Sicuramente lo avete già letto: pure quest’anno il 9 maggio in piazza Rossa a Mosca si svolta la parata militare dedicata alla Giornata della Vittoria nella Seconda guerra mondiale…
È vero che è un po’ ridicolo che una festa del genere esista in Russia attuale, che è negli ultimi venti sei anni è si è trasformata in una festa militare e che quest’anno la parata poteva anche non avere luogo (il Cremlino aveva dovuto supplicare Trump di garantire almeno qualche ora di pace poiché la parata non venisse colpita dai droni ucraini e, alla fine, è stato Zelensky a emettere un decreto con il quale ha autorizzato (sì, ha autorizzato!) la parata a Mosca). Do per scontato che lo sappiano tutti. O sbaglio?
Quello che volevo scrivere è quanto segue.
Alla Parata della Vittoria del 2005 erano presenti i seguenti ospiti d’onore:
– il presidente degli Stati Uniti George Bush
– il cancelliere della Germania Gerhard Schröder
– il presidente della Francia Jacques Chirac
– il primo ministro del Giappone Junichiro Koizumi
– il presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao
– il presidente della Corea del Sud Roh Moo-hyun
– il Primo Ministro dell’India Manmohan Singh
– il Primo Ministro d’Italia Silvio Berlusconi
– il Presidente della Serbia e Montenegro Svetozar Marović
– il Vice Primo Ministro del Regno Unito John Prescott
– la Presidente della Lettonia Vike-Freiberga
– i leader dei paesi della CSI, tra cui i presidenti di Azerbaigian, Armenia, Uzbekistan, Kazakistan, Ucraina, Tagikistan…
– l’ex re di Romania Mihai I
– il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan
– il Direttore Generale dell’UNESCO Koichiro Matsuura…
Dopo 21 anni di brillante governo di Putin non ci saranno festeggiamenti, ma solo una micro-parata della vittoria: senza mezzi tecnici e praticamente senza ospiti, della durata di 40 minuti.
Gli ospiti d’onore di questo misero evento:
– il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko
– il presidente del Laos Thongloun Sisoulith
– il sovrano supremo della Malesia (con funzioni rappresentative) sultano Ibrahim
– il presidente dell’Ossezia del Sud Alan Gagloev
– il presidente dell’Abkhazia Badra Gunba
– il presidente della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina Sinisa Karan
– l’ex presidente della stessa repubblica Milorad Dodik.
Anche il primo ministro della Slovacchia Robert Fico aveva promesso di recarsi a Mosca, ma ha avvertito in anticipo che non avrebbe assistito alla parata. Allo stesso tempo, nelle prime file siederanno gli «eroi della operazione militare speciale»: saccheggiatori, stupratori e assassini.
Ebbene, congratuliamoci con il vecchio tattico anche per questi brillanti risultati!
P.S.: con tutta la serietà possibile posso ribadire che si è trattato della Giornata della grande vittoria morale di Zelensky: per il suo gesto verso il nemico.
L’archivio del tag «politica»
Questo video mi ricorda alcune conversazioni con gli studenti:
Il problema sta nel fatto che gli studenti non sono dei candidati repubblicani alle posizioni dei giudici federali statunitensi.
I servizi segreti di uno dei paesi dell’UE hanno redatto e diffuso tra i giornalisti un rapporto sulla «reale situazione» al Cremlino e sulle condizioni di Vladimir Putin. Avrete sicuramente già letto o sentito un breve elenco dei punti-chiave di quel rapporto: Putin teme attentati e colpi di Stato con la partecipazione delle «élite» russe, trascorre diverse settimane in bunker modernizzati (mentre i media statali russi continuano a utilizzare filmati preparati in anticipo per i resoconti sulle sue presunte attività), ha ridotto in modo significativo l’elenco dei luoghi visitati, nel 2026 non ha visitato nemmeno una volta strutture militari, etc.. Tutte queste tesi provengono dalla parte del rapporto che mi sembra più vicina alla realtà: le paure di Putin (come quelle di qualsiasi altro governante autoritario nella storia dell’umanità) si moltiplicano col tempo.
L’unica parte del rapporto che non mi convince molto è quella in cui si parla della «cospirazione di Shoigu». In primo luogo, se i servizi segreti stranieri conoscono il fatto della cospirazione e lo raccontano al mondo intero, allora non si tratta più di una cospirazione. In secondo luogo, se fosse vero, Sergei Shoigu (l’ex ministro della difesa russo) non esisterebbe più al mondo. In terzo luogo, non riesco a immaginare che Shoigu sia tecnicamente in grado di organizzare qualcosa del genere: il massimo delle sue capacità organizzative è organizzare una battuta di pesca per Putin.
Probabilmente avete già sentito tutto questo. Però inserisco comunque il link al testo completo di quel rapporto, affinché possiate leggere voi stessi in dettaglio come la paranoia di questa creatura, che sta rovinando il mondo intero, non conosca limiti. Dopo averlo letto, si può iniziare a sperare che un giorno lui stesso si rinchiuda per sempre in un frigorifero blindato, oppure si può rimanere realisti e ricordare che le persone che mostrano al mondo le proprie paure spesso attirano su di sé proprio ciò di cui hanno più paura.
La Reuters comunica: il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti intende ricorrere a tutti gli strumenti di contrasto a sua disposizione per contrastare l’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
Già così la notizia suona male per chi ricorda o conosce bene la non particolarmente remota realtà sovietica. Ma dovrebbe suonare male anche per i più giovani che però conoscono bene la storia mondiale del XXI secolo. Quando uno Stato decide di contrastare l’aumento dei prezzi dei beni di qualsiasi tipo, solitamente quei beni spariscono dal mercato: i produttori e i venditori smettono di vendere o vendono altrove perché (stranamente) non vogliono perdere soldi.
In tempi recenti dove si è verificata, arrivando a un livello drammatico, una situazione del genere? In uno Stato sudamericano il cui presidente-dittatore è stato poco tempo fa rapito dagli USA! Ecco: mi sa che pur stando in una cella è riuscito a influenzare ciò che alcuni degli attuali funzionari statunitensi hanno al posto del cervello.
Penso che a questo punto sia utile, dopo tutto quello che è stato pronunciato da vari personaggi, precisare che Vladimir Soloviev può essere definito «giornalista» + «popolare» russo solo per scherzo (scherzo molto strano, tra l’altro). In pratica, da oltre due decenni è uno dei più attivi e noti propagandisti a servizio del regime putiniano. È noto non solo per la sua capacità di giustificare qualsiasi cosa, ma anche per il tono rude, aggressivo e offensivo delle affermazioni nei confronti di persone, Stati e Istituzioni considerate nemiche per il regime che lo ripaga generosamente: con tanti soldi e con tanto spazio su uno dei principali canali televisivi federali russi.
Ma, ovviamente, non appena Soloviev spara qualche stronzata che scatena uno scandalo internazionale, per i funzionari russi si trasforma immediatamente in un «privato cittadino con le sue opinioni personali».
In questo contesto è interessante precisare anche che nel 2024 la quota di audience del canale YouTube «Soloviev live» era pari a circa lo 0,1% nel Mediascope TV Index (audience 4+ in tutta la Russia), il che lo colloca alla pari con canali a basso rating. Secondo dati più recenti (2024–2026), il canale si colloca spesso al 30°–31° posto su 32 canali monitorati, con un rating dello 0,0% e una quota dello 0,3%. Gli ascolti continuano a calare pure tra il pubblico «patriottico»: all’inizio del 2026 i programmi di Soloviev sono scesi al di sotto della 46ma posizione.
All’interno del complesso commemorativo «Katyn» vicino alla città russa di Smolensk (istituito alla fine degli anni ’90 in memoria delle vittime delle repressioni politiche nell’URSS, all’interno del memoriale si trova un cimitero dove sono sepolti oltre 4400 ufficiali polacchi prigionieri di guerra, fucilati nel 1940 dagli agenti dell’NKVD) è stata inaugurata la mostra «Dieci secoli di russofobia polacca», realizzata dalla Società Russa di Storia Militare. Come riportato sul sito web della SRSM, gran parte dell’esposizione è dedicata agli eventi del XX secolo e alla Seconda guerra mondiale, con particolare attenzione al tema della «russofobia nella Polonia contemporanea».
Il direttore scientifico della SRSM, Mikhail Myagkov, consigliere del ministro della Cultura della Federazione Russa Medinsky dal 2012 al 2020, racconta:
La mostra è dedicata alla storia della russofobia polacca, ovvero all’odio che l’élite dello Stato polacco ha nutrito in vari periodi della storia nei confronti della Russia e del popolo russo, e a come tale odio si sia manifestato in azioni concrete. In particolare, nell’occupazione del territorio russo e nello sterminio dei popoli russo, bielorusso e piccolo-russo. La mostra vuole ricordare le lezioni fondamentali della storia nei rapporti tra Russia e Polonia.
Anche io se avessi osservato la russofobia da qualche parte nel mondo (ma io, personalmente, non l’ho mai incontrata nemmeno dopo il 24 febbraio 2022, anche se avrei osservato questo fenomeno con una certa comprensione), sarei stato in grado di riconoscere da cosa è provocata, contro chi è realmente diretta e perché va messa tra virgolette. Ma gli ideatori di mostre come quella sopra citata non ne sono proprio capaci.
Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha dichiarato che la Russia non si congratulerà con il leader del partito ungherese «Tisa», Péter Magyar, per la vittoria alle elezioni parlamentari:
Non inviamo congratulazioni ai paesi ostili. E l’Ungheria è un paese ostile, sostiene le sanzioni contro di noi.
Alla domanda di un giornalista se ciò significasse che Mosca fosse in rapporti amichevoli esclusivamente con il primo ministro ungherese Viktor Orbán (che a suo tempo era stato congratulato), Peskov ha risposto: «È con lui che abbiamo intrattenuto un dialogo».
Beh, non c’è bisogno di strappare a Peskov l’ammissione di un fatto ovvio: sappiamo già tutto sui rapporti pluriennali del regime putiniano con Viktor Orbán. E, cosa più importante, non siamo gli unici a saperlo. Lo sanno anche gli stessi ungheresi, che già prima dell’annuncio dei risultati elettorali hanno iniziato a dire addio a Orbán in questo modo:

Lo capiscono anche gli autori di altri meme da tutto il mondo: Continuare la lettura di questo post »
Ieri sera, 12 aprile – il giorno delle elezioni parlamentari in Ungheria – Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta del suo partito, il «Fidesz» e si è rivolto ai suoi sostenitori a Budapest:
I risultati delle elezioni non sono ancora definitivi, ma sono evidenti e chiari. L’esito delle elezioni è doloroso per noi, ma inequivocabile. Non ci è stata concessa la responsabilità e la possibilità di governare il Paese. Ho già congratulato il vincitore.
Il sistema elettorale ungherese non è tra i più semplici, ma se pure Orbán orami ammette la sconfitta, sono contentissimo di credergli almeno questa volta. Non perché ho qualche interesse personale o competenza per seguire la politica interna ungherese, ma perché capisco l’importanza della scomparsa dal governo di uno Stato dell’UE di un evidente agente di Putin. Tra poco molte decisioni e molti processi all’interno dell’UE diventeranno più semplici e più giusti, ci sarà un ricattatore in meno. E l’Ungheria eviterà (almeno per ora) il rischio di essere sbattuta fuori dall’UE.
La mia più grande preoccupazione è ora legata alle forze morali dei vincitori delle elezioni: spero che superino l’ipotetica tentazione di seguire l’esempio di Orbán, quella di ricattare l’intera UE per ottenere chissà quali vantaggi.
Già domani, 12 aprile, in Ungheria si terranno le elezioni parlamentari: il partito «Fidesz» di Viktor Orbán, agente di Putin nell’UE, dovrà «difendersi» nella lotta contro le forze dell’opposizione guidate dal leader del partito «Tisza», Péter Mátyás.
Proprio per questo, e proprio oggi, vi ricordo l’inchiesta di The Insider sui diversi propagandisti e agenti dei servizi segreti scoperti nell’ambasciata russa a Budapest, che operano sotto copertura come diplomatici e sono coinvolti nella corsa elettorale.
Qualunque sia l’esito delle elezioni, questo tema rimarrà interessante ancora a lungo: molto più interessante della presunta «influenza russa» sulla prima elezione di Trump.
Il vicepresidente dell’Accademia Russa delle Scienze Sergej Černyshev comunica che i lanci di diversi veicoli lunari russi sono stati spostati nel tempo, alcuni addirittura anticipati. Tra questi…
— la stazione con il rover «Luna-29» potrebbe essere lanciata nel 2032 (la data precedente, fissata nel 2019, era il 2035);
— la stazione di atterraggio con la navicella lunare riutilizzabile per il supporto alle missioni con equipaggio «Luna-30» — nel 2034 (la data precedente era il 2036, annunciata nel gennaio 2026);
— la stazione «Luna-28» — il lancio è stato nuovamente rinviato, ora è previsto per il 2036 (negli anni precedenti si parlava del 2030 e poi del 2034).
Tutto questo è molto interessante, ma non ho trovato nulla nella dichiarazione di Sergej Chernyshev riguardo a quando verrà rinviata la creazione di una stazione russa permanente sulla Luna: nel 2006 era stata indicata la data del 2015. Oppure quella stazione è stata davvero costruita, ma i perfidi membri della missione non l’hanno fotografata e sono addirittura volati da quella parte da cui non si vede?

Ma seriamente, la competizione nell’esplorazione spaziale ha avuto un effetto positivo nella lotta tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma non funziona proprio nel caso del regime cleptocratico della Federazione Russa. Ecco il paradosso che ne deriva, e che non rende meno antipatico nessuno dei regimi russi.



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