Ieri, in occasione del secondo anniversario dell’omicidio di Alexey Navalny nel carcere russo, 15 Paesi del mondo – Australia, Gran Bretagna, Germania, Repubblica Ceca, Danimarca, Canada, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Polonia, Finlandia, Estonia – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta (il testo è pubblicato sul sito web del Ministero degli Affari Esteri tedesco).
Oltre al fatto ormai evidente a tutti da due anni, ovvero che la responsabilità della morte del politico detenuto in un carcere russo «ricade esclusivamente sulle autorità russe» (una scoperta rivoluzionaria!), gli autori della dichiarazione hanno scritto altre due cose piuttosto strane. In primo luogo, chiedono che venga condotta «un’indagine approfondita e trasparente» sulle circostanze della morte di Navalny, tenendo conto delle ultime informazioni secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato con l’epibatidina. A chi lo chiedono? Allo Stato russo attuale? Mah…
In secondo luogo, gli autori della dichiarazione hanno chiesto il rilascio di tutti i prigionieri politici in Russia: secondo i dati della organizzazione russa «OVD-Info», attualmente sono più di 1700 le persone detenute in Russia per motivi politici. Questa è una parte del testo molto più utile. Se si riuscirà a scambiare (lo scambio è l’unico modo attuale per liberarli dalle grinfie di Putin) un altro numero di prigionieri politici russi, alcuni dei quali da tempo affetti da gravi problemi di salute, sarà solo grazie alla volontà dichiarata ad alta voce da entrambe le parti. La liberazione dei prigionieri politici è sempre una cosa positiva.
Nel frattempo, l’aspetto positivo più importante della suddetta dichiarazione è che i Governi di molti Paesi non dimenticano l’esistenza degli oppositori di Putin all’interno della Russia e comprendono almeno in parte i rischi legati alle loro attività di protesta.
L’archivio del tag «navalny»
Domani sarà il secondo anniversario dell’omicidio di Alexei Navalny. Il video di oggi è dedicato a quella data. Probabilmente non scoprirete nulla di nuovo, ma chi lo sa?
Lunedì il portavoce putiniano Dmitry Peskov tornerà al lavoro e ci racconterà che Navalny ha semplicemente mangiato di nascosto una rana sudamericana mentre passeggiava nel cortile della prigione artica.
Il tribunale municipale della città russa di Salekhard ha archiviato il ricorso presentato da Lyudmila Navalnaya, che chiedeva l’apertura di un procedimento penale per l’omicidio di suo figlio Alexey Navalny nella colonia penale (16 febbraio 2024). Archiviando il ricorso, il giudice ha affermato che il rifiuto di avviare il procedimento «non pregiudica i suoi [di Lyudmila Navalnaya] diritti e interessi».
Voi potreste stupirvi, mentre io ormai sono abituato a questa logica adottata dal giudice russo. La logica secondo la quale, per esempio, doveva essere Alexey Navalny a presentare il ricorso.
Ieri, il 16 febbraio, era il primo anniversario della uccisione di Alexey Navalny. In diverse città della Russia e del mondo si sono svolte delle manifestazioni popolari dedicate a tale data: stranamente non hanno avuto delle conseguenze per i partecipanti nemmeno in Russia.
Nel presente post volevo solo mostrare alcune delle foto dal cimitero moscovita «Borisovskoe» dove si trova la tomba di Navalny.

Le persone venute per onorare la memoria di Alexei Navalny si sono recate al cimitero di Borisovskoe fin dalle prime ore del mattino. Alle nove sono arrivate le auto delle ambasciate degli Stati esteri, facilmente identificabili dalle loro bandiere. Si sentiva parlare in lingue straniere. I diplomatici sono stati tra i primi a deporre fiori e a mettere note sulla tomba, in diverse lingue. All’inizio la tomba era abbastanza libera, le persone potevano stare vicino ad essa e pensare.

Per lo più tutti portavano fiori. Al mattino, le persone temevano di essere trattenute e andavano al cimitero nascondendo i fiori nelle loro borse, ma poi hanno Continuare la lettura di questo post »
Il martedì 12 novembre a Lisbona è stato inaugurato un monumento dedicato a Alexey Navalny. È una pietra con il nome, le date della nascita e della morte e la scritta «Non mollare mai» in tre lingue. Si trova a cento metri dall’edificio dell’ambasciata russa, in via Visconde de Santarém, 71. Eccolo:

Dal punto di vista puramente artistico – ma anche commemorativo – mi sembra un formato di monumento interessante. Infatti, assomiglia lontanamente alle cosiddette «pietre d’inciampo»: compatto e capace di stimolare l’interesse, dedicato pur sempre a una persona concreta. Allo stesso momento, è una via di mezzo tra un monumento tradizionale e una targa commemorativa su un muro (la quale, però, per tradizione avrebbe dovuto essere messa in un luogo in qualche modo legato alla vita del personaggio ricordato).
In generale, direi che si potrebbe prendere l’esempio e creare molti monumenti del genere in giro per il mondo, lasciando il formato del monumento classico ai personaggi di importanza più universale, «planetaria».
Non so se lo sapete (e non so se tutti sono interessati a saperlo), ma per il martedì 22 ottobre è programmata l’uscita – contemporaneamente in 36 Stati del mondo – del libro di memorie di Alexey Navalny (non è necessario raccontare chi sia stato e perché non c’è più). La scrittura del libro era iniziata nel 2020, quando Navalny si stava sottoponendo alle cure in Europa, dopo il tentato avvelenamento con il novichok. Ma avendo per ora letto solo alcuni frammenti resi noti in anticipo, non volevo parlarvi del libro. Il pretesto del post odierno è un’altra lettura.
Pochi giorni prima della pubblicazione delle memorie di Navalny, la sua vedova Yulia Navalnaya ha rilasciato una grande intervista al quotidiano britannico The Times, nel corso della quale, tra le altre cose, aveva detto «Non auguro a Putin di morire. Voglio che finisca in una prigione russa».
Ebbene (ebbene?), finire in una prigione russa di oggi è peggio di morire: significa trovarsi in una struttura (e, spesso in un clima) fisicamente inadeguata alla vita umana ed essere torturato quotidianamente dalla maggioranza delle guardie e dalla maggioranza degli altri detenuti che non si preoccupano (gli esponenti di entrambe le categorie) della vostra vita e personalità. Ma non sono assolutamente sicuro che Putin, una volta finito in una carcere russa (se per qualche miracolo dovesse succedere), sarà messo nelle condizioni comuni dalle guardie penitenziarie che proprio a lui devono tutto: il lavoro, lo status dei padroni della vita, delle certezze sul proprio futuro… So che Putin ha paura della presenza fisica delle altre persone nelle sue vicinanze e degli ambianti non sterilizzati ma, comunque, penso una carcere russa (quella attuale, ovviamente) per lui sarebbe un grande regalo.
Io, personalmente, gli auguro la sorte di Gheddafi, anche ritengo poco probabile pure questa opzione.
P.S.: il libro menzionato all’inizio del post è «Patriot», pubblicato dalla casa editrice Knopf. Uscirà anche in italiano.
Il media The Insider scrive di avere ottenuto l’accesso a «centinaia» di documenti ufficiali relativi alla morte del politico Alexey Navalny: a giudicare da quei documenti, «le Autorità hanno volutamente rimosso dai documenti i riferimenti ai sintomi che non corrispondevano alla versione ufficiale [ufficialmente pubblicata]».
In particolare, The Insider ha pubblicato le copie di due versioni della risoluzione sul rifiuto di avviare un procedimento penale, firmata dall’investigatore Alexander Varapaev. Entrambe le versioni del documento affermano che Navalny «ha avvertito un forte peggioramento della sua salute» e lo ha riferito all’ufficiale di servizio che lo ha portato dal cortile delle passeggiate al chiuso.
The Insider non specifica se altre «centinaia» di documenti dei quali è entrato possesso saranno resi pubblici, mentre le citazioni dei due documenti di cui sopra mi sembrano una prova un po’ povera. Allo stesso tempo, l’interpretazione di questa prova povera mi sembra credibile perché rientra nella logica degli eventi che conosciamo. Di conseguenza, non potevo non segnalarvi l’articolo di cui sopra.
Ieri, sei mesi dopo la morte di Alexey Navalny, la sua vedova Yulia ha ricevuto una sentenza che rifiuta l’apertura di un caso penale. Il documento è stato firmato dall’investigatore Alexander Varapaev: proprio quello che si era rifiutato di consegnare il corpo di Alexey alla sua madre aveva preteso che il funerale si svolgesse in segreto.
Il documento ricevuto da Yulia Navalnaya afferma che la causa del decesso sarebbe una malattia combinata e che la morte avrebbe un «carattere aritmogeno». La pressione sanguigna di Navalny sarebbe aumentata, innescando ulteriori processi che hanno portato alla sua morte. La pressione sanguigna sarebbe aumentata perché, come si legge nella sentenza, il politico soffriva di ipertensione arteriosa, che aveva già causato danni ai vasi sanguigni e agli organi.
Inoltre, il documento afferma che Navalny avrebbe avuto malattie e condizioni di comorbidità:
– pancreatite cronica
– colecistite cronica
– gastroduodenite cronica
– epatite cronica con cisti nei lobi destro e sinistro del fegato;
– osteocondrosi della colonna vertebrale lombosacrale;
– ernia del disco intervertebrale;
– protrusione posteriore del disco intervertebrale;
– sindrome radicolare;
– encefalopatia;
– sialoadenosi; sialoadenite;
– ghiandola del timo persistente;
– iperplasia prostatica benigna;
– presenza di Staphylococcus aureus e parvovirus nella trachea;
– presenza di herpes virus in entrambi i polmoni;
– presenza di herpes virus e parvovirus nella milza.
Più o meno tutte le cose elencate, come dicono i medici indipendenti dallo Stato russo, potevano e dovevano essere scoperte mentre Navalny era ancora in vita, nel corso dei vari controlli medici previsti dai regolamenti nelle varie fasi della sua vita carceraria (trasferimenti da un carcere all’altro o trasferimenti da un regime di detenzione all’altro). E dato che la lunga lista riportata sopra «salta fuori» solo ora, è logico presumere che sia stata inventata appositamente (e non in base alla autopsia) per il comunicato ufficiale fatto arrivare ai parenti di Navalny.
Insomma, sull’assassinio di Alexey Navalny non abbiamo saputo alcunché di nuovo. Abbiamo solo ricevuto la conferma che tenteranno di nascondere tutto fino all’ultimo.
Dato che in settimana c’era il primo compleanno di Alexey Navalny trascorso in sua assenza da questo mondo, sfrutto l’occasione postare pure un video che per qualche motivo non vi avevo segnalato a marzo: quello sulla partecipazione al funerale di Navalny. Con i sottotitoli in inglese:
Il video è stato realizzato dal media «Mediazona».



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