Quando proviamo a capire perché la Camera dei rappresentati statunitensi abbia (finalmente!) approvato gli aiuti militari alla Ucraina (e, ovviamente, se proviamo a capirlo), non dobbiamo essere tanto ingenui da pensare che si tratti di una sconfitta di Donald Trump.
Molto probabilmente vi ricordate che a novembre negli USA ci saranno le elezioni presidenziali e Trump è, almeno per ora, uno dei candidati principali. Da candidato deve preoccuparsi anche della opinione pubblica su una serie di questioni, non solo quelle interne… Ecco, a questo punto vediamo l’andamento dei risultati di un sondaggio tra la popolazione statunitense:
Quale poteva essere la reazione di Trump a tali risultati? A me sembra ovvio: lasciare approvare gli aiuti!
Poi, quando vince le elezioni (il suo obbiettivo principale per il momento), potrà cambiare l’opinione sulla questione in una infinità di modi possibili. Ma per ora si sente in dovere di accontentare i cittadini aventi diritto al voto.
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Il Washington Post, citando fonti a conoscenza della conversazione, scrive che Donald Trump ha detto in una conversazione privata che potrebbe porre fine alla guerra in Ucraina facendo pressione su Kiev per cedere la Crimea e il Donbass alla Russia.
Se questo dovesse essere vero, abbiamo una conferma del fatto che pure Trump non ha capito un tubo di questa guerra. Io, personalmente, non mi sorprendo dal sentire una ennesima idiozia da quel personaggio, ma posso utilizzare la notizia stessa per ricordarvi: solitamente le soluzioni semplici vanno bene solo per i problemi semplici (quelli che in realtà non sono nemmeno dei problemi, ma degli eventi banali ingranditi dalle menti disorientate).
Il motivo della guerra in Ucraina, come dovreste sapere bene, può essere spiegato in diversi modi, ma sicuramente non si tratta di una guerra per un territorio. È una guerra, in sostanza, di una tradizione politica antiquata contro una politica occidentale moderna. L’obiettivo minimo di Putin è quello di far tornare il modello antiquato su un territorio «storicamente slavo», dunque «suo» (il quale, territorio, «non deve» nemmeno «dare l’esempio cattivo» alla «sua Russia»). Ma se potesse, avrebbe portato la guerra anche oltre, fino a Lisbona. Di conseguenza, in un primo momento potrebbe anche accettare la «soluzione di Trump», ma solo per accumulare le forze militari per un nuovo attacco. Ma anche di questo ultimo aspetto è già stato scritto abbastanza…
La Bloomberg (e non solo) scrive che Donald Trump, se dovesse vincere le elezioni presidenziali del novembre 2024 (secondo me, purtroppo, le vincerà), sta pensando di fare pressione sulla Russia e sull’Ucraina per costringere le parti a tornare ai colloqui di pace. Pure diversi politici e funzionari europei iniziano, periodicamente, parlare della «necessità di trattative».
A questo punto devo ricordare che le trattative riguardanti la guerra in Ucraina sono tecnicamente possibili solo su due argomenti:
1) entro quali termini temporali la Russia si ritira dal territorio ucraino e rimborsa tutti i danni materiali causati dalla guerra;
2) a costo di quali territori l’Ucraina si arrende alla Russia.
Su quali altri argomenti si potrebbe trattare? Il mio cervello difettoso non riesce a immaginarli.
La prima delle opzioni che ho elencato con una probabilità maggiore comporta la fine politica di Putin (o perché rimane senza le risorse per un po’ di tempo, o perché l’Occidente «chiede la sua testa» in cambio delle punizioni meno severe).
La seconda opzione con una certezza quasi assoluta comporta la ripresa della guerra dopo un periodo di tempo imprecisato, ma nemmeno tanto breve (anche perché il motivo reale della guerra attuale non è una pretesa territoriale di Putin).
Io non leggo i pensieri di Donald Trump (e di certi politici europei), ma penso di sapere quale dei due tipi di trattative intende.
Il presidente ucraino Zelensky ha dichiarato, in una intervista a Fox News, di essere pronto a incontrare l’ex presidente degli USA Trump per discutere le proposte di quest’ultimo per la fine della guerra tra la Russia e l’Ucraina. Lo ha detto dopo che il corrispondente Benjamin Hall ha ricordato che Trump ha promesso di raggiungere l’accordo di pace rapidamente, «in 24 ore».
A questo punto non dobbiamo pensare che Zelensky prenda realmente sul serio tutte le dichiarazioni populiste di Trump. Quasi sicuramente capisce che la guerra rischia di durare molto a lungo, mentre gli USA rischiano ancora di riavere Donald Trump come presidente (il quale lo può diventare anche nel caso delle condanne giudiziarie, tranne forse quella eventuale per i fatti del 6 gennaio 2021). Di conseguenza, si prepara a trattare gli aiuti militari futuri con tutte le amministrazioni americane future.
Nella stessa intervista, poi, ha ricordato che la pace non è possibile senza il ritorno del Donbass e della Crimea sotto il controllo della Ucraina, quindi contina a non arrendersi. E fa bene.
Come avrete letto, il 21 febbraio su AppStore è (finalmente?) comparsa l’app del più volte annunciato social network di Donald Trump: si chiama Truth Social e, dicono, ha una alta quantità di problemi tecnici (compresi quelli di sicurezza). Io ero quasi pronto a sperimentarlo in prima persona – per la sola curiosità tecnica, ovviamente, – ma per qualche strano motivo riesco a trovare l’app solo dal computer.
Il mio computer ha il Windows e, soprattutto, non sono tanto voglioso di mettere a rischio il mio principale strumento di lavoro. L’iPhone (il mio telefono) ha invece un contenitore singolo per ogni app, quindi si rischierebbe molto meno.
Ma dato che al momento della scrittura di questo post il mio iPhone non trovava il nuovo social su AppStore (ho una ipotesi del perché, ma non ne sono certo), sono costretto a raccontarvi solo di una piccola curiosità legale. Il logo del nuovo social è molto simile a quello della azienda Trailar: una società britannica che installa pannelli solari sui camion e fornisce dati analitici sul trasporto su strada. Sulla immagine che segue potete vedere i logo quasi identici di Trailar (a sinistra) e Truth Social (a destra). L’azienda di logistica utilizza il proprio logo dal 2019 e, nei giorni scorsi, ha pure ringraziato Trump per aver promosso la sua attività (aggiungendo che è meglio chiedere il permesso di usarlo la prossima volta).
Allo stesso tempo, Trailar sta pensando di intraprendere un’azione legale contro Truth Social.
È incredibile la prontezza con la quale certe persone manifestano la propria stupidità:
L’abbigliamento in questione è in vendita sul sito personale di Donald John Trump jr.
I più «reattivi» di quei personaggi svolgono però anche una utile funzione sociale: aiutano ad applicare delle etichette ben visibili (per esempio come quella riportata sopra) ai loro «colleghi» di «intelletto». Quindi nelle prossime settimane o mesi sapremo fare qualche diagnosi in più.
Per bilanciare in qualche modo il contenuto un po’ deprimente del presente post, aggiungo infine anche il link al testo pubblicato dal gaffer Serge Svetnoy: a eccezione di un inutile passaggio populista/sinistroso collocato verso la fine, è un buon testo. Non se l’autore si sia reso conto di avere in parte accusato lo stesso Alec Baldwin, ma capita.
Il Washington Post ha pubblicato un frammento di un nuovo libro dedicato a Donald Trump: «I Alone Can Fix It». Questa volta, in particolare, si tratta dell’ultimo, «disastroso» anno della presidenza di Trump e, tra le altre cose, del piano del generale Mark Milley contro l’eventuale rifiuto del 45-esimo presidente di lasciare il potere nel caso di una probabile – ai tempi – sconfitta elettorale.
Non so quanto senso possa avere la lettura di un libro del genere (almeno per i non cittadini americani), ma sono comunque contento che Donald Trump contribuisca alla crescita economica – attraverso la generazione delle opere intellettuali ben vendibili – anche ora, nel periodo in cui può essere dimenticato come un incubo della notte passata. Ma in base del pezzo pubblicato avete comunque la possibilità di prendere una vostra decisione.
P.S.: sul libro si parlerebbe anche del fatto che Trump ha sottovalutato il tristemente noto coronavirus. Per fortuna, è vero solo in parte: nonostante tutto, è stato proprio Trump ad acquistare diverse centinaia di milioni di dosi dei vaccini quando questi ultimi erano ancora in fase di sviluppo. È dunque riuscito a risparmiare tempo e soldi preziosi per i propri cittadini. La verità storica rimane una cosa abbastanza importante.
Come avete probabilmente già letto, Donald Trump ha deciso di fare una causa a Facebook, Twitter e Google per il blocco dei suoi account sui rispettivi social networks. Le lamentele di Trump circa la censura nei suoi confronti sono in una certa misura fondate, ma in questa sede volevo sottolineare un altro aspetto.
Il ricorso in tribunale è in una buona misura un grande regalo ai convenuti. Infatti, indipendentemente dalle preferenze politiche dei dirigenti di quelle aziende (e dai mezzi di manifestarle ritenuti opportuni), il business di Facebook, Twitter e Google si basa sui rapporti intensi tra gli utenti: la quantità degli utenti e dei contenuti da loro generati (pubblicazioni e commenti) si traduce nelle entrate di grandezza proporzionata (per esempio, della pubblicità visualizzata). Allo stesso tempo, i suddetti dirigenti devono rispondere ai loro azionisti che hanno una propria visione dell’ammissibile nella politica e nella vita sociale. L’eventuale sconfitta delle tre aziende nella causa voluta da Trump potrebbe quindi ristabilire l’equilibrio di una volta. O, se preferite, fornire una giustificazione ai dirigenti di Facebook, Twitter e Google che riavranno uno dei loro più grandi generatori dei contenuti.
In ogni caso, sarà divertente osservare quanto succede.
Non so se qualcuno se ne sia già accorto, ma ieri su App Store è finalmente (?) tornata la app di Parler. Si tratta di quel social network che è stato bloccato all’inizio di gennaio perché diventato improvvisamente molto popolare tra i sostenitori più attivi di Donald Trump. Quest’ultimo, in particolare, era in cerca di una alternativa al Twitter e al Facebook che avevano bloccato i suoi account.
Su Google Play, invece, non l’ho ancora trovato, anche se ho controllato solo dal computer.
In ogni caso, pare che si sia già deciso di ammorbidire la censura perché Trump non è più considerato un pericolo pubblico. Oppure è successo perché qualcuno ha finalmente compreso quanto sia inutile vietare i singoli strumenti? Boh, io ormai sono sempre meno portato a sopravalutare le capacità cognitive delle persone.
Più o meno tutti hanno letto dei 17 provvedimenti firmati da Joe Biden durante la sua prima giornata lavorativa piena da Presidente…
Non tutti però sanno che appena entrato nel suo ufficio della Casa Bianca, il nuovo presidente ha trovato nel cassetto della scrivania una tradizionale lettera lasciatagli dal suo predecessore. Sì, Donald Trump ha rispettato almeno questa tradizione. Joe Biden non ha (ancora) svelato il contenuto del messaggio, ma qualcuno sostiene che la lettera sia brevissima: Continuare la lettura di questo post »