Dato ieri c’è stato il quarto anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina, possiamo logicamente chiederci: quali sono i successi dell’esercito putiniano nella famosa missione «prendiamo Kiev in tre giorni»?
La risposta si vede bene sulla mappa: con il colore rosso sono segnati i territori conquistati nell’ultimo anno, mentre con il colore rosa sono segnati territori conquistati durante i tre anni di guerra precedenti.

Se piccola Ucraina con gli aiuti quasi azzerati per opera di Trump riesce a ostacolare in questo modo l’avanzata dell’esercito nemico, provate a immaginare cosa avrebbe potuto fare con l’aiuto serio.
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Oggi sono esattamente quattro anni dall’inizio della grande guerra in Ucraina. E non se ne vede la fine. Pochi giorni prima dell’inizio sembrava impossibile, perché irrazionale per chi l’aveva iniziata. Nelle prime settimane mi sembrava che non potesse durare a lungo: una delle parti, a seconda della reazione o della mancata reazione del mondo occidentale, non avrebbe avuto risorse sufficienti. Dopo circa un anno mi è diventato chiaro (o mi è sembrato di nuovo? spero di sì) che tutto questo sarebbe durato molto a lungo: anche molto più di quattro anni.
L’anniversario concreto, l’attesa di molti altri anniversari, le notizie quotidiane di omicidi e bombardamenti mi fanno cadere in depressione quasi come all’inizio della guerra. L’unica cosa che mi salva (nel senso che mi ravviva) è la rabbia verso quelle persone alle quali va tutto bene: che il loro Paese uccida ogni giorno o che i loro vicini vengano uccisi ogni giorno. E verso quelle persone che vorrebbero smettere di aiutare i vicini affinché tutto finisca al più presto. Perché anche solo parlare della guerra impedisce loro di vivere serenamente e allegramente come prima.
Sì, la guerra mi ha reso cattivo. Ho smesso di aver paura di mandare a fanculo quelle persone che considero dei coglioni. O quelle che non considero nemmeno persone. Ma questo è un mio problema, che in qualche modo riuscirò a risolvere. Come eliminare il problema principale dell’Ucraina, della Russia e del mondo?
P.S.: anche un’attività lavorativa sensata e intensa mi aiuta, ma questo è un altro discorso.
Questa settimana è stato pubblicato un articolo basato su un’intervista rilasciata da Valery Zaluzhny (ex comandante in capo delle forze armate ucraine, come sicuramente sapete) alla agenzia Associated Press. Nell’intervista Zaluzhny ha parlato delle divergenze con Zelensky, che, in base alle sue parole, sono sorte quasi subito dopo l’inizio della grande guerra tra Russia e Ucraina.
Riguardo a tali divergenze, ho capito solo che la maggior parte di esse si è verificata nei primi mesi della guerra. Inoltre, mi è sembrato che gran parte delle divergenze non fosse in realtà basata sul fatto che Zelensky si fosse rifiutato di fare qualcosa che aveva la possibilità tecnica di fare (le risorse finanziarie c’erano, mentre quelle militari erano ancora più scarse di adesso).
Ma la cosa più importante che ho capito, o che mi è sembrato di capire, è il significato politico della suddetta intervista di Zaluzhny. Sembra un ulteriore passo verso la partecipazione di Zaluzhny alle future elezioni presidenziali in Ucraina. Un giorno queste elezioni si terranno, anche se per ora non è il caso di mettere fretta agli ucraini su questo tema.
L’Axios, citando le proprie fonti, ha riferito che durante l’ultimo round di negoziati tra Russia, Ucraina e USA (tenutosi a Ginevra ieri, il 17 febbraio) il gruppo politico «è giunto a un punto morto», mentre il gruppo militare «ha continuato a compiere progressi». Secondo le stesse fonti, il raggiungimento di un punto morto è legato alla posizione espressa dal capo del gruppo negoziale russo Vladimir Medinsky.
Probabilmente l’Axios e le sue fonti, dopo quasi quattro anni di guerra, non lo sanno ancora, ma la posizione espressa da Medinsky non è la posizione di Medinsky. È, invece, l’espressione precisa della missione con la quale il personaggio viene regolarmente inviato a tutti i negoziati dal suo capo supremo. Indovinate il nome e il cognome del capo: avete a disposizione un tentativo.
Mentre state cercando di risolvere l’indovinello difficilissimo, io aggiungo che quel capo sarebbe anche disposto a una tregua nei combattimenti (in ogni caso di fatto si tratterà solo di una tregua), ma non a qualsiasi condizione. Di conseguenza, ha incaricato Medinsky a perdere più tempo possibile nel tentativo di far stancare la controparte: spera di ottenere, in tal modo, qualcosa in più.
A volte è veramente strano leggere, nell’arco della stessa giornata, due notizie come le seguenti…
La notizia numero uno. Il giornalista di The Atlantic Simon Shuster, citando due consiglieri del presidente ucraino, ha riferito che le autorità ucraine potrebbero essere disposte a fare la concessione più difficile nei negoziati con la Russia e rinunciare al controllo sul territorio nella parte orientale della regione di Donetsk.
La notizia numero due. Il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha dichiarato in un’intervista al giornalista di The Atlantic Simon Shuster che il suo Paese non sta perdendo la guerra con la Russia e che lui non costringerà il popolo ad accettare un «cattivo accordo» di pace.
Il problema sta nel fatto che le due notizie potrebbero essere contraddittorie, ma potrebbero anche non esserlo. Potrebbero non essere contradditorie, in particolare, perché la parte orientale della regione di Donetsk è oggi un territorio che a) è stato lasciato da quasi tutti gli ucraini che erano realmente interessati a farlo e b) risulta inutilizzabile da quasi tutti i punti di vista a causa della guerra (cosparso di materiale esplosivo, con quasi tutte le opere umane distrutte ed ecologicamente rovinato).
Allo stesso tempo, ogni persona che in questi giorni tenterà di interpretare le suddette notizie nel loro insieme è un classico indovino. Perché dovrebbero interessarci i personaggi del genere?
Il progetto «Russian Officers Killed in Ukraine» ha pubblicato le ultime statistiche: sono stati confermati 7777 casi di morte di ufficiali russi nella guerra in Ucraina. Tra questi ci sono 4 tenenti generali, 8 maggiori generali, 117 colonnelli, 340 tenenti colonnelli e 712 maggiori.
L’immagine che riassume i dettagli:

Cosa posso aggiungere a questo dato statistico? Niente. O, al massimo, posso confermare che non sono per niente dispiaciuto (posso esserlo, in alcuni casi, per i residenti russi delle zone vicine al confine o per alcune delle persone mandate in Ucraina nel corso della mobilitazione militare, ma sicuramente non per gli ufficiali o altri militari di professione).
Nel dicembre dello scorso anno (del 2025, se qualcuno non si è ancora adeguato), il quotidiano tedesco Die Welt e il Centro tedesco per i giochi di guerra dell’Università delle forze armate tedesche hanno organizzato un gioco di ruolo di tre giorni: una simulazione dell’invasione della Russia nel territorio della NATO. Al gioco hanno partecipato 16 persone – ex alti funzionari tedeschi e della NATO ed esperti in materia di sicurezza – che hanno interpretato il Governo della Repubblica Federale Tedesca, i rappresentanti del Cremlino, il segretario generale della NATO, il presidente della Commissione Europea, il segretario di Stato americano e il primo ministro polacco. Il risultato è stato che i «militari russi» hanno trascorso tre giorni senza ostacoli sul territorio della NATO e hanno «conquistato» la città lituana di Marijampolė.
In occasione della conclusione del gioco, il media «Meduza» ha intervistato il direttore del Centro Carnegie di Berlino per lo studio della Russia e dell’Eurasia, Alexander Gabuev, che durante le esercitazioni ha interpretato il ruolo di Vladimir Putin.
Sia il risultato del gioco sopra descritto, sia la descrizione nell’intervista di come tale risultato è stato raggiunto, mi sembrano molto realistici. Io, come voi, osservo tutto questo da quasi quattro anni.
A giudicare dalla reazione degli Z-blogger russi (quei blogger filo-Cremlino che giustificano attivamente la guerra in Ucraina), Elon Musk ha veramente disattivato i terminali Starlink utilizzati dall’esercito russo: ora funzionano solo i terminali della cosiddetta «lista bianca», la quale include i terminali utilizzati dalle forze armate ucraine, ma non quelli dell’esercito russo.
E se realmente lo ha fatto, questa è una notizia incredibile, che sembra un miracolo alla luce di tutto il comportamento precedente di Musk. Ma la cosa più importante è che tutti quei droni (e qualche altro tipo di tecnologia) su cui l’esercito russo installava antenne Starlink importate attraverso i Paesi asiatici non funzioneranno più. Come direbbe Putin, non ci sono analoghi. Sarà molto più difficile attaccare l’Ucraina con i droni e puntare l’artiglieria, e questo mi rende infinitamente felice.
Spero che dopo questo la vita degli ucraini diventi almeno un po’ più facile. Spero che Musk non cambi idea (come fa facilmente il suo grande amico politico).
Trump ha dichiarato di aver chiesto personalmente a Putin di fare in modo che l’esercito russo non bombardi Kiev e altre città ucraine per una settimana a causa di un forte freddo:
Because of the cold, extreme cold… I personally asked President Putin not to fire on Kyiv and the cities and towns…
Per tutti gli altri mesi e anni precedenti – nel corso dei quali faceva meno freddo – non aveva chiesto? Non lo aveva fatto perché se la temperatura nelle case degli ucraini è sopra lo zero, i bombardamenti non sono un problema e si possono fare?
Ma sono delle domande troppo banali, quasi retoriche. Per noi è più importante vedere se Putin dice (anche silenziosamente) di no, oppure dice di sì e poi, continuando a bombardare, diffonde le solite scuse (tipo, «quelli sono missili ucraini che sono caduti sul proprio territorio»). Davanti a ognuna delle due risposte Trump non reagirà in alcun modo, forse non si ricorderà nemmeno della propria richiesta. E, la cosa più grave, non si accorgerà nemmeno di essere stato preso in giro per l’ennesima volta.
Commentando i negoziati ad Abu Dhabi, il presidente ucraino Zelensky ha affermato che la Russia sta facendo di tutto da tempo «perché l’Ucraina non esista più nell’est», ma non riesce a raggiungere questo obiettivo sul fronte. «Tutti conoscono la nostra posizione. Noi combattiamo per ciò che è nostro, non combattiamo per il territorio di un altro Paese <…>. Si tratta di due posizioni fondamentalmente diverse: quella ucraina e quella russa. Gli americani stanno cercando di trovare un compromesso. Noi siamo disposti a comunicare in un formato trilaterale. <…>. Ma per raggiungere un compromesso è necessario che tutte le parti siano pronte. A proposito, anche la parte americana».
Ecco: quello che preoccupa maggiormente me (e ancora di più preoccupa Zelensky) è l’osservazione che la parte americana per compromesso intende la scelta tra la posizione ucraina e la posizione russa. Una scelta del genere potrebbe – e forse dovrebbe – esistere anche, ma per uno come me sarebbe stata una scelta facile. Ma sembra che per la parte americana sia la scelta tra due opzioni uguali o quasi.



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