L’altro ieri, l’11 gennaio, il partito populista di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) ha adottato il proprio manifesto elettorale durante la conferenza nella città di Riese, in Sassonia. Tra le altre cose, i delegati si sono rifiutati di condannare nel documento adottato l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. La proposta di includere tale clausola nel manifesto elettorale è stata avanzata da Albrecht Glaser, uno dei fondatori del partito. La maggioranza dei delegati (69%) ha votato contro.
La co-fondatrice del partito e la capolista nelle prossime elezioni Alice Weidel ha dichiarato al congresso che il partito è favorevole al ritorno dei gasdotti Nord Stream.
Ora abbiamo un altro esempio con il quale spiegare perché i partiti estremi puntano al voto dei cittadini ignoranti. Non [solo] perché alimentano l’illusione che il gas a basso costo oggi sia più importante della pace di domani (o della pace in casa del vicino), ma [anche] perché sperano che nessuno si ricordi della decisione di Putin di limitare le forniture del gas all’Europa. È che non sospetto che siano convinti della capacità delle persone di immaginare che quella decisione putiniana debba essere considerata una parte inseparabile della guerra.
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Ieri, il 22 dicembre, il primo ministro slovacco Robert Fitzo è arrivato a Mosca per incontrarsi, nella serata, con Vladimir Putin. In questo modo Fitzo è diventato il terzo leader di uno Stato-membro dell’UE a visitare Mosca dopo l’inizio della grande guerra russo-ucraina: prima di lui lo hanno fatto i primi ministri dell’Ungheria Viktor Orban e dell’Austria Karl Nehammer.
A differenza degli ultimi due menzionati, però, Fitzo non ci è andato per convinzione personale politica o per parlare di qualche problema potenzialmente risolvibile – magari a costi un po’ più alti rispetto al normale – anche senza una continuazione di rapporti con Putin. Ci è andato perché la Slovacchia è uno dei pochi Stati che continua ad acquistare gas russo fisicamente, tecnicamente non avendo altri fonti di fornitura. Il transito del gas destinato alla Slovacchia passa attraverso il territorio ucraino (via un gasdotto che ha continuato a funzionare, senza essere mai danneggiato, anche durante questi anni di guerra) e Kiev ha già detto che sarà interrotto il 31 dicembre, quando scadrà l’attuale contratto con la Russia.
A questo punto provate a ricordarvi: avete letto o sentito dei tentativi (in generale, non solo quelli seri) della Unione Europea di risolvere questo problema della Slovacchia (uno Stato-membro come tutti gli altri) e non costringere un qualsiasi suo Governo ai contatti con Putin?
Poi c’è chi si lamenta (o si stupisce) dell’antieuropeismo di certe persone e dell’opportunismo di certi Governi. Boh…
Molto probabilmente vi è già capitato di leggere che la settimana scorsa Vladimir Putin ha ottenuto una importantissima vittoria nella sua «guerra del gas».
Il Bloomberg scrive, citando i partecipanti alla fiera annuale dell’energia E-World di Essen, che secondo i top manager dei principali operatori i prezzi dei contratti del gas a breve termine in Europa potrebbero diventare negativi in alcuni brevi periodi di questa estate. Un evento di questo tipo (in cui i produttori di gas pagano gli acquirenti che prendano il loro gas) sta diventando sempre più probabile, dato che i prezzi si sono già avvicinati ai livelli pre-crisi. La settimana scorsa i prezzi del gas nella borsa europea sono scesi sotto i 300 dollari per mille metri cubi per la prima volta in due anni. Alla contrattazione del 26 maggio, il costo dei futures di giugno sull’hub TTF nei Paesi Bassi è sceso dello 0,3%, a 25,38 euro per 1 MWh, o circa 286 dollari per 1000 metri cubi, incluso il tasso corrente sul mercato forex internazionale.
In particolare, in alcuni mercati regionali del gas in Europa i prezzi potrebbero diventare negativi nelle ore o nei giorni in cui si registra un’elevata produzione di energia rinnovabile.
Per apprezzare meglio la suddetta notizia, ricordatevi le preoccupazioni per l’inverno freddo che si provavano in Europa appena otto o nove mesi fa. La velocità con la quale è stata raggiunta la «grande vittoria» è impressionante.
Negli ultimi due giorni mi è capitato più di una volta di leggere una osservazione che, molto probabilmente, ai tempi normali avrebbe potuto sembrarmi solo un classico esempio di «dietrologia». Ma i tempi di adesso non sono normali, dunque prendiamola pure in considerazione.
Guardiamo la mappa dei gasdotti russi indirizzati verso l’Occidente e prestiamo una attenzione particolare che attraversano l’Ucraina. Come ben sapete, al giorno d’oggi sono gli unici a fornire il gas russo all’Europa.
Come potete vedere, i due gasdotti principali che partono dal territorio russo passano a nord e a sud della città di Kharkiv, dunque nella zone dove l’esercito ucraino sta riconquistando con una buona velocità i territori occupati dall’esercito russo.
Ma se ora qualcuno – sentendosi forte con la mobilitazione dei civili – dovesse tentare di organizzare una nuova offensiva russa proprio lungo il percorso del tubo, quel qualcuno potrebbe sperare l’Occidente chieda all’Ucraina di difendersi con molta cura, senza danneggiare il tubo. Difendersi senza «sparare» nulla di particolarmente potente a bersagli vicini al tubo del gas…
Quanto appena scritto è un altro argomento da aggiungere alla raccolta di considerazioni su chi avrebbe voluto far saltare i gasdotti del Baltico. Qualora l’ipotesi dovesse essere vera, provate a immaginare i suoi costi (anche in termini delle entrate economiche mancate) e i potenziali rischi dell’insuccesso.
Come ben sapete, la notte tra il 25 e il 26 settembre sui gasdotti «Nord Stream 1» e «Nord Stream 2» nel Mar Baltico sono state registrate le strane perdite simultanee. Le indagini sono ancora in corso, ma tutti gli indizi disponibili indicherebbero un intervento dall’esterno: in sostanza, un sabotaggio. I probabili autori del danno, secondo alcuni, potrebbero essere la Russia e l’Ucraina.
A questo punto potremmo provare a ragionare e chiederci: a chi dei due conviene?
Alla Ucraina – che si sta difendendo da una invasione militare – conviene inviare dei sabotatori in un mare lontano per danneggiare due gasdotti non funzionanti del nemico? Conviene farlo mentre sul suo stesso territorio continua a funzionare un gasdotto russo indirizzato verso l’Europa?
Alla Russia – che spera di costringere l’Europa ad abolire le sanzioni e, allo stesso tempo, comprare le materie prime a condizioni russe – conviene danneggiare i propri gasdotti costati decine di miliardi di euro?
Apparentemente, in entrambi i casi la risposta sarebbe uguale: no. Anche se, per esempio, alla Ucraina potrebbe convenire essere l’unico territorio di transito del gas russo, mentre alla Russia potrebbe convenire avere una accusa in più contro il «regime di persone cattive» ucraine.
Purtroppo, decenni di osservazioni mi hanno insegnato due cose. Prima di tutto, vedo che Putin sa solo distruggere. Dall’inizio di questa guerra lo avrete visto anche voi: per realizzare le proprie fantasie perverse, con la tenacia di un maniaco Putin sta distruggendo non solo l’Ucraina, ma pure la Russia. Sta distruggendo la sua economia, scienza e cultura. Sta distruggendo le vite di centinaia di migliaia di persone. In questo contesto i due gasdotti sembrano quasi degli spiccioli. In secondo luogo, Putin segue da anni la logica «africana»: intervenire con durezza all’interno della Russia per intimorire (o apparire un duro) all’esterno: lo si è visto all’inizio del secolo negli interventi contro i terroristi islamici-caucasici, lo si è visto quest’anno durante la guerra in Ucraina.
Insomma, mi sembra infinitamente più probabile che i gasdotti siano stati danneggiati su ordine del Cremlino. Ma ancora una volta è stata una scelta incomprensibile per noi, per le persone razionali. Possiamo solo aspettare quale strana spiegazione inventino, prima o poi.
Imporre un «tetto» ai prezzi del petrolio e del gas russi è una idea politicamente curiosa, ma economicamente mi sembra un po’ dubbia. Lo è per almeno due motivi. A breve termine, con il prezzo massimo che impone l’Europa, le risorse naturali russe potrebbero diventare più richieste nel mondo: se l’UE dovesse dire «invece di 100, paghiamo al massimo 50», l’ipotetica India potrebbe dire «noi prendiamo tutto a 52 e a voi conviene accettare perché altrimenti non vendete proprio». A questo punto la Russia continua a incassare, l’India risparmia e l’Europa rimane senza le nuove forniture di petrolio (e con meno gas). Fortunatamente, l’Europa ha già le scorte sufficienti per passare serenamente l’inverno, ma, intanto, l’obbiettivo politico di togliere i soldi al regime di Putin non funzionerà.
A lungo termine, poi, il prezzo massimo del petrolio e del gas potrebbe contribuire a cambiare più velocemente la logistica del mercato globale del petrolio. La Russia cercherà e sicuramente troverà altri acquirenti, i quali, a loro volta, rivenderanno lo stesso petrolio all’Europa.
C’è una soluzione migliore rispetto a quella appena partorita in UE? Boh, per ora non lo so. Per fortuna, io non sono pagato per inventarla. A differenza dei vertici europei.
Il governo canadese ha deciso di inviare in Germania le restanti cinque turbine del «Nord Stream 1» che erano bloccate dopo i lavori di manutenzione iniziati prima dell’inizio della guerra. La motivazione della decisione: evitare che la propaganda putiniana spieghi la mancanza del gas in Europa con l’applicazione delle sanzioni contro la Russia.
Non so bene quanta differenza ci sia – ai fini della suddetta propaganda – tra le sanzioni e la decisione europea di liberarsi dalla dipendenza dal gas russo (entrambe mi sembrano logiche, giustificate e sensate). Infatti, negli ultimi mesi ho visto tantissimi articoli e meme creati dagli autori russi pro-governativi che deridevano la presunta decisione europea di stare al freddo d’inverno.
Ma allo stesso momento capisco che il cancelliere Scholz sta cercando di risolvere, senza troppo rumore, risolvere il problema temporaneo del gas. Tra i due governi – quello canadese e quello tedesco – il secondo sta facendo forse una figura un po’ meno brutta.
Il giornale spagnolo El Mundo ci rivela che l’acqua è umida che la Russia sta bruciando il gas non venduto all’Europa (non venduto a causa del depotenziamento artificiale del «Nord Stream 1»). In tale notizia, in realtà, non c’è alcunché di strano o allarmante. Infatti, l’evento è sempre stato inevitabile e facilmente prevedibile per almeno tre motivi:
1) la Russia non ha la possibilità di destinare il gas ad altri mercati (ne avevo già scritto più volte: i gasdotti esistenti sono pieni e gli acquirenti asiatici non hanno bisogno del gas ulteriore rispetto a quello che stanno già ricevendo per contratto);
2) i sistemi russi di stoccaggio del gas estratto sono pieni (perché da quasi due mesi si sta fornendo molto meno gas all’Europa);
3) «fornire meno gas all’Europa» non significa automaticamente «estrarne di meno» (il «rubinetto» del gas di ogni pozzo non può essere regolato come quello dell’acqua di casa nostra: l’unica cosa che puoi fare è tappare il pozzo, ma poi ci metti anni e soldi per «stapparlo». E non è detto che riesci a stapparlo bene.).
Di conseguenza, alla Russia non resta altro che bruciare una delle proprie merci più preziose.
Ancora una volta possiamo fare i complimenti a quel grande tattico…
L’altro ieri, il 3 agosto, il cancelliere Olaf Scholz «è andato a trovare» la turbina Siemens della Gazprom riparata, ha fatto tanti complimenti all’oggetto visto e si è pure fatto fotografare in sua compagnia. Lo spettacolo sembra un po’ ridicolo – cosa può capire un politico dei meccanismi del genere e perché dovrebbe dare a loro una visita di Stato? – ma in realtà è abbastanza sensato: Scholz sta cercando di comunicare ai propri elettori (ma anche agli europei) che sta cercando di fare tutto il possibile per riavviare le forniture del gas russo.
Ovviamente, i lettori di questo post capiscono benissimo il concetto descritto prima. Quindi io proporrei di passare al mistero seguente: la Gazprom (si legge Cremlino) non sta accettando la turbina riparata perché a) vorrebbe una decisione europea sull’annullamento delle sanzioni riguardanti il settore delle materie prime, oppure b) si sta vendicando per il lunghissimo perditempo tedesco sulla decisione circa l’attivazione del «Nord Stream 2» (verificatosi in estate-autunno 2021).
Conoscendo lo stato intellettuale di certi funzionari russi, non posso escludere del tutto la seconda opzione…
Per puro caso, subito dopo la fine della manutenzione ordinaria dei meccanismi del «Nord stream 1» la Gazprom si accorta del guasto (o della necessità di manutenzione periodica? boh… ho letto entrambe le versioni) di un’altra turbina della Siemens. E, di conseguenza, ha ridotto la capacità del gasdotto diretto in Europa fino al 20% della capacità regolare.
Questo fatto, sicuramente casuale e totalmente indipendente dalla situazione internazionale corrente, può essere visto da due punti di vista: quello politico e quello economico (anche se la differenza tra i due è, in realtà, molto sottile). Dal punto di vista politico, Vladimir Putin si dimostra ancora una volta più un tattico che uno stratega. Effettivamente, con il gioco della fornitura ridotta del gas riesce a creare dei problemi seri all’Europa. E noi sappiamo benissimo che si tratta di un ricatto: l’industria europea inizia ad avere dei problemi già ora e l’inverno è sempre più vicino. Allo stesso tempo, sappiamo che fino a ora Putin ha vinto con tutti i suoi ricatti molto prima di portarli al termine. Ma se l’Europa non dovesse cedere (infatti, non intende farlo) al ricatto in questa fase e si dimostrasse determinata nel volere trovare delle fonti alternative del gas? Ci vorrà del tempo e si dovrà attraversare un periodo difficile, ma è una impresa tecnicamente possibile…
Ecco, a questo punto passiamo all’aspetto più economico che politico. Perché per il volere di Putin la Gazprom si sta trasformando velocemente già ora in un fornitore del gas inaffidabile. Questo fatto costituisce, per l’Europa, una motivazione ulteriore per cercare dei fornitori alternativi. Di conseguenza, anche se la guerra in Ucraina dovesse finire stasera, l’Europa sarà comunque interessata a porre fine alla dipendenza dal gas russo. Mentre la Gazprom perderà, alla fine, circa 2/3 delle proprie entrate (derivanti dalle forniture all’Europa) e dovrà rispondere in tribunale per i vecchi contratti non rispettati.
Evidentemente, Putin non ci pensa proprio alle conseguenze così lontane dei propri ricatti. Non sappiamo neanche se arriverà a vederle con i propri occhi… Ma noi faremo in tempo a vederle.
P.S.: so benissimo che pure in Europa ci sono delle persone alle quali piacciono i ricatti putiniani. Vorrebbero cedere a quello attuale per riceverne qualcuno altro in futuro.
P.P.S. per tutti coloro che indicano la Cina (e forse l’India) come la soluzione di tutti i problemi della Russia: i gasdotti russi che vanno verso l’Oriente sono già pieni, mentre per costruire quelli aggiuntivi ci vogliono tempo, soldi e tecnologie bloccate dalle sanzioni. Inoltre, la Cina fisicamente non ha bisogno di tutto il gas russo (e non vorrà certo rivenderlo per essere colpita a sua volta dalle sanzioni). E poi, sul mercato vale sempre una regola banale e vecchia come il mondo: se il venditore ha un noto bisogno di vendere velocemente, gli acquirenti iniziano a pretendere degli sconti più o meno consistenti.