In occasione dei suoi primi dieci anni, l’Instagram ha deciso di regalare ai propri utenti la possibilità di cambiare l’icona della app stessa. Tra le altre, è possibile scegliere anche l’icona classica: quella con la Polaroid.
Pare che l’opzione sia disponibile non per tutti gli utenti e duri solo per il mese di ottobre, ma io vi racconto comunque come funziona.
Sulla app aggiornata all’ultima versione bisogna andare sulle impostazioni…
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È solo una storia curiosa. Ma allo stesso tempo è una storia vera.
Il 22 settembre l’archivio dell’Istituto della memoria nazionale della Polonia ha comunicato sulla propria pagina di Facebook un fatto curioso: a febbraio 1964 in Polonia era arrivato il 36-enne britannico di nome James Albert Bond. Lo aveva fatto per motivi di lavoro in quanto era il nuovo archivista dell’addetto militare alla ambasciata britannica. E, abbastanza velocemente, aveva attirato l’attenzione degli addetti al controspionaggio (che avevano poi seguito lui e la sua famiglia durante tutta la permanenza in Polonia).
Al momento dei fatti erano già usciti 11 dei 14 libri su James Bond e i primi 2 relativi film con Sean Connery.
The Telegraph, a sua volta, comunica che James Albert Bond è nato nel 1928 a Bideford da genitori impiegati nel settore agricolo. Nel 1954 si è sposato e aveva poi avuto un figlio. Ha lavorato nell’esercito britannico quasi fino ai 60 anni ed è morto nel 2005.

Il direttore dell’Istituto della memoria nazionale della Polonia Marzena Kruk sottolinea che James Albert Bond solo in parte ricordava il personaggio letterario: amava anche lui le donne, ma preferiva bere la birra.
Secondo i dati contenuti negli archivi polacchi, per almeno due volte James Albert Bond aveva tentato di infiltrarsi nelle basi militari controllate dall’URSS, ma non aveva stabilito dei contatti con la popolazione locale. Già nel 1965 aveva lasciato la Polonia a causa, pare, di una promozione.
Finché non vengano resi pubblici i relativi archivi britannici, possiamo solo ipotizzare i motivi per i quali James Albert Bond sia stato inviato proprio in uno Stato del Patto di Varsavia. Secondo me, poteva benissimo essere solo uno scherzo, un modo di prendere un po’ in giro i «colleghi» sovietici.
Dato che i media occidentali in qualche modo tentano di parlare del conflitto che si è riacceso nel Nagorno-Karabakh, provo a fare pure io un commento. Non mi metto a raccontare tutta la storia pluridecennale del problema – chi si interessa se la (ri)legge da solo – ma vi aggiorno sulle sue particolarità attuali. L’obiettivo è dimostrare che non tutti i problemi possono essere risolti dalle «potenze» geograficamente più vicine.
Formalmente, il conflitto in corso vede confrontarsi due Stati (l’Armenia e l’Azerbaigian) per il controllo del territorio Nagorno Karabakh (in teoria sarebbe uno Stato non riconosciuto più o meno da tutto il mondo).
Quindi da una parte c’è l’Armenia: è l’unico Paese menzionato nelle cronache babilonesi che al giorno d’oggi esiste ancora. Nel corso dei millenni trascorsi tra la suddetta citazione e la data odierna, l’Armenia ha perso quasi tutti i suoi territori, compreso il suo grande simbolo: il Monte Ararat. Tutti quei territori sono stati staccati, a pezzi, dai vicini-invasori.
Quando parliamo dei vicini-invasori, prima di tutto dobbiamo pensare alla Turchia e all’Azerbaigian (la seconda parte formale del conflitto), i quali si offendono tantissimo ogni qualvolta si tenta di ricordare a loro anche la storia più o meno recente. Così, per esempio, molte edizioni delle guide e promemoria distribuiti ai turisti in visita in Turchia avvisano esplicitamente: mai chiamare Istanbul col nome Costantinopoli in presenza dei turchi. I turchi di oggi vivono nella capitale dell’Impero Bizantino che i loro antenati hanno conquistato in una guerra offensiva. Conquistato e, dopo avere massacrato la popolazione, anche semi-distrutto fisicamente. Ancora oggi lo Stato turco (solo per non ripetere i nomi delle nazionalità) continua a convertire le chiese cristiane in moschee, ma allo stesso tempo non ama che qualcuno gli ricordi quanto appena scritto. Ci sono moschee e santuari musulmani sul territorio dell’Armenia. Non ci sono chiese armene (quindi cristiane) sul territorio della Turchia e dell’Azerbaigian (l’Armenia, tra l’altro, è il primo Paese al mondo ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo). Gli antichi cimiteri e santuari armeni, finiti in diversi anni all’interno dei confini della Turchia e dell’Azerbaigian assieme ai territori conquistati, sono tutti distrutti. E lo Stato turco non riconosce tuttora il genocidio armeno condotto cento anni fa. Anzi, manifesta delle reazioni furiose quando qualcuno tenta di parlarne.
In continuazione della logica storicamente affermata (purtroppo), anche il Nagorno-Karabakh – tradizionalmente abitato dagli armeni – è sempre stato l’oggetto dell’odio in Turchia e in Azerbaigian. Naturalmente, i piani per l’annessione di questa regione venivano preparati da molto tempo (oggi i politici turchi e azerbaigiani parlano di una «soluzione definitiva della questione»).
Proprio per questo l’Armenia contemporanea ha inizialmente puntato praticamente tutto sulla Russia. Proprio per questo le unità militari russe sono state ufficialmente di stanza in Armenia per tutti questi anni: la Russia aveva promesso all’Armenia di fare da garante della pace nella regione e di fornire una protezione quando i turchi o gli azerbaigiani dovessero finalmente attaccare militarmente. Nessuno ha mai dubitato di quest’ultima opzione: né l’Armenia, né la Turchia con l’Azerbaigian. Non si tratta dunque dell’intento dichiarato di richiedere un aiuto militare nel caso di una invasione attesa. Si tratta delle truppe russe presenti sul territorio in modo permanente – nelle proprie basi militari – già pronte da anni a intervenire. Trattandosi più di una certezza che di un rischio, lo Stato armeno ha sempre dimostrato la disponibilità di tollerare anche degli episodi abbastanza gravi: per esempio, la fuga di un soldato russo impazzito finita con l’uccisione una famiglia armena: l’accordo di protezione con la Russia ha l’importanza vitale per l’intero Stato.
Quindi nella situazione attuale, quando gli azeri hanno nuovamente radunato le proprie forze armate e hanno iniziato l’invasione del Nagorno-Karabakh, la Russia avrebbe potuto fermare la guerra con una mossa semplice e poco impegnativa: solo per ricordare di essere una alleata dell’Armenia, avrebbe potuto far fare un volo esemplare ai suoi aerei stanziati sulle basi locali. Non sarebbe servito nemmeno un bombardamento, nemmeno un episodio di combattimento da parte delle truppe russe: solo una dimostrazione di forza e di volontà politica. E la guerra sarebbe finita subito. Né l’Azerbaigian né la Turchia (che era entrata in guerra dalla sua parte su un territorio straniero) avrebbero trovato oppotuno scontrarsi militarmente con la Russia.
Ma la Russia non farebbe mai nemmeno quella semplice mossa. Perché? Prima di tutto, Putin è un – usiamo un termine un po’ diplomatico – fifone. In tutti i vent’anni che si trova al potere, non ha preso una sola decisione realmente forte. Tutto quello che sa fare è agire alla chetichella. Sa mandare in uno Stato vicino i sabotatori in uniforme senza i gradi, contrabbandare le attrezzature militari all’estero mascherandole con un convoglio umanitario, far applicare delle sostanze velenose sulle porte altrui, e, ogni volta beccato, ripetere: non siamo stati noi, noi non c’entriamo niente…
In secondo luogo, bisogna ricordare che la Russia è il peggior alleato che si possa immaginare. La Russia non ha amici: la Russia ha litigato con tutto il mondo che la circonda, ha rovinato i rapporti non solo con le grandi potenze mondiali, ma anche con quasi tutti i propri vicini. In tempi di pace, la Russia può anche prendere impegni con l’Armenia e garantirle generosamente la protezione. Può farlo per dei piccoli guadagni a breve termine. Ma sicuramente non rispetterà gli impegni presi nel momento decisivo, quando ce ne sarà il reale bisogno.
La Russia – intesa come un insieme delle personalità al governo – ha i suoi problemi e suoi obbiettivi. È in corso lo scandalo con l’avvelenamento dell’oppositore Navalny, di conseguenza si intuiscono le nuove sanzioni occidentali in arrivo, la caduta del rublo, la minaccia di non poter completare/sfruttare il nuovo gasdotto Nord Stream-2. Ecco perché la Russia, e prima di tutto Putin, fa tutto il possibile per «non ricordare» degli impegni presi. Anzi, in un certo senso la guerra in Armenia conviene alla Russia. Perché permette di «invitare le parti alla pace», fare la faccia triste davanti alle telecamere, inviare un paio di scatole di bende nelle zone di combattimenti e apparire un umile pacificatore nella speranza di rafforzare, in questo modo, la propria immagine internazionale scossa. Ma l’aiuto concreto all’Armenia nell’ambito dell’accordo di alleanza non è assolutamente nei piani della Russia.
In realtà questa è la risposta alla domanda perché tutti Stati del mondo – anche quelli che geograficamente, culturalmente e spesso politicamente sono più vicini alla Russia – si rivolgono alla NATO in ogni occasione di difficoltà. Lo fanno perché capiscono: una alleanza con la NATO è mille volte più sensata e sicura di una alleanza con la Russia. Perché la Russia tradirà nel momento del primo problema serio.
L’Armenia ha sempre puntato tutto – o quasi – sulla sua amicizia con la Russia: questo è stato un suo errore fatale.
La Turchia è da tempo nella NATO (il fatto di cui la NATO si sta pentendo da tempo). Ora la Turchia ha gli F-16 con armamenti missilistici e droni, i quali, pur essendo vecchi, possono, nel caso di un conflitto diretto, distruggere facilmente qualsiasi mezzo militare di produzione russa. Le armi russe di produzione contemporanea, purtroppo, non possono assolutamente competere con anche le più antiche generazioni di quelle occidentali. Non c’è dunque alcun problema per la Turchia a dichiarare di essere un alleato all’Azerbaigian e di andare in guerra sul territorio di un altro Stato semplicemente per l’amicizia e per la ricerca della «soluzione finale della questione». Ma la Russia si aggrapperà certamente alla scusa che il Karabakh non è esattamente l’Armenia, quindi gli accordi non funzionano e bla bla bla…
Bene, ora avete qualche elemento in più per orientarvi bene nella situazione.
Più o meno da tutta la mia vita digitale detesto gli indirizzi email aziendali. Li detesto talmente tanto che non li utilizzo proprio: reindirizzo tutta la posta in entrata verso la mia casella personale. Fare in questo modo è più comodo per almeno due motivi. In primis, le caselle aziendali sono temporanee per definizione (come pure gli indirizzi fisici e i numeri di telefono). In secundis, non sono costretto a saltare da una casella all’altra per tutto il giorno.
Fortunatamente, negli ultimi dieci anni le tecnologie si sono evolute tanto da non costringerci più a inviare le informazioni sensibili via email. Quindi il mio amore verso la casella postale personale da tanto tempo non fa arrabbiare i tecnici. E, di conseguenza, non solo io posso permettermi di creare tante etichette nella mia gmail e far raccogliere in ognuna di esse la posta in entrata, filtrata secondo qualche criterio: per esempio, in base all’indirizzo dal quale la sto importando.
Il sistema ha un bonus importante: negli ultimi quindici anni non ho perso nemmeno un contatto. E, ovviamente, in qualsiasi momento posso riprendere qualsiasi conversazione.
Il mondo è pieno di persone che nel migliore dei casi sono insoddisfatte della propria immaginazione (nel caso peggiore non ce l’hanno proprio) e quindi fanno il possibile per vedere nel mondo materiale le cose lette sui libri di fantascienza o simili*. Certo, nessuno è in grado di immaginare e visualizzare una cosa mai vista, ma tutti compongono i prodotti della propria fantasia dagli elementi osservati durante la vita.
Ecco, coloro che sono tanto pigri da rincorrere le soluzioni pronte, quelle prodotte dagli altri, spesso vengono puniti dal destino. Come queste persone che sono andate a vedere il passaggio del «Hogwarts Express» di Harry Potter:
* Non è esattamente la stessa cosa, ma io mi ricordo ancora bene la grande delusione estetica per i film «Il Signore degli Anelli» di Peter Jackson: da ragazzo, durante la lettura della trilogia, avevo in testa delle immagini molto diverse.
Il cantante statunitense Chubby Checker è stato probabilmente il più noto divulgatore del twist negli anni ’60 del secolo scorso. La popolarità del suddetto genere musicale, non per il merito di Chubby Checker, è durata relativamente poco (meno di un decennio), ma esso non è stato tra i peggiori fenomeni culturali della storia recente. Allo stesso tempo, anche Chubby Checker non ha saputo seguire l’evoluzione della musica e delle preferenze della gente, perdendo dunque la propria popolarità, ma è comunque rimasto nella storia della musica leggera come uno dei cantanti più interessanti della sua epoca. In un certo senso è anche meglio: sarebbe triste se tutti gli artisti facessero le stesse cose, cercando di soddisfare le preferenze della maggioranza.
Per il post musicale di oggi ho scelto le due canzoni più note di Chubby Checker.
La prima è «The Twist» (dall’album «Twist With Chubby Checker» del 1960, ma scritta e pubblicata già due anni prima da Hank Ballard):
E la seconda è «Let’s Twist Again» (dall’album «Let’s Twist Again» del 1961):
Forse ho iniziato a dedicarmi troppo alla musica «d’epoca»? Dovrei cercare a non farlo troppo spesso.
Il vescovo della chiesa evangelica Milton Wright affermò:
Men will never fly, because flying is for angels.
Parola del padre dei fratelli Wilbur e Orville Wright.

Secondo alcune cronache il primo volo del primo aliante dei fratelli Wright fu eseguito esattamente 120 anni fa: il 3 ottobre 1900. Penso che sia una buona occasione per ribadire una osservazione semplice, banale e inevitabile: la ricerca scientifica e il progresso tecnologico stanno togliendo, passo dopo passo, il terreno alla religione. Nella natura ci sono sempre meno fenomeni sulla spiegazione dei quali prima vigeva il monopolio naturale delle religioni. Nella natura ci sono sempre più persone che restano/diventano religiose solo a causa di un livello di istruzione inadeguato agli standard contemporanei.
In autunno del 1933 nell’albergo berlinese Kaiserhof si incontrarono Adolf Hitler, Jacob Werlin e Ferdinand Porsche. Il primo dei tre diede un ordine preciso: creare una automobile nuova, affidabile e a basso costo per il popolo tedesco. L’automobile dovette essere prodotta da una fabbrica anche essa nuova. Quindi Hitler formulò i principi-base dell’idea, mentre Werlin (il rappresentante della Daimler-Benz) propose la candidatura dell’ingegnere-costruttore: Porsche.
Così nacque l’auto (wagen) popolare (volks). La fabbrica nuova dovette ancora essere costruita, ma, nel frattempo, sotto la guida di Porsche furono prodotti alcuni progetti tecnici e gli esemplari sperimentali. Il progetto sperimentale più fortunato nel secondo dopoguerra è diventato famoso con il nome di Volkswagen Käfer:

Ma non mancarono i problemi. Per esempio: cercando di risparmiare tempo e soldi, Ferdinand Porsche «si ispirò» all’auto ceca Tatra 97 (prodotta a partire dal 1936):

La Tatra fece una causa per i diritti intellettuali violati a Porsche, il quale, dopo un po’, giunse anche all’idea di dover pagare per avere utilizzato l’idea del design. Ma Hitler, a sua volta, disse a Porsche di non preoccuparsi: «Risolvo io il problema».
Il problema è stato risolto in primavera del 1939, quando l’esercito tedesco ha convinto i dirigenti della Tatra a cessare la produzione del modello 97 e a non insistere con la causa legale.
Quindi quella causa della Tatra è stata ripresa solo nel secondo dopoguerra e conclusa nel 1967 con il pagamento al produttore ceco di tre milioni di marchi.
Quindi il modo indicato di risolvere i conteziosi andrebbe un po’ perfezionato…
Ho finalmente pubblicato il rapporto fotografico sul mio primo viaggio turistico del dopo lockdown: quello a Canzo (in provincia di Como), fatto l’1 giugno 2020.

È stato bello tornare alla vita completa (beh, quasi completa)…
Un fatto di cronaca (o di storia?) interessante: il lunedì 28 settembre a Mosca, all’età di 81 anni, è morto Vladimir Musaelyan, il fotografo personale di Leonid Brezhnev. Svolse quel «ruolo» dal 1969 al 1982 (fino alla morte di Brezhnev).

A partire dal 1960 Musaelyan fu un fotografo della agenzia di stampa sovietica TASS e conobbe Brezhnev durante un viaggio di lavoro in Kazakistan. Non so di certo come sia stato notato, ma nei decenni successivi fu sempre molto apprezzato dal Segretario generale.
Tutte le foto più famose di Brezhnev che conosciamo oggi furono scattate da Vladimir Musaelyan. Per qualche strano motivo il suo sito personale non funziona, ma alcune delle foto storiche scattate è disponibile anche nell’archivio della TASS (prestando un po’ di attenzione, noterete che sono divise in 8 pagine).
Qui riporto solo alcuni esempi delle foto di Brezhnev:



Dopo la morte di Brezhnev, Musaelyan aveva continuato a lavorare come fotografo «istituzionale» ritraendo i leader sovietici/russi e le sedute parlamentari. Aggiungo quindi alcuni altri esempi delle sue foto: Continuare la lettura di questo post »



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