Più o meno tutti hanno già visto quel video amatoriale dalla festa alla quale ha partecipato, qualche settimana fa, la premier finlandese Sanna Marin. Più o meno tutti hanno pure letto che nell’audio del filmato sarebbe presente una parola simile al nome gergale di una droga… Io, purtroppo, non capisco nemmeno una lettera in finlandese, quindi in questo specifico caso posso credere solo ai miei occhi. I miei occhi vedono una grandissima rarità per la politica mondiale di tutti i tempi: alla guida di uno Stato europeo si trova una persona che sa vivere una vita normale. Una creatura umana semplice che sa condurre una vita completa e, tra le altre cose, fare il proprio lavoro in un modo adeguato, sano! Si tratta di un fenomeno quasi incredibile.
Grazie a un grande – in termini di superficie – vicino i finlandesi dovrebbero sapere quali politici andrebbero realmente testati per l’uso delle sostanze sospette. Anzi, a giudicare da certe dichiarazioni e azioni, io sospetterei l’uso quotidiano e massiccio di quelle sostanze, spesso accompagnato dalla assunzione dei liquidi contenenti una alta percentuale dell’alcol…
Insomma, auguro a tutti di vedere nel governo del proprio Stato almeno una persona come Sanna Marin!
La carriera musicale autonoma del chitarrista e cantante statunitense John Hiatt è ufficialmente iniziata nel 1973, quando è uscito il suo primo album registrato in studio. Ma il post musicale di oggi – che esce proprio il giorno del settantesimo compleanno di John Hiatt – è dedicato al primo album dell’artista diventato largamente noto: il «Bring the Family» del 1987.
La prima canzone scelta da quell’album è la «Have a Little Faith in Me» (che successivamente è stata cantata, come è successo a diverse canzoni di John Hiatt, anche da molti altri artisti):
La seconda canzone dell’album scelta per oggi è la «Alone in the Dark»:
Molto probabilmente tornerò ancora a scrivere di John Hiatt perché egli ha collaborato, durante la propria carriera, con diversi artisti interessanti.
Non posso proprio non ricordarvi dell’articolo epico uscito sul The Washington Post il martedì 16 agosto. È un articolo molto lungo, ma soprattutto è molto bello e molto interessante: tra qualche anno (o decennio?) potrà diventare – così come è ora – un capitolo del manuale di storia contemporanea… Ma la maggioranza dei miei ha già concluso gli studi e, in più, non è obbligata ad aspettare tanto.
Quindi andate pure a scoprire che la guerra putiniana in Ucraina era prevista dalle Istituzioni statunitensi già nell’ottobre 2021 e che, sulla base di molte notizie dell’epoca apparentemente strane, pure noi avremmo potuto considerarla altamente probabile (io – e non solo io, ma quasi tutti gli osservatori semplici – eravamo troppo convinti della razionalità di Putin e non sapevano interpretare i pochi indizi). Inoltre, l’articolo segnalato è interessantissimo nel descrivere i tentativi di alcuni Stati di scongiurare la guerra e, allo stesso tempo, di aiutare l’Ucraina a prepararsi per resistere almeno per qualche giorno…
Ma non mi metto certo a riassumervi tutto il testo. Concludo osservando che il presidente Zelensky si è rivelato, nei suoi preparativi alla guerra, uno stratega molto più saggio degli americani e di alcuni europei.
La statunitense Starbucks – che conoscete sicuramente tutti – è una delle migliaia di quelle aziende che hanno lasciato il mercato russo dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina. Precisamente, l’addio è stato annunciato alla fine di maggio, mentre all’inizio di giugno è stato comunicato che l’intero attivo della Starbucks in Russia è stato venduto al «duo» composto da un noto rapper e un noto ristoratore russi.

Ebbene, ieri (il 18 agosto) a Mosca è stato aperto – in uno dei locali dell’ex Starbucks – il primo punto-vendita della nuova catena di caffè. Si chiama «Stars Coffee» e ha il logo con una ragazza che indossa un kokošnik.

Non si tratta di un caso singolo della fantasia particolarmente ricca. È una delle tante manifestazioni del tentativo di imitare due cose: la «normalità» e la convinzione di «farcela anche senza l’Occidente». La storia insegna che nei primi mesi di ogni invasione militare si osservano delle tendenze del genere. Ma poi l’umore cambia radicalmente.
Come molti di voi sanno (forse) la Russia e la Bielorussia fanno parte (in teoria) di uno Stato unitario. Di conseguenza, dobbiamo ricordare che pure le innovazioni tecnologiche seguono – in Russia e in Bielorussia – una strada unica. Ieri ho scritto di uno robot cinese che è stato spacciato per uno robot «militare» «innovativo» «russo». Oggi, invece, vi racconto brevemente di una innovazione analoga bielorussa.
Lunedì si è svolta la presentazione di un nuovo modello della moto «Minsk» (del produttore bielorusso esistente dal 1951). In tale occasione, il direttore della azienda Nikolai Ladutko ha raccontato al presidente Aleksandr Lukashenko che il nuovo modello sarebbe realizzato con le componenti di produzione cinese, ma su progetto tecnico ideato e sviluppato all’interno della azienda.

Lukashenko ha rimproverato Ladutko per il fatto che le singole componenti della moto non vengano prodotte in Bielorussia ma, ovviamente, non si è accorto che si tratta della moto francese Mash X-Ride 650 Classic (la quale viene assemblata in Cina) con l’adesivo «Minsk» applicato sul serbatoio (non so dove sia stato stampato l’adesivo)..

Insomma, entrambi i presidenti possono essere facilmente ingannati allo stesso identico modo.
Nel parco «Patriot» (vicino a Mosca) del Ministero della «Difesa» russo in questi giorni (dal 15 al 21 agosto) si sta svolgendo il forum tecnico-militare «Armija-2022»: un evento dedicato, come potete immaginare, alle nuove tecnologie di uso militare. Il giorno della apertura, al forum si era esibito pure Vladimir Putin.
Nel suo discorso, come era purtroppo prevedibile, Putin aveva elogiato i militari russi che da quasi sei mesi stanno distruggendo l’Ucraina, aveva evitato di parlare di tutte le evidenti difficoltà che l’esercito russo sta riscontrando nella sua missione di invadere il piccolo Stato vicino e, infine, ha nuovamente parlato dei «nuovi armamenti russi» super-mega-extra moderni e potenti. In particolare, ha detto che molti di quegli armamenti «sono di anni, se non di decenni, avanti rispetto alle armi analoghe straniere e sono di gran lunga superiori per le caratteristiche tattiche e tecniche». Ha inoltre aggiunto che il funzionamento dei nuovi armamenti russi altamente precisi si basa sui «nuovi principi della fisica»…
Stranamente questa volta non ha mostrato alcun cartone animato sulla distruzione della Florida con una pentola a bassa pressione, ma penso che pure le poche parole riportate sopra possano bastare per far crepare di risate le persone minimamente istruite.
Questa volta, però, al forum è stata presentata l’ennesima innovazione militare russa: il cane-robot M-81 capace, secondo i suoi autori, «trasportare un lanciarazzi anticarro RPG-26, effettuare tiri mirati, trasportare armi, effettuare delle azioni per uso civile in un’area di emergenza per la ricognizione, attraversare le aree ricoperte di detriti e consegnare le forniture mediche.»

I geni della robotica militare russa hanno ovviamente fatto del loro meglio per camuffare la povera bestia cibernetica, ma per gli esperti veri è impossibile non riconoscere il robot cinese Unitree Go1 da 2700 dollari:

Naturalmente, questo robot non può sparare o rimuovere i detriti. In più, mantiene la carica solo per un paio d’ore e può camminare per strada solo in presenza del sole. Ma l’Occidente sta già tremando per la potenza innovativa dell’esercito russo…
O sbaglio?
Ahahahaha
Secondo l’agenzia Bloomberg, le maggiori banche d’investimento statunitensi JPMorgan Chase & Co. e Bank of America Corp. avrebbero deciso di riprendere a negoziare le obbligazioni dello Stato russo. Tale scelta sarebbe stata presa a favore degli investitori che desiderano disfarsi dei titoli russi. Infatti, all’inizio di giugno il Ministero delle finanze statunitense ha vietato agli americani di acquistare le obbligazioni e azioni russe. Allo stesso tempo, gli americani continuare a possedere i titoli che già acquistati in precedenza o venderli agli stranieri.
Ecco, io evito di dare dei consigli finanziari a chiunque (almeno perché nel caso in questione immagino che lo Stato russo potrebbe incontrare molti problemi tecnici nel pagare). Ma non posso non farvi notare che sull’orizzonte è comparsa la possibilità di acquistare a dei prezzi abbastanza bassi alcuni «pezzi di carta» da collezione: tra qualche decennio potrebbero arrivare a valere tanto ahahaha… Raccontatelo al vostro zio miliardario!
Ieri a Berlino è morto il pittore russo Dmitry Vrubel, noto nell’Occidente prevalentemente per il graffiti «Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale» (realizzato nel 1990 e restaurato sempre da egli nel 2009 dopo la distruzione):

Vrubel aveva il Covid-19 da circa due mesi… Per morire di Covid nella seconda metà del 2022 ci vuole una sfortuna enorme, ma in realtà non volevo commentare proprio questo aspetto.
Volevo solo osservare che nella morte di Dmitry Vrubel avvenuta proprio in questo periodo c’è qualcosa di infinitamente simbolico. Nel senso che si sta concludendo quel ciclo della storia, all’inizio del quale è diventato famoso come artista. Quindi a una nuova tappa della storia non sarà lui a realizzare un NFT sui resti del muro invisibile che si sta alzando ora. Vedremo chi sarà.
RIP Dmitry Vrubel
Tutti hanno sicuramente già visto i vari mix dei video delle esplosioni all’aeroporto militare in Crimea (avvenuti il 9 agosto). Io ne posto solo uno per ricordarmi il grande evento: visto che le autorità ucraine non si attribuiscono il merito delle esplosioni (non sono stati loro o non vogliono riconoscerlo per non mettere a rischio le forniture delle armi dagli USA? boh…), possiamo presumere che anche in questa guerra esistono veramente i partigiani. Bisogna solo vedere se a provocare le esplosioni siano stati quelli ucraini o quelli russi-anti-Putin.
Il supergruppo The Traveling Wilburys era stato formato, nell’aprile del 1988, da Jeff Lynne e George Harrison; poco dopo ai due fondatori si erano uniti Bob Dylan, Roy Orbison e Tom Petty. L’intero gruppo si era unito in studio (quello di Bob Dylan) per registrare il B-side del singolo «This Is Love» di Harrison. La canzone scritta a tal fine era la «Handle with Care».
La casa discografica che doveva pubblicare il singolo aveva però ritenuto che il brano registrato dai The Traveling Wilburys fosse troppo bello per essere una semplice canzone di supporto. Proprio a questo punto il supergruppo aveva accettato l’idea di registrare il proprio primo album. Bob Dylan doveva però andare a breve in tour, quindi l’album «Traveling Wilburys Vol. 1» era stato registrato in appena dieci giorni. La seconda canzone facente parte di quel disco che ho selezionato per oggi è la «Rattled»:
Il 6 dicembre 1988 era morto Roy Orbison, ma l’attività del gruppo non si era fermata subito: nel 1990 era uscito il secondo album «Traveling Wilburys Vol. 3» (chiamato in questo modo perché molte persone chiamano con il nome Vol. 2 l’album di Tom Petty «Full Moon Fever», alla registrazione del quale avevano partecipato Lynne, Garrison e Orbison). Il Vol. 3 aveva però ottenuto un successo notevolmente inferiore rispetto al primo: non so se sia stato questo il vero motivo per il quale il gruppo non ne aveva pubblicati altri.



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