L’archivio del tag «guerra»

Ancora l’incrociatore “Moskva”

Le avventure del tristemente noto incrociatore russo «Moskva» (eliminato dall’esercito ucraino quasi due mesi fa) continuano! Più precisamente, continuano a cambiare le notizie ufficiali diffuse dallo Stato russo circa la sorte della suddetta nave.
Non so se vi sia capitato di leggerne qualcosa, ma da quando si è saputo del naufragio del «Moskva», i genitori di molti suoi marinai stanno cercando – senza successo – di ottenere alcune risposte ufficiali e precise dallo Stato russo: i loro figli «spariti» erano sull’incrociatore al momento del naufragio? che fine hanno fatto? sono morti? salvati ma imprigionati? effettivamente dispersi?.. Lo Stato non ha mai fornito delle risposte chiare.
Ma ecco che, all’inizio di giugno, la Procura della Flotta del Mar Nero ha risposto ufficialmente a una delle madri che l’unità militare 84201 (dove prestavano servizio i marinai dell’incrociatore «Moskva» affondato) è stata aggiunta alla lista dei partecipanti alla «operazione militare speciale» al fine di «assicurare la possibilità di diritti e garanzie sociali, e che l’equipaggio della nave e i suoi familiari ricevano pagamenti [previsti per legge per i famigliari dei militari russi caduti in guerra]». Nel documento non viene specificato quando, esattamente, l’unità militare sia stata aggiunta all’elenco indicato. Allo stesso tempo, Allo stesso tempo, né la Procura né il Ministero della Difesa ammettono ancora che l’incrociatore Moskva abbia mai preso parte alla guerra con l’Ucraina.
In una situazione diversa mi sarei espresso sulle capacità dei marinai russi a navigare senza alcuna nave, ma ora preferisco evitare.


Le notizie simboliche

Non ho avuto la possibilità di dedicare molto tempo a uno studio approfondito dell’argomento, mentre da quello veloce mi sembra di dedurre che la stampa occidentale non rispecchi bene una situazione «curiosa»: la guerra in Ucraina ha già diviso pure gli scienziati.
Infatti, la moria di massa di delfini nel Mar Nero viene interpretata in modo diverso dagli ecologisti russi da una parte e quelli ucraini ed europei dall’altra. Per quelli che lavorano in Russia o in Crimea occupata, i motivi sarebbero la diffusione di infezioni o di atti di intossicazione (in entrambi i casi non ben definiti). Per gli ecologisti ucraini e, per esempio, quelli bulgari il motivo sarebbe la guerra, quindi le esplosioni delle bombe e i sonar potenti delle navi militari russe (che incidono negativamente sulle capacità dell’orientamento dei delfini).
In una guerra tra gli umani i delfini – come tutti gli altri rappresentanti della fauna – non sono le vittime alle quali presterei l’attenzione principale, ma la storia in generale (delle due spiegazioni dello stesso fenomeno naturale) illustra bene i tipi dei due mondi che si sono scontrati nella guerra stessa. Il mondo della libertà con quello della non-libertà.


Il territorio occupato

Il 29 maggio l’ucraino Oleksiy Bokoch ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una mappa sulla quale è selezionato il territorio dell’Ucraina occupato dalla Russia nel periodo dal 2014 a oggi. La legenda della mappa indica che la superficie dei territori occupati è di 123.229 chilometri quadrati (il che equivale al poco più del 20% della superficie dell’Ucraina nei suoi confini internazionalmente riconosciuti, quindi dei 603.549 chilometri quadrati).
Bokoč ha anche aggiunto alla stessa pubblicazione le mappe di alcuni Stati europei, sui territori dei quali sono state selezionate le aree della stessa superficie dei 123.229 km2. Quindi possiamo vedere facilmente che il territorio ucraino occupato dalla Russia è pari a quasi la metà della Germania, a circa la metà dell’Italia o alla Svizzera e all’Austria messe insieme.
Bokoč ha commentato tutte queste mappe in inglese: «Per i miei amici europei! Tenete a mente questa zona dell’Ucraina occupata dalla Russia quando ascoltate le dichiarazioni dei vostri politici».
La mappa del territorio ucraino occupato è questa:

Mentre le mappe seguenti riportano il paragone di cui sopra:
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Il sostegno “popolare”

A volte le notizie diventano interessanti perché arrivano in coppia. Faccio subito un nuovo esempio.
La notizia N 1. In Estonia un uomo – con la cittadinanza estone e russa – ha cercato di inviare dei droni all’esercito russo. Nel testo della notizia non viene specificato quale tipo di droni e a quale indirizzo abbia cercato di inviarli. Ma è stato specificato che in Estonia il sostegno alla aggressione russa in Ucraina è punibile per legge, quindi il tipo è già stato arrestato: probabilmente resterà in prigione per un po’ di tempo. Anche se avrebbe avuto molto più senso estradarlo in Russia: per permettergli di vivere tra le creature mentalmente simili.

La notizia N 2. In Lituania gli spettatori del canale televisivo LaisvėsTV in quattro giorni hanno raccolto quasi sei milioni di euro per l’acquisto di un Bayraktar da donare all’Esercito ucraino. Andrius Tapinas – un giornalista del canale – dopo avere raggiunto un facile successo con la raccolta di una somma minore sempre a favore dell’Esercito ucraino, aveva pensato di poter riuscire a fare di più. Ha quindi contattato il ministro della Difesa lituano Arvydas Anušauskas: gli armamenti di certe tipologie non vengono vendute ai privati, mentre il ministro aveva accettato di avviare delle trattative con l’ambasciatore turco, il ministero della Difesa turco e il produttore di Bayraktars. Le trattative hanno avuto l’esito positivo e il 25 maggio il giornalista ha avuto il permesso del ministro ad avviare la raccolta dei fondi (alla quale hanno partecipato pure una casa di riposo lituana e alcuni cittadini russi).
Cosa apprendiamo dalla lettura di queste due notizie? Vediamo una nuova conferma del fatto che con l’inizio di questa guerra i sostenitori dei due mondi hanno iniziato a combattere tra loro anche fuori dai commenti su Facebook. Non è detto che sia un fenomeno nettamente negativo o positivo.


La medaglia di Muratov

Probabilmente alcuni dei lettori si ricordano che Dmitry Muratov – il caporedattore del giornale russo «Novaya gazeta» – è uno dei due vincitori del Nobel per la pace 2021. Detesto questo premio (e ne avevo già scritto più volte), ma almeno posso constatare ancora una volta che almeno l’anno scorso è finito nelle mani di una brava persona.
Infatti, all’inizio della guerra putiniana in Ucraina Muratov aveva dichiarato di voler mettere all’asta la medaglia d’oro consegnatagli nell’occasione della premiazione con il Nobel. Farlo per destinare tutti i proventi della vendita ai programmi dell’UNICEF finalizzati all’aiutare i bambini colpiti dalla guerra in Ucraina e nei Paesi limitrofi.
Da ieri possiamo dire che la dichiarazione è stata messa in pratica: come da progetto iniziale (e con il consenso della casa d’aste statunitense Heritage Auctions), l’asta è partita l’1 giugno, il giorno della Festa internazionale dei bambini. Le offerte saranno prima accettate online, mentre l’asta finale avrà luogo il 20 giugno – la data della Giornata mondiale dei profughi – presso il Times Center di Manhattan.
Potete provare a seguire l’andamento dell’asta direttamente sul sito. Purtroppo, non so proprio se qualcuno dei miei lettori sia in grado di parteciparvi attivamente…

Posso solo sperare che prima o poi, in una epoca migliore, la medaglia torni al suo vincitore. Nella storia ci sono già stati dei precedenti.


Le risorse naturali russe

Leggendo delle discussioni all’interno della Commissione europea circa l’embargo del petrolio russo, ho pensato che possa essere interessante pubblicare due cose relativamente curiose: una osservazione e una notizia.
1. Uno degli aspetti più strani (per non dire assurdi) della guerra in Ucraina è il fatto che per fornire il gas all’Europa la Russia continua a utilizzare il gasdotto che passa proprio sul territorio ucraino. Certo, tecnicamente non ci sono molte vie alternative, ma tutti — quando ci pensano — si stupiscono. E si stupiscono ancora di più quando si ricordano che in base agli accordi non disdetti la Russia deve pagare l’Ucraina per il transito del gas.
È logico tentare di evitare a finanziare l’autore della aggressione militare, ma — nonostante l’assurdità della situazione creatasi — bisogna anche ricordare delle entrate finanziarie della vittima.
2. La notizia poco ovvia, invece, riguarda la dipendenza di alcuni Stati dalle risorse naturali russe. Il giovedì 26 maggio le Ferrovie Ucraine hanno pubblicato sul proprio sito una notizia ottimistica (traduzione mia):

Al momento dell’inizio della guerra, la ferrovia aveva un avanzo record del diesel: sufficiente per 47 giorni. Dopo un calo dei volumi di traffico con l’inizio della guerra, il consumo giornaliero si è quasi dimezzato. Così, le riserve della ferrovia formate prima della guerra sono bastati per tutti e tre i mesi di guerra praticamente senza acquisti aggiuntivi.
Inoltre, le ferrovie hanno tenuto in deposito 10 mila tonnellate di gasolio provenienti dalla gestione del Ministero della Difesa. Poiché le Forze di Difesa ucraine dispongono ora di una riserva di carburante, il Governo ha permesso di utilizzare quello depositato per garantire il funzionamento stabile delle Ferrovie ucraine. Il relativo decreto n. 624 è stato adottato il 25 maggio 2022.
Questa decisione ridurrà anche la pressione sul mercato ucraino del riscaldamento, che attualmente sta vivendo una carenza di risorse.

Ecco, in Europa, purtroppo, non tutti sono così «fortunati». Per esempio, se l’embargo del petrolio russo dovesse essere introdotto, allo stato di cose attuale l’Ungheria resterebbe con zero petrolio (in sostanza dipende totalmente da quello russo): di conseguenza, la sua opposizione all’embargo non è una manifestazione di amicizia con Putin, ma una banale questione di sopravvivenza. Contrariamente a quanto pensano più o meno tutti europei comuni.


La lettura del sabato

Per questo finesettimana ho da consigliarvi un’altra lettura «curiosa»: la ricerca della «Mediazona» su quanto, da dove, verso dove e, a volte, cosa inviano i militari-saccheggiatori russi impegnati nella guerra putiniana sul territorio ucraino.
Vedendo certe immagini – negli ultimi tre mesi – sicuramente vi eravate chiesti sulla opportunità di rubare degli oggetti così banali, quotidiani, più o meno visibilmente usati. Ebbene, molti militari russi mandati a questa guerra non hanno mai visto degli oggetti di qualità simile (o, al massimo, li hanno visti in televisione). Perché quelle persone provengono dalla provincia povera, isolata e in una buona misura disperata. Di conseguenza, anche un martello usato, ma prodotto in Germania 20 o 30 anni fa a loro sembra un elemento della vita ricca. Ma sto rischiando di intraprendere la strada di un argomento molto ampio… E non vorrei distrarvi dalla lettura dell’articolo consigliato.


Boris Bondarev

Uno dei fenomeni meno comprensibili che possiamo osservare in questi giorni sulla stampa europea è l’ingenuo entusiasmo legato alle dimissioni del diplomatico russo Boris Bondarev.
Certo, in generale potremmo anche dire che ha fatto bene a manifestare nell’unico modo onesto il proprio disappunto con la politica condotta dallo Stato che si trovava a rappresentare. Ma, allo stesso tempo, non possiamo non notare che:
– ha avuto bisogno di tre mesi di tempo per accorgersi della guerra in corso;
– non si sa bene di cosa si sia occupato in concreto in questi tre mesi e nei precedenti vent’anni di carriera diplomatica;
– non si sa ancora cosa e come farà della sua vita dopo le dimissioni;
– l’unico motivo delle sue dimissioni che conosciamo è quello che risulta dalle sue dichiarazioni pubbliche;
– non si tratta di un caso unico tra tutti i dipendenti pubblici russi, ma nemmeno di una tendenza (si potrà parlare di una tendenza dopo, approssimativamente, alcune centinaia o migliaia di dimissioni avvenute in poco tempo) – per ora si può parlare di diversi casi singoli.
Dopo avere capito tutte queste cose potremmo anche tentare di essere ottimisti e dire che è meglio tardi che mai.


Un po’ di cronologia…

A volte è bello scoprire che su questo pianeta ci sono delle persone dotate della pazienza sufficiente per stilare, giorno per giorno, la cronologia dei piccoli avvenimenti accumunati da qualche elemento comune. Pensiamo, per esempio, alla opposizione dei russi alla guerra putiniana in Ucraina nel mese di maggio…
1 maggio: un incendio alla fabbrica di polvere da sparo della città di Perm;
3 maggio: 40 camion in fiamme vicino alla città di Tver;
4 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare di Nizhnevartovsk;
5 maggio: 7 vagoni cisterna diretti verso il confine occidentale deragliano in Bashkiria;
6 maggio: un treno merci diretto verso il confine occidentale è deragliato nella regione di Perm;
8 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare di Cherepovets;
9 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare a Balashikha;
11 maggio: 10 vagoni diretti verso il confine occidentale deragliati vicino a Smolensk;
12 maggio: una esplosione in una unità militare nel territorio di Khabarovsk;
13 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare di Omsk;
13 maggio: un incendio doloso di un ufficio di registrazione e arruolamento militare nella regione di Rostov;
14 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare nella regione di Ryazan;
15 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare di Volgograd;
17 maggio: una locomotiva diesel e 17 vagoni aperti diretti verso il confine occidentale sono deragliati sulla ferrovia di Gorki;
18 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare nella regione di Mosca;
20 maggio: diversi vagoni diretti verso il confine occidentale deragliano a Orenburg;
21 maggio: un incendio doloso all’ufficio di registrazione e arruolamento militare in Udmurtia;
23 maggio: diversi vagoni diretti verso il confine occidentale sono deragliati nella regione di Krasnoyarsk…
La cronologia riportata è parziale. E il mese di maggio non è ancora finito.
La guerra, purtroppo, continua. E la protesta anonima, per fortuna, pure.


Una delle tante somiglianze – certamente relative – tra Vladimir Zelensky e Winston Churchill è il futuro inevitabile crollo di popolarità alla fine di questa guerra o nel caso di un temporaneo armistizio (quando la condizione bellica diventerà abituale ma priva delle difficoltà comuni da affrontare). Succederà perché le persone più categoriche criticheranno le scelte non abbastanza forti / radicali o la disponibilità a trattare su alcune questioni. Succederà perché le persone che non si sono mai trovate nelle condizioni di dover governare nemmeno un condominio criticheranno i preparativi insufficienti alla invasione russa. Nel migliore dei casi succederà perché contrariamente alle attese di certi geni alternativi – dei quali il nostro mondo è pieno – dopo la fine della guerra l’Ucraina non tornerà di colpo alla vita normale di prima.
Di conseguenza, sono inevitabili anche le critiche per la resa (la «vendita», il «tradimento» etc. etc.) dei soldati del battaglione «Azov» dopo due mesi di difesa della acciaieria Azovstal di Mariupol. La posizione attuale in merito di Vladimir Zelensky – «gli eroi ci servono vivi» – è però molto più vicina alla realtà di ogni possibile critica. Infatti, durante le settimane di resistenza all’assedio i militari dell’"Azov" sono diventati uno dei simboli più importanti per entrambe le parti della guerra. Per l’Ucraina sono, appunto, degli eroi, mentre per la propaganda russa sono un simbolo unico del «nazismo ucraino» (avete letto tanto dei famosi tatuaggi? ahahaha, prendete un qualsiasi esercito del mondo e provate a contare quanti grandi intellettuali con il passato radioso ne fanno parte!). Lo status del simbolo – indipendentemente dal segno che potremmo mettere davanti a tale termine – è per me la migliore garanzia della salvezza di tutti i militari dell’«Azov». Certo, qualcuno dei feriti gravi potrebbe anche non sopravvivere per dei motivi puramente medici, ma, in ogni caso, tutti i militari che si sono consegnati all’esercito russo costituiscono ora una preziosissima «merce di scambio». Saranno utilizzati nelle diverse trattative dove il governo russo vorrà ottenere qualcosa più o meno importante.
Quanto appena scritto non significa che non venga fatto un cosiddetto «processo» ad alcuni militari dell’«Azov» (nei territori del Donbass controllati dalla Russia è tecnicamente possibile praticare di tutto), ma quella sarà solo una questione di propaganda. Che precluderà lo status di «merce» dei militari ucraini.