L’archivio della rubrica «Nel mondo»

Un nuovo record di Putin

Non me ne ero accorto, ma ieri la guerra speciale militare di Putin in Ucraina ha battuto un nuovo record negativo: ha superato la durata della Prima guerra mondiale, arrivando a 1568 giorni.
Una persona mediamente istruita ricorda — dalla storia e dalla letteratura — la Prima guerra mondiale anche come una guerra di posizione. Tempo fa l’ex comandante in capo delle Forze armate ucraine Valery Zaluzhny aveva già paragonato la guerra in Ucraina alla Prima guerra mondiale e, secondo me, quel paragone è in una buona misura valido ancora oggi. Il dettaglio grave che aggiungerei io oggi, al 1569-esimo giorno: alla guerra attuale non si vede ancora la fine.
Anche se tra tanti anni racconteremo alle nuove generazioni che «già a marzo / aprile / maggio / giugno 2026 vedevo gli indizi di una fine vicina, vedevo accadere il momento cruciale della guerra». Un po’ come oggi gli storici discutono della Seconda guerra mondiale: il momento cruciale è stata la fine dell’assedio di Stalingrado, no è stato lo sbarco in Normandia, no è stato x-y-z…


Un regalo europeo al Kirghizistan

In un comunicato ufficiale pubblicato sul sito web del presidente del Kirghizistan si legge che il Kirghizistan è stato escluso dall’elenco dei Paesi i cui vettori aerei non sono autorizzati a operare voli verso l’Unione Europea. Il Kirghizistan figurava in tale elenco dal 2006. La decisione di escluderlo dall’elenco è stata presa a seguito della riunione del Comitato per la sicurezza aerea dell’UE (ASC) tenutasi dal 19 al 21 maggio 2026 e sarà formalizzata con un apposito regolamento della Commissione europea.
Per la maggioranza di voi è una notizia minuscola, praticamente irrilevante… Mentre per il Kirghizistan è una notizia economica gigantesca. Seguite questi pochi passaggi del mio ragionamento:
Il Kirghizistan è uno dei vicini della Russia.
Dall’inizio della grande guerra in Ucraina i cittadini russi (anche coloro che sono contrari alla guerra) hanno solo due possibilità di volare verso l’Europa: facendo il cambio in Turchia o in Armenia (se non consideriamo i viaggi di estrema complessità via Cina etc.). Succede perché i voli diretti non ci sono più a causa delle sanzioni.
Gli aeroporti turchi e armeni guadagnano bene sulla situazione creatasi.
Da quando il Kirghizistan sarà rimosso dalla suddetta lista, inizierà a guadagnare bene pure almeno uno dei suoi aeroporti.
Per il Kirghizistan con il suo PIL di 21,57 miliardi di dollari (nel 2025; quasi un millesimo di quello italiano) è un regalo economico enorme!
Il perché di questo regalo da parte dell’Europa è un argomento a parte. Per ora cerchiamo di comprendere il fatto puro.


Le elezioni armene

Alle elezioni politiche armene del 7 giugno il partito «Contratto Civico» dell’attuale premier Nikol Pashinyan ha ottenuto il 49,81% dei voti, conquistando 61 seggi su 105 in Parlamento. Questo significa, tra le altre cose, che la propaganda russa — particolarmente nel corso della campagna elettorale armena — ha fallito il proprio obiettivo di far vincere la parte filo-russa della opposizione.
Dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali delle elezioni, l’amministrazione presidenziale della Federazione Russa ha «raccomandato» ai media statali e filo-governativi di sottolineare nei propri articoli / video / trasmissioni audio che il partito di Pashinyan ha ottenuto meno del 50% dei voti alle elezioni e mettere, in tal modo, in dubbio la sua legittimità.
Questo rapporto con l’obiettivo mancato non solo illustra i modi della propaganda statale russa. Illustra anche la visione un po’ perversa di certi personaggi del concetto della vittoria elettorale: secondo loro o prendi la maggioranza dei voti o non hai vinto. Provate a confrontare il 49,81% del partito di Pashinyan con le vittorie elettorali in Italia degli ultimi decenni: vi renderete conto di avere ora a disposizione una nuova barzelletta politica.


Il Financial Times riferisce che l’imprenditore russo che nel maggio 2026 si è recato a Kiev e ha incontrato Vladimir Zelensky era Roman Abramovich. È proprio a lui che il Presidente ucraino ha chiesto di trasmettere a Vladimir Putin la proposta di un incontro.
Abramovich funge da mediatore tra Kiev e Mosca dall’inizio della guerra. Lo stesso FT nel 2022 definiva Abramovich «persona di fiducia» di Putin, mentre Zelensky aveva chiesto agli USA di rinviare l’imposizione di sanzioni nei suoi confronti. Secondo fonti del FT vicine ad Abramovich, egli continua a partecipare ai negoziati, sebbene il suo ruolo sia diventato meno visibile.
Bene, tutto questo è relativamente curioso, ma non risolve un mio vecchissimo dubbio: perché proprio Abramovich (della partecipazione del quale ai vari «negoziati» degli ultimi quattro anni mi ricordo bene) e non decine di altri grandi (in termini di capitali e di vicinanza al Cremlino) imprenditori russi? Solo perché è l’unico che ha avuto abbastanza cervello per trovare un modo di assicurarsi un futuro post-putiniano tranquilli nelle condizioni di impossibilità di uscire vivo e benestante dalle sanzioni occidentali? Oppure perché ha qualche mezzo di pressioni sulle «parti» delle trattative.
Non lo so e non riesco nemmeno a immaginare se e quando lo potrei scoprire.


In sostanza, è un loop

All’inizio avevo pensato che fosse uno scherzo. E invece no: Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha realmente dichiarato che la guerra militare speciale continua, affinché non vi siano attacchi (ucraini) contro le città russe.
Quando non c’era la guerra militare speciale, non c’erano nemmeno attacchi contro le città russe. E finché ci sarà la guerra militare speciale, continueranno pure gli attacchi contro le città russe. Penso che questa logica semplicissima sia comprensibile anche a Peskov e al suo capo. Ed è proprio questa supposizione che mi porta a concludere che a Peskov sia stato incaricato di dichiarare che la guerra militare speciale continuerà, se non per sempre (nei limiti della esistenza di Putin su questo pianeta), almeno fino al completo esaurimento delle forze di almeno una delle parti in guerra. Putin, a quanto pare, a volte pensa ancora di avere più risorse della Ucraina. Non vorrei che i Paesi occidentali che aiutano l’Ucraina rafforzassero in qualche modo questa sua convinzione.


La lettura del sabato

Che l’articolo del sabato di questa volta sia l’inchiesta di The Insider su chi sta creando le numerose fake news che circolano alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno in Armenia (un altro Stato potenzialmente a rischio).
L’articolo è interessante non solo per la descrizione della lotta per il potere «giusto» nel Paese vicino, considerato «proprio» da certi personaggi a Mosca, ma anche perché ci ricorda ancora una volta che in realtà al Cremlino si comprende e si apprezza l’importanza di uno strumento democratico come le elezioni.
Purché le elezioni vere non si tengano in Russia.


Un altro obiettivo raggiunto

La Reuters scrive che il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno firmato un accordo di difesa che, in particolare, prevede l’adesione della Norvegia all’iniziativa francese in materia di deterrenza nucleare. Nell’ambito di questa iniziativa, i Paesi europei potranno ospitare sul proprio territorio aerei francesi dotati di armi nucleari. Al progetto dell’"ombrello nucleare«, annunciato da Macron nel marzo 2025, erano già aderite otto Stati: Belgio, Germania, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Polonia e Svezia, oltre al Regno Unito, che dispone di armi nucleari proprie.
Negli ultimi quattro anni questa battuta è stata ripetuta in così tante occasioni che ha smesso di essere una battuta (anche se non più divertente) – ed è diventata semplicemente una constatazione di fatto. Il fatto è che è stato raggiunto l’ennesimo obiettivo della guerra militare speciale putiniana: le armi nucleari si sono un po’ diffuse in Europa e si sono avvicinate ancora un po’ al confine russo. È chiaro che lo stesso «ombrello nucleare» francese è stato ideato ed è diventato popolare proprio per cercare di difendersi da un vicino violento, ma ci sono due «ma»:
1) è apparsa la possibilità di schierare aerei francesi con armi nucleari,
2) per evitare che ciò accadesse, sarebbe bastato non diventare aggressivi.
Insomma, congratuliamoci con Putin per un’altra vittoria.


Un breve dialogo

Il 23 maggio il regista Andrej Zvjagintsev, che ha ricevuto il Grand Prix del 79º Festival di Cannes per il film «Minotaur», si è rivolto dal palco a Putin:

C’è una persona alla quale oggi vorrei rivolgermi a nome mio personale. Non usa una VPN per seguire questa cerimonia in diretta. Sono certo che in questo momento abbia questioni molto più importanti da risolvere. E so che nel suo entourage ci sono persone che sanno come fargli arrivare queste parole.
Milioni di persone, da entrambe le parti della linea del fronte, oggi desiderano una cosa sola: che finalmente cessino gli innumerevoli omicidi di esseri umani. E l’unica persona che può fermare questo tritacarne siete voi, signor Presidente della Federazione Russa. Mettete fine a questo massacro. Il mondo intero lo aspetta. Grazie a tutti.

Il 25 maggio il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha dichiarato durante un briefing con i giornalisti che personalmente non trasmetterà le parole di Zvjagintsev. E ha spiegato:

Zvjagintsev non ha mai condannato il sanguinoso massacro organizzato dal regime di Kiev nel Donbass. A partire dal 2014, quando è iniziata la guerra: se allora lo avesse fatto, probabilmente avrebbe avuto il diritto di parola. Ma adesso questo diritto non ce l’ha.

Lo stesso giorno il media Meduza ha chiesto a Zvjagintsev di commentare le parole di Peskov. Ecco cosa ha risposto:

Sì, è assolutamente vero: non ho diritto di parola, così come oggi non ce l’hanno centinaia di milioni di russi. Perché voi non avete mai ascoltato la loro voce. «Bandar-log» chiamavate i vostri concittadini già nel 2008. E nel 2011. E anche in quel menzognero 2014. E poi, fermata dopo fermata, si è continuato così.
Ed ecco che il nostro potente treno comune si avvicina ormai alla stazione «vicolo cieco». E ora – a mio modesto parere – l’unica cosa giusta, razionale e perfino salvifica per un intero paese sarebbe non perdersi in chiacchiere e deviazioni; non rivolgere ai cittadini la domanda ipocrita del 2022: «Dove siete stati negli ultimi otto anni?». Ma agire qui e ora: porre fine a questa guerra insensata e spietata.
Davanti a noi non ci aspettano altro che dolore e lacrime; delusione e apatia depressiva; arti strappati ai vostri concittadini in nome di un obiettivo fantasma; l’eliminazione di giovani di cui il paese avrebbe bisogno per costruire la vita e il futuro. Non ci aspetta nulla di buono, se non ci fermiamo.

Secondo me è abbastanza evidente che proprio il discorso di Zvjagintsev sia stato riferito immediatamente a Putin – non stiamo parlando di qualche notizia sugli insuccessi dell’esercito russo, che potrebbe turbare il «nonno del bunker». Ma né Putin né il suo portavoce sembrano aver ancora capito una cosa importante. È proprio Zvjagintsev ad avere non solo il diritto di parlare pubblicamente, ma anche una possibilità molto più grande di essere ascoltato rispetto a loro due: dopo l’ennesimo premio ricevuto a Cannes, l’interesse e il rispetto nei confronti di Zvjagintsev nel mondo non potranno che crescere.
Mentre Putin e Peskov continueranno a fare smorfie e sceneggiate.


L’attacco a Kiev

La notte tra il 23 e il 24 magio c’è stato un forte attacco russo alla città e alla regione di Kiev: con droni, missili balistici e da crociera, nonché il sistema «Oreshnik».

Sono state uccise almeno quattro persone, decine di feriti.

Chissà se Putin vuole la pace?

In realtà, è abbastanza evidente che vuole l’interruzione dei combattimenti, ma che avvenga in modo che egli appaia vincitore.

Il mondo sviluppato, invece, può scegliere tra tre opzioni: fargli questo piacere, costringerlo a finire la guerra o fare finta che non stia succedendo nulla.

Ognuno sceglie in base alle proprie qualità umane.

Anche se la maggioranza dei lettori non è nelle condizioni di scegliere.


La lettura del sabato

Questa volta nomino l’articolo della settimana una raccolta di storie di ucraini che hanno scontato la pena in carceri russe per reati penali e che in seguito si sono ritrovati di fatto prigionieri in Russia.
Allo Stato russo non basta tenere questi prigionieri in pessime condizioni: molti di loro vengono anche tentati a firmare un contratto con l’esercito russo e a partire per la guerra contro l’Ucraina. E questa è una storia interessante sui destini umani: si può diventare criminali per molte ragioni, ma prigionieri di uno Stato che si comporta peggio di qualsiasi criminale si può diventare solo per una sfortuna particolarmente grande.