The Telegraph scrive l’Università di Cambridge ha deciso di eliminare dal programma di studi ogni riferimento agli «anglosassoni» come gruppo etnico separato. Come spiegato dal dipartimento di lingue anglosassoni, norvegesi e celtiche (ASNC) dell’università, questa decisione è stata presa come parte della lotta al razzismo e non per promuovere «miti di nazionalismo». Secondo il nuovo concetto, gli accademici ritengono che non sia mai esistita un’identità etnica britannica, inglese, scozzese, gallese e irlandese duratura e coerente.
The Telegraph osserva, poi, che l’"anglosassone" avrebbe acquisito una connotazione negativa negli ultimi anni a causa del suo uso da parte dei razzisti, soprattutto statunitensi.
Io, invece, posso osservare che il termine «anglosassoni» viene da anni abusato da molti rappresentanti ufficiali e ufficiosi di quello Stato che oltre un anno fa (secondo molti oltre nove anni fa) ha iniziato una guerra tipicamente nazista contro coloro che definisce «nazisti» con una logica tipicamente razzista. Non so se l’Università di Cambridge abbia tenuto conto anche di questo fenomeno: probabilmente ha preferito rimanere – almeno per ora – scientificamente neutrale. Prima o poi lo sapremo.
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Tra tutti i possibili argomenti in qualche modo correlati alle elezioni presidenziali turche mi ha stupito maggiormente una relativa tranquillità dei rappresentanti dello Stato e della propaganda russi. Infatti, Recep Tayyip Erdoğan non solo è un presidente politicamente comprensibile a Putin, ma anche un presidente comodo per la sua prevedibilità: i due regimi «si conoscono» da vent’anni e sanno come trattare con successo in tutte le situazioni possibili e immaginabili.
Di conseguenza, mi è sembrato strano di non vedere un particolare tifo statale russo per Erdoğan e di non sentire di alcuna teoria abbastanza credibile circa l’interferenza russa nelle elezioni turche. Nemmeno la teoria sulla interferenza nelle elezioni presidenziali americane era tanto credibile (o, almeno, la sua portata era stata un po’ esagerata), ma questa volta proprio non ho letto o sentito delle cose del genere.
Saranno stati troppo sicuri della vittoria di Erdoğan.
A giudicare da quello che ho letto, la parata militare svoltasi ieri a Mosca – nell’occasione del «Giorno della Vittoria» – è stato un evento noiosissimo in tutti i sensi.
Vladimir Putin ha pronunciato il solito discorso senza senso in base al quale l’URSS avrebbe salvato da sola l’intera umanità nella Seconda guerra mondiale, ora la Russia si troverebbe a difendersi dai nemici che vorrebbero smembrarla, l’Occidente starebbe diffondendo il nazionalismo aggressivo etc. etc..
A Mosca si sono presentati i leader di sette Stati che attualmente dipendono ancora dalla Russia economicamente e, in alcuni casi, in termini della sicurezza fisica.
La componente militare della parata è stata molto ridotta: meno uomini (i giornalisti dicono che la tendenza alla riduzione si osserva dal 2020), niente aerei (pare, a causa del famoso «attacco» dei droni contro il Cremino) e appena tre carri armati (tutti T-34-85 prodotti negli anni ’50).
Beh, i carri armati si possono anche spiegare: durante le parate di solito viene mostrata l’attuale potenza militare dello Stato, mentre noi sappiamo che la Russia sta attualmente mandando a combattere in Ucraina proprio i carri armati degli anni ’50 e ’60. Di conseguenza, la comparsa di quei rottami sulla Piazza Rossa è assolutamente logica.
Mentre l’unico aspetto interessante – anche se piccolo – è il passaggio dei 530 militari che hanno combattuto in Ucraina nel corso della guerra attuale. Per me è una nuova conferma del fatto che festeggiare la guerra è per Putin più importante di festeggiare la fine della Seconda guerra mondiale, ma lo avevo già scritto ieri.
Insomma, niente di interessante.
L’articolo consigliato per questo sabato parla di come si manifesta ora, nel contesto della guerra in Ucraina, un fenomeno sociale russo con la storia secolare. Un fenomeno, per il quale non riesco nemmeno a scegliere un termine italiano capace di trasmettere pienamente il suo senso… In poche – e non una – parole, si tratta del denunciare una qualsiasi persona (conosciuta o sconosciuta a chi denuncia) per il suo atteggiamento palesemente o presumibilmente sgradito allo Stato, ma non necessariamente illegale, e con la piena consapevolezza di causare dei problemi anche gravi alla persona denunciata e senza necessariamente sperare di ottenere dei vantaggi in conseguenza allo sporgere stesso della denuncia. Non so qualcuno di voi riesca a suggerirmi un termine italiano adatto…
Ma, intanto, provate a leggere l’articolo: potrebbe esservi interessante.
Ieri sono stati presentati alla Duma gli emendamenti al disegno di legge sulla responsabilità per la cooperazione con le Organizzazioni internazionali di cui la Russia non fa parte. Gli autori formali degli emendamenti – cioè quelli che hanno ricevuto le relative mail dal Cremlino – propongono di integrare il Codice penale russo con il comma 3 dell’articolo 284 sulla «prestazione di assistenza nell’esecuzione di decisioni di organizzazioni internazionali a cui la Federazione Russa non partecipa o di organismi statali stranieri».
«Prestare assistenza nell’esecuzione di decisioni di […] organismi statali stranieri in merito al perseguimento penale di funzionari delle Autorità pubbliche della Federazione Russa in relazione alle loro attività di servizio, di altre persone in relazione al loro servizio militare o alla permanenza in formazioni di volontari» sarebbe considerato un reato. La riforma prevede fino a cinque anni di reclusione per il «reato» trattato.
Il deputato Vasily Piskaryov – il presidente del Comitato della Duma per la sicurezza e la lotta alla corruzione e uno degli «autori» degli emendamenti – ha dichiarato che gli emendamenti mirerebbero a proteggere i cittadini russi.
In realtà possiamo immaginare quale cittadino specifico si tenta di proteggere in tal modo. Altrettanto facilmente possiamo immaginare da quale Organizzazione si tenta di proteggerlo. E, a differenza dei deputati e degli autori degli emendamenti, possiamo immaginare che molto difficilmente Putin verrà rapito sul territorio russo (dove si applica il Codice penale russo) per essere portato all’Aja. Indipendentemente dalla modalità in cui verrà – eventualmente – consegnato alla Corte penale internazionale (dalla quale è ricercato), gli esecutori di tale consegna si organizzeranno abbastanza bene per sottrarsi alla applicazione del Codice penale russo.
Cosa sarà del Codice stesso dopo l’arresto di Putin è un’altra grande domanda, ma sicuramente sarà applicato non come ora.
Fino all’altro ieri, la Russia confinava con cinque Stati membri della NATO: Estonia (333,7 km di confine), Lettonia (270,5 km), Lituania (288,4 km), Polonia (236,3 km) e Norvegia (219,1 km). In totale, il confine tra Russia e NATO era di 1348 chilometri.
Ma ieri la Finlandia è finalmente entrata ufficialmente nella NATO, avendo presentato la domanda di adesione contemporaneamente alla Svezia dopo l’attacco della Russia all’Ucraina. Logicamente, aveva deciso di prendere delle precauzioni…
Ecco, noi sappiamo che il confine della Russia con la Finlandia è di 1271,8 km.
Il confine complessivo della Russia con la NATO è ora lungo 2619,8 km. È quasi raddoppiato.
Meno male che Putin voleva far allontanare la NATO dai confini russi, ahahaha
A volte capitano, contemporaneamente, delle notizie belle da leggere insieme. Per esempio…
Ieri il Presidente ucraino Vladimir Zelensky ha firmato i decreti di licenziamento dei capi di tre amministrazioni regionali: quelle di Lugansk, Odessa e Khmelnytskyy. In particolare, Serhiy Gayday è stato licenziato da capo dell’amministrazione regionale di Lugansk: la stampa ucraina sostiene che dovrebbe essere presto nominato l’ambasciatore ucraino in Kazakistan.
Sempre ieri Vladimir Putin ha nominato Vladislav Kuznetsov, l’ex vice primo ministro della autoproclamata «Repubblica Popolare di Lugansk», capo del distretto autonomo della Chukotka («in cu… al mondo»).

Ma non dovrebbero essere i «conquistatori dei territori» a fare una carriera politica migliore? Ahahaha
Mi ero quasi dimenticato che la premiazione dell’Oscar 2023 dovesse avvenire proprio la notte passata… Ma è stato impossibile non essere informato dei risultati. Quindi oggi scrivo molto brevemente di quattro film coinvolti in questa edizione del premio.
Prima di tutto faccio i miei complimenti agli autori del documentario «Navalny»: la loro vittoria è la giusta premiazione di un lavoro fatto al momento giusto. È una vittoria molto importante anche per il protagonista del film: perché alimenta l’attenzione proprio nel momento storico in cui ne ha più bisogno. Non è stata sprecata l’occasione di fare una premiazione politicizzata che non infastidisce. N.B.: sul palco erano presenti la moglie e i figli di Alexey Navalny.

L’evento per me più incomprensibile è la pluri-premiazione del film Continuare la lettura di questo post »
Il museo cittadino di Amsterdam (Stedelijk Museum) ha iniziato a indicare – nelle proprie descrizioni sui cartelli informativi fisici e sul sito web – il pittore Kazimir Malevič come un artista ucraino e non più come russo. Malevič nacque a Kiev (anche se all’epoca fu il territorio dell’Impero russo) da genitori polacchi e passò una parte significativa della propria vita privata e professionale sul territorio «tradizionale» russo, ma va bene: si hanno dei motivi formali anche per definirlo ucraino. Se in questo periodo particolare qualcuno possa essere rasserenato dalla assegnazione di una nuova appartenenza nazionale a un artista di portata mondiale, accettiamolo pure.
Allo stesso tempo, possiamo notare che ormai si tratta di una tendenza. A febbraio, per esempio, si è saputo che il Metropolitan Museum of Art di New York ha cambiato le didascalie dei dipinti di Ivan Aivazovsky, Ilya Repin e Arkhip Kuindzhi presenti nella collezione del museo: ora accanto ai loro nomi si legge che sarebbero dei pittori ucraini e non [più] russi.
Tutti questi cambiamenti costituirebbero un motivo sufficiente per scandalizzarsi o allarmarsi? Per le persone normali sicuramente no. Infatti, dalla tendenza osservata mi sembra di capire che nell’Occidente stia aumentando la capacità di non definire più come «russi» tutti coloro che vengano dall’ex territorio sovietico, ma di tentare di comprendere le loro differenze. Paradossalmente, non è una tendenza nazista (senza la divisione dei terrestri secondo il criterio nazionale saremmo stati molto meglio), ma, al contrario, è una utile eliminazione delle generalizzazioni offensive. Quelle come «africano», «latinos» etc.
Ci voleva proprio qualcosa di positivo in questi tempi brutti.

P.S.: tra le generalizzazioni offensive avrei aggiunto anche «afroamericano», ma le persone povere di cervello avrebbero perso tutto il testo precedente.
Uno dei modi possibili – anche se, ovviamente, non il più importante e scientifico – di valutare quanto stia andando «bene» l’economia russa ai tempi di guerra è vedere quanto sarebbe disposto «il Cremlino» a spendere per l’apparenza della normalità e della unità ideologica interna.
Sul social network «VKontakte» (VK) è partita la campagna di arruolamento degli spettatori per il concerto con il quale si intende festeggiare il nono anniversario della annessione della Crimea. Il concerto è programmato per il 18 marzo allo stadio moscovita Luzhniki.
Il luogo del concerto è dunque lo stesso del «concerto patriottico» del 22 febbraio. Ma, a differenza di quella occasione, ai potenziali spettatori del 18 marzo non vengono più promessi 500 rubli (poco più di 6 euro) per la presenza. In compenso, vengono promessi un pasto, l’esibizione di alcuni famosi artisti noti per la loro posizione «patriottica» e un nuovo stand-up comedy di Vladimir Putin…
Ma io mi ricordo bene che prima della pandemia per la presenza alle manifestazioni pro-governative pagavano anche più di mille rubli (che all’epoca valevano di più). Considerando che dopo oltre un anno il grado di approvazione popolare della guerra dichiarata è sceso notevolmente (anche se le indagini sociologiche sono un po’ difficili da fare), i dirigenti dello Stato russo avrebbero dovuto essere un po’ meno tirchi. Di conseguenza, possiamo presumere che i soldi stiano finendo: anche quelli ottenuti attraverso degli schemi fantasiosi di vendere il petrolio alla India e ad alcuni stati africani.
P.S.: l’economia russa – parlandone seriamente – per ora sta andando meno male del previsto, ma molto peggio di quanto si tenti di mostrarlo con la statistica ufficiale. Solo nel contesto della guerra in corso, le sanzioni occidentali, la fuga delle persone più istruite e dei capitali avranno degli effetti negativi pesanti a lungo termine, ma, logicamente, non immediati. Ma si tratta di un argomento serio e lungo, dunque lo rinvio a un altro articolo.



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