La Bloomberg scrive che gli attacchi con droni ucraini ai porti russi di Primorsk e Ust-Luga hanno causato la sospensione delle spedizioni di petrolio che la Russia invia attraverso il Mar Baltico. Secondo i calcoli della agenzia, le esportazioni complessive da questi due porti hanno raggiunto il livello più basso dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022.
Allo stesso tempo, mi è capitato di sentire gli esperti secondo i quali i droni ucraini colpiscono quella parte della infrastruttura portuale che brucia in un modo «scenico», ma che è anche riparabile in tempi relativamente brevi (misurabili in giorni). Se, invece, avessero colpito l’infrastruttura per il trasporto del petrolio (e non per lo stoccaggio o il caricamento sulle petroliere) avrebbero creato dei disaggi più durevoli.
In ogni caso, capisco le motivazioni dell’esercito ucraino: sta cercando di limitare i guadagni extra dello Stato russo dovuti all’aumento del prezzo del petrolio (guadagni che andranno a finanziare la guerra). E sono sicuro che sarà in grado di concentrarsi su questa missione anche nel corso di settimane o mesi. Tifando fortemente per il successo di questa missione – come, ovviamente, per il successo della loro missione globale – spero solo che non pensino solo agli effetti visivi, quelli facilmente «vendibili» ai propri superiori.
L’archivio del tag «guerra»
Georgiy Tikhiy, il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino, ha affermato che i droni ucraini non erano diretti verso la Finlandia: la loro caduta (avvenuta il 29 marzo) sul territorio del Paese è molto probabilmente dovuta all’azione dei sistemi russi di guerra elettronica.
Ci credo facilmente perché l’Ucraina non ha alcuna convenienza di creare problemi all’Europa che la sta sostenendo – seppur in un modo ancora molto limitato – nella difesa contro l’aggressione russa. Mentre allo Stato russo in un certo senso conviene che i droni ucraini abbattuti cadano un po’ dove capita: perché gli abitanti del Cremlino sperano che i fatti del genere causino dei momenti di tensione tra l’Ucraina e i suoi aiutanti.
Altrettanto facilmente, però, posso credere alla eventualità che in un futuro non particolarmente remoto diversi Stati confinanti con la Russia trovino il coraggio di autorizzare il passaggio dei droni militari ucraini nei propri cieli: costa relativamente poco, ma allo stesso tempo fa aumentare di poco il rischio degli attacchi da parte dell’esercito russo. La difesa antiaerea dovrà essere attenta più o meno come lo è già ora e potrà essere rafforzata proprio dalla esperienza ucraina: quella che attualmente viene offerta da Zelensky a molti Governi in giro per il mondo.
I giornalisti dei media The Insider e Nordsint, inviando richieste alle aziende cinesi fingendo di essere acquirenti russi di beni destinati al settore militare russo, hanno scoperto che le aziende cinesi sono disposte a vendere componenti di importanza cruciale per la produzione di droni militari russi: nonostante il fatto che, secondo la legislazione cinese, a partire dal 2023 l’esportazione di tali beni sarà fortemente limitata.
Quasi come in una barzelletta:
«Holmes, come ha fatto a capire che quell’uomo era un assassino?»
«Elementare, Watson! Gli ho scritto una lettera con una domanda.»
[ho letto l’originale della barzelletta nel 2020 in un altro contesto, ma comunque triste]
Ma nell’indagine di cui sopra, non è tutto esattamente come nella barzelletta, poiché tutti i risultati dell’indagine «spionistica» sono documentati. E mi piacciono le indagini come questa, sia per i risultati che per la bella semplicità dei metodi.
Trump ha dichiarato, alla cena di beneficenza annuale del Comitato Nazionale Repubblicano del Congresso (NRCC), che non definirà il conflitto in Iran «guerra» perché, secondo il suo parere, tale termine è associato a «un’azione non proprio positiva»:
I won’t use the word ‘war’ because they say if you use the word ‘war,’ that’s maybe not a good thing to do," Trump told the crowd of GOP lawmakers at Union Station in Washington, D.C. «They don’t like the word ‘war’ because you’re supposed to get approval. So, I’ll use the word ‘military operation,’ which is really what it is. It’s a military decimation.
Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, solo il Congresso può dichiarare guerra. Sin dall’inizio dell’operazione militare a febbraio, i democratici sostengono che il Presidente debba ottenere l’approvazione del Congresso prima di estendere l’uso della forza in Iran.
Indipendentemente dalle motivazioni pubblicamente dichiarate da Trump, c’è qualcosa di molto e tristemente riconoscibile nella espressione «operazione militare». O si è fatto condizionare in un modo permanente, o non ha proprio fantasia.
Sembra quasi la trama di un film.
A gennaio Vladimir Aleksandrov, «combattente della 112ª brigata della difesa territoriale delle Forze armate ucraine, è caduto in un’imboscata ed è rimasto ferito, dopodiché è stato catturato dai militari russi. Lo hanno lasciato in vita e lo hanno portato in un rifugio, dove si trovavano con lui due soldati russi feriti.
Quando il gruppo ha esaurito acqua e cibo, una parte dei militari russi se n’è andata, lasciando i feriti. Allora Aleksandrov ha iniziato a convincere i restanti ad arrendersi alla parte ucraina, spiegando che era la loro unica possibilità di sopravvivere. Alla fine, i due soldati russi si sono fatti convincere e gli hanno restituito la radio, affinché potesse mettersi in contatto con il comando delle Forze Armate dell’Ucraina.
L’evacuazione è stata organizzata con l’aiuto di un drone terrestre, ma lungo il percorso i tre sono stati colpiti da droni. Uno dei militari russi è rimasto ucciso, mentre Aleksandrov e il secondo soldato russo si sono rifugiati in una casa in rovina, dove hanno trascorso diversi giorni senza cibo né acqua. In seguito, sono stati recuperati da una squadra di evacuazione delle Forze Armate Ucraine».
Ebbene sì, la semplice citazione (tradotta in questo caso) sembra già una idea ben formulata di un film. Non escludo che ai tempi verrà girato, quindi spero che qualche sceneggiatore capace inizi a lavorarci già ora.
L’articolo segnalato questo sabato è una inchiesta ben fatta e interessante su come la Corea del Nord ha fornito allo Stato russo tra otto e undici milioni di proiettili e missili nel periodo tra il 2023 e il 2025. Potete immaginare da soli la destinazione dei «beni» forniti, come potete immaginare pure che si sta lavorano sulla ripresa delle forniture.
Nel frattempo, qualcuno sta sicuramente pensando che se la Corea del Nord non avesse creato (creato?) la bomba più importante, ora sarebbe stato un buon momento per…
Vladimir Zelensky ha annunciato che i rappresentanti dell’Ucraina e degli Stati Uniti terranno dei colloqui per porre fine alla guerra russo-ucraina il 21 marzo. Dall’inizio del 2026, Ucraina, Russia e USA hanno tenuto diversi cicli di negoziati trilaterali. L’ultimo incontro si è svolto a Ginevra il 17–18 febbraio. Successivamente, le parti avevano in programma di tenere i negoziati ad Abu Dhabi all’inizio di marzo, ma l’incontro è stato rinviato più volte a causa della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Ecco, inizialmente temevo (non solo io, ovviamente) che la guerra in Iran facesse dimenticare a molti (Trump prima di tutti) il problema della guerra in Ucraina. Ora, invece, ho (e non solo io, in realtà) la speranza che la guerra in Iran diventi una specie di merce di scambio: gli Stati-membri europei della NATO che si sono rifiutati di sostenere la nuova impresa di Trump (facendolo arrabbiare visibilmente) ora possono promuovere una specie di ricatto. «Ti aiutiamo nella impresa importante per te, se tu ci aiuti nella impresa che è importante per noi». Io, se fossi un diplomatico europeo, avrei tentato questa strada. E, soprattutto, avrei avuto dei motivi per pensare che il tentativo possa andare bene.
Se non siete ciechi, sordi o completamente scollegati dalla realtà, allora avrete sicuramente già sentito parlare del film «Mr. Nobody Against Putin» («Мистер Никто против Путина», regia di Pavel Talankin e David Borenstein, 2025). In alcune fonti in lingua russa il titolo appare anche come «Господин Никто против Путина» («Il signor Nessuno contro Putin»), ma non c’è da dubitare: si tratta dello stesso film. Io l’ho visto già all’inizio di febbraio, ma ho rimandato la pubblicazione di questo commento fino a oggi – il giorno successivo alla cerimonia degli Oscar. A prescindere dal risultato della premiazione (il film era nominato all’Oscar come miglior documentario lungometraggio e ha vinto, il che mi rende molto felice), «Mr. Nobody Against Putin» è un film che vale la pena vedere e discutere, sia ora che in futuro.
Per cominciare, una piccola formalità: qualche informazione generale sul film. Pavel Talankin, insegnante organizzatore e videografo scolastico della cittadina industriale di Karabash, negli Urali, ha filmato per un anno e mezzo scolastico – da febbraio 2022 a maggio 2024 – il progressivo rafforzamento della propaganda militare nella sua scuola. A volte lo faceva di nascosto, altre volte con il pretesto di svolgere i suoi normali compiti di lavoro. Nell’estate del 2024 Talankin ha lasciato la Russia portando con sé tutto il materiale girato (in realtà aveva già pensato di dimettersi dalla scuola subito dopo l’inizio della grande guerra in Ucraina, ma poi gli è venuta l’idea di realizzare un film). Dopo la partenza, insieme al regista americano David Borenstein, che vive in Danimarca, ha montato questo documentario.
Credo che tutto ciò sia ormai abbastanza noto. Passo quindi alle mie impressioni dopo la visione del film.
Innanzitutto, «Il signor Nessuno contro Putin» è allo stesso tempo un film documentario e profondamente personale.
Documentario – per motivi evidenti e già citati: l’autore ha ripreso con la telecamera varie «lezioni sulle cose importanti» (lezioni di «patriottismo» a favore di Putin e della guerra), le cerimonie di ingresso nella Junarmija (l’organizzazione giovanile militar-patriottica), le registrazioni di messaggi per i «combattenti», l’incontro degli studenti con membri del gruppo Wagner, le riunioni degli insegnanti, l’intervista con un insegnante di storia apertamente «di partito», le conversazioni con gli studenti e così via.
Personale – perché l’autore delle riprese racconta anche qualcosa di sé e del proprio atteggiamento verso la guerra, verso la militarizzazione della scuola e verso gli studenti e i concittadini che hanno «accettato» la guerra (mostrando anche il suo addio alla patria attraverso il saluto alla madre, mentre nasconde a entrambi i suoi veri piani di partenza). A qualcuno i monologhi dell’autore sono sembrati artificiali, come se fossero stati preparati apposta per il film; ma anche se fosse veramente così, non ci vedo alcun problema: l’autore non ci ha mai promesso di essere un osservatore imparziale. Ha semplicemente raccontato la cronologia delle proprie azioni e dei propri pensieri, senza rubare tempo sullo schermo a quelle immagini e a quelle parole per le quali lo spettatore si è seduto a guardare il suo film.
In secondo luogo, dal punto di vista puramente tecnico il film appare un po’ amatoriale. Si vede chiaramente che Talankin ha usato telecamere economiche (erano quelle della scuola) e che spesso non aveva la possibilità di registrare bene l’audio. Ma per delle riprese semi-clandestine è assolutamente normale. D’altronde ciò che interessa veramente è il contenuto: e da questo punto di vista il film funziona molto bene.
In terzo luogo, la parte strettamente documentaria è filmata, montata e commentata senza toni sensazionalistici. Tuttavia, proprio per questo fa paura e mette tristezza, in modo molto umano: per il modo in cui il tempo degli studenti russi viene speso in attività inutili, disumane e basate sulla menzogna. Non sembra che tutti recepiscano la propaganda nello stesso modo, ma qualche traccia nella mente di tutti rimane. L’unica cosa che dà un minimo di sollievo è che molti insegnanti incaricati di organizzare queste attività propagandistiche lo fanno in modo meccanico, goffo, con errori perfino ridicoli – e una propaganda del genere uno normale studente adolescente può solo prenderla in giro. Ma qui rischio di mettermi a raccontare troppo della trama…
In quarto luogo, il film appare realmente come una forma molto pericolosa ma importante e interessante di protesta individuale contro questa guerra. L’autore non si abitua alla guerra e non la dimentica come se fosse qualcosa di lontano dalla propria casa. È impegnato in un lavoro, ha un obiettivo concreto – e questo lo aiuta a non impazzire nella situazione attuale. Una persona che si chiede «che cosa posso fare?» e che allo stesso tempo comprende di non essere in grado di avvicinare la fine della guerra, semplicemente documenta i crimini che avvengono proprio intorno a lui. Un giorno questo lavoro sarà molto utile: forse non necessariamente in tribunale, ma magari per la storia o per la futura denazificazione del Paese che ha iniziato questa guerra criminale.
In generale, considero «Il signor Nessuno contro Putin» un film importante e interessante da vedere. Anche se è montato chiaramente pensando a un pubblico occidentale più ampio (e non tanto a quello russo).

Grazie a Pavel Talankin per queste immagini uniche, per la protesta e per il coraggio. Quello che ha fatto lui, gli altri non hanno nemmeno provato a farlo. Oppure, all’inizio del quinto anno di guerra, semplicemente non sappiamo ancora di questi tentativi?
Ieri, il 10 marzo, l’esercito ucraino ha colpito con almeno un missile Storm Shadow la città russa di Brjansk. L’obiettivo dell’attacco era lo stabilimento «Kremniy El»: si tratta di una delle più grandi aziende di microelettronica della Russia, i cui prodotti sono utilizzati, in particolare, dall’industria militare.
Ecco, tale notizia va letta in un contesto ancora «più» internazionale del solito: anche se in Russia avevano già imparato da tempo a produrre i droni militari iraniani Shahed (utilizzati in un modo massiccio in Ucraina), da alcuni giorni sono costretti a contare solo sulle proprie forze (immaginate il perché). L’esercito ucraino, logicamente, aveva evidentemente pensato di sfruttare la situazione creatasi. Se dovesse essere vero, hanno fatto più che benissimo.
L’agenzia ucraina UNIAN riporta: il 5 marzo, durante un incontro con i giornalisti, Zelensky ha dichiarato che potrebbe fornire alle forze armate ucraine l’indirizzo di «una persona nell’Unione Europea» che sta bloccando gli aiuti europei all’Ucraina.
Speriamo che una sola persona nell’Unione Europea non blocchi 90 miliardi o la prima tranche di 90 miliardi e che i soldati ucraini abbiano le armi, altrimenti daremo l’indirizzo di questa persona alle nostre forze armate, che lo chiamino e comunichino con lui nella sua lingua. […] Comprendiamo che non abbiamo alternative a questi soldi. Comprendiamo che questi soldi sono bloccati da una sola persona. Ufficialmente non ci sono segreti.
L’agenzia ha ipotizzato che Zelenskyy si riferisse al primo ministro ungherese Viktor Orbán.
Per me sarebbe stato molto più interessante leggere quali altre ipotesi potesse avanzare l’UNIAN…
Ma parliamo seriamente: per ora le parole di Zelensky sembrano una misura proporzionata, non una terribile minaccia militare. Mentre l’Ucraina resiste all’aggressione militare e l’UE concorda molto lentamente almeno un minimo di aiuto, «una persona nell’Unione Europea» agisce attivamente e senza nascondersi dalla parte dell’aggressore. Zelensky, i militari ucraini e tutti gli altri hanno motivi logici per considerare «una persona nell’Unione Europea» un nemico. Addirittura un nemico bellico. Non esiste una risposta univoca su cosa sia «lecito» e cosa sia «illecito» fare con nemici del genere secondo le regole.



RSS del blog

