L’archivio del tag «ucraina»

È una cronologia interessante delle dichiarazioni.
La sera del 28 giugno è stata diffusa una strana intervista televisiva di Putin dove egli leggeva le proprie risposte da un teleprompter. Nel corso di quella intervista Putin ha affermato che la carenza di carburante in Russia «non è critica», mentre l’Ucraina ha avanzato la proposta di una cessazione reciproca degli attacchi in profondità nel territorio e il Cremlino ha già respinto tale proposta.
Nel pomeriggio dell’8 luglio, durante una riunione con i membri del Governo, Putin ha affermato che le Forze Armate della Ucraina stanno sferrando attacchi contro le raffinerie di petrolio russe per creare nel Paese «un clima di tensione»:

È del tutto evidente che il nemico miri a danneggiare l’economia. Ma la cosa più importante è che mira a creare un clima di nervosismo nella società. Noi sappiamo bene che questo obiettivo è irraggiungibile.

Chi aveva detto che Putin fosse completamente fuori di testa? Vedete, in fondo qualcosa se ne intuisce: per esempio, che l’Ucraina, «senza motivo apparente», miri a danneggiare l’economia dell’aggressore. Dell’atmosfera di nervosismo già creata nella società, però, non gli verrà mai riferito, e lui stesso non va in giro per le strade russe e non può intuire tale nervosismo.
Ma la cosa più importante è: chi ha rifiutato di porre fine a questi attacchi? E chi ha creato il motivo per cui sono iniziati? Putin lo sa e lo capisce, ma per qualche strano motivo è sicuro che la maggior parte dei suoi sostenitori non lo capirà mai.


Un nuovo fenomeno della propaganda

Noah Krieger, membro del partito tedesco di estrema destra «Alternativa per la Germania» (AfD), il cui vero nome è Murad Dadaev, ha dichiarato di trovarsi in Ucraina e di combattere a fianco dell’esercito russo. Su Instagram ha pubblicato dei video in cui posa in divisa militare, con elmetto e giubbotto antiproiettile, impugnando un fucile d’assalto Kalashnikov sullo sfondo di edifici residenziali in rovina. Come sottofondo musicale dei video, Krieger ha utilizzato marce militari tedesche. In una delle sue storie, la geolocalizzazione indica Bakhmut.
Alcuni media hanno accertato che dietro questo nome si nasconde Murad Dadaev, originario della Cecenia. È entrato a far parte dell’AfD, ha promosso all’interno del partito posizioni filorussie e di estrema destra, ha pubblicato immagini di kitsch nazista, ha espresso ammirazione per Vladimir Putin e ha intrattenuto rapporti sia con esponenti dell’AfD sia con persone vicine al capo della Cecenia Ramzan Kadyrov.
Non escludo che prima o poi l’AfD possa anche decidere di liberarsi di un membro così. Ma, allo stesso tempo, sono in un certo senso contento per il suo viaggio in Ucraina: almeno fa un po’ di antipubblicità a quel partito tedesco.


I sogni di Putin

Qualcuno ha fatto lo sforzo di segnare sulla mappa, accanto al territorio ucraino effettivamente occupato dall’esercito russo (in rosso), l’area che Putin aveva dichiarato (sabato 4 luglio) già occupata (in giallo). Confrontate i suoi sogni con la realtà:

Un lavoro così preciso (e, ovviamente, smascherante) va apprezzato e divulgato. Aggiungo, dunque, il link alla fonte.


Sicuramente seguirà il consiglio…

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Ucraina ha una «posizione di forza sul campo di battaglia». E ha esortato la Russia a congelare la linea del fronte e a tornare ai negoziati con Kiev: «La Russia non vincerà questa guerra. Il sostegno europeo a Kiev è forte».
La dichiarazione di Merz è abbastanza contraddittoria, poiché in tutti questi anni abbiamo assistito a un solo tipo di sostegno forte dell’Unione europea alla Ucraina: darle esattamente quanto basta affinché non perda la guerra proprio oggi. Pertanto, l’Ucraina «ha una posizione di forza sul campo di battaglia» nonostante (e non grazie a) l’aiuto da parte dell’UE, motivo per cui, evidentemente, ora si è deciso di chiedere a Putin il congelamento della linea del fronte.
A giudicare dai commenti di alcuni analisti, quest’anno Putin intende nuovamente prendere tempo fino all’inverno, ovvero fino al momento in cui sarà possibile distruggere con maggiore efficacia le infrastrutture civili ucraine; al giorno d’oggi, però, il suo esercito non dispone delle forze necessarie per condurre una vera offensiva. Quindi questa estate è il momento migliore per un sostegno più attivo all’Esercito ucraino, che, continuando a colpire le raffinerie russe, potrebbe costringere le Forze armate russe almeno a un «congelamento della linea del fronte». Ma, a quanto pare, prima che questa grande verità arrivi alle menti dell’UE, sarà già arrivato l’inverno.


Il primo passo indietro

Ieri Putin ha dichiarato che la Russia è pronta a negoziare con l’Ucraina «sulla base degli accordi di Istanbul» della primavera del 2022. E ha aggiunto che tali accordi «erano stati siglati all’epoca dalla delegazione ucraina, il che significa che tutto andava bene per loro».
Ma io mi ricordo (o almeno mi sembra di ricordare) che quei cosiddetti accordi andavano bene all’Ucraina solo nella fantasia dello stesso Putin. E poi io (e non solo io) mi ricordo che nell’ultimo anno i negoziatori del Cremlino hanno preteso che l’Ucraina conducesse i negoziati «sulla base di Anchorage», riferendosi all’incontro in Alaska del 15 agosto 2025, dove Putin e Trump, a tu per tu, erano quasi riusciti a mettersi d’accordo sulla spartizione dei territori ucraini (e le relative risorse naturali) non conquistati dall’esercito russo. Ma anche con la «base di Anchorage» le cose per Putin sono in realtà andate abbastanza male: in quell’incontro, infatti, ha iniziato a riempire Trump di proprie fantasie pseudostoriche sulla presunta non-esistenza della Ucraina, dopodiché Trump lo ha mandato a quel paese con parole a noi sconosciute (il verbale non è stato pubblicato) e interrompendo l’incontro prima del pranzo programmato.
E poiché tutta la politica di Putin si basa esclusivamente sulle sue stesse fantasie malate, è proprio queste ultime che possiamo confrontare tra esse. Il confronto risulta semplice: Putin ha sentito l’odore di bruciato (sì, pure lui!) e ha già iniziato a fare marcia indietro. Dalla questione delle quattro regioni ucraine inserite nella Costituzione russa (di cui si era parlato con Trump nel 2025) è già passato agli «accordi» sulla Crimea e sul Donbass del 2024.
Una simile ritirata è un buon segno, ma è solo un piccolo passo. Vorrei di più: i confini del 1991. Dato che Trump può spacciare per una propria vittoria lo sblocco dello Stretto di Hormuz, che Putin spacci per una sua vittoria il rispetto dei confini del 1991 con l’Ucraina.


L’ultimatum a Lukashenko

Venerdì Vladimir Zelenskyy ha accolto con scetticismo le dichiarazioni di Alexander Lukashenko, secondo cui quest’ultimo non vorrebbe essere coinvolto nella guerra tra Russia e Ucraina. Ha quindi lanciato un ultimatum a Lukashenko: «Lungo i confini con l’Ucraina è schierato materiale militare che dirige il fuoco contro l’Ucraina. Vi do una settimana per ritirarlo, altrimenti lo faremo noi».
Non escludo che sia pure Lukashenko a volerlo: deve a Putin una somma colossale di soldi che non ha i mezzi per restituire. Se segue il «consiglio» di Zelensky, invece, tutti i debiti potrebbero essere azzerati. E se vuole passare dalla parte dei vincitori, questo è il momento giusto. Ed è stato proprio Lukashenko a chiedere l’ultimatum. Deve coprirsi le spalle: «Non volevo, ma mi hanno costretto».
L’Ucraina non sta bluffando: sarà in grado di azzerare velocemente l’intero esercito bielorusso. Ma anche tutte le sue raffinerie di petrolio. Entrambe: quella di Mozyr e quella di Novopolotsk.


In una dichiarazione congiunta, i leader dei Paesi del «G7», riuniti in occasione del vertice in Francia, hanno affermato di aver concordato di aumentare le forniture di sistemi di difesa aerea, sistemi supplementari e missili intercettori, nonché di sistemi a lungo raggio. Hanno inoltre concordato di inasprire le sanzioni contro la Federazione Russa, comprese misure relative al settore petrolifero e del gas.
Tutto ciò si può sintetizzare ancora più brevemente: hanno concordato di rilasciare una dichiarazione congiunta. Perché l’unico punto interessante tra tutti quelli sopra elencati è la fornitura di sistemi a lungo raggio. Tutti gli altri punti, naturalmente, sarebbero importanti anche essi, ma nessuno Stato occidentale, purtroppo, ha ancora inventato le sanzioni realmente efficaci (e l’ennesimo accordo non aggiungerà certo fantasia in tal senso), mentre gli attacchi ucraini sul territorio tradizionale russo si rivelano sempre più efficaci (se non in senso puramente militare, sicuramente in quello economico).
Ma bisognerà ancora osservare a lungo cosa ne verrà concretamente fuori da questo unico punto importante della dichiarazione congiunta…


Come lottano contro il satanismo

Gli obiettivi della guerra militare speciale in Ucraina non sono mai stati ben spiegati al pubblico: né da Putin né da qualcuno dei suoi portavoce. Ma dalle varie dichiarazioni si poteva dedurre che si combattesse, tra le varie cose, contro il satanismo e in difesa dei valori cristiani. Si vede che è proprio per quello che l’esercito di Putin ha bombardato, la notte tra il 14 e il 15 giugno, il monastero delle Grote di Kiev (il Lavra di Kiev-Pechersk fondta nel’XI secolo, distrutta e poi ricostruita nel XX), causando gravi danni agli edifici.
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Un nuovo record di Putin

Non me ne ero accorto, ma ieri la guerra speciale militare di Putin in Ucraina ha battuto un nuovo record negativo: ha superato la durata della Prima guerra mondiale, arrivando a 1568 giorni.
Una persona mediamente istruita ricorda — dalla storia e dalla letteratura — la Prima guerra mondiale anche come una guerra di posizione. Tempo fa l’ex comandante in capo delle Forze armate ucraine Valery Zaluzhny aveva già paragonato la guerra in Ucraina alla Prima guerra mondiale e, secondo me, quel paragone è in una buona misura valido ancora oggi. Il dettaglio grave che aggiungerei io oggi, al 1569-esimo giorno: alla guerra attuale non si vede ancora la fine.
Anche se tra tanti anni racconteremo alle nuove generazioni che «già a marzo / aprile / maggio / giugno 2026 vedevo gli indizi di una fine vicina, vedevo accadere il momento cruciale della guerra». Un po’ come oggi gli storici discutono della Seconda guerra mondiale: il momento cruciale è stata la fine dell’assedio di Stalingrado, no è stato lo sbarco in Normandia, no è stato x-y-z…


Il Financial Times riferisce che l’imprenditore russo che nel maggio 2026 si è recato a Kiev e ha incontrato Vladimir Zelensky era Roman Abramovich. È proprio a lui che il Presidente ucraino ha chiesto di trasmettere a Vladimir Putin la proposta di un incontro.
Abramovich funge da mediatore tra Kiev e Mosca dall’inizio della guerra. Lo stesso FT nel 2022 definiva Abramovich «persona di fiducia» di Putin, mentre Zelensky aveva chiesto agli USA di rinviare l’imposizione di sanzioni nei suoi confronti. Secondo fonti del FT vicine ad Abramovich, egli continua a partecipare ai negoziati, sebbene il suo ruolo sia diventato meno visibile.
Bene, tutto questo è relativamente curioso, ma non risolve un mio vecchissimo dubbio: perché proprio Abramovich (della partecipazione del quale ai vari «negoziati» degli ultimi quattro anni mi ricordo bene) e non decine di altri grandi (in termini di capitali e di vicinanza al Cremlino) imprenditori russi? Solo perché è l’unico che ha avuto abbastanza cervello per trovare un modo di assicurarsi un futuro post-putiniano tranquilli nelle condizioni di impossibilità di uscire vivo e benestante dalle sanzioni occidentali? Oppure perché ha qualche mezzo di pressioni sulle «parti» delle trattative.
Non lo so e non riesco nemmeno a immaginare se e quando lo potrei scoprire.