Il Ministero dell’Energia del Kazakistan ha comunicato a Reuters che il Paese sta conducendo trattative con la Russia per la raffinazione del petrolio russo nelle raffinerie kazake. Si prevede di vendere i prodotti petroliferi ottenuti sul mercato interno del Kazakistan e di esportarne una parte «indietro» verso la Russia. Il ministero ha motivato le trattative con la necessità di garantire un carico stabile delle raffinerie kazake (a seguito della sospensione delle esportazioni attraverso il terminale del Consorzio del gasdotto del Caspio vicino a Novorossiysk), di preservare i posti di lavoro e di rifornire il mercato interno di carburante. Allo stesso tempo, le autorità del Kazakistan indicano il pieno soddisfacimento del fabbisogno nazionale come condizione prioritaria per un’eventuale accordo. I volumi e le condizioni delle forniture, così come gli impianti in grado di raffinare il petrolio russo, non sono ancora stati definiti.
Ed è proprio qui che bisogna considerare due tipi di dati. In primo luogo, alla fine del 2025 il volume complessivo di raffinazione del petrolio nelle raffinerie del Kazakistan era pari a 17,46 milioni di tonnellate — tenendo conto anche delle capacità che sono ancora attualmente in funzione. Nella Federazione Russa, invece, il consumo annuo di sola benzina è di circa 36 milioni di tonnellate. Se solamente una piccola parte della produzione delle raffinerie kazake venisse fornita alla Federazione Russa (come sostiene il Ministero dell’Energia del Kazakistan), ciò aiuterebbe in modo significativo il mercato russo dei carburanti? Esatto: aiuterebbe ben poco.
Quindi il Kazakistan trarrà un buon profitto dall’accordo (rispetto alle dimensioni della propria economia), mentre la Russia non otterrà nulla di tangibilmente utile in cambio del proprio denaro. Anche se l’accordo dovesse effettivamente essere concluso.
Insomma, non intralciate il Kazakistan: sta solo tutelando i propri interessi, senza danneggiare quelli degli Stati in difficoltà che conosciamo.
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Il media LRT, citando il Servizio di protezione delle frontiere statali della Lituania, riferisce che le guardie di frontiera lituane hanno scoperto, nel sud-est del Paese, un tunnel sotterraneo proveniente dalla Bielorussia. Secondo quanto riportato da LRT, il tunnel, del diametro di circa un metro, non aveva un’uscita sul territorio lituano. È stato individuato grazie alle vibrazioni del terreno rilevate dalle guardie di frontiera, che indicavano la possibile scavo di un passaggio sotterraneo. Le autorità locali ipotizzano che il tunnel fosse destinato al traffico illegale di cittadini stranieri verso il territorio lituano.
Il capo del Servizio di protezione delle frontiere della Lituania, Rustamas Liubaevas, ha aggiunto che le guardie di frontiera hanno individuato altre «decine di luoghi» in cui potrebbero trovarsi passaggi sotterranei simili. Ha inoltre sottolineato che le autorità bielorusse potrebbero essere coinvolte nella costruzione dei tunnel.
L’osservazione «le autorità bielorusse potrebbero essere coinvolte» è una evidente battuta che possiamo anche trascurare (il Capitan Ovvio ha invece chiesto di ricordare una opera del genere è veramente poco probabile senza un qualche coinvolgimento delle suddette autorità).
Passiamo dunque alla interpretazione della scoperta che io ritengo non meno probabile di quella citata sopra: decine di tunnel come quello scoperto potrebbero essere utilissimi per il contrabbando di beni russi soggetti alle sanzioni europee e di beni occidentali soggetti alle sanzioni sempre occidentali. Il regime di Lukashenko si trova incostanti difficoltà economiche e a partire dal 2014 guadagna bene importando in Russia una infinità di cose legalmente proibite (arrivando all’assurdo: per esempio, spaccia i frutti esotici per prodotti bielorussi). Si tratta di una attività economica sicuramente nota anche alle autorità lituane, le quali, però, però qualche motivo hanno deciso di non menzionarla nella occasione di cui sopra.
Il campione del mondo del 2006, il famoso calciatore italiano Andrea Pirlo, ha dichiarato di non essere più un candidato alla carica di commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio. Ciò è avvenuto dopo che, nel fine settimana, i media italiani hanno iniziato a riportare con insistenza la notizia secondo cui Pirlo avrebbe un contratto, a partire dall’ottobre 2025, con la società di scommesse russa «Fonbet», che è apparso più volte nelle sue campagne pubblicitarie e che nel maggio del 2026 si è recato (insieme a un altro ex calciatore della Nazionale italiana, Marco Materazzi) a Mosca, dove ha partecipato a una partita di gala, ha tenuto una sessione di autografi e ha interagito con i tifosi. Inoltre, ha recitato in un video per la canzone «Ой, что ни вечер, то футбол» («Oi, ogni sera è calcio»), che è stato trasmesso intensamente durante le partite dei Mondiali del 2026 sul canale sportivo russo «Match TV».
Andrea Pirlo, da parte sua, afferma che «la collaborazione professionale, finita al centro di un recente scandalo, è nata nel contesto della mia carriera negli Emirati Arabi Uniti e ha carattere esclusivamente commerciale e sportivo».
Immagino che anche un ex calciatore sia in grado di comprendere una semplice verità: bisogna leggere i contratti che si firmano. Firmare significa averne compreso il contenuto, il significato e le conseguenze, e aver accettato tutto ciò. Se hai firmato, ti è piaciuto tutto ciò che c’era scritto.
L’attuale tradizione di esprimersi in un modo politicamente corretto non mi permette di scherzare, nemmeno nel contesto di quanto sopra esposto, sul cognome del famoso ex calciatore. Ma, per pura logica, si meriterebbe pienamente questa battuta.
Il Presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, durante i colloqui con Putin del 25 luglio nella città russa di Omsk, ha invitato a «congelare» la guerra tra Russia e Ucraina. Secondo Tokayev, gli «giungono molti segnali» dagli Stati Uniti e dall’Europa riguardo alla «situazione di conflitto» tra Russia e Ucraina. In particolare, ha detto:
Non si tratta di una guerra civile. Abbiamo sempre nutrito rispetto per il popolo ucraino, per la sua cultura e per la sua lingua, e riteniamo che la natura di questo conflitto non sia del tutto chiara per molti, noi compresi. Supponiamo che ci fosse un conflitto, compreso un conflitto congelato tra Azerbaigian e Armenia: in quel caso, l’essenza e l’origine di quel conflitto erano per noi del tutto chiare. Risalivano alle profondità della storia. Ma in questo caso è molto difficile da comprendere.
[…]
È solo la mia modesta opinione, visto che mi è stato chiesto un parere. Forse sarebbe il caso di congelare questo conflitto e tornare alla Formula di Istanbul 2.0, dato che in quel contesto erano stati raggiunti risultati significativi. Naturalmente, sotto la garanzia delle grandi potenze, compresa la Russia, per proseguire poi verso la tanto attesa pace.
Visto mi sono impegnato a tradurre dal russo, ora traduco anche dal diplomatico asiatico:
Putin, hai rotto i coglioni un po’ a tutti con questa guerra che dopo quattro anni e mezzo non riesci ancora a giustificare nemmeno tu. È proprio l’ora di smettere.
Finalmente almeno una persona lo ha detto a Putin direttamente e pubblicamente. Grande Tokayev!
Il giornalista Simon Shuster – l’autore del libro su Vladimir Zelensky intitolato «The Showman» – ha scritto per la rivista americana The Atlantic un ampio articolo su Denis Shtilerman: proprio esso segnalo oggi come la «lettura del sabato».
E poi preciso che Denis Shtilerman è il capo dell’azienda ucraina produttrice di armi Fire Point, i cui droni a lungo raggio vengono utilizzati in massa dalle Forze Armate dell’Ucraina per sferrare attacchi contro la Russia. Shtilerman aveva studiato a Mosca, possedeva il passaporto russo e aveva pure lavorato per il Ministero della Difesa russo. Per molti altri, una biografia del genere avrebbe precluso la possibilità di proseguire la propria carriera in Ucraina dopo il 2022. Ma non per Shtilerman. Egli parla apertamente dei propri legami con la Russia – forse anche perché ritiene che sia lui stesso, sia la sua azienda, siano indispensabili sia per l’Ucraina che per l’intera Europa.
La cantante italiana Naike Rivelli, figlia della attrice Ornella Muti, ha dichiarato alla agenzia statale russa RIA Novosti che lei e sua madre intendono presentare la domanda per la cittadinanza russa, «per sentirsi davvero a casa». «Abbiamo radici russe, non possiamo rinnegare le nostre origini, la nostra famiglia e i nostri amici», ha dichiarato la cantante. Rivelli ha inoltre affermato che lei e la madre stanno valutando l’acquisto di una casa a Mosca o a San Pietroburgo, per poter portare in Russia anche altri membri della famiglia.
Ogni volta che leggo una notizia del genere – e negli ultimi quattro anni e mezzo ne ho lette diverse – mi stupisco quanto una persona possa amare i soldi più di ogni altra cosa in questo mondo. Certo, i soldi hanno una loro grande importanza, ma non abbastanza grande per giustificare il titolo di un coglione che corre dalla parte dell’amico assassino esattamente nel momento in cui tutta l’essenza di quel personaggio (e della sua squadra) è ben visibile a tutti. Bisognerebbe avere una autostima inferiore allo zero…
Allo stesso tempo, ogni volta che leggo una notizia del genere, dopo un po’ di tempo scopro – sempre – che la creatura passata dalla parte dell’assassino ha agito in tal modo per sfuggire ai pesanti problemi giudiziari in patria (penali e/o civili / finanziari). Non conosco (almeno per ora) le motivazioni dettagliate e reali della scelta menzionata all’inizio del presente post, ma, in ogni caso, esse non escludono assolutamente l’osservazione precedente.
Poi uno lo potrebbe fare anche per la semplice stupidità smisurata. Ma non capisco come quest’ultima possa spingere qualcuno così in basso.
L’agenzia Bloomberg, citando «fonti», riferisce che il Kazakistan ha deciso di sospendere le forniture del proprio petrolio tramite oleodotti al principale terminale di esportazione nei pressi di Novorossiysk. La causa consiste nei sempre più frequenti attacchi ucraini alle petroliere nel Mar Nero. È quanto riporta l’agenzia.
Secondo le fonti dell’agenzia, hanno influito i timori delle compagnie proprietarie delle petroliere: queste non vogliono inviare le proprie navi a caricare presso il suddetto impianto. Le forniture avrebbero dovuto essere sospese a partire da martedì 21 luglio, ma non è ancora chiaro se ciò sia effettivamente avvenuto. Non si sa inoltre a quali condizioni e quando le esportazioni di petrolio potranno riprendere.
Bloomberg sottolinea inoltre che il Kazakistan è il secondo fornitore di petrolio in Europa e che una riduzione delle sue forniture potrebbe danneggiare le raffinerie regionali proprio nel momento in cui il mercato petrolifero si trova già in crisi a causa dell’ennesima escalation della guerra in Medio Oriente.
In generale, comprendo bene la cautela del Kazakistan e ripeto ancora una volta che gli attacchi sferrati in primavera dalle Forze armate ucraine contro il terminale petrolifero di Novorossiysk sono stati la loro azione meno azzeccata di tutta la guerra: sebbene quel terminale sia russo, un incendio non dura a lungo e, allo stesso tempo, può causare grossi problemi ai principali aiutanti dell’Ucraina in guerra. Ora si dovrà o negoziare in segreto un accordo di non aggressione su quel punto specifico del territorio russo, oppure lasciare quel punto completamente intatto per molto tempo (con l’obiettivo di dimostrare che è sicuro).
Cinque diplomatici europei coinvolti nei negoziati hanno riferito al Financial Times che i Paesi-membri dell’UE stanno iniziando a richiedere in massa delle deroghe per sé stessi dal nuovo pacchetto di sanzioni anti-russe, e ciò mette a rischio la strategia di sostegno all’Ucraina. Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo hanno chiesto di attenuare il 21-esimo pacchetto di sanzioni in fase di elaborazione o hanno bloccato del tutto alcune misure.
La Grecia è quella che si sta battendo con maggiore determinazione per ottenere le deroghe, non essendo disposta ad approvare il pacchetto nella sua interezza se non le verrà concesso il permesso di trasportare il GNL russo verso paesi terzi. Il Portogallo e la Germania insistono affinché venga escluso dal pacchetto il divieto di acquisto di pesce russo, invocando gli interessi dell’industria locale di trasformazione del pesce. Francia e Italia chiedono un alleggerimento del divieto di rilascio dei visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. L’Austria, da parte sua, chiede nuovamente di sbloccare i beni russi per un valore di 2 miliardi di euro, al fine di compensare la Raiffeisen Bank per la sanzione inflitta da Mosca (quella per l’uscita dal mercato russo a causa della guerra).
Posso comprendere alcune delle obiezioni sollevate dai Paesi europei (le sanzioni sulle materie prime sono talmente inefficaci che non ha senso insistere troppo su di esse), mentre altre non le capisco proprio. Ciò che mi sorprende di più sono le posizioni di Austria, Francia e Italia.
I beni russi congelati non sono stati sequestrati. Anche i beni congelati, ma non sequestrati, non potranno essere utilizzati per risarcire la banca (ma si potrà provare a trasferirli in Russia).
Non riesco proprio a capire perché si debbano rilasciare visti ai militari russi che hanno prestato servizio durante la guerra. Queste persone – anche se si volesse proprio vederle arrivare in Europa – non sono turisti ricchi che andrebbero subito a spendere soldi in Europa. Possono recarsi in Europa o su incarico dello Stato russo (è proprio questo che vogliono gli europei?), oppure in qualità di rifugiati politici (e chi impedisce di accoglierli in tale veste già adesso?).
Insomma, non riesco a comprendere tutte le obiezioni dei paesi europei…
Mi è giunta la voce che è finito il campionato mondiale di calcio 2026 (quello giocato in tre Stati e con una quantità record delle squadre partecipanti). Ora, finalmente, posso andare a vedere i risultati delle partite principali: aggiornarmi risparmiando decine di ore rispetto a chi ha visto almeno una parte delle partite giocate.
Nel frattempo, non posso non condividere con il mondo la prima grande scoperta sociologica che ho fatto in materia. Come avrete sentito anche voi, questo campionato è stato caratterizzato – tra le altre cose – dai prezzi abbastanza alti dei biglietti. I prezzi dei biglietti per la finale giocata a New York sono stati questi:

Le tribune, durante la cerimonia che ha preceduto la partita, hanno avuto questo aspetto:

La mia scoperta, dunque, può essere formulata nel modo seguente: i pazzi disposti a spendere la propria unica vita per vedere le partite di calcio (ma forse anche degli altri sport) sono tanti e hanno una notevole capacità di trovare soldi inutili. Non so come possano essere inutili i soldi: probabilmente perché non sono abbastanza pazzo… Ma posso presumere che ci sia un legame tra le due capacità appena menzionate.
L’azienda italiana Danieli – uno dei leader mondiali nella produzione di altiforni, presse da forgiatura e laminatoi – due anni fa aveva dichiarato di essersi completamente ritirata dal mercato russo. Tuttavia, è emerso che ciò non corrispondeva al vero: nel 2025 l’azienda continuava ancora a vendere i propri prodotti alle acciaierie russe, sia direttamente che tramite una filiale russa apparentemente «non più controllata». Dai dati doganali emerge che nel 2025 Danieli importava in Russia pezzi di ricambio per la riparazione di laminatoi, per l’impianto di fusione elettrica dell’acciaio e per l’area di installazione dell’impianto di depurazione dei gas.
Ehm… ma voi sapete qual è il settore produttivo russo che da oltre quattro anni consuma la maggior parte dei prodotti metallurgici russi? Di conseguenza, riuscite a immaginare anche su cosa, seppur indirettamente, guadagna la Danieli?
Io, intanto, inizierei a lavorare su un elenco delle aziende italiane con gli interessi simili. Se andiamo in ordine alfabetico, la prima componente della lista che mi viene in mente è Beretta, poi segue l’azienda menzionata sopra.



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