loro due». Mi è capitato spesso di osservare questo comportamento tenuto da parte di persone insignificanti: dall’esterno di solito sembra un po’ cringe, ma dal punto di vista puramente psicologico è comprensibile.
Lo stesso portavoce putiniano Dmitry Peskov ha affermato che lo «spirito di Anchorage» è «una serie di intese» tra la Russia e gli Stati Uniti… Ora mi è tutto chiaro: nell’entourage di Vladimir Putin, pure Trump è considerato la persona più importante del pianeta.
Per puro caso ho letto che, dopo la segnalazione dei media tedeschi, il negozio olimpico online ha ritirato dalla vendita le magliette con i simboli delle Olimpiadi del 1936 tenutesi nella Germania nazista. La maglietta era venduta come parte di una collezione dedicata al simbolismo delle Olimpiadi passate. La maglietta raffigurava un uomo con una corona d’alloro e la Porta di Brandeburgo.
Se il fatto di tale ritiro dal commercio non fosse stato comunicato dai media che seguo, io non avrei mai saputo della vendita delle magliette con i simboli olimpici del passato: non seguo lo sport in generale e le Olimpiadi in particolare e non mi interesso del merchandising sportivo. Ma, appresa la notizia, sono andato a controllare la cosa più ovvia che mi poteva venire in mente…
E l’ho trovata subito!

Visti gli avvenimenti degli ultimi 12 anni – considerati anche gli eventi iniziati poco dopo la fine delle Olimpiadi di Sochi – la maglietta del 2014 non mi sembra tanto meglio di quella del 1936. E trovo un po’ strano che i media seri non se ne siano ancora accorti.
Nel frattempo, mi chiedo chi sia il genio alternativo che ha inventato tutta la storia delle magliette…
È una canzone simpatica, si tratta comunque più di humor che di musica. Di conseguenza, la posto oggi:
Il video, poi, è bellissimo.
Rispondendo alle domande dopo il proprio discorso a Davos, il Presidente ucraino Vladimir Zelensky ha detto che il 23–24 gennaio negli Emirati Arabi Uniti ci sarà un incontro a tre tra le delegazioni americana, ucraina e russa. Secondo lui, i negoziatori statunitensi si recheranno a Mosca per discutere con Putin, ma prima hanno aspettato che finisca il suo incontro con Trump a Davos.
Il Financial Times, da parte sua, scrive che sono gli USA a insistere per il suddetto incontro trilaterale: l’Ucraina ha appoggiato la proposta, ma non è ancora chiaro se la Russia abbia accettato di partecipare ai negoziati.
A mio autorevolissimo parere, non c’è nulla da indovinare. L’incontro trilaterale prima o poi (non necessariamente oggi o domani) avrà luogo, e non sarà nemmeno l’unico nella storia. Ma Putin, secondo la sua consuetudine, invierà lì qualche personaggio losco che dirà cose senza senso e ripeterà ancora una volta le richieste irrealizzabili di Putin stesso. Mentre Putin condurrà una discussione seria (secondo lui) sul destino dell’Ucraina o con Trump o nella propria testa. Perché per lui gli ucraini non sono da considerare umani.
Penso che Zelensky capisca tutto questo molto meglio di noi, ma accetta l’idea dell’incontro trilaterale per mantenere normali relazioni con gli USA, dai quali dipende ancora gran parte dell’aiuto militare.
Ho scritto tutto questo e mi sono persino sorpreso: sono diventato il Capitan Ovvio di primo rango!



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