A metà settembre il mio amatissimo Kindle 3 Keyboard ha subito un brutto guasto: una parte del suo schermo ha smesso di funzionare, rimanendo per sempre grigia (e non visualizzando più il testo). Per il resto, il reader funzionava normalmente.

In sostanza, la parte guasta dello schermo «mangiava» quasi interamente le prime quattro righe del testo (io tengo la terza dimensione del font) e rendeva impossibile la normale lettura dei libri.

Essendo molto affezionato a questo modello (lo trovo comodo in tutti i sensi, ma esso non viene più prodotto dalla fine del 2011) e non avendo molta voglia di spendere quasi 80 euro per un modello nuovo (quello con lo schermo a inchiostro digitale e con zero illuminazione fastidiosa), ho deciso di provare a riparare con le proprie mani il mio veterano. Dai video disponibili su Youtube risultava una operazione semplice. Continuare la lettura di questo post »
Ho finalmente pubblicato il rapporto fotografico sulla mia visita a Lodi Vecchio a luglio.

Ho letto che all’inizio di ottobre negli uffici del Google sono già iniziati i preparativi per il Halloween. Il 2 ottobre la dipendente Dana Fried ha pubblicato la foto di una curiosa installazione, posizionata nel foyer dell’ufficio di Seattle:
Not sure whether spooky or just sad? pic.twitter.com/E8uvavkuQf
— Dana Fried 🔜 Big Bad Con (@leftoblique) 2 ottobre 2019
Google, purtroppo, è tristemente noto anche per la tendenza di uccidere con le proprie mani tutti i propri servizi. E, soprattutto, farlo indipendentemente dalla loro popolarità e potenzialità economica. Google Reader e Picassa, per esempio, mancano tantissimo anche a me. Quindi spero che quel «cimitero» umoristico faccia anche riflettere un po’ ai manager… Se vanno avanti così, prima o poi troveranno opportuno chiudere pure il Gmail.
Ai più curiosi, smemorati, poco informati, troppo giovani o semplicemente spensierati ricordo dell’esistenza del cimitero virtuale dei servizi Google. Andate a visitarlo per farvi una idea sulla entità sterminio.
Come ben sanno molti miei lettori, in tutto il mondo si osserva la tendenza di regolamentare l’uso (stavo per scrivere la guida) dei monopattini in città. Io, personalmente, non trovo particolarmente necessaria e/o urgente la legiferazione in questo ambito specifico. Perché moltiplicare le regole, aggiungendo quelle sulle manifestazioni più semplici della vita umana? Al massimo, secondo me, si potrebbe scrivere qualcosa come «i monopattini si muovano seguendo i medesimi percorsi riservati alle biciclette». Ma pure gli autori delle leggi devono avere la possibilità di giustificare il proprio stipendio, quindi fino a un certo punto potremmo anche tollerare le loro fantasie.
Quindi oggi vi propongo un curioso esempio della attività legislativa in materia. Il Ministero degli Interni russo ha finalmente inventato un termine con il quale definire i monopattini (tradizionali ed elettrici), gli skateboard, le monoruote, gli hoverboard e i pattini. Tutti questi dovrebbero chiamarsi, secondo il Ministero, i «mezzi di mobilità individuale» (l’Italia che sta ancora perfezionando la propria legislazione in materia, potrebbe anche «copiare»!). Dovrebbero, secondo il progetto di legge, muoversi lungo le piste ciclabili o, in loro assenza, sui marciapiedi. In questo ultimo caso la velocità non deve però superare i 20 km/h. Effettivamente, sotto la velocità indicata l’uso di quei non avrebbe molto senso.
Mi capita sempre meno di frequente proporre degli esempi russi positivi in materia legislativa, ma spero che la semplicità razionale si affermi in tutto il mondo. Quindi pubblicizzo.
Assolutamente tutti e sempre vogliono fregare ogni sistema. Questo è uno dei principi fondamentali di amministrazione di qualsiasi cosa che bisogna tenere sempre in considerazione.
I bambini iniziano presto a cercare di fregare i genitori, uno scolaro vuole fregare l’insegnante, un lavoratore cerca i modi possibili di fregare il capo o il datore di lavoro, un cittadino cerca di fregare lo Stato. Tutti e ovunque – tranne i giusti clinici – fregano il sistema.
Cosa possiamo dedurre da questo principio? È semplice: non bisogna imporre delle regole troppo complesse, delle condizioni impossibili, delle situazioni anomale.
Lo capirà qualsiasi persona alla quale è capitato di organizzare il lavoro o la vita di altre persone. La gente infantile no.
Però alcuni non crescono…
I ricercatori delle Università di Stanford e Princeton hanno creato un algoritmo che altera le parole di una persona filmata. Per una maggiore credibilità, il programma creato non solo imita la voce, ma cambia pure la mimica facciale della persona ripresa e adegua la lunghezza del video.
Il programma fa dunque due cose. Da una parte, estrae dal video la traccia audio, scomponendo il discorso della persona in fonemi. Dall’altra parte, crea il modello 3D del volto, scannerizzando il movimento delle labbra durante la pronuncia delle parole. Individuando i visema identici, il programma compone le parole non pronunciate dalla persona.

Per la imitazione della voce della persona viene utilizzato il programma VoCo (presentato nel 2016) capace di analizzare i monologhi.
E ora, finalmente, vediamo il video illustrativo dell’algoritmo:
Dopo questa invenzione e il già noto Deep Face (che sostituisce i volti umani nei video), le prove video diventano sempre meno attendibili. Oppure più contestabili, ahahaha…
Qualche settimana fa ho fatto una scoperta in materia dei video musicali personalmente per me quasi scioccante. Ho scoperto che il video della canzone «My Favorite Game», il quale ricordavo dai tempi di adolescenza, inizia e finisce con le scene che in televisione sono sempre state inspiegabilmente tagliate. Ma quelle scene influiscono sensibilmente sul senso del video:
[in effetti, mi ero sempre chiesto come facesse ad andare avanti con la macchina anche allontanandosi dai comandi].
A questo punto, in qualità della seconda canzone dei Cardigans metterei la «Carnival» (scelta a caso) dall’album «Life» del 1995.
A volte i ricordi giovanili diventano, per qualche strano motivo, più importanti della musica.
Ho appena letto che il noto quadro di Banksy «Devolved Parliament» è stato venduto a 9,9 milioni di sterline all’asta di Sotheby’s, il venditore e l’acquirente sarebbero sconosciuti.
Ma a me sembra evidente che siano, rispettivamente, Theresa May e Boris Johnson.
Altrettanto evidente è che relativamente a breve dovrebbe verificarsi un nuovo cambio del proprietario dell’opera.

Dopo il Brexit poi – se accadrà nel corso della nostra vita, lo vedremo – il quadro si autodistruggerà.
Non so se lo avete già letto: la CNN ha trovato su Facebook tre annunci pubblicitari della FBI mirati a reclutare gli agenti russi. I link di tutti gli annunci portano alla stessa pagina web che contiene un invito alla collaborazione (in inglese e in russo) e i contatti dell’ufficio di Washington della FBI.
I tre annunci su Facebook sono stati pubblicati l’11 settembre 2019 e sono tuttora attivi (si veda il cerchio verde), possono essere visti insieme nella libreria della pubblicità.
Personalmente per me una delle curiosità più grandi non è il fatto stesso di una pubblicità del genere. Lo spionaggio moderno si svolge in una notevole misura anche via l’internet, il Facebook compreso: utilizzandolo bene si possono scoprire delle cose interessantissime sulle organizzazioni, persone e sugli eventi vari. Mi incuriosiscono invece gli errori di russo commessi negli annunci di cui sopra. In sostanza, si tratta degli errori di tre tipi:
1) la sostituzione di alcune lettere con quelle graficamente simili, ma comunque diverse,
2) la mancanza di alcune lettere,
3) una maiuscola inutile nella parola ponte.
Come fanno gli esperti dello spionaggio a utilizzare un trucco così primitivo? Ha la stessa credibilità del «non ho fatto i compiti perché è morto il mio gatto preferito». Infatti, è abbastanza evidente che l’obiettivo degli «errori» sia stato quello di evitare la comparsa degli annunci nella ricerca testuale su Facebook. Minchium, ma esistono altri mille modi per ottenere i medesimi risultati!
Gentili agenti del FBI, ora vi insegno un trucco semplicissimo e noto a tutti gli studenti russi (che fino a qualche anno fa lo utilizzavano per ingannare i programmi di antiplagio). In un testo scritto in cirillico alcuni caratteri hanno la stessa forma di quelli latini (a e o p c). Facendo una semplice sostituzione, non fate comparire gli annunci tra i risultati di ricerca e, allo stesso tempo, evitate di apparire sgrammaticati.

Ah, dimenticavo: in aggiunta, i tre sulla foto dell’annuncio hanno un tipico sorriso falso/formale da americani.
Il 17 luglio l’Instagram aveva annunciato i test dell’oscuramento del numero totale dei like per ogni foto pubblicata. I test erano stati condotti su alcuni account in Australia, Brasile, Canada, Irlanda, Italia, Giappone e Nuova Zelanda. La settimana scorsa, invece, tale innovazione è diventata definitiva per gli utenti di tutto il mondo. È possibile continuare a mettere i like («mi piace»), ma la loro quantità non viene più indicata: si vede un nome e «altri» anonimi non calcolabili.

Lo stesso vale per le foto proprie:

L’Instagram aveva già a luglio dichiarato: «Vogliamo che i vostri amici si focalizzino sulle foto e sui video che condividete, non sulla quantità dei like ottenuti».
La spiegazione reale è però molto più banale. Il Facebook (proprietario dell’Instagram) guadagna da anni con la pubblicità target ed è totalmente disinteressato alle problematiche degli influencer (utenti popolari) capaci di guadagnare con i propri post pubblicitari. Anzi, non sapendo come «tassare» i guadagni dei propri utenti, il Facebook vorrebbe mantenere il monopolio della pubblicità. Di conseguenza, ha finalmente deciso di ostacolare l’individuazione facile delle persone popolari alle quali le aziende terze possano proporre contratti pubblicitari.
Il 27 settembre la sperimentazione della stessa misura (l’oscuramento della quantità delle reazioni: like e altri) è partita pure su Facebook. Ma per ora solo in Australia.
Insomma, d’ora in poi le persone intenzionate a guadagnare con l’Instagram e il Facebook saranno costrette, periodicamente, a pubblicare manualmente le statistiche dei propri account. Un po’ come i proprietari dei siti tradizionali che non hanno la possibilità di creare l’accesso libero ai dati statistici di Google Analytics.
La consultazione delle statistiche dei propri account è sicuramente un argomento già ben noto alle persone interessate all’argomento. Per tutti gli altri, prima o poi, scriverò una guida completa.
P.S.: cari lettori, non siate tirchi come Mark!



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