Qualcuno ha fatto lo sforzo di segnare sulla mappa, accanto al territorio ucraino effettivamente occupato dall’esercito russo (in rosso), l’area che Putin aveva dichiarato (sabato 4 luglio) già occupata (in giallo). Confrontate i suoi sogni con la realtà:

Un lavoro così preciso (e, ovviamente, smascherante) va apprezzato e divulgato. Aggiungo, dunque, il link alla fonte.
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
Il giorno del 250-esimi anniversario della adozione della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America è bello e giusto ricordare una cosa alla quale in pochi pensano (almeno, fuori dagli USA): quale è stato il destino dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione?
Per fortuna, è possibile fare un riassunto completo della situazione.

Dei 56 uomini che firmarono la Dichiarazione, 24 erano giuristi, 11 erano commercianti, 9 erano agricoltori e grandi piantatori: persone benestanti e istruite. Eppure, firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza sapendo perfettamente che, se fossero caduti prigionieri, la pena sarebbe stata la morte.
Cinque furono catturati dagli inglesi come traditori e torturati prima di essere uccisi. A dodici vennero incendiate le case. Due persero i propri figli nell’esercito rivoluzionario e uno vide due figli cadere prigionieri. Nove dei 56 combattenti morirono in seguito alle ferite riportate in guerra.
Carter Braxton, ricco piantatore e commerciante della Virginia, vide la flotta britannica distruggere in mare le sue navi. Vendette la propria casa e i suoi beni immobili per saldare i debiti e morì in povertà.
Gli inglesi perseguitarono Thomas McKean a tal punto che fu costretto a trasferirsi continuamente con la sua famiglia. Prestò servizio al Congresso senza percepire alcun compenso, mentre la sua famiglia viveva nascosta. I suoi beni furono confiscati e la povertà fu la sua ricompensa.
I soldati saccheggiarono i beni di William Ellery, George Clymer, Lyman Hall, George Walton, Button Gwinnett, Thomas Heyward Jr., Edward Rutledge e Arthur Middleton.
Durante la Battaglia di Yorktown, Thomas Nelson Jr. vide che il generale britannico Charles Cornwallis aveva occupato la sua casa e l’aveva trasformata nel proprio quartier generale. Chiese allora al generale George Washington di aprire il fuoco sulla sua abitazione. La casa fu distrutta e Nelson morì in seguito in povertà.
Francis Lewis vide la propria casa incendiata, i suoi beni distrutti e fu costretto alla fuga. Gli inglesi imprigionarono sua moglie, che morì pochi mesi dopo.
John Hart fu strappato dal capezzale della moglie morente. I loro tredici figli furono costretti a fuggire. I suoi campi e la sua casa furono devastati. Per più di un anno visse nei boschi e nelle grotte; quando tornò a casa, scoprì che sua moglie era morta e i suoi figli erano scomparsi. Poche settimane dopo morì di stenti e di crepacuore. La stessa sorte toccò a Charles Carroll Norris e Philip Livingston.
Erano uomini rispettabili, dotati di mezzi economici e di istruzione. Avevano sicurezza e agiatezza, ma attribuivano alla libertà un valore ancora più grande.
Per fortuna non sanno che quasi 250 anni dopo – nello Stato al quale diedero l’inizio – è comparso un Presidente convinto di essere non inferiore a loro, forse anche superiore.
La Reuters, citando alcune fonti del settore, riferisce che, a causa della carenza di carburante, la Russia ha iniziato ad acquistare benzina dall’India. Dall’India sarebbero state spedite in Russia o almeno 60 mila tonnellate di benzina, oppure due petroliere con carichi compresi tra le 30 e le 40 mila tonnellate ciascuna. Complessivamente, la Russia sembra intenzionata a importare mensilmente 400 mila tonnellate di benzina da diversi Paesi. La Reuters sottolinea che in estate il consumo di benzina in Russia ammonta ad almeno 110 mila tonnellate al giorno.
Se tutto questo fosse vero, allora si potrebbe congratularsi con Putin per l’ennesimo traguardo raggiunto sul campo della difesa della «sovranità» della Federazione Russa: è riuscito a creare una situazione in cui la Russia vende petrolio all’India a prezzi ribassati a causa delle sanzioni, per poi acquistare dalla stessa India il petrolio trasformato in benzina. Il petrolio trasformato in qualsiasi prodotto non può in alcun modo costare meno del petrolio greggio, indipendentemente dall’ipotetico sconto che si riesca a ottenere dal fornitore. Inoltre, sarebbe logico supporre che i fornitori indiani di benzina abbiano un forte desiderio, naturale e legittimo, di trarre profitto dalla situazione venutasi a creare.
Ed ecco che qualcuno ha trovato il momento di aiutare uno Stato «amico», alleato nell’eternamente inutile BRICS.
Uno dei superyacht attribuibili a Putin è apparsa inaspettatamente sui radar per la prima volta dall’agosto 2022: non in un posto qualsiasi, ma nello stretto tra la Danimarca e la parte meridionale della Norvegia. Scortata dalla motovedetta «Voevoda» e da un cacciatorpediniere russo, il superyacht si sta dirigendo verso Istanbul.
Spero tanto che Putin abbia iniziato a percepire qualcosa e abbia deciso di mandare qualcuno dei cari a lui ben lontano. E non augurerò nemmeno a nessuno di essere affondato o catturato: mi basterebbe che moltissimi yacht con un gran numero di passeggeri se ne andassero per sempre in qualche luogo piacevole per loro. In luoghi dove li attende un riposo a vita dagli affari «di Stato».
Ma mi sono lasciato trasportare dai sogni… Putin non avrà mai abbastanza coraggio di spostarsi su qualcosa di diverso da un bunker galleggiante. E dato che un mezzo di trasporto del genere non è ancora stato inventato, Putin rimarrà al suo posto, purtroppo, fino alla fine.
L’articolo segnalato per questo sabato è la storia del ricatto nucleare russo e del come l’Occidente ha imparato a conviverci e ad aiutare l’Ucraina.
In questo specifico caso potrebbe sembrare la descrizione fatta da un osservatore esterno, ma in realtà qualsiasi autore basato in qualsiasi Stato del mondo sarebbe stato un osservatore esterno: l’Occidente, per fortuna o purtroppo, non è una entità unita e omogenea. Di conseguenza, potete provare a confrontare quanto letto con le vostre osservazioni personali.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Ucraina ha una «posizione di forza sul campo di battaglia». E ha esortato la Russia a congelare la linea del fronte e a tornare ai negoziati con Kiev: «La Russia non vincerà questa guerra. Il sostegno europeo a Kiev è forte».
La dichiarazione di Merz è abbastanza contraddittoria, poiché in tutti questi anni abbiamo assistito a un solo tipo di sostegno forte dell’Unione europea alla Ucraina: darle esattamente quanto basta affinché non perda la guerra proprio oggi. Pertanto, l’Ucraina «ha una posizione di forza sul campo di battaglia» nonostante (e non grazie a) l’aiuto da parte dell’UE, motivo per cui, evidentemente, ora si è deciso di chiedere a Putin il congelamento della linea del fronte.
A giudicare dai commenti di alcuni analisti, quest’anno Putin intende nuovamente prendere tempo fino all’inverno, ovvero fino al momento in cui sarà possibile distruggere con maggiore efficacia le infrastrutture civili ucraine; al giorno d’oggi, però, il suo esercito non dispone delle forze necessarie per condurre una vera offensiva. Quindi questa estate è il momento migliore per un sostegno più attivo all’Esercito ucraino, che, continuando a colpire le raffinerie russe, potrebbe costringere le Forze armate russe almeno a un «congelamento della linea del fronte». Ma, a quanto pare, prima che questa grande verità arrivi alle menti dell’UE, sarà già arrivato l’inverno.
Ieri Putin ha dichiarato che la Russia è pronta a negoziare con l’Ucraina «sulla base degli accordi di Istanbul» della primavera del 2022. E ha aggiunto che tali accordi «erano stati siglati all’epoca dalla delegazione ucraina, il che significa che tutto andava bene per loro».
Ma io mi ricordo (o almeno mi sembra di ricordare) che quei cosiddetti accordi andavano bene all’Ucraina solo nella fantasia dello stesso Putin. E poi io (e non solo io) mi ricordo che nell’ultimo anno i negoziatori del Cremlino hanno preteso che l’Ucraina conducesse i negoziati «sulla base di Anchorage», riferendosi all’incontro in Alaska del 15 agosto 2025, dove Putin e Trump, a tu per tu, erano quasi riusciti a mettersi d’accordo sulla spartizione dei territori ucraini (e le relative risorse naturali) non conquistati dall’esercito russo. Ma anche con la «base di Anchorage» le cose per Putin sono in realtà andate abbastanza male: in quell’incontro, infatti, ha iniziato a riempire Trump di proprie fantasie pseudostoriche sulla presunta non-esistenza della Ucraina, dopodiché Trump lo ha mandato a quel paese con parole a noi sconosciute (il verbale non è stato pubblicato) e interrompendo l’incontro prima del pranzo programmato.
E poiché tutta la politica di Putin si basa esclusivamente sulle sue stesse fantasie malate, è proprio queste ultime che possiamo confrontare tra esse. Il confronto risulta semplice: Putin ha sentito l’odore di bruciato (sì, pure lui!) e ha già iniziato a fare marcia indietro. Dalla questione delle quattro regioni ucraine inserite nella Costituzione russa (di cui si era parlato con Trump nel 2025) è già passato agli «accordi» sulla Crimea e sul Donbass del 2024.
Una simile ritirata è un buon segno, ma è solo un piccolo passo. Vorrei di più: i confini del 1991. Dato che Trump può spacciare per una propria vittoria lo sblocco dello Stretto di Hormuz, che Putin spacci per una sua vittoria il rispetto dei confini del 1991 con l’Ucraina.
Venerdì Vladimir Zelenskyy ha accolto con scetticismo le dichiarazioni di Alexander Lukashenko, secondo cui quest’ultimo non vorrebbe essere coinvolto nella guerra tra Russia e Ucraina. Ha quindi lanciato un ultimatum a Lukashenko: «Lungo i confini con l’Ucraina è schierato materiale militare che dirige il fuoco contro l’Ucraina. Vi do una settimana per ritirarlo, altrimenti lo faremo noi».
Non escludo che sia pure Lukashenko a volerlo: deve a Putin una somma colossale di soldi che non ha i mezzi per restituire. Se segue il «consiglio» di Zelensky, invece, tutti i debiti potrebbero essere azzerati. E se vuole passare dalla parte dei vincitori, questo è il momento giusto. Ed è stato proprio Lukashenko a chiedere l’ultimatum. Deve coprirsi le spalle: «Non volevo, ma mi hanno costretto».
L’Ucraina non sta bluffando: sarà in grado di azzerare velocemente l’intero esercito bielorusso. Ma anche tutte le sue raffinerie di petrolio. Entrambe: quella di Mozyr e quella di Novopolotsk.
In una dichiarazione congiunta, i leader dei Paesi del «G7», riuniti in occasione del vertice in Francia, hanno affermato di aver concordato di aumentare le forniture di sistemi di difesa aerea, sistemi supplementari e missili intercettori, nonché di sistemi a lungo raggio. Hanno inoltre concordato di inasprire le sanzioni contro la Federazione Russa, comprese misure relative al settore petrolifero e del gas.
Tutto ciò si può sintetizzare ancora più brevemente: hanno concordato di rilasciare una dichiarazione congiunta. Perché l’unico punto interessante tra tutti quelli sopra elencati è la fornitura di sistemi a lungo raggio. Tutti gli altri punti, naturalmente, sarebbero importanti anche essi, ma nessuno Stato occidentale, purtroppo, ha ancora inventato le sanzioni realmente efficaci (e l’ennesimo accordo non aggiungerà certo fantasia in tal senso), mentre gli attacchi ucraini sul territorio tradizionale russo si rivelano sempre più efficaci (se non in senso puramente militare, sicuramente in quello economico).
Ma bisognerà ancora osservare a lungo cosa ne verrà concretamente fuori da questo unico punto importante della dichiarazione congiunta…
Il Financial Times scrive che da uno studio condotto dall’Istituto della lingua estone su incarico dello Stato emerge: la start-up europea specializzata in intelligenza artificiale Mistral, che si propone come alternativa «sovrana» ai giganti tecnologici statunitensi per i governi e le istituzioni dell’UE, si è rivelata una delle meno resistenti alla disinformazione statale russa tra i 60 modelli generativi testati.
I ricercatori hanno testato i modelli utilizzando 75 domande in inglese, russo ed estone, relative a 14 temi tipici della propaganda russa. Tra queste figuravano affermazioni secondo cui la Russia avrebbe «salvato» i bambini ucraini, che la NATO avrebbe violato la promessa di non espandersi verso est, che russi, ucraini e bielorussi costituissero un unico popolo e che l’URSS fosse stata «una vittima pacifica che ha liberato con abnegazione l’Europa dal fascismo». Pure la versione più avanzata di Mistral si è classificata solo al 47° posto su 60, mentre tutte e quattro le versioni testate hanno ottenuto meno del 40% nei test di riconoscimento della propaganda «dannosa». Claude di Anthropic, alcuni sistemi cinesi e Grok (l’AI più «strana» che conosco io) hanno mostrato risultati significativamente superiori.
Tutti gli interessati potranno leggere tutti gli approfondimenti possibili sullo studio menzionato sopra. Io, nel frattempo, preciso: non serve cercare alternative nazionali agli strumenti americani che funzionano già bene. Si rischia di danneggiare il proprio lavoro (non raggiungendo i risultati ottimali) e gli eventuali modelli dell’AI nazionali o regionali (i quali, come tutti i prodotti, non diventeranno mai di alta qualità senza dover affrontare una vera concorrenza sul mercato). È invece utile seguire l’evoluzione di tutti gli strumenti potenzialmente utili e passare da uno all’altro in base alle proprie necessità e/o al cambiamento della qualità.



RSS del blog


