La data odierna è una delle più adatte per dedicare il post musicale del sabato ai Queen. Considerando però la larga notorietà del gruppo, mi sembra poco utile pubblicare i video delle loro canzoni più note (altrettanto poco utile è spendere il tempo e le forze per tentare di sceglierne solo due).
Per illustrare i lati purtroppo poco noti del loro valore musicale (ed è importante precisare che per i Queen intendo sempre e solo la formazione classica Mercury – May – Deacon – Taylor) ho scelto le seguenti due canzoni.
Prima di tutto la «Sail Away Sweet Sister» (dall’album «The Game» del 1980):
E poi un po’ cupa, ma allo stesso tempo fiabesca, «White Queen» (dall’album «Queen II» del 1974):
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Per il post musicale di oggi ho scelto due opere brevi del compositore russo Mikhail Glinka, scritte in seguito al suo viaggio in Spagna nel 1844.
La prima è la Ouverture 1 «Jota aragonese»:
Mentre la seconda è la Ouverture 2 «Il ricordo della notte estiva a Madrid»:
Essendo uno dei compositori russi più interessanti del XIX secolo, molto probabilmente Glinka capiterà ancora nella mia rubrica musicale.
The Alan Parsons Project è stato un gruppo anomalo già dal momento della sua nascita: è stato formato da due trentenni (Eric Woolfson e Alan Parsons) che prima di allora non avevano mai fatto una esperienza del genere (si solito si inizia a suonare e formare i gruppi con circa quindici anni di età in meno). Inoltre, il gruppo non ha mai avuto – almeno formalmente – una formazione stabile (oltre ai due fondatori). Il terzo elemento importantissimo della anomalia del gruppo è la stilistica musicale: l’utilizzo costante della orchestra e la scelta della voce più adatta per ogni singolo brano.
Nel post musicale di oggi inserisco due opere del periodo migliore del gruppo.
La prima è la «Eye in the Sky» (dall’album «Eye in the Sky» del 1982):
E la seconda è la «The Turn of a Friendly Card» (dall’album «The Turn of a Friendly Card» del 1980), cioè la canzone con la quale ho avuto la fortuna di scoprire il gruppo tanti anni fa.
È proprio vero: se ce l’hanno fatta i Kiss, c’è seranza per tutti [di diventare dei «musicisti» famosi].
Secondo me, in tutta la loro storia i Kiss hanno fatto solo una canzone bella: «I Was Made For Lovin’ You» (dall’album «Dynasty» del 1979).
E poi hanno fatto una canzone decente: «Detroit Rock City» (dall’album «Destroyer» del 1976).
Esiste pure il film «Detroit Rock City» del 1999. È classificato come una commedia, ma in sostanza è una pubblicità del gruppo lunga 95 minuti. Qualche anno fa, in un momento di particolare oscurità mentale, lo avevo pure visto. Mi rammarico tuttora per il tempo sprecato.
È da un po’ che manca la musica classica nella mia rubrica musicale. Oggi recuperiamo con qualcosa di bello, per esempio la suite tratta dalla musica del balletto «L’uccello di fuoco» di Igor Stravinskij.
Il tastierista statunitense Tony Carey fece parte – secondo il mio parere da consumatore – di una delle formazioni migliori degli Rainbow. Il leader del gruppo (un certo Ritchie Blackmore che molto probabilmente conoscete) ebbe però la mania di cambiare la formazione del gruppo con una frequenza piuttosto alta. Il protagonista del post di oggi resistette nel gruppo per oltre 20 mesi (un risultato superiore a circa la metà degli altri ex componenti del gruppo), ma alla fine venne cacciato anche egli. Anziché consolarsi con le statistiche del gruppo e, ovviamente, con le proprie capacità musicali, fece però la strana scelta di accettare la proposta di andare a lavorare in Germania. Direi che con tale mossa in termini di popolarità si è sparato a una gamba. In effetti, gli epicentri della gloria rock si trovano, per ovvi motivi, negli Stati di lingua inglese.
Pur acquistando un certo livello di popolarità in Germania, Tony Carey mi sembra quasi dimenticato dalle altre parti del mondo. Secondo me non è giusto. Di conseguenza, approfittando del suo recente compleanno (il 16 ottobre ha compiuto 65 anni) vi ricordo di egli con due sue canzoni.
La prima e «Room with a View» (scritta per il telefilm tedesco «Wilder Western Inclusive» del 1988)
Mentre la seconda è «A Fine Fine Day» (dall’album «Some Tough City» del 1984).
Ho conosciuto la musica del duo italiano «Musica Nuda» per puro caso poche settimane fa. Ed è successo quando ho sentito la loro versione molto originale della famosa «I Will Survive»:
Dovrei approfondire un po’ la mia conoscenza di ciò che suonano…
Per questa volta in qualità del secondo video metterei la loro interpretazione della «Sacrifice»:
Ca**o, mi sono ricordato che in un certo periodo – breve – della mia adolescenza mi piacevano i Kansas… Non ho una spiegazione razionale a questo fatto della mia biografia. Ma dedico comunque la edizione odierna della mia rubrica musicale a questo gruppo. Almeno per dimostrare che gli sfasamenti dovuti alla crescita di una persona vengono [quasi] sempre superati con successo.
La prima canzone scelta è «Dust in the Wind» (dall’album «Point of Know Return» del 1977):
Mentre la seconda canzone è «Carry on Wayward Son» (all’album «Leftoverture» del 1976):
Mercoledì 26 settembre decorrevano 120 anni dalla nascita del grande compositore George Gershwin.
Nonosante una vita terrestre breve (morì a 38 anni), Gershwin riuscì a lasciarci tante opere musicale di alto valore. Oggi vorrei ricordarlo con una di quelle più famose: la «Rhapsody in Blue» (al pianoforte c’è un altro genio, – e quasi un contemporaneo – Leonard Bernstein).
E aprofittiamo pure di questo pretesto per riascolatare la «Porgy and Bess».
Alla fine di luglio avevo già dedicato una puntata della mia rubrica musicale al grandissimo suonatore della balalaika Alexey Arkhipovsky. Oggi vorrei fare un altro esempio sull’utilizzo fortunato di questo strumento russo. Un esempio stilisticamente un po’ più moderno.
Non so se tra i miei lettori siano presenti degli appassionati del genere musicale «drum and bass». Io non lo sono mai stato, ma a volte trovo contagiosa la musica dell’artista russo Neiromonakh Feofan (il nome d’arte si traduce in italiano come Neuromonaco Feofan ed è un palese riferimento ironico ai ieromonaci ortodossi). Con i suoi testi, costumi e le esibizioni prende in giro il peggio della cultura pseudo-autoctona russa promossa dalla propaganda statale.
Non essendo sicuro, come ho scritto prima, del vostro rapporto positivo con il genere musicale e comprendendo l’importanza della barriera linguistica, metto un solo video (ma è bello anche da vedere). La canzone si chiama «Pritoptat» (in italiano «Calpestare»):



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