Se non siete ciechi, sordi o completamente scollegati dalla realtà, allora avrete sicuramente già sentito parlare del film «Mr. Nobody Against Putin» («Мистер Никто против Путина», regia di Pavel Talankin e David Borenstein, 2025). In alcune fonti in lingua russa il titolo appare anche come «Господин Никто против Путина» («Il signor Nessuno contro Putin»), ma non c’è da dubitare: si tratta dello stesso film. Io l’ho visto già all’inizio di febbraio, ma ho rimandato la pubblicazione di questo commento fino a oggi – il giorno successivo alla cerimonia degli Oscar. A prescindere dal risultato della premiazione (il film era nominato all’Oscar come miglior documentario lungometraggio e ha vinto, il che mi rende molto felice), «Mr. Nobody Against Putin» è un film che vale la pena vedere e discutere, sia ora che in futuro.
Per cominciare, una piccola formalità: qualche informazione generale sul film. Pavel Talankin, insegnante organizzatore e videografo scolastico della cittadina industriale di Karabash, negli Urali, ha filmato per un anno e mezzo scolastico – da febbraio 2022 a maggio 2024 – il progressivo rafforzamento della propaganda militare nella sua scuola. A volte lo faceva di nascosto, altre volte con il pretesto di svolgere i suoi normali compiti di lavoro. Nell’estate del 2024 Talankin ha lasciato la Russia portando con sé tutto il materiale girato (in realtà aveva già pensato di dimettersi dalla scuola subito dopo l’inizio della grande guerra in Ucraina, ma poi gli è venuta l’idea di realizzare un film). Dopo la partenza, insieme al regista americano David Borenstein, che vive in Danimarca, ha montato questo documentario.
Credo che tutto ciò sia ormai abbastanza noto. Passo quindi alle mie impressioni dopo la visione del film.
Innanzitutto, «Il signor Nessuno contro Putin» è allo stesso tempo un film documentario e profondamente personale.
Documentario – per motivi evidenti e già citati: l’autore ha ripreso con la telecamera varie «lezioni sulle cose importanti» (lezioni di «patriottismo» a favore di Putin e della guerra), le cerimonie di ingresso nella Junarmija (l’organizzazione giovanile militar-patriottica), le registrazioni di messaggi per i «combattenti», l’incontro degli studenti con membri del gruppo Wagner, le riunioni degli insegnanti, l’intervista con un insegnante di storia apertamente «di partito», le conversazioni con gli studenti e così via.
Personale – perché l’autore delle riprese racconta anche qualcosa di sé e del proprio atteggiamento verso la guerra, verso la militarizzazione della scuola e verso gli studenti e i concittadini che hanno «accettato» la guerra (mostrando anche il suo addio alla patria attraverso il saluto alla madre, mentre nasconde a entrambi i suoi veri piani di partenza). A qualcuno i monologhi dell’autore sono sembrati artificiali, come se fossero stati preparati apposta per il film; ma anche se fosse veramente così, non ci vedo alcun problema: l’autore non ci ha mai promesso di essere un osservatore imparziale. Ha semplicemente raccontato la cronologia delle proprie azioni e dei propri pensieri, senza rubare tempo sullo schermo a quelle immagini e a quelle parole per le quali lo spettatore si è seduto a guardare il suo film.
In secondo luogo, dal punto di vista puramente tecnico il film appare un po’ amatoriale. Si vede chiaramente che Talankin ha usato telecamere economiche (erano quelle della scuola) e che spesso non aveva la possibilità di registrare bene l’audio. Ma per delle riprese semi-clandestine è assolutamente normale. D’altronde ciò che interessa veramente è il contenuto: e da questo punto di vista il film funziona molto bene.
In terzo luogo, la parte strettamente documentaria è filmata, montata e commentata senza toni sensazionalistici. Tuttavia, proprio per questo fa paura e mette tristezza, in modo molto umano: per il modo in cui il tempo degli studenti russi viene speso in attività inutili, disumane e basate sulla menzogna. Non sembra che tutti recepiscano la propaganda nello stesso modo, ma qualche traccia nella mente di tutti rimane. L’unica cosa che dà un minimo di sollievo è che molti insegnanti incaricati di organizzare queste attività propagandistiche lo fanno in modo meccanico, goffo, con errori perfino ridicoli – e una propaganda del genere uno normale studente adolescente può solo prenderla in giro. Ma qui rischio di mettermi a raccontare troppo della trama…
In quarto luogo, il film appare realmente come una forma molto pericolosa ma importante e interessante di protesta individuale contro questa guerra. L’autore non si abitua alla guerra e non la dimentica come se fosse qualcosa di lontano dalla propria casa. È impegnato in un lavoro, ha un obiettivo concreto – e questo lo aiuta a non impazzire nella situazione attuale. Una persona che si chiede «che cosa posso fare?» e che allo stesso tempo comprende di non essere in grado di avvicinare la fine della guerra, semplicemente documenta i crimini che avvengono proprio intorno a lui. Un giorno questo lavoro sarà molto utile: forse non necessariamente in tribunale, ma magari per la storia o per la futura denazificazione del Paese che ha iniziato questa guerra criminale.
In generale, considero «Il signor Nessuno contro Putin» un film importante e interessante da vedere. Anche se è montato chiaramente pensando a un pubblico occidentale più ampio (e non tanto a quello russo).

Grazie a Pavel Talankin per queste immagini uniche, per la protesta e per il coraggio. Quello che ha fatto lui, gli altri non hanno nemmeno provato a farlo. Oppure, all’inizio del quinto anno di guerra, semplicemente non sappiamo ancora di questi tentativi?
L’archivio della rubrica «Cinema russo»
È di nuovo arrivato il momento dei miei consigli cinematografici. Questa volta vi propongo ben tre film uniti dallo stesso argomento dettatoci dai recenti avvenimenti di una certa importanza.
La settimana scorsa mi è stato chiesto – non tanto a sorpresa – un commento/valutazione sul film italo-sovietico «Afghan breakdown» (regia di Vladimir Bortko, 1991). In Italia potrebbe essere conosciuto, tra l’altro, anche per la partecipazione di Michele Placido. Ma penso che sia conosciuto ingiustamente poco – per non dire dimenticato – perché, effettivamente, è un buon film che merita di essere visto almeno una volta nella vita. Si tratta di un film di guerra – non particolarmente violento ma drammatico – che parla dell’ultimo periodo del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan nel 1989. Consiglio l’"Afghan breakdown" con una certa tranquillità a tutto il pubblico adulto.
(La versione italiana del film si trova pure sui siti russi, quindi non penso che riscontriate dei particolari problemi nel recuperarlo.)

Il secondo film riguardante l’intervento militare sovietico in Afghanistan che consiglio sempre a tutti è Continuare la lettura di questo post »
Oggi vediamo, nell’ambito della mia rubrica cinematografica, il cortometraggio «Era un suo amico» diretto da Evgenij Puzyrevskiy nel 2016. L’inizio del film potrebbe sembrare un po’ strano dal punto di vista artistico, ma poi la situazione progressivamente migliora fino a portare lo spettatore (almeno uno concreto, il sottoscritto) a esprimere un giudizio positivo.
I lettori convinti che nel mondo non esistano delle persone come i due protagonisti del film di oggi possono provare a pianificare il primo omicidio della propria vita (indovinate quanto è serio questo invito). E, in ogni caso, osservare bene il mondo circostante.
Oggi «torniamo alle origini» della mia rubrica cinematografica e vediamo un cortometraggio muto. È la volta di «Tasya» (uscito nel 2007) del regista Roman Artemiev. Il titolo del film è il diminutivo del nome femminile Taisia. Le uniche parole che sentirete vedendo il cortometraggio in questione provengono dal televisore di Tasya e non aggiungono alcun significato al film: prima c’è un notiziario e poi una trasmissione di pattinaggio artistico sul ghiaccio (quindi, al massimo, si sottolinea la monotonia della vita).
Per ora è l’unico film di Artemiev che mi è capitato di vedere. Di conseguenza, in qualità del lungometraggio posso consigliarvi un film dove egli compare – anche se brevemente – da attore: «Daddy» di Vladimir Mashkov (uscito nel 2004).
Per la puntata odierna della mia rubrica cinematografica ho scelto un cortometraggio di divulgazione scientifica semplice ma simpatico: «La corrente elettrica» del regista Petr Fyodorov, girato nel 2007.
Uno dei protagonisti del film è recitato da Aleksandr Pal, uno degli attori russi più interessanti della sua generazione. Vorrei dunque consigliarvi qualche bel lungometraggio con la sua partecipazione. Con tanta serenità e certezza posso proporvi il film «Rag Union» del 2015 (regia di Mikhail Mestetsky). Dovrebbe essere stato tradotto in inglese per conto del canale HBO; sulle altre lingue europee sono un po’ incerto.
Questo venerdì sera vi faccio riposare dalla lettura dei sottotitoli e posto il cortometraggio muto «Sabato e domenica» (1982, regia di Konstantin Apryatin). È talmente semplice, che dovrebbe essere comprensibile senza alcun mio commento.
Si tratta dell’unico film diretto da Apryatin che di professione principale fece il cineoperatore. I lungometraggi per i quali è stato noto nell’URSS non sono stati tradotti, a quanto mi risulta, nelle lingue dell’Europa occidentale (probabilmente perché si tratta sempre dei film per ragazzi). Però potete provare a cercare il suo primo film – sempre da cineoperatore – girato nel 1969. Si chiama «Pirosmani» ed è stato diretto da Giorgi Shengelaya.
Vi sarete accorti che il venerdì scorso ho riavviato la mia rubrica dedicata ai cortometraggi russi.
Per la puntata odierna ho scelto il cortometraggio di Olga Gorodetskaya «L’immersione» (del 2015). Non è cortissimo, ma dopo averlo visto vi renderete conto che gli autori sono riusciti a concentrare in un film di meno di trenta minuti delle cose che tanti altri non sono capaci di far rientrare nemmeno in un lungometraggio di due ore.
La storia del film dovrebbe essere facilmente comprensibile a tutto il pubblico occidentale. Gli unici due dettagli che debbano secondo me essere commentati, sono i nomi menzionati da uno dei personaggi. Il primo è Konstantin Ernst, il CEO del più importante canale televisivo federale pubblico russo (in carica dal 3 settembre 1999, più di Putin alla Presidenza): un uomo molto potente e autorevole nel mondo dei mass media statali.
Il secondo personaggio menzionato è Vladimir Pozner, uno dei conduttori televisivi russi più noti e anziani. Pretende di essere riconosciuto come un grande saggio e una autorità morale, ma ci riesce sempre meno.
Ecco, ora possiamo passare alla visione del cortometraggio:
Aleksei Serebryakov, l’attore che recita la parte del protagonista, dovrebbe essere già ben noto a molti miei lettori: sulle pagine di questo blog avevo consigliato diversi film con la sua partecipazione. Ma non mi ricordo proprio se mi era già capitato di consigliarvi il film «Afghan breakdown» del 1990. Secondo il mio giudizio personale, si tratta di uno dei soli tre film russi sulla guerra in Afghanistan guardabili.
Negli ultimi mesi ho accumulato abbastanza materiale per riaprire, temporaneamente, la mia ormai vecchia rubrica settimanale dedicata ai cortometraggi russi. Avevo iniziato con i cortometraggi muti (perché è abbastanza difficile trovare quelli doppiati o, almeno, quelli con i sottotitoli) ma, avendo esaurito velocemente gli esempi di qualità a me conosciuti, mi ero interrotto. Tutti quei film possono essere visti cliccando sul nome della rubrica «Cinema russo».
Ora, invece, ho di nuovo una breve lista dei corti da mostrare ai lettori italiani. Questa volta, però, si tratta quasi sempre dei film con i sottotitoli in inglese. Potrete dunque aggiornare le vostre conoscenze di ben due lingue.
A riaprire la rubrica sarà il cortometraggio «GQ» di Andrey Merzlikin uscito nel 2012. Penso che il contesto del film possa essere comprensibile a tutti: il protagonista si reca in culo al mon profonda provincia russa, fa il check-in in albergo…
Si tratta dell’unica esperienza da regista di Andrey Merzlikin. In realtà, infatti, di professione fa l’attore (con dei buoni risultati), ma i suoi film migliori non sono stati tradotti nelle lingue europee più diffuse. Lo stesso vale per l’attore Konstantin Yushkevich che interpreta il protagonista del cortometraggio appena visto. Di conseguenza, questa volta faccio a meno di consigliarvi un lungometraggio. Ma non so se avete già esaurito la lista dei titoli già pubblicati finora.
Il prossimo cortometraggio sarà pubblicato, come potete immaginare, la sera del venerdì prossimo.
Ho pensato che potrebbe avere senso pubblicare, a volte, dei documentari russi interessanti che il pubblico occidentale non riuscirebbe a scoprire senza un suggerimento di un russo. In sostanza, senza il mio suggerimento, cari lettori miei!
Quasi un mese fa vi avevo proposto il documentario «Kolyma» di Yury Dud.
Oggi, invece, posto un altro film dello stesso autore: «L’uomo dopo la guerra», dedicato a un semplice veterano della prima guerra in Cecenia (1994–1996). Ritengo importante precisare un dettaglio che potrebbe non essere evidente a tutti gli spettatori italiani: si tratta non di un militare professionista, ma uno di quei tantissimi giovani che sono stati mandati in guerra mentre prestavano il semplice (e obbligatorio) servizio militare di leva. Sì, avete capito bene: in Russia è una pratica ben affermata già dai tempi dell’URSS.
Il film non è lunghissimo: dura poco più di 35 minuti. Spero che a qualcuno di voi aiuti a liberarsi di certe illusioni.
Il documentario è realizzato in lingua russa ma ha i sottotitoli ufficiali in inglese: se non partono in automatico, attivateli voi.
Fate i bravi.
Alla fine di aprile il popolarissimo video-blogger Yury Dud ha pubblicato sul proprio canale su Youtube il documentario «Kolyma», abbastanza atipico in mezzo agli argomenti solitamente trattati dall’autore. Il film è dedicato a quella parte della regione russa Jacuzia che prende il nome dal fiume Kolyma e che per diversi decenni del XX secolo è stata nota prevalentemente per i campi di detenzione e di lavoro dei detenuti politici.
Dal punto di vista dei contenuti storici, il film era stato pensato e realizzato per il pubblico giovanile russo (i russi di età 30+ hanno letto sull’argomento infinitamente più cose). Alcuni dettagli della vita attuale in quei luoghi possono invece essere poco conosciuti alle persone di ogni età.
Partendo dal presupposto che, rispetto a un russo medio, il pubblico europeo di ogni fascia di età è meno informato sulla storia e sulla attualità di quei luoghi, ho pensato che fosse giusto condividere con i miei lettori quel documentario.
Dura 2 ore e 17 minuti, quindi lo pubblico il venerdì sera per lasciarvi la massima libertà sulla scelta dell’orario per la visione.
Il documentario è realizzato in lingua russa ma ha i sottotitoli ufficiali in inglese: se non partono in automatico, attivateli voi.
Intanto sto riflettendo sulla opportunità di pubblicare una lista di libri validi sul sistema del Gulag.



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