Ogni epoca si distingue anche con la nascita delle proprie leggende. Ogni nuova leggenda trova però le proprie radici in una di quelle preesistenti. Gli anni ’10 del XXI secolo, per esempio, potrebbero essere ricordati per la nascita di una nuova versione del culto del cargo. Io lo sostengo sulla base di questo brevissimo articolo sul sito della Radio Poland.
In sostanza, gli ornitologi polacchi della organizzazione EcoLogic Group hanno fissato un GPS-tracker su una cicogna per poter seguire la migrazione di quest’ultima verso l’Africa. Nel tracker era inserita una scheda SIM: come potete immaginare, essa era necessaria per trasmettere i dati verso il laboratorio degli scienziati.
Ede ecco il punto interessante: in Africa qualcuno ha tolto all’uccello il GPS-tracker, ha estratto la SIM e l’ha utilizzata per fare 20 ore di telefonate da 2300 euro complessivi.
Mi chiedo cosa serebbe successo che la cicogna fosse finita, per esempio, in Somalia.
Allo stesso tempo evito le battute sulla possibile visita della cicogna in certe città fuori dal continente africano: spero che i miei lettori apprezzino il mio sforzo.

L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Ieri pomeriggio la squadra nazionale di calcio russa si è dimenticata di nascondere la propria capacità di giocare e lo ha fatto nella partita più importante dell’ultimo decennio (nel 2008 perse la semifinale del campionato europeo proprio contro la Spagna). Pure io — miracolo! — ho visto gli ultimi dieci minuti della partita. Ma il post di oggi è dedicato a un altro argomento.
In questi giorni il mondo si è accorto che attorno al ponte di Crimea sta continuando la battaglia dei due giganti dell’internet (ripassiamo la prima puntata).
Ebbene, il Google indica il ponte sulle proprie mappe in due lingue: in inglese e in ucraino.

Mentre il Yandex lo fa solo in russo:

Nel frattempo il presidente Putin ha assegnato ad alcuni reggimenti carristi dell’Esercito russo dei nuovi nomi che includono i nomi di alcune città ucraine.
Viviamo in un periodo storico molto curioso.
E mi sa che non diventerà noioso in breve.
Sono in molti a dire che questa foto è la più probabile vincitrice del «World Press Photo 2018» (sebbene siamo ancora a metà giugno).

Sicuramente è una bellissima foto. Ma ha una concorrente fortissima che ha tutte le possibilità di batterla:

Si tratta di un ambito nel quale indovino quasi sempre (nel nostro mondo pseudo corretto a volte ci vuole poco). Purtroppo, però, non sono in grado di convertire questa mia capacità in soldi. Di conseguenza, propongo di ricordare questo post e di offrirsi alle scommesse a scopo di lucro.
L’altro ieri, a grande sorpresa, Nicolas Maduro ha vinto le elezioni presidenziali in Venezuela. E non bisogna essere un grande esperto della politica interna venezuelana per supporre che una parte degli aventi diritto lo abbiano votato veramente.
Oggi provo a spiegare, con una sola immagine, per cosa hanno votato quelle fantastiche persone.
Questi sono 3 dollari e 40 centesimi statunitensi espressi in bolivar venezuelani:

Grazie a una certa attenzione mediatica verso la grande scelta di David Goodall possiamo finalmente comprendere una cosa importantissima: la morte di una brava persona può essere la fonte di speranza e non di tristezza. Intendo la speranza per la società degli esseri umani su questo pianeta.
Ieri, in una clinica specializzata svizzera David Goodall ha girato una valvola, si è fatto una iniezione letale e si è addormentato per sempre. Non era gravemente malato, non soffriva di alcun male. Ma a 104 anni era ormai stanco della vita e della vecchiaia. Voleva morire in modo decente, prima di perdere l’aspetto umano e diventare solo un pezzo di carne da mantenere in attività biologica.
Possiamo sperare almeno un po’ che nel futuro, chissà quanto lontano, quando la medicina sconfiggerà le malattie e la società gli assassini, gli umani andranno via come David Goodall, in modo dignitoso. Magari scherzando e cantando l’"Inno alla gioia".

Stamattina il leader della opposizione armena Nikol Pashinyan è stato eletto Primo ministro dal Parlamento: 59 voti favorevoli e 42 contrari (in totale il Parlamento armeno ha 105 deputati).
Martedì 1 maggio, al primo tentativo, il risultato era stato negativo: solo 45 voti favorevoli su 53 necessari (è richiesta la maggioranza dei deputati).
Sia oggi che una settimana fa Pashinyan è stato l’unico candidato sottoposto al voto parlamentare. Se anche la votazione di oggi non avesse portato alla elezione di un premier (quindi di Pashinyan), il Parlamento armeno avrebbe dovuto essere sciolto.
Secondo me la situazione nella quale attualmente si trova Nikol Pashinyan è più che curiosa. Da una parte, in qualità di un vero leader dell’opposizione e della protesta è riuscito a far dimettere il premier Sargsyan e farsi nominare al suo posto con i voti del partito politico a cui si trova, appunto, in opposizione. Non è a questo punto molto chiaro come intende governare (per i tonti: senza l’appoggio del Parlamento si combina un tubo).
Suppongo – ma potrebbe essere uno schema politico molto primitivo – che il partito di maggioranza attuale abbia accettato di nominarlo al capo del Governo per poi bocciare ogni sua iniziativa e dimostrare, in tal modo, la sua cosiddetta «incapacità di governare il Paese». Insomma, fargli perdere la popolarità acquistata nelle ultime tre settimane di proteste.
Dall’altra parte, al neoeletto Nikol Pashinyan non sarebbero più convenienti nemmeno le elezioni politiche anticipate. Egli ha certezza di essere il leader di una minoranza attiva, ma non ha alcuna certezza di poter contare sulla maggioranza degli elettori. Infatti, alle ultime elezioni politiche (2 aprile 2017) il suo partito è arrivato terzo, conquistando appena 9 seggi su 105. Nonostante l’entusiasmo per il successo della protesta, sarebbe troppo azzardato sperare in un risultato anche solo doppio rispetto alla volta scorsa.
Tra tentare di governare senza essere stato eletto per farlo e perdere nuovamente le elezioni (nel senso di non raggiungere comunque i numeri per governare), la scelta è caduta sulla prima. Non sono sicuro che per Nikol Pashinyan sia la scelta migliore.

Tutti parlano e scrivono delle fake news.
I mass media, gli aggregatori di notizie e i social networks stanno elaborando dei meccanismi di tutela dalle fake news. Vengono creati dei gruppi di lavoro per contrastare l’avanzare delle fake news. I consumatori privati delle notizie creano le associazioni contro le fake news.
Insomma, le fake news sembrano la peste del XXI secolo.
Il problema sta nel fatto che tutti si sono dimenticati di cosa fossero realmente le fake news. Ebbene: le fake news sono semplicemente delle voci, gossip e fantasie. La loro creazione e il loro consumo sono due componenti della naturale vita sociale umana. Possiamo inventare una infinità di algoritmi più o meno ingegnosi, ma la mente umana (personale e collettiva) continuerà comunque a produrle.
In sostanza, la lotta contro le fake news è una lotta contro la natura umana. Buona fortuna a chi vuole provarci…
Io, invece, sono molto più interessato a creare un meccanismo che aumenti la capacità delle persone a ragionare su quanto letto e sentito. Che insegni alle persone a non credere cecamente alla prima stronzata che sentono da una fonte qualsiasi, ma interessarsi dei fatti reali. Solo grazie a un meccanismo del genere potremo vivere in un mondo migliore.

Dopo le dimissioni del Premier Serž Sargsyan in Armenia continuano le proteste. Il motivo di questo fenomeno è assolutamente comprensibile: l’opposizione vuole evitare che Serž Sargsyan rimanga, tramite una influenza esercitata sul proprio partito, il governatore informale dello Stato. La migliore garanzia della non-influenza sarebbero le elezioni politiche con un risultato diverso da quello del 2 aprile 2017. Quindi bisogna a) ottenere le elezioni anticipate e b) avere il peso politico per vincerle. Ovvio, no?
Una domanda molto più sensata — ma in realtà altrettanto semplice — che mi hanno già fatto più volte in Italia è: qual è la reazione di Mosca a questi eventi in Armenia. La risposta può essere espressa in due parole: nessuna reazione. I motivi sono due (ma volendo possiamo anche dividerli in tre).
Prima di tutto, è successo tutto troppo velocemente, in poco più di una settimana.
In secondo luogo, la fase iniziale delle proteste non appariva capace di portare a degli sconvolgimenti politici (ma mi ricordo che anche l’inizio di tutte le rivoluzioni ucraine degli ultimi 14 anni fece la stessa impressione; sappiamo bene come finirono).
In terzo luogo, a Mosca comprendono bene, con tanto pragmatismo, che chiunque arrivi al potere in Armenia, non avrà molta scelta: dovrà necessariamente restare sotto il protettorato (e quindi l’influenza) della Russia. Altrimenti verrà schiacciata dalle pretese territoriali ed economiche dalla Turchia e dall’Azerbaigian (penso che la questione del Nagorno Karabakh sia largamente nota tra le persone che si interessano della politica internazionale). Per Mosca, dunque, la «perdita» dell’Armenia può avvenire solo in un modo: vederla sparire (del tutto o quasi) dalla mappa geografica. E, dato che nemmeno l’Armenia vuole perdersi in tal senso, anche l’attuale opposizione, qualora vincesse le elezioni, sarà disposta e costretta a mantenere dei buoni rapporti con la Russia. Potranno cambiare alcuni dettagli, ma non il principio in generale.
Detto ciò, aggiungerei che fino ai prossimi avvenimenti rilevanti non ha più senso commentare gli avvenimenti armeni. Fino al risultato delle (ipotetiche) elezioni o le azioni forti del governo attuale, le proteste armene resteranno solo dei fatti di cronaca locale.

Ho appena scoperto che di recente nei Giardini Vaticani è stato inaugurato il monumento al poeta, monaco cristiano, teologo e filosofo mistico armeno Gregorio di Narek (951–1003), considerato santo e dottore della Chiesa cattolica.
Ma il monumento, secondo me, ci dice molto più sui sogni proibiti degli abitanti del Vaticano che sul personaggio al quale è dedicato:

La settimana scorsa è stato rimosso dal Central Park di New York il monumento a James Marion Sims, considerato il padre della moderna chirurgia ginecologica. Non mi metto a spiegarvi quale fu l’oggetto delle sue ricerche mediche: volendo lo potete scoprire tranquillamente da voi leggendo il relativo articolo della Wikipedia. Purtroppo in questo momento è molto più interessante vedere il motivo della rimozione di quel monumento (e della messa in discussione di altri).

In sostanza, James Marion Sims, nato nel 1813 e morto nel 1883, nella seconda metà degli anni ’40 condusse una lunga serie delle sperimentazioni mirate a trovare la soluzione di un determinato problema medico. La maggioranza di tali sperimentazioni fu eseguita sulle schiave afroamericane, spesso comprate per l’occasione. Quindi nel 2007, quando venne pubblicato il libro «Medical Apartheid» della scrittrice Harriet A. Washington, si iniziò a parlare della «necessità» di rimuovere il monumento in quanto sarebbe dedicato a una «macchia sulla storia americana». Nel 2017, quando negli USA improvvisamente si è scoperta la reale possibilità di un imminente crollo del consenso storico sugli esiti della guerra civile tra Nord e Sud, si sono intensificate anche le discussioni sul monumento a James Marion Sims.
Il mio post odierno non è dedicato alle questioni di genere, razza o libertà. Il mio post è dedicato all’ennesimo tentativo, stupido come tutti gli altri tentativi precedenti, di riscrivere la storia per farla corrispondere agli standard etici e morali di oggi. Ma la storia è una materia molto più ampia della semplice cronologia degli eventi anche perché i suddetti standard sono in una continua evoluzione. Non capirlo (o fingere di non capirlo) è una evidente manifestazione di stupidità. Molte delle cose considerate normali anche fino a pochi decenni fa, oggi nel migliore dei casi sono fuori moda. Eppure all’epoca dei fatti avevano portato ai risulti tuttora considerati positivi per l’umanità. Riconoscere, sfruttare e ricordare i risultati, e allo stesso tempo maledire e cancellare dalla memoria coloro che hanno avuto la capacità di raggiungerli solo a causa dei metodi normali (per fortuna o purtroppo) per la loro epoca è forse anche peggio della semplice stupidità. È una forma pesante della ipocrisia.

Purtroppo la proliferazione di questa forma di ipocrisia sta colpendo, ultimamente, non solo la medicina. Pensiamo al mondo del cinema – un mondo dal punto professionale storicamente maschile – dove da sempre (o quasi) l’ingresso delle donne si trovava sotto le scrivanie. Fino a pochi mesi era una cosa talmente scontata, che a nessuno veniva in mente di parlarne. L’inizio improvviso della moda di parlare del harassment ha introdotto anche in questo caso delle norme di applicazione retroattiva: chi ha reso possibile, almeno dal punto di vista organizzativo, la realizzazione di diversi buoni film oggi si trova tagliato fuori dal mondo professionale solo perché teneva atteggiamenti tipici dei loro tempi.
Una parte del mondo sta andando da qualche parte sbagliata…



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