Io, personalmente, non ho notato nulla del genere (forse perché non rientro del tutto nella categoria di «pubblico occidentale»), ma a quanto pare la rete di bot del Cremlino «Matrioshka» sta diffondendo attivamente sui social network, rivolgendosi al pubblico occidentale, la disinformazione secondo cui dietro l’attentato a Donald Trump del 25 aprile ci sarebbe l’Ucraina. Non c’è nulla di illogico nel tentativo di creare un simile fake: si basa su un fatto noto a tutti, ovvero che i rapporti tra l’Ucraina e l’attuale leadership americana non sono proprio dei migliori.
Beh, OK: in caso di necessità, potrò rispondere in un modo argomentato a qualche vittima europea della propaganda di Matrioshka.
L’archivio della rubrica «Nel mondo»
L’altro ieri Trump, nel corso di un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca, ha affermato che l’Ucraina è già stata sconfitta sul piano militare. La dichiarazione è stata rilasciata poco dopo la sua conversazione telefonica con Vladimir Putin. In particolare, Trump ha detto ai giornalisti:
Penso che l’Ucraina sia stata sconfitta sul piano militare, ok? Non lo sapreste se leggeste le fake news, ma sul piano militare… Guardate la loro flotta! Avevano 159 navi. Ogni nave ora è in fondo al mare.
Non sono certo uno psichiatra, ma utilizzando la pura logica posso ipotizzare alcune interpretazioni delle parole appena riportate:
1) dato che nel corso degli ultimi 4+ anni a essere di fatto eliminata è stata la flotta militare russa del Mar Nero, mentre le 159 navi sono quelle iraniane, Trump confonde ben tre Stati abbastanza diversi e lontani tra loro;
2) la conversazione con Putin ha risvegliato nel cranio di Trump l’espressione «guerra veloce» perché entrambi erano in partenza sicuri di poter vincere in pochi giorni;
3) Putin spera ancora di vincere in Ucraina, mentre Trump in alcune fasi della propria coscienza alternante pensa di aver sconfitto l’Iran;
4) Trump, probabilmente, considera Putin quasi un amico e, dunque, un alleato contro un nemico comune;
5) nella testa di Trump la Terra è piatta e triangolare l’Ucraina e l’Iran sono la stessa cosa.
Se vi sembra una interpretazione abbastanza pazza, ricordatevi che non è il riassunto dei pensieri di chi scrive, ma di chi cerca di immaginare il contenuto della testa di Trump ahahahaha
Il «Politico» ha intervistato diplomatici, militari ed esperti dei Paesi della NATO e ha elencato «cinque lacune», sulla base delle quali è giunto alla conclusione che la guerra in Medio Oriente ha dimostrato che i Paesi della NATO non sono pronti per una guerra con la Russia.
Ecco, molto probabilmente avete già letto quell’articolo o, almeno, ne avete sentito parlare. E, molto probabilmente, vi siete accorti della «sesta lacuna» presente nel suddetto articolo (no, questa volta Immanuel Kant non c’entra nulla ahahahaha). Tale lacuna consiste nel fatto che nella NATO non si vede l’ombra della volontà di entrare in un conflitto armato con la Russia. A partire dal 24 febbraio 2022 la NATO ha già avuto diverse occasioni da utilizzare come un pretesto per fare almeno qualcosa, almeno «indirettamente» e sul territorio dei propri Paesi-membri. Ma si è sempre astenuta, nonostante il fatto che in quelle occasioni le cinque lacune elencate dal «Politico» erano meno evidenti e meno critiche.
Anche se poi dobbiamo precisare che questa sesta lacuna è l’unica che riguarda la posizione attiva della NATO e dovrebbe essere recuperata per prima.
La Bloomberg scrive che la scorsa settimana il leader della Corea del Nord Kim Jong-un ha confermato: alcuni militari nordcoreani hanno commesso suicidio durante la guerra in Ucraina per evitare di finire prigionieri. In sostanza, si tratta di una conferma “ufficiale„ delle voci che circolavano già da tempo.
Io, a questo punto, posso pensare solo una cosa: la propaganda interna nordcoreana è realmente forte. Solo con questo posso spiegare il fatto che i militari nordcoreani preferiscono la morte alla possibilità di finire legalmente in un mondo libero. Il periodo della prigionia, la difficoltà legale di chiedere e ottenere l’asilo in Occidente e la conseguente vita economicamente difficile in un mondo sconosciuto per la mia logica dovrebbero comunque essere meglio della vita nella Corea del Nord. Ma i militari nordcoreani, evidentemente, hanno in mente due cose:
1) l’Occidente è l’inferno in Terra;
2) il rischio di essere rispediti a casa in qualità di combattenti arresi comporterà una morte dolorosa.
Preoccupante, direi.
Questo sabato pubblico il link a un altro articolo su come la FSB cattura i «terroristi» ucraini durante la guerra. Si tratta di un articolo sui «nove di Kherson», i cui «membri» sono stati arrestati nell’estate del 2022, quando la città di Kherson era ancora occupata dalla Russia. Sono stati accusati di aver pianificato attentati contro funzionari di Kherson che collaboravano con l’occupante. Nel gennaio 2026, un tribunale russo li ha condannati a pene detentive comprese tra i 14 e i 20 anni.
Nel complesso, l’articolo non aggiunge nulla di radicalmente nuovo alle nostre conoscenze sui metodi di lavoro della FSB, della giustizia russa contemporanea e dello Stato russo in generale. Ma conviene comunque leggerlo per almeno due motivi: come parte della cronaca del degrado che sta succedendo e come descrizione dei limiti delle reali capacità della FSB.
Infatti, la FSB non è in grado di fornire informazioni attendibili sulle prospettive della guerra pianificata, non è in grado di impedire l’ingresso di truppe straniere sul territorio russo, non è in grado di catturare veri terroristi. L’unica cosa che è in grado di fare è descritta nell’articolo sopra citato.
La Reuters scrive che l’UE ha attivato per la prima volta il meccanismo contro l’elusione delle sanzioni contro lo Stato russo attraverso Paesi terzi (previsto dal diciannovesimo pacchetto dell’ottobre 2025). In particolare:
1) ha imposto sanzioni contro una società kirghisa che gestisce un exchange di criptovalute su cui vengono scambiati volumi significativi dello stablecoin A7A5 (creatura russa per ricevere dei soldi dall’estero);
2) ha vietato le operazioni con il terminal del porto petrolifero di Karimun in Indonesia;
3) ha introdotto disposizioni a tutela della proprietà intellettuale e delle società dell’UE da azioni legali russe in paesi terzi.
Complessivamente, è una notizia positiva, ma mi preoccupa un po’ il ritmo: se vanno avanti con tre misure ogni sei mesi, rischiano di vedere qualche effetto rilevante già alla fine del secolo. Mentre noi (beh, almeno io) rischiamo di dover affidare tutte le speranze alla soluzione biologica del problema principale.
Vladimir Zelensky ha dichiarato ieri che gli esperti hanno completato i lavori di riparazione su un tratto dell’oleodotto «Druzhba», che, secondo Kiev, era stato danneggiato a gennaio a seguito di un attacco da parte di droni russi. Ha aggiunto che conta sul fatto che l’Unione Europea sblocchi il prestito all’Ucraina di 90 miliardi di euro, che era stato precedentemente approvato dall’UE e bloccato dalle autorità ungheresi (quelle sconfitte alle ultime elezioni).
E mentre qualcuno ha iniziato a dubitare che l’Ucraina non stesse ritardando apposta la riparazione dell’"Druzhba", cerco di immaginare come Zelensky abbia affrontato un grande dilemma: non annunciare il completamento della riparazione dell’oleodotto in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio (sarebbe stato un regalo per Putin) o annunciarlo in vista del blocco dello stretto di Hormuz (un regalo per i consumatori europei di petrolio). È ovvio che i calcoli hanno dimostrato che garantire l’aiuto europeo è più vantaggioso che aggiungere problemi alla economia di guerra putiniana. Non dico che sia una scelta buona o cattiva, vedo semplicemente che è stato ritenuto realistico combattere il nemico con mezzi economici.
In un’intervista al Financial Times, il capo dei servizi segreti militari svedesi Thomas Nilsson ha affermato, sulla base di dati di intelligence, che il Cremlino manipola sistematicamente le statistiche economiche per indurre gli alleati occidentali dell’Ucraina a credere che l’economia russa abbia resistito alla pressione delle sanzioni e delle spese militari.
Secondo Nilsson, la Russia sottostima il deficit di bilancio di 30 miliardi di dollari, mentre la Banca Centrale russa sottovaluta l’inflazione. Questo dato, secondo l’intelligence svedese, è più vicino al tasso di interesse di riferimento del 15% che al 5,86% ufficiale.
Inoltre, la Svezia ha rilevato indicatori finanziari che potrebbero segnalare una futura crisi bancaria, ha affermato Nilsson. Non ha specificato di quali parametri si tratti. Su questo punto, il servizio di intelligence estero tedesco (BND) concorda con i servizi segreti svedesi, scrive il FT.
L’economia russa è lontana dalla ripresa, nonostante l’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Medio Oriente, osserva Nilsson. Secondo le sue stime, per coprire il deficit di bilancio della Russia è necessario che i prezzi del petrolio Urals rimangano superiori ai 100 dollari al barile per tutto l’anno. E per appianare altri problemi economici, è necessario che il petrolio venga scambiato a questo livello ancora più a lungo.
Non abbiamo accesso ai dati dei servizi segreti svedesi. Abbiamo però una comprensione di alcuni principi. Se l’economia russa è veramente in condizioni peggiori di quanto riportino le statistiche ufficiali, ciò non significa che Putin ridurrà le proprie intenzioni belliche: significa che i russi mangeranno meno. Quindi non ha molto senso continuare a spacciare il proprio desiderato per la realtà: in Russia le risorse per la guerra verranno spremute da ogni cosa. E le masse di orientamento «patriottico» si adatteranno silenziosamente alle nuove condizioni di vita.
Dmitry Peskov (il portavoce di Putin) ha dichiarato che la Russia non si congratulerà con il leader del partito ungherese «Tisa», Péter Magyar, per la vittoria alle elezioni parlamentari:
Non inviamo congratulazioni ai paesi ostili. E l’Ungheria è un paese ostile, sostiene le sanzioni contro di noi.
Alla domanda di un giornalista se ciò significasse che Mosca fosse in rapporti amichevoli esclusivamente con il primo ministro ungherese Viktor Orbán (che a suo tempo era stato congratulato), Peskov ha risposto: «È con lui che abbiamo intrattenuto un dialogo».
Beh, non c’è bisogno di strappare a Peskov l’ammissione di un fatto ovvio: sappiamo già tutto sui rapporti pluriennali del regime putiniano con Viktor Orbán. E, cosa più importante, non siamo gli unici a saperlo. Lo sanno anche gli stessi ungheresi, che già prima dell’annuncio dei risultati elettorali hanno iniziato a dire addio a Orbán in questo modo:

Lo capiscono anche gli autori di altri meme da tutto il mondo: Continuare la lettura di questo post »
Ieri sera, 12 aprile – il giorno delle elezioni parlamentari in Ungheria – Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta del suo partito, il «Fidesz» e si è rivolto ai suoi sostenitori a Budapest:
I risultati delle elezioni non sono ancora definitivi, ma sono evidenti e chiari. L’esito delle elezioni è doloroso per noi, ma inequivocabile. Non ci è stata concessa la responsabilità e la possibilità di governare il Paese. Ho già congratulato il vincitore.
Il sistema elettorale ungherese non è tra i più semplici, ma se pure Orbán orami ammette la sconfitta, sono contentissimo di credergli almeno questa volta. Non perché ho qualche interesse personale o competenza per seguire la politica interna ungherese, ma perché capisco l’importanza della scomparsa dal governo di uno Stato dell’UE di un evidente agente di Putin. Tra poco molte decisioni e molti processi all’interno dell’UE diventeranno più semplici e più giusti, ci sarà un ricattatore in meno. E l’Ungheria eviterà (almeno per ora) il rischio di essere sbattuta fuori dall’UE.
La mia più grande preoccupazione è ora legata alle forze morali dei vincitori delle elezioni: spero che superino l’ipotetica tentazione di seguire l’esempio di Orbán, quella di ricattare l’intera UE per ottenere chissà quali vantaggi.



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