Il compositore italiano Umberto Giordano, uno di più noti rappresentanti del verismo musicale, è conosciuto prevalentemente per le sue opere liriche. Ma non esiste alcuna legge che ci obblighi ad ascoltare solo le cose più famose, quindi ho pensato di pubblicare qualche composizione di Giordano meno ovvia… Per esempio, qualche sua composizione per il pianoforte.
Inizierei da questo valzer per pianoforte scritto nel 1907 (e suonato in questo caso da Riccardo Caramella):
E poi la composizione per il pianoforte: «Nel deserto» (suonata sempre da Riccardo Caramella):
Come al solito, spero che i due piccoli esempi riportati spingano a studiare meglio l’eredità musicale lasciataci dall’autore.
L’archivio della rubrica «Cultura»
Ad aprile mi era già capitato di pubblicare un post musicale dedicato agli Scorpions. In quella occasione mi ero però limitato, intenzionalmente, alla stilistica più tipica al gruppo. Oggi, invece, mantengo la promessa e pubblico due delle relativamente numerose ballate rock degli Scorpions (stranamente, esistono delle persone che conoscono solo questo lato secondario del gruppo).
Inizierei con quella più famosa, la «Still Loving You» (dall’album «Love at First Sting» del 1984):
E poi metto la «When The Smoke Is Going Down» (dall’album «Blackout» del 1982):
Come avrete notato, ho evitato una delle più famose. L’ho fatto perché in realtà non tutti – tra i lettori italiani – possono capire certi riferimenti storici e geografici contenuti nel testo. Forse un giorno ne scriverò uno specifico post dedicato.
Dicono che il libro di Quentin Tarantino «Once Upon a Time in Hollywood» sia per niente peggio del quasi omonimo film. Infatti, il regista-scrittore non ha banalmente trasportato la storia dal film sulla carta (sarebbe stata una missione persa già in partenza), ma l’ha ampliata con molti elementi aggiuntivi. E, soprattutto, l’ha raccontata in un modo puramente letterario, come un vero romanzo. Senza, per fortuna, perdere il messaggio principale del film.
Insomma, chi ha già letto il libro dice che sia realmente bello.

Ma io, personalmente, non intendo di leggerlo nei prossimi anni: aspetto di dimenticare un po’ il film (o, almeno, l’impressione — positiva! — che mi ha fatto al momento della visione) per ritornare alla storia con una mente più libera. Libera dagli inevitabili confronti tra il libro e il film.
Però non potevo non condividere con voi una informazione tanto preziosa: Quentin Tarantino si è meritato la nostra attenzione.
Il compositore russo Nikolai Amani (1972–1904) ebbe una vita relativamente breve e segnata da alcuni seri problemi di salute, la tubercolosi prima di tutto. Inoltre, iniziò a comporre seriamente non prestissimo: solo alla fine dell’800. Di conseguenza, non ci lasciò tante composizioni proprie. Ma fu comunque un compositore interessante, meritevole di attenzione (bisogna anche ricordare che è stato uno degli allievi di Nikolai Rimskij-Korsakov).
Oggi posto queste composizioni di Amani suonate da Phillip Sear:
Prima di tutto la Pièce Élégie (Op. 7).
E poi i tre Preludi (Op. 8).
Nel 1901 Nikolai Amani registrò tre sue pièce per pianoforte a Milano, alla «Ricordi». Dovrei provare a cercare le tracce di quelle registrazioni…
Ho saputo della musicista statunitense Samantha Fish dopo avere visto, quasi per caso, la sua partecipazione a un concerto con delle canzoni in stile blues. Il fatto in sé mi ha incuriosito: nella mia concezione del mondo una blueswomen è un fenomeno abbastanza raro. O, almeno, è relativamente poco frequente. Ho dunque provato ad ascoltare un po’ della musica della Fish…
Ho scoperto che il blues non è l’unico genere suonato da Samantha Fish: spesso dimostra anche delle evidenti tendenze al rock e ad alcune correnti meno note di quest’ultimo. La qualità della musica è in ogni caso spesso a un buon livello, quindi può essere pubblicizzata anche in questa sede. Data la discontinuità stilistica, non tento però di selezionare qualcosa di più rappresentativo e scelgo quasi a caso.
Inizierei con qualcosa del periodo iniziale. Per esempio, con la canzone «Money To Burn» (dall’album «Runaway» del 2011):
E poi metto la «Blood In The Water» (dall’album «Belle Of The West» del 2017):
Ok, ora nella mia collezione personale degli autori da studiare meglio c’è un nome in più.
Qualcuno dei presenti pensava di avere lasciato nel lontano (e per qualcuno pure terribile) passato anche il solo nome del Libraccio? Allora sarà il Libraccio a venire da voi a ricordare della propria esistenza, ahahaha… E, comunque, la maggioranza degli ex scolari cresciuti prima poi dovrà tornarci per sentire altri tipi di dolori.

In realtà, la scelta della nota catena di vendita dei libri di testo mi sembra più che ovvia in questi tempi particolari. Meno male che gli amministratori sono riusciti a inventare (o copiare da altre attività commerciali) questa mossa poco originale. Oppure, originale per una libreria vera.

P.S.: mi ricordo bene come, oltre dieci anni fa, durante la guerra non dichiarata tra due librerie universitarie una di queste ultime finì allagata con tutta la merce nel magazzino (mentre l’altra, «per un miracolo divino», ebbe in quel momento il magazzino completamente vuoto). E allora io e un mio amico… Ah, no, nonostante tutto non mi conviene raccontare certe cose…
Il compositore polacco Krzysztof Penderecki è stato un fenomeno abbastanza raro nella musica classica contemporanea: nonostante la sua tenza più o meno costante a sperimentare qualcosa di nuovo (per esempio, nell’avanguardia musicale), la musica di Penderecki è sempre rimasta facilmente e piacevolmente ascoltabile anche per il largo pubblico. Probabilmente, un giorno pubblicherò qualche sua composizione più innovativa. Oggi, invece, dedicherei il mio post musicale a quelle più famose.
Quindi inizio con la «Trenodia per le vittime di Hiroshima» (scritta nel 1960), il cui nome è stato in realtà assegnatole solo dopo la fine della composizione:
E poi metterei il «Requiem polacco», le diverse parti del quale sono state scritte tra il 1980 e il 2005:
Direi che è almeno da mettere nella lista delle cose da ascoltare…
«Help!», una delle canzoni più note de The Beatles, è stata pubblicata per la prima volta il 19 luglio del 1965 negli USA e il 23 luglio 1965 in UK. John Lennon avrebbe scritto il suo testo per dare uno sfogo allo stress accumulato «per colpa» di una crescita troppo veloce della popolarità del gruppo.
Come tutte le canzoni famose, anche la «Help!» è stata successivamente interpretata da diversi gruppi e artisti. Per esempio, è particolarmente strano sentirla nella interpretazione dei Deep Purple (che l’hanno inclusa nell’album «Shades of Deep Purple» del 1968). Rispetto all’originale, questa versione della canzone è più lenta. E solo nella seconda metà si riconoscono veramente i Deep Purple.
Tra le altre versioni più o meno anomale della «Help!» io sceglierei quella strumentale in stele jazz della orchestra di Count Basie (inclusa nell’album «Basie’s Beatle Bag»). Bella, anche se per molti poco abituale…
E poi esistono tante altre versioni che sarete capaci, volendo, di trovare anche da soli.
Il compositore tedesco Georg Böhm è entrato nella storia culturale mondiale per almeno due motivi: in parte perché è stato uno dei maestri più importanti di Johann Sebastian Bach (esercitando anche una grande influenza sulla attività giovanile di quest’ultimo) e in parte perché è per il suo contributo allo sviluppo della forma della partita corale. Inoltre, la musica di Böhm è interessante perché scritta in uno «stile fantastico», cioè uno stile basato sull’improvvisazione.
Oggi cercherei quindi selezionare qualcosa che possa illustrare le principali caratteristiche del compositore. Böhm è noto per le sue composizioni per l’organo e il clavicembalo (principalmente preludi, fughe e partiture), ma molte delle sue opere possono essere suonate su diversi strumenti alternativi, a seconda di ciò che il musicista-esecutore ha a disposizione. Di conseguenza, è molto probabile che qualcuna delle musiche di oggi vi possa sembrare nota, ma interpretata in un modo poco abituale.
Inizierei con questo preludio e fuga in do maggiore:
E poi metterei il preludio corale «Nun bitten wir den heilgen Geist»:
Ci voleva un po’ di allegria del ’600, vero?
Il musicista e attore russo Petr Mamonov è già stato protagonista di alcuni miei post italiani. In più, so di certo che alcuni dei miei lettori lo hanno in almeno due film. Di conseguenza, non posso non scrivere che, purtroppo, ieri Petr Mamonov è morto in un ospedale moscovita a causa del Covid-19. Aveva 70 anni.

Per me, personalmente, è una grande perdita anche perché Mamonov è stato tra le sole tre persone che mi hanno insegnato ad ascoltare e capire la musica. Egli, in particolare, lo aveva fatto attraverso il suo programma radiofonico settimanale, dove faceva ascoltare la buona musica di ogni genere e corrente. Quindi lo ringrazio anche per la capacità trasmessami di cercare il bello praticamente ovunque. E io cercherò di trasmettere questa capacità agli altri.
O, forse, ho già iniziato tempo fa?



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