L’archivio del tag «politica»

Poroshenko vs Saakashvili

Per la seconda volta di fila mi trovo a scrivere dell’Ucraina. Questa volta, però, lo faccio per riassumere la nuova puntata delle incedibili avventure del mitico Mikhail Saakashvili nella politica ucraina.
Come avevo già scritto nella puntata precedente, col tempo Saakashvili divenne un oppositore scomodo per il Presidente ucraino Poroshenko. In poche parole, Saakashvili già dai tempi della presidenza georgiana è abituato a effettuare delle riforme radicali con dei ritmi intensi (inimmaginabili in Europa), mentre Poroshenko (proprio lui invitò Saakashvili a lavorare in Ucraina regalandogli la cittadinanza) tende a effettuare le riforme molto lentamente e a piccole porzioni. Quindi mentre Saakashvili è un fanatico del proprio lavoro orientato al raggiungimento degli obiettivi massimi tra i possibili, Poroshenko dimostra di voler solo rimanere più a lungo possibile al potere fingendo di essere un buon amministratore che lotta contro le circostanze sfavorevoli. L’IMF non è particolarmente contento di quest’ultima tattica, ma ha poche possibilità di influire sulla politica interna ucraina. Quindi a Poroshenko conviene, dal punto di vista politica, mantenere una situazione caratterizzata da una tranquilla guerra periferica (nelle regioni di Lugansk e Donetsk) e delle riforme «spalmate» su un lungo periodo di tempo.
Per seguire con serenità un piano del genere bisogna però sbarazzarsi degli oppositori passionali e popolari. Il primo di tali oppositori è, appunto, Mikhail Saakashvili. Ieri è stata dunque fatta una curiosa mossa: a Saakashvili è stata revocata la cittadinanza ucraina concessagli nel 2015. La motivazione formale: incorrettezze nella modulistica ammesse dal beneficiario. Come disse Lenin in una occasione un po’ diversa, «Formalmente è corretto, praticamente è una beffa». Beh, ogni Stato ha delle proprie regole formali sulla concessione della cittadinanza e si è costretti di rispettarle. Ma l’ulteriore problema sta nel fatto che a dicembre 2015 Saakashvili fu privato della cittadinanza georgiana in seguito alla acquisizione da parte sua della cittadinanza ucraina. Quindi pare che il presidente ucraino Poroshenko, entusiasmato per la propria trovata politica, ha violato la prassi internazionale di non moltiplicare la quantità degli apolidi nel mondo ma, allo stesso tempo, si è riservato la possibilità di espellere Saakashvili dall’Ucraina per l’eventuale «violazione dell’ordine pubblico» contemplata dall’articolo 31 della Convenzione del 1954. Scommettiamo che trova presto l’occasione per farlo?
Scommetterei anche su altre due cose:
1. Le Istituzioni occidentali punteranno sempre meno su Poroshenko come sull’unico garante della pace e della democrazia in Ucraina.
2. I cittadini ucraini torneranno presto la motivazione di fare un’altra — l’ennesima — rivoluzione: penso che negli ultimi 13 anni quasi tutti gli occidentali abbiano imparato la parola maidan, ahahahaha


Stato-rapinatore

Come alcuni di voi sanno, sulla mappa politica del nostro pianeta esiste ancora un equivoco storico chiamato Azerbaijan. Esso fu creato nel 1918 – sulla base di alcuni criteri storici e sociali piuttosto approssimativi – in qualità di una regione di confine del nascente impero sovietico; solo approfittando in un modo fortunato del crollo dell’URSS divenne a) uno Stato, b) uno Stato indipendente. Non è l’unico a essere nato ed evoluto in questo modo, ma, essendo il più piccolo, è quello a soffrire maggiormente del complesso di inferiorità.

A partire dal 1994 quella macchia geografica ritiene di essere ingiustamente privata della regione Nagorno Karabakh. Cerca dunque di apparire «uno Stato vero, capace di tutelare gli interessi nazionali» nel modo più facile e meno pericoloso: creando dei seri problemi alle persone che visitano Nagorno Karabakh.

Stamattina, per esempio, il Tribunale penale per i crimini massimi di Baku ha condannato il cittadino russo Alexander Lapshin a tre anni di reclusione per due «delitti»: 1) le sue visite in Nagorno Karabakh nell’aprile 2011 e ottobre 2012 senza l’autorizzazione dell’Azerbaijan; 2) le sue dichiarazioni pubbliche circa l’appartenenza di Nagorno Karabakh.

Inoltre, nel 2015 e 2016 Alexander Lapshin per due volte aveva compiuto un altro delitto riconosciuto tale solo dal giudice azero: avendo tre cittadinanze (russa, ucraina e israeliana) e essendo finito nella «lista nera» di Azerbaijan con il proprio passaporto russo, andava a visitare Baku con il passaporto ucraino (dove il suo nome è scritto, secondo le regole ucraine, Olexander). Aveva insomma ingannato il sistema informatico della dogana azera utilizzando un documento reale e valido. Proprio dopo la seconda di queste imprese era stato dichiarato ricercato a livello internazionale da Azerbaijan. Avrebbe utilizzato i «documenti falsi» per entrare senza essere identificato.

Il 15 dicembre 2016 Alexander Lapshin era stato arrestato a Minsk; il 25 gennaio 2017 era stato estradato verso l’Azerbaijan. Oggi è stato condannato a tre anni di reclusione (mentre la Procura azera ne chiedeva otto). Tutto ciò è successo nonostante una notevole opposizione di Israele, Russia, Armenia e, naturalmente, Nagorno Karabakh.

Pensando bene a questa storia possiamo giungere a tre conclusioni:

1) La Bielorussia è molto tollerante verso la creatività giuridica altrui perché a causa della sua situazione geopolitica è costretta a rimanere neutrale anche nei confronti di quelle visioni di integrità territoriale che hanno i suoi immediati vicini;

2) Di conseguenza, evitate di visitare la Bielorussia se pensate di aver offeso qualche pseudo-Stato afflitto dalla sindrome di Azerbaijan. Avete criticato pubblicamente la Corea del Nord? Avete espresso pubblicamente la vostra opinione circa l’appartenenza (in entrambi i sensi) della Crimea? Rimandate il vostro viaggio in Bielorussia ai tempi migliori.

3) Le persone competenti farebbero bene a escludere l’Azerbaijan dalle file dell’Interpol in quanto lo Stato in questione manifesta una incredibile fantasia nel sfruttare ogni pretesto possibile e immaginabile nel rapire e incarcerare i propri nemici morali. Cioè quelle semplici persone che viaggiano, vedono, ragionano e esprimono liberamente le opinioni senza compiere alcun delitto o invitare gli altri a compierlo.

I piccoli Stati dell’est possono avere uno scarso valora dal punto di vista geopolitico, ma allo stesso tempo riescono a incidere sulla vita delle persone provenienti da tutte le parti del mondo.


Macron Presidente

Come sicuramente sapete già, ieri, al secondo turno delle presidenziali, la maggioranza degli elettori francesi ha scelto il meno-peggio. Non ho un termine migliore per definire il nuovo presidente francese, e per questo l’unica emozione che mi ispira la sua figura è la noia. Sembra solo un perfetto funzionario e solo per questo è già noioso: ha capito di dover lasciare i socialisti poco prima che fosse evidente il loro fallimento in tutti gli ambiti, non ha ripetuto gli stessi errori politici di Fillon e ha vinto nel secondo turno solo perché la sua concorrente è stata la Le Pen. La mancanza di almeno uno di questi tre elementi avrebbe fatto venire meno la sua grande fortuna di ieri.

Quello che mi preoccupa, invece, è il fatto che circa un terzo dei francesi vorrebbe tornare nel XX secolo. Non le presunte tendenze verso la xenofobia o il razzismo — Jean Marie Le Pen è stato cacciato dal partito proprio per liberare il «Fronte Nazionale» da quelle due caratteristiche — ma la concezione arcaica dell’interesse nazionale che c’è nelle teste delle persone. I giornalisti e i politici europei non sono in grado (lo in base a quello che vedo) di spiegare i vantaggi di un mondo aperto rispetto a quello chiuso. Probabilmente non ci sarei mai riuscito nemmeno io. Anche se posso provare a farlo con qualche esempio elementare.

Immaginate Tizio che spende 10.000 euro all’anno per mantenere una macchina di proprietà (per esempio una Fiat Panda del 1988) e Caio che spende 5000 euro all’anno per nolleggiare tutte le macchine che gli piacciono e solo quando realmente gli servono (che ne so: Audi, Range Rover, Volvo etc). Ecco, circa un terzo dei francesi hanno dichiarato di volere passare tutta la loro vita con una Peugeot marcia del 1972. E so che una determinata quantita degli italiani vorrebbe passare tutta la vita sempre con la stessa Panda del 1988 funzionante per miracolo.

Che tristezza.


Giovani, imparate!

Cosa ci insegna il primo turno delle elezioni presidenziali francesi? A noi per ora nulla.

Ai più giovani, però, da una lezione importante: ragazzi, provateci con le vostre insegnanti del liceo. Se va male, al massimo sarà lei ad andare in galera. Se va bene e – seconda condizione – un giorno finirete in politica, la gente vi voterà e vi commenterà facendo più attenzione ai vostri fatti personali familiari che alle solite qualità politiche.

Ecco, per ora non c’è altro da dire sul primo turno delle presidenziali francesi. Tutte le possibili analisi che leggo e sento in questi giorni scivolano presto nelle bassezze di fronte alle quali pure la Le Pen è un esempio della serietà.


Votate il ritrattista

Le idee e i valori, buoni o cattivi che siano, se ne vanno. I ritratti, invece, restano. La morale: alle prossime elezioni (o referendum) votate un ritrattista.

Oppure trasferievi in Corea del Nord: il rispetto delle tradizioni ormai c’è solo lì…


La pseudo protesta

Si sa che ogni avvenimento ha una sua continuazione.
Probabilmente non tutti se ne rendono conto, ma troppo spesso leggiamo delle notizie la cui continuazione ci rimane per sempre ignota: semplicemente perché qualcuno decide che non più il caso di trattare l’argomento visto che la gente è ormai interessata ad altre cose.
In realtà molto spesso le persone si pongono la domanda «ma quella storia come è andata a finire?»

Così, io oggi ho deciso di scrivere anche della «continuazione delle proteste del 26 marzo» che secondo molti si sarebbe tenuta in Russia ieri, il 2 aprile.

Ebbene, per ora non c’è stata alcuna continuazione attiva delle proteste del 26 marzo. Semplicemente, alcuni provocatori (ancora ignoti) hanno diffuso su Internet degli inviti semi-anonimi a ripetere la manifestazione di fine marzo. Nessuna organizzazione politica di opposizione ne era coinvolta, ma alcuni (per fortuna pochi) deficienti ci hanno cascato e sono andati a «manifestare». Casualmente, c’era una quantità notevole dei poliziotti ad aspettare proprio loro.

Di conseguenza, se avete letto o sentito degli arresti avvenuti ieri in Russia, sappiate che questa volta con il pretesto di catturare «gli organizzatori della manifestazione non autorizzata» sono stati arrestati alcuni sfigati senza cervello.
È tutto qui.


Navalny e il 26 marzo

Probabilmente negli ultimi giorni nel mondo sono successi troppi pochi grandi eventi. Non ho ancora elaborato altra spiegazione al fatto che molti mass media italiani (e di conseguenza molte persone che conosco) si sono finalmente accorti della esistenza di Aleksej Navalny.

Ho scritto pochissimo di egli nel passato e non so quando inizierò a nominarlo con più frequenza nei miei post in futuro perché per ora lo considero un fenomeno di importanza interna e molto limitata. In più, non condivido del tutto il suo programma politico (in alcuni argomenti sembra un socialista). Anche se riconosco che al giorno d’oggi è l’unico personaggio pubblico russo che merita di essere definito come un politico. Infatti, in Russia le persone che autodefiniscono «politici» si dividono in due categorie:

1) Quelli che governano sono più funzionari che politici perché sono tutti in qualche modo nominati dall’alto (a volte tramite elezioni fittizie come i parlamentari) per svolgere i compiti dati dall’alto;

2) Quelli di opposizione che occasionalmente si presentano alle elezioni senza però fare una campagna elettorale seria perché, a loro dire, «è inutile perché tanto ci rubano i voti». Passano la maggior parte del loro tempo a ripetere il mantra «Putin è cattivo, deve andare via».

In una situazione del genere Navalny appare come un fenomeno straordinario. Prima di tutto ha un programma: di dubbia qualità e a volte superficiale, ma almeno si è sbattuto di formularlo. Partecipa in modo serio alle elezioni e ottiene dei risultati che gli altri «politici di opposizione» non avrebbero mai sperato di ottenere. Crea dei sensibili disagi al potere tramite alcune sue ONG (le più note e efficienti sono quelle contro la corruzione e contro l’inattività delle amministrazioni locali nella gestione dei territori). Periodicamente compare tra gli organizzatori delle manifestazioni di protesta.

L’ultima manifestazione, quella della domenica 26 marzo è stata particolarmente interessante non per l’ennesimo arresto di Navalny (viene arrestato o fermato praticamente a ogni manifestazione).

La manifestazione del 26 marzo è interessante perché per la prima volta è stata prevalentemente giovanile. Infatti, di solito alle manifestazioni di protesta partecipano le persone tra i 30 e i 60 anni e con delle idee politiche ben formulate. Questa volta invece, la maggioranza del pubblico abituale non si è presentata a causa della preoccupazione per la propria sorte: la manifestazione non era autorizzata dalla Amministrazione di Mosca (la mania della opposizione di obbedire alla legge e chiedere ai governanti il permesso di protestare contro essi è un’altra stranezza russa). Navalny aveva invitato la gente a partecipare nonostante la mancata autorizzazione e ha raggiunto un risultato che non so quanto era premeditato. Cosa fa un tipico giovane quando legge «è vietato»? Se non è un down zombizzato, fa esattamente ciò che gli è stato vietato.

Quindi la domenica 26 marzo 2017 in Russia è stata creata una nuova massa di protestanti giovani, attivi e non soddisfatti di quello che sta succedendo nel Paese: ieri hanno capito che protestare per strada è più emozionante che farlo su Facebook.

Ci sono delle situazioni in cui protestare è giusto.


Festa anche per noi

In Olanda il partito VVD del premier Mark Rutte ha mostrato il risultato migliore alle elezioni di ieri: 21,2% dei voti corrispondenti ai 33/150 seggi. Il partito PVV di Geert Wilders è secondo con 13,1% dei voti (20 seggi): nonostante tale risultato sarà sicuramente escluso dalla coalizione di governo.

Dopo la dimostrazione della inadeguatezza professionale dei sondaggisti emersa nelle occasioni del Brexit e del «great again», finalmente vediamo concretizzarsi una piccola speranza nella salvezza di questo mondo.

Non abbiamo però avuto l’ennesima conferma del fatto che le società benestanti sono meno vulnerabili al populismo. Non l’abbiamo avuto perché un Governo liberale è riuscito a battere i populisti proprio sul loro campo: vietando al regime turco di dubbia qualità di fare propaganda su un pezzo, seppur molto limitato, dell’Europa.

I fatti concreti, sensati e utili possono vincere ancora sulle parole. Festeggiamo questo fatto, visto che non dipendiamo direttamente dal risultato delle elezioni olandesi.


Crowdfunding à la Le Pen

Non so di preciso quanto se ne sia parlato in Italia, ma due giorni fa Marine Le Pen dichiarò che l’annessione della Crimea da parte della Russia «non è illegale».

In termini puramente giuridici non è una tesi del tutto sbagliata, considerando che il diritto internazionale si basa su due principi che si escludono a vicenda: l’integrità degli Stati e l’autodeterminazione dei popoli. Ma lo studio serio della annessione in questione merita di essere esposto in un testo a parte: un testo ben più lungo di un post da blog. Per il momento mi limito a ricordare che dal punto di vista politico l’annessione della Crimea è stata una porcata colossale.

Oggi vediamo perché la candidata alla Presidenza francese ha deciso di a) fare una affermazione pubblica sulla Crimea e b) fare tale affermazione proprio ora.

Ebbene, ha deciso di farla ora proprio perché si è candidata alla Presidenza francese. Come molto probabilmente sapete, la campagna elettorale di un politico comporta delle notevoli spese. Affrontare tali spese dopo avere incassato già anni fa il rifiuto di tutti i potenziali grandi sponsor francesi ed europei è quasi impossibile. Quindi bisogna per forza svestire un po’ la propria reputazione e mettersi in una bella posa sul bordo di una tangenziale della politica internazionale. In questo modo, molto probabilmente, i soldi arrivano dalla stessa generosa fonte del 2015.

Non sono convinto al 100% che il trucco funzioni. Ma ripeto quello che dico da alcuni anni. L’URSS finanziava i partiti (e Governi) di sinistra di tutto il mondo, mentre la Russia contemporanea finanzia quei politici di destra o sinistra che sono disposti a continuare l’opera dell’indebolire la posizione unitaria dell’Occidente su alcuni principi-base.


Non imitatelo

A giudicare da quello che dicono e scrivono gli italiani, quasi nessuno si è accorto di un fatto piuttosto grave: a buttare nel cesso una delle più importanti riforme italiane degli ultimi anni è stato proprio Matteo Renzi.

Il suo errore colossale sta nell’aver politicizzato il referendum con la frase «se vince il no, io mi dimetto» (aveva addirittura promesso di ritirarsi dalla politica, ma questa ultima promessa è verificare nel tempo). Ma era troppo facile prevedere che dopo queste parole tanti partiti di opposizione diversi dal suo si sarebbero approfittati della occasione per far cadere il Governo. Sì, si tratta di una delle occasioni meno opportune per chi è capace di ragionare sul futuro nel lungo termine. Sì, questo comportamento illustra bene quanto è basso il livello della responsabilità dei politici italiani nei confronti delle generazioni future. Sì, sappiamo anche che una delle funzioni principali di un qualsiasi politico è quella di lottare per il potere.

Ecco, abbiamo avuto l’ennesima conferma che a molti politici italiani interessa il potere in sé. Il potere da conquistare bloccando anche le versioni più timide delle riforme necessarie per il buon funzionamento dello Stato. Quindi i personaggi in questione hanno fatto di tutto per convincere gli italiani che la reale domanda del referendum sia «Vogliamo Renzi al Governo?».

Inoltre, abbiamo avuto l’ennesima conferma che il gregge degli elettori senza cervello è sempre pronto e addirittura felice di sostenere nella lotta per il potere proprio i politici di cui sopra. Ovviamente non rendendosi conto di aiutare proprio quei politici che fino al giorno prima loro stessi accusavano di volere solo il potere. Bravi! Ci vorrebbe un applauso…

Matteo Renzi ha buttato nel cesso anche la possibilità di entrare nella storia come un grande riformatore italiano. Entrerà invece nella storia solo come il premier di un Governo di destra-sinistra. E, magari, per essere stato vittima di un vecchio vizio della politica italiana: quello di affidare l’approvazione di ogni questione minimamente importante al voto di fiducia. Beh, almeno può accontentarsi dei manuali di scienza politica dove farà da esempio su come non si presentano al giudizio popolare le riforme costituzionali.