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Il nuovo meme

E poi, tra qualche anno, molta gente si sforzerà di capire da quale film provenga il nuovo meme:

Ah no, c’è già l’AI a spiegarci tutto.
In ogni caso, la nuova immagine-base mi sembra facilmente utilizzabile in tante situazioni.


Gli Oscar 2026

Dei film premiati quest’anno con gli Oscar per ora ne ho visti solo due e sicuramente ne vedrò un altro preciso, mentre tutti gli altri per ora non mi ispirano…
Più in dettaglio: del film «Mr. Nobody Against Putin» ho già scritto ieri, mentre del «One Battle After Another» posso constatare, con tanto stupore, che è film più incompreso dal pubblico della storia: sento parlare tanto della trama e della fotografia e noto che nessuno si è accorto che si tratta di grande satira cinematografica. In sostanza, Paul Thomas Anderson ha preso in giro il cinema degli ultimi trent’anni (i suoi contenuti, i suoi metodi e pure i suoi spettatori), lo ha fatto in un modo ancora più grottesco di Tarantino, mentre la gente non se n’è accorta e continua a discutere del film con dei toni molto seri! Mah…
Nel frattempo, l’agenzia statale russa RIA Novosti al termine della cerimonia ha pubblicato un articolo intitolato «I vincitori degli Oscar 2026», in cui ha descritto brevemente lo svolgimento della cerimonia, ha riferito che quest’anno c’erano 24 nomination e ha pubblicato l’elenco quasi completo dei vincitori: si è «dimenticata» di indicarne solo uno, indovinate quale.
Mentre io ho visto, su Facebook, dei personaggi un po’ particolari che si sono lamentati del fatto che il vincitore per il miglior documentario non avrebbe menzionato l’Ucraina nel proprio discorso durante la cerimonia. Chissà se hanno sentito almeno qualcosa del film per il quale è stato premiato.
Sean Penn, intanto, ha preferito fare un nuovo viaggio in Ucraina anziché presentarsi alla cerimonia degli Oscar (dove ha vinto il proprio terzo Oscar).
Insomma, non ho seguito la cerimonia, ma mi sono comunque divertito.


Se non siete ciechi, sordi o completamente scollegati dalla realtà, allora avrete sicuramente già sentito parlare del film «Mr. Nobody Against Putin» («Мистер Никто против Путина», regia di Pavel Talankin e David Borenstein, 2025). In alcune fonti in lingua russa il titolo appare anche come «Господин Никто против Путина» («Il signor Nessuno contro Putin»), ma non c’è da dubitare: si tratta dello stesso film. Io l’ho visto già all’inizio di febbraio, ma ho rimandato la pubblicazione di questo commento fino a oggi – il giorno successivo alla cerimonia degli Oscar. A prescindere dal risultato della premiazione (il film era nominato all’Oscar come miglior documentario lungometraggio e ha vinto, il che mi rende molto felice), «Mr. Nobody Against Putin» è un film che vale la pena vedere e discutere, sia ora che in futuro.
Per cominciare, una piccola formalità: qualche informazione generale sul film. Pavel Talankin, insegnante organizzatore e videografo scolastico della cittadina industriale di Karabash, negli Urali, ha filmato per un anno e mezzo scolastico – da febbraio 2022 a maggio 2024 – il progressivo rafforzamento della propaganda militare nella sua scuola. A volte lo faceva di nascosto, altre volte con il pretesto di svolgere i suoi normali compiti di lavoro. Nell’estate del 2024 Talankin ha lasciato la Russia portando con sé tutto il materiale girato (in realtà aveva già pensato di dimettersi dalla scuola subito dopo l’inizio della grande guerra in Ucraina, ma poi gli è venuta l’idea di realizzare un film). Dopo la partenza, insieme al regista americano David Borenstein, che vive in Danimarca, ha montato questo documentario.
Credo che tutto ciò sia ormai abbastanza noto. Passo quindi alle mie impressioni dopo la visione del film.
Innanzitutto, «Il signor Nessuno contro Putin» è allo stesso tempo un film documentario e profondamente personale.
Documentario – per motivi evidenti e già citati: l’autore ha ripreso con la telecamera varie «lezioni sulle cose importanti» (lezioni di «patriottismo» a favore di Putin e della guerra), le cerimonie di ingresso nella Junarmija (l’organizzazione giovanile militar-patriottica), le registrazioni di messaggi per i «combattenti», l’incontro degli studenti con membri del gruppo Wagner, le riunioni degli insegnanti, l’intervista con un insegnante di storia apertamente «di partito», le conversazioni con gli studenti e così via.
Personale – perché l’autore delle riprese racconta anche qualcosa di sé e del proprio atteggiamento verso la guerra, verso la militarizzazione della scuola e verso gli studenti e i concittadini che hanno «accettato» la guerra (mostrando anche il suo addio alla patria attraverso il saluto alla madre, mentre nasconde a entrambi i suoi veri piani di partenza). A qualcuno i monologhi dell’autore sono sembrati artificiali, come se fossero stati preparati apposta per il film; ma anche se fosse veramente così, non ci vedo alcun problema: l’autore non ci ha mai promesso di essere un osservatore imparziale. Ha semplicemente raccontato la cronologia delle proprie azioni e dei propri pensieri, senza rubare tempo sullo schermo a quelle immagini e a quelle parole per le quali lo spettatore si è seduto a guardare il suo film.
In secondo luogo, dal punto di vista puramente tecnico il film appare un po’ amatoriale. Si vede chiaramente che Talankin ha usato telecamere economiche (erano quelle della scuola) e che spesso non aveva la possibilità di registrare bene l’audio. Ma per delle riprese semi-clandestine è assolutamente normale. D’altronde ciò che interessa veramente è il contenuto: e da questo punto di vista il film funziona molto bene.
In terzo luogo, la parte strettamente documentaria è filmata, montata e commentata senza toni sensazionalistici. Tuttavia, proprio per questo fa paura e mette tristezza, in modo molto umano: per il modo in cui il tempo degli studenti russi viene speso in attività inutili, disumane e basate sulla menzogna. Non sembra che tutti recepiscano la propaganda nello stesso modo, ma qualche traccia nella mente di tutti rimane. L’unica cosa che dà un minimo di sollievo è che molti insegnanti incaricati di organizzare queste attività propagandistiche lo fanno in modo meccanico, goffo, con errori perfino ridicoli – e una propaganda del genere uno normale studente adolescente può solo prenderla in giro. Ma qui rischio di mettermi a raccontare troppo della trama…
In quarto luogo, il film appare realmente come una forma molto pericolosa ma importante e interessante di protesta individuale contro questa guerra. L’autore non si abitua alla guerra e non la dimentica come se fosse qualcosa di lontano dalla propria casa. È impegnato in un lavoro, ha un obiettivo concreto – e questo lo aiuta a non impazzire nella situazione attuale. Una persona che si chiede «che cosa posso fare?» e che allo stesso tempo comprende di non essere in grado di avvicinare la fine della guerra, semplicemente documenta i crimini che avvengono proprio intorno a lui. Un giorno questo lavoro sarà molto utile: forse non necessariamente in tribunale, ma magari per la storia o per la futura denazificazione del Paese che ha iniziato questa guerra criminale.
In generale, considero «Il signor Nessuno contro Putin» un film importante e interessante da vedere. Anche se è montato chiaramente pensando a un pubblico occidentale più ampio (e non tanto a quello russo).

Grazie a Pavel Talankin per queste immagini uniche, per la protesta e per il coraggio. Quello che ha fatto lui, gli altri non hanno nemmeno provato a farlo. Oppure, all’inizio del quinto anno di guerra, semplicemente non sappiamo ancora di questi tentativi?


Gli Oscar 2025 mi hanno sorpreso

Dopo aver letto della cerimonia degli «Oscar» 2025 mi sono sentito in dovere di rivelare una informazione socialmente utile, una informazione che potrebbe salvare un po’ di salute mentale e prezioso tempo vitale a molte persone appassionate del cinema.
Ebbene, il film «Anora» è un film quasi del tutto idiota su russi in gran parte stereotipati negli USA. In più sembra un film artigianale concepito e realizzato all’inizio degli anni ’90 da gente che non si capisce come c’entra con il mondo del cinema.
Io l’ho visto già alla fine dell’anno scorso per pura curiosità, perché mi ero chiesto cosa avessero potuto produrre nel 2014 gli americani su un argomento che nel cinema in generale sembra infinitamente fuori moda: «i russi ricchi e cattivi in America». In pratica, ho visto un film, i primi 2/3 del quale sono fatti di un caotico movimento erotico / alcolico di protagonisti per nulla interessanti e/o realistici. Solo nell’ultimo terzo del film diventa un po’ più rilevante il peso dei personaggi secondari (gli unici interessanti di tutto il film) e la trama inizia ad avere un senso (e la vera avventura). Alla fine del film, poi, c’è la ricaduta di stile: improvvisamente, gli autori avevano deciso di provare a trasformarlo in una specie di tragedia della prostituta convinta che l’adolescente con i soldi al posto del cervello l’avesse sposata per amore…
Non sono assolutamente sicuro che nessuno di voi sappia impiegare meglio 136 minuti della propria vita, quindi non vi faccio nemmeno sprecare tempo per la lettura di un lungo post dedicato a questo film (in russo ne ho scritto più in dettaglio solo perché in «Anora» compaiono alcuni attori russi famosi e realmente bravi). Certo: se mi arriva qualche richiesta esplicita, ne scrivo più in dettaglio, ma per ora mi limito a pubblicare questo avviso.

Gli Oscar-2025 hanno saputo sorprendermi!


Oscar 2024

Come al solito (o quasi), pure quest’anno mi sono dimenticato la data della cerimonia degli Oscar… Ma non è ancora troppo tardi per recuperare.
Non so se vedrò mai i pluripremiati «Oppenheimer» e «Killers of the Flower Moon»: di solito vedo i film il venerdì sera, dunque guardando uno di quei due rischio seriamente di addormentarmi più o meno a metà, dopo le prime  cinque  due ore. Però posso esprimermi, almeno brevemente, su alcuni altri film coinvolti nella premiazione di quest’anno.
«The Zone of Interest» (2 Oscar) è uno dei migliori film che ho visto negli ultimi anni. Avrei potuto scrivere solo della «banalità del male», ma aggiungo che il film aiuterà a ricordare che nessuno dei personaggi peggiori di questo mondo fa il male con l’intenzione ben formulata e compresa di fare il male: il problema sta nel fatto che vede il bene, il dovere, la giustizia, la bellezza e tante altre cose positive in un modo diverso dal nostro. Il film riesce a parlarne con la massima chiarezza senza ricorrere ad alcun tipo di «scene forti» (anche se Sandra Hüller in alcune scene esagera un po’). E, soprattutto, questo film non parla solo del passato, ma pure del presente.

«Anatomy of a Fall» (1 Oscar) è un film bello nel suo contenuto, ma esageratamente Continuare la lettura di questo post »


Uno dei candidati all’Oscar

Il documentario «20 Days in Mariupol» del regista ucraino Mstislav Chernov – che racconta i primi giorni della invasione russa dell’Ucraina – è stato candidato all’Oscar nella categoria Miglior documentario.
Non lo scrivo per comunicarvi una notizia che sicuramente conoscete già da voi.
Lo scrivo per dire che si tratta di uno dei pochissimi casi in cui sarò contento per una premiazione perfettamente politicizzata. Il film in questione è sicuramente interessante dal punto di vista storico (dunque è un documentario utile e importante), ma non sono competente per confrontarlo con i concorrenti. So solo che la sua premiazione in questo momento storico sarà molto utile alla causa ucraina…


L’Oscar 2023

Mi ero quasi dimenticato che la premiazione dell’Oscar 2023 dovesse avvenire proprio la notte passata… Ma è stato impossibile non essere informato dei risultati. Quindi oggi scrivo molto brevemente di quattro film coinvolti in questa edizione del premio.
Prima di tutto faccio i miei complimenti agli autori del documentario «Navalny»: la loro vittoria è la giusta premiazione di un lavoro fatto al momento giusto. È una vittoria molto importante anche per il protagonista del film: perché alimenta l’attenzione proprio nel momento storico in cui ne ha più bisogno. Non è stata sprecata l’occasione di fare una premiazione politicizzata che non infastidisce. N.B.: sul palco erano presenti la moglie e i figli di Alexey Navalny.

L’evento per me più incomprensibile è la pluri-premiazione del film Continuare la lettura di questo post »


“Navalny” nominato all’Oscar

Ho letto ieri che il film «Navalny» – realizzato da Daniel Roher per HBO – è stato ufficialmente nominato all’Oscar 2023 nella categoria «miglior documentario». Non sono in grado di dire quanto sia probabile la vittoria (anche perché ci sarebbe almeno un concorrente molto forte: «All the Beauty and the Bloodshed»), ma in realtà volevo solo constatare una cosa legata al cinema in un modo collaterale.
Un premio cinematografico come l’Oscar dipende sempre molto dalla moda. Dalla moda per certi argomenti del momento, per certi Stati, società o culture. Quest’anno, per esempio, c’è la moda dell’argomento del «dopo Putin», anche se esso non è ancora stato formulato in chiari termini. Ma è sicuramente molto atteso, dunque presumo che indipendentemente dai risultati della premiazione il film avrà la sua vittoria fondamentale: quella del numero delle visioni.
Mentre per ora so già che una persona ben determinata ha ricevuto un nuovo segnale: una indicazione su chi viene realmente sostenuto, appoggiato e seguito dal mondo civile. Sono sicuro che si tratta di un segnale molto fastidioso.


La partenza dell’Oscar

La popolazione mondiale è talmente stanca delle restrizioni anticovidiche che sta aspettando la prima occasione utile per partire verso una qualsiasi destinazione. Pure la cerimonia degli Oscar si è tenuta, nell’attesa, in una stazione ferroviaria…
Vabbè, in realtà l’assegnazione di un qualsiasi Oscar – ma soprattutto di quelli principali – costituisce troppo spesso un anti-criterio. Le scelte della Accademia, infatti, in molte occasioni dipendono troppo dalla moda del momento e non dai parametri puramente culturali (negli anni passati abbiamo visto premiare certi film solo perché andava di moda l’attenzione verso, per esempio, la Siria o la Corea del Sud). Anche per questo motivo i film premiati e i film rimasti nella memoria degli umani molto spesso appartengono a due insiemi diversi.
Detto ciò, riconosco che tra i premiati principali di quest’anno ho per ora visto solo un film («Mank», il quale secondo me ha preso gli unici premi possibili perché sembra essere un film banalmente descrittivo) e intendo vederne altri due («The Father» e «Nomadland»).
Dei film non premiati ho visto «The Trial of the Chicago 7» (merita di essere visto e rivisto!) e intendo vedere «Sound of Metal».
Gli altri film non mi spirano tanto già da come vengono descritti…
In ogni caso, penso che già con il materiale selezionato si possa confermare o smentire anche quest’anno la mia teoria di cui sopra.


Il razzismo cinematografico

Come avrete già letto, sul sito ufficiale dell’Oscar è stato pubblicato un documento interessantissimo: «Academy establishes representation and inclusion standards for Oscars® eligibility». In sostanza, si tratta di una lista degli standard che dovranno essere rispettati dai film per essere nominati al «miglior film».
A partire dal 2024 i film, per essere nominati, dovranno obbligatoriamente rispettare almeno due dei quattro punti per ogni criterio. Mentre nel 2022 e nel 2023 i creatori di tali film dovranno solo compilare una form ai fini statistici.
Prima di tutto vediamo questi criteri:

Almeno uno degli attori principali o attori di supporto significativi che provenga da un gruppo etnico sottorappresentato:
• Asiatico
• Ispanico / Latinx
• Nero / afroamericano
• Indigeno / nativo americano / nativo dell’Alaska
• Mediorientale / Nordafricano
• Nativo hawaiano o altro isolano del Pacifico
• Altra etnia sottorappresentata
Almeno il 30% di tutti gli attori in ruoli secondari e più secondari che provenga da almeno due dei seguenti gruppi sottorappresentati:
• Donne
• Gruppo razziale o etnico
• LGBTQ+
• Persone con disabilità cognitive o fisiche, non udenti o ipoudenti
Una trama che sia incentrata su un gruppo sottorappresentato:
• Donne
• Gruppo etnico
• LGBTQ+
• Persone con disabilità cognitive o fisiche, non udenti o ipoudenti

Ovviamente, manca il criterio della alta qualità del film. Ed è altrettanto ovvio che prima o poi l’applicazione dei suddetti criteri verrà estesa anche alle altre categorie di premiazione. Perché non c’è il limite alla stupidità umana. A quella stupidità che ha portato l’amministrazione dell’Oscar a produrre, senza rendersene conto, un regolamento estremamente razzista. Razzista perché, per esempio, stabilisce i criteri di conformità proprio alla razza, il colore della pelle e altri aspetti fisici e fisiologici.
La prima cosa che potremmo fare a questo punto è fare gli auguri a tutta l’industria cinematografica statunitense.
La seconda cosa che possiamo fare è chiederci del futuro professionale e finanziario di tutti quei sceneggiatori e registi che non possono o non vogliono realizzare i film sui trans omosessuali sordomuti ghanesi.
La terza cosa che possiamo fare è fare gli auguri — questa volta sul serio — all’industria cinematografica europea. Perché, qualora i suoi protagonisti dovessero mantenere una migliore salute mentale rispetto ai colleghi statunitensi, in pochi anni vedremo crescere notevolmente il prestigio e la popolarità dei festival (e/o concorsi) cinematografici europei. Allo stesso tempo, potrebbe migrare in Europa anche la produzione dei film i cui autori non hanno come l’unico obiettivo la soddisfazione delle regole  del caz  assurde.
P.S.: certamente, mi rendo conto del fatto che i premi culturali di ogni genere (cinema, letteratura etc.) vengono spesso assegnati non solo in base alla qualità dell’opera, ma anche in base alla moda del momento. Possono essere di moda gli argomenti, i Paesi di produzione o gli autori. Ma l’adozione di una regola formale già per la fase di preselezione è una cosa più che esagerata.