L’archivio del tag «ucraina»

La lettura del sabato

Il media «Mediazona», in collaborazione con il servizio russo della BBC e un team di volontari, tiene un elenco nominativo dei militari russi uccisi nella guerra in Ucraina: attualmente l’elenco conta più di 200 mila persone. In occasione del quarto anniversario della guerra, la maggior parte dei nomi (quasi 182 mila) è stata riportata su una mappa della Russia.
Anche se non avete nessuno da cercare nell’elenco dei caduti, provate a guardare la mappa: in qualità di infografica è veramente una opera impressionante. Ricordiamoci che ognuno di quei punti sulla mappa è andato a uccidere gli ucraini perché non ha trovato il modo di dimettersi dall’esercito, non ha voluto nascondersi dalla mobilitazione o ha firmato un contratto con il Ministero della «Difesa» russo per guadagnare un sacco di soldi. Sì, questa è la mappa dei luoghi di nascita degli assassini uccisi: ognuno di loro aveva la possibilità di salvare la propria vita e quella degli altri (anche se a volte pagando un prezzo alto), ma non ne ha approfittato.
Insomma, una mappa impressionante.


Dato ieri c’è stato il quarto anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina, possiamo logicamente chiederci: quali sono i successi dell’esercito putiniano nella famosa missione «prendiamo Kiev in tre giorni»?
La risposta si vede bene sulla mappa: con il colore rosso sono segnati i territori conquistati nell’ultimo anno, mentre con il colore rosa sono segnati territori conquistati durante i tre anni di guerra precedenti.

Se piccola Ucraina con gli aiuti quasi azzerati per opera di Trump riesce a ostacolare in questo modo l’avanzata dell’esercito nemico, provate a immaginare cosa avrebbe potuto fare con l’aiuto serio.


Quattro anni di guerra

Oggi sono esattamente quattro anni dall’inizio della grande guerra in Ucraina. E non se ne vede la fine. Pochi giorni prima dell’inizio sembrava impossibile, perché irrazionale per chi l’aveva iniziata. Nelle prime settimane mi sembrava che non potesse durare a lungo: una delle parti, a seconda della reazione o della mancata reazione del mondo occidentale, non avrebbe avuto risorse sufficienti. Dopo circa un anno mi è diventato chiaro (o mi è sembrato di nuovo? spero di sì) che tutto questo sarebbe durato molto a lungo: anche molto più di quattro anni.
L’anniversario concreto, l’attesa di molti altri anniversari, le notizie quotidiane di omicidi e bombardamenti mi fanno cadere in depressione quasi come all’inizio della guerra. L’unica cosa che mi salva (nel senso che mi ravviva) è la rabbia verso quelle persone alle quali va tutto bene: che il loro Paese uccida ogni giorno o che i loro vicini vengano uccisi ogni giorno. E verso quelle persone che vorrebbero smettere di aiutare i vicini affinché tutto finisca al più presto. Perché anche solo parlare della guerra impedisce loro di vivere serenamente e allegramente come prima.
Sì, la guerra mi ha reso cattivo. Ho smesso di aver paura di mandare a fanculo quelle persone che considero dei coglioni. O quelle che non considero nemmeno persone. Ma questo è un mio problema, che in qualche modo riuscirò a risolvere. Come eliminare il problema principale dell’Ucraina, della Russia e del mondo?
P.S.: anche un’attività lavorativa sensata e intensa mi aiuta, ma questo è un altro discorso.


La lettura del sabato

Questa settimana è stato pubblicato un articolo basato su un’intervista rilasciata da Valery Zaluzhny (ex comandante in capo delle forze armate ucraine, come sicuramente sapete) alla agenzia Associated Press. Nell’intervista Zaluzhny ha parlato delle divergenze con Zelensky, che, in base alle sue parole, sono sorte quasi subito dopo l’inizio della grande guerra tra Russia e Ucraina.
Riguardo a tali divergenze, ho capito solo che la maggior parte di esse si è verificata nei primi mesi della guerra. Inoltre, mi è sembrato che gran parte delle divergenze non fosse in realtà basata sul fatto che Zelensky si fosse rifiutato di fare qualcosa che aveva la possibilità tecnica di fare (le risorse finanziarie c’erano, mentre quelle militari erano ancora più scarse di adesso).
Ma la cosa più importante che ho capito, o che mi è sembrato di capire, è il significato politico della suddetta intervista di Zaluzhny. Sembra un ulteriore passo verso la partecipazione di Zaluzhny alle future elezioni presidenziali in Ucraina. Un giorno queste elezioni si terranno, anche se per ora non è il caso di mettere fretta agli ucraini su questo tema.


La missione di Medinsky

L’Axios, citando le proprie fonti, ha riferito che durante l’ultimo round di negoziati tra Russia, Ucraina e USA (tenutosi a Ginevra ieri, il 17 febbraio) il gruppo politico «è giunto a un punto morto», mentre il gruppo militare «ha continuato a compiere progressi». Secondo le stesse fonti, il raggiungimento di un punto morto è legato alla posizione espressa dal capo del gruppo negoziale russo Vladimir Medinsky.
Probabilmente l’Axios e le sue fonti, dopo quasi quattro anni di guerra, non lo sanno ancora, ma la posizione espressa da Medinsky non è la posizione di Medinsky. È, invece, l’espressione precisa della missione con la quale il personaggio viene regolarmente inviato a tutti i negoziati dal suo capo supremo. Indovinate il nome e il cognome del capo: avete a disposizione un tentativo.
Mentre state cercando di risolvere l’indovinello difficilissimo, io aggiungo che quel capo sarebbe anche disposto a una tregua nei combattimenti (in ogni caso di fatto si tratterà solo di una tregua), ma non a qualsiasi condizione. Di conseguenza, ha incaricato Medinsky a perdere più tempo possibile nel tentativo di far stancare la controparte: spera di ottenere, in tal modo, qualcosa in più.


Due notizie sulla pace

A volte è veramente strano leggere, nell’arco della stessa giornata, due notizie come le seguenti…
La notizia numero uno. Il giornalista di The Atlantic Simon Shuster, citando due consiglieri del presidente ucraino, ha riferito che le autorità ucraine potrebbero essere disposte a fare la concessione più difficile nei negoziati con la Russia e rinunciare al controllo sul territorio nella parte orientale della regione di Donetsk.
La notizia numero due. Il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha dichiarato in un’intervista al giornalista di The Atlantic Simon Shuster che il suo Paese non sta perdendo la guerra con la Russia e che lui non costringerà il popolo ad accettare un «cattivo accordo» di pace.
Il problema sta nel fatto che le due notizie potrebbero essere contraddittorie, ma potrebbero anche non esserlo. Potrebbero non essere contradditorie, in particolare, perché la parte orientale della regione di Donetsk è oggi un territorio che a) è stato lasciato da quasi tutti gli ucraini che erano realmente interessati a farlo e b) risulta inutilizzabile da quasi tutti i punti di vista a causa della guerra (cosparso di materiale esplosivo, con quasi tutte le opere umane distrutte ed ecologicamente rovinato).
Allo stesso tempo, ogni persona che in questi giorni tenterà di interpretare le suddette notizie nel loro insieme è un classico indovino. Perché dovrebbero interessarci i personaggi del genere?


7777 ufficiali

Il progetto «Russian Officers Killed in Ukraine» ha pubblicato le ultime statistiche: sono stati confermati 7777 casi di morte di ufficiali russi nella guerra in Ucraina. Tra questi ci sono 4 tenenti generali, 8 maggiori generali, 117 colonnelli, 340 tenenti colonnelli e 712 maggiori.
L’immagine che riassume i dettagli:

Cosa posso aggiungere a questo dato statistico? Niente. O, al massimo, posso confermare che non sono per niente dispiaciuto (posso esserlo, in alcuni casi, per i residenti russi delle zone vicine al confine o per alcune delle persone mandate in Ucraina nel corso della mobilitazione militare, ma sicuramente non per gli ufficiali o altri militari di professione).


Trump ha dichiarato di aver chiesto personalmente a Putin di fare in modo che l’esercito russo non bombardi Kiev e altre città ucraine per una settimana a causa di un forte freddo:

Because of the cold, extreme cold… I personally asked President Putin not to fire on Kyiv and the cities and towns…

Per tutti gli altri mesi e anni precedenti – nel corso dei quali faceva meno freddo – non aveva chiesto? Non lo aveva fatto perché se la temperatura nelle case degli ucraini è sopra lo zero, i bombardamenti non sono un problema e si possono fare?
Ma sono delle domande troppo banali, quasi retoriche. Per noi è più importante vedere se Putin dice (anche silenziosamente) di no, oppure dice di sì e poi, continuando a bombardare, diffonde le solite scuse (tipo, «quelli sono missili ucraini che sono caduti sul proprio territorio»). Davanti a ognuna delle due risposte Trump non reagirà in alcun modo, forse non si ricorderà nemmeno della propria richiesta. E, la cosa più grave, non si accorgerà nemmeno di essere stato preso in giro per l’ennesima volta.


La necessità di compromessi

Commentando i negoziati ad Abu Dhabi, il presidente ucraino Zelensky ha affermato che la Russia sta facendo di tutto da tempo «perché l’Ucraina non esista più nell’est», ma non riesce a raggiungere questo obiettivo sul fronte. «Tutti conoscono la nostra posizione. Noi combattiamo per ciò che è nostro, non combattiamo per il territorio di un altro Paese <…>. Si tratta di due posizioni fondamentalmente diverse: quella ucraina e quella russa. Gli americani stanno cercando di trovare un compromesso. Noi siamo disposti a comunicare in un formato trilaterale. <…>. Ma per raggiungere un compromesso è necessario che tutte le parti siano pronte. A proposito, anche la parte americana».
Ecco: quello che preoccupa maggiormente me (e ancora di più preoccupa Zelensky) è l’osservazione che la parte americana per compromesso intende la scelta tra la posizione ucraina e la posizione russa. Una scelta del genere potrebbe – e forse dovrebbe – esistere anche, ma per uno come me sarebbe stata una scelta facile. Ma sembra che per la parte americana sia la scelta tra due opzioni uguali o quasi.


Inverno a Kiev

Il sindaco Vitaly Klitschko ha dichiarato che a Kiev, a causa degli attacchi russi alle infrastrutture critiche e delle interruzioni di corrente su larga scala, si è verificata la situazione più difficile dall’inizio della guerra: con temperature che vanno dai −12 °C di giorno ai −18 °C di notte, dal 9 gennaio circa 400 grandi palazzi residenziali rimangono senza riscaldamento. Come potete immaginare, ciò non è avvenuto a causa di un guasto, ma in seguito al massiccio attacco della Russia nella notte tra l’8 e il 9 gennaio: metà dei condomini, circa seimila, sono rimasti senza riscaldamento.
Quindi è inutile che alcune persone accusino l’esercito di Putin di non aver ottenuto risultati significativi. In realtà, ha notevolmente aumentato l’efficacia nell’esecuzione dei compiti che gli sono stati assegnati. Da quasi quattro anni distrugge le infrastrutture civili dell’Ucraina, definendole obiettivi militari e, in particolare, cercando di lasciare il maggior numero possibile di persone senza riscaldamento in inverno, e ora lo fa sempre meglio (purtroppo, senza virgolette). Ancora un po’ e il «popolo fratello» (questa volta tra virgolette, purtroppo) proverà una tale gratitudine verso i soldati di Putin che, nel desiderio di «tornare al porto natale», scenderà in piazza per rovesciare l’attuale governo. Era questo il calcolo, no?