È giunto il momento di condividere con i miei lettori una nuova porzione di consigli non richiesti. Oggi vi regalo alcuni trucchi semplici ma utilissimi per l’ottimizzazione dei vostri acquisti online.
Il consiglio № 1. Non tutti sanno che sulle versioni straniere dell’Amazon gli stessi oggetti spesso costano di meno (non importa se avete un account prime o no; in ogni caso il costo della consegna non cambia). Quindi se state per comprare un oggetto particolare/specifico, prima provate a cercarlo, per esempio, su amazon.de (la scelta dell’esempio non è casuale!).
Il consiglio № 2. A tutti, ma soprattutto a coloro che non hanno l’account prime su Amazon, conviene sapere che diversi oggetti costano di meno sull’ebay. Anche se sono sempre venduti dalle aziende o, comunque, dai venditori professionali. Quindi la regola di confrontare i prezzi è da applicare anche agli acquisti online.
Il consiglio № 3. Lo strumento migliore per confrontare i prezzi degli acquisti online si chiama «Google shopping»: vi si accede partendo dalla barra della ricerca. Lo strumento è utile anche per la ricerca globale degli oggetti molto rari. Mentre con un corretto utilizzo dei filtri riuscirete a limitare la ricerca alle piattaforme di e-commerce che vi sembrano le più affidabili.
Il consiglio № 4. Alcuni (ma per fortuna pochi) venditori che operano sull’ebay non si ricordano la differenza tra l’imballaggio e la spedizione. Quindi segnalano l’oggetto come spedito quando lo hanno appena messo in scatola con l’indirizzo e non quando lo hanno passato fisicamente a un corriere (oppure portato in un ufficio postale). Nonostante ciò, solitamente riescono a rispettare i tempi di consegna dichiarati. Ma voi, nel frattempo, non cambiate le vostre aspettative per la sola notifica della spedizione avvenuta.
È tristemente nota la tradizione italiana di bloccare la vita delle località non marittime-balneari per quasi tutto il mese di agosto. Per almeno tre settimane a servizio delle persone restano solo i grandi centri commerciali, mentre tutto il resto è chiuso o, al massimo, segue degli orari d’apertura ridicoli. Nonostante anni di indagini, non sono ancora riuscito a trovare una spiegazione razionale a questo fenomeno.
Si presume che tutti debbano andare in ferie proprio ad agosto? Partire o andare in letargo? Perché? E se non voglio? Se voglio evitare proprio quel periodo quando le località vacanzieri sono affollate e costano più o meno il doppio del normale? E se voglio utilizzare almeno una parte delle ferie per sistemare delle questioni personali? Boh…
In questo senso particolarmente infami sono quelle aziende che costringono – attraverso le chiusure o riduzioni di attività – i propri dipendenti ad andare in ferie necessariamente ad agosto (ma anche nel periodo natalizio) solo perché così fa più comodo ai dirigenti. Non sai organizzare la continuità produttiva? Allora forse è il caso di cedere l’attività e andare a fare il lavoratore dipendente da qualche parte…
Non è necessario essere un genio per capire che la pausa di agosto, oltre a creare disagi a molte persone, comporta anche dei danni economici. Da una parte, l’economia perde il contributo quotidiano continuato delle persone che restano in città. Dall’altra parte, molte risorse vengono sottratte dall’aumento dei prezzi nelle località turistiche (e non è comunque detto che il picco delle presenze dei turisti connazionali sia capace di bilanciare l’assenza delle entrate continuate in quelle località).
Insomma, la tradizione di chiudere quasi tutto in agosto è scomoda e dannosa.
Ecco, questo era il testo che avrei potuto pubblicare una qualsiasi estate passata o futura.
Ma ora, nel 2020, la situazione è ancora più grave. Quindi aggiungo alcune altre considerazioni. Continuare la lettura di questo post »
Da piccole le capre gulabi sembrano particolarmente belle:

Ma poi crescono, diventando adulte e mature: Continuare la lettura di questo post »
Lo shetland (è una razza di pony) di nome Simon sta manifestando una pazienza incredibile mentre una gazza sta cercando di staccargli un capello della coda:
Ho sempre pensato che una passività del genere sia tipica solo agli asini… E invece no:
Ora ho uno stereotipo in meno almeno sul mondo degli animali.
Reinhold Glière è logicamente considerato un compositore russo, seppure sia nato a Kiev (all’epoca una città dell’Impero Russo) da genitori tedeschi e abbia acquisito la cittadinanza russa solo all’età di ventidue anni. Effettivamente, ha passato la maggior parte della propria vita fisica e professionale tra l’Ucraina zarista/sovietica e la Russia.
Molto meno logico è associare il nome di Reinhold Glière solo con il titolo del «padre del balletto sovietico» o con i numerosi incarichi accademici e/o amministrativi che ha ricoperto durante la sua lunga vita professionale. Nonostante l’indiscutibile dato storico del suo grande riconoscimento ufficioso e istituzionale durante il periodo stalinista (i riconoscimenti del genere hanno un loro costo per la persona), non possiamo non riconoscere che sia stato anche un compositore di alta qualità. Gli artisti hanno la fortuna di rimanere nella storia – soprattutto nel lungo periodo – con ciò che vale realmente nella lunghissima storia dell’umanità: con le loro opere. Lo si può dire anche di Reinhold Glière.
Quindi per il post musicale odierno ho scelto il suo Concerto per arpa e orchestra (composto nel 1938) suonato dalla orchestra sinfonica moscovita «Filarmonica russa»:
Il sabato scorso vi avevo consigliato un sito per le passeggiate virtuali nelle località casuali. Oggi, invece, propongo un sito analogo progettato per gli amanti dei viaggi automobilistici.
Il sito Drive & Listen, al momento del caricamento, sceglie una città a caso da farvi vedere attraverso il parabrezza di una automobile. Ma il visitatore-viaggiatore è libero di scegliere – attraverso il menu sulla destra – la città e la velocità della «propria macchina».

Buon viaggio!
Chi, se non io, vi avrebbe aggiornati sulle ultime notizie dalla Bielorussia? So che in assenza di quegli aggiornamenti non percepite la vostra vita come una cosa completa ahahaha
Negli ultimi due giorni alle proteste popolari bielorusse – contro la permanenza di Aleksander Lukashenko al potere – si sono uniti gli operai di molte importanti fabbriche del Paese. Gli operai, in particolare, chiedono il riconteggio dei voti.
Valutando positivamente tale notizia, si rischia di risultare ingenui o, almeno, troppo ottimisti. Infatti, bisogna rendersi conto del fatto che si tratta delle fabbriche statali (quasi tutte le aziende medie e grandi bielorusse sono statali), i cui dipendenti stanno solo manifestando, ma non scioperando. I dipendenti statali, come ben immaginate, sono quelli più facilmente controllabili. Di conseguenza, potrebbe trattarsi solo di un tentativo di organizzare una alternativa alla protesta popolare, una «protesta gestibile e controllabile» dall’alto. A quale scopo? Per esempio, allo scopo di «ricontare» i voti delle ultime elezioni e comunicare che il risultato «reale» di Lukashenko sarebbe del – che ne so – 54% invece dell’80% comunicato prima.
A questo punto potreste chiedermi che senso abbiano le proteste finte se ci sono già quelle vere popolari. La risposta è banalissima: cedere alle richieste «della piazza» sarebbe – almeno nella logica dei dittatori – un segno di debolezza. Invece il dialogo con le corporazioni dei lavoratori – sebbene tutti sappiano come sono controllate dallo Stato stesso – sarebbe un segno di serietà e responsabilità.
Allo stesso tempo, tale modo di agire potrebbe far parte di un gioco politico molti fine. L’opposizione, infatti, avrà l’illusione di avere quasi vinto. «La prossima volta ci andrà ancora meglio», diranno gli oppositori. E la volta sarà per sempre prossima.
Certo, a questo punto potremmo chiederci perché l’illusione della «quasi vittoria» non sia stata regalata alla opposizione già al momento del conteggio dei voti. Ma di solito è la paura di perdere qualcosa a far sbagliare, anche ai dittatori.
Detto tutto questo, non posso non sottolineare che spero di sbagliarmi. Spero che tutte le manifestazioni bielorusse contro Lukashenko siano a) sincere, b) vincenti in un arco di tempo abbastanza brevi e c) meno dolorose possibile per tutti.
Ormai da mesi nei vari negozi online è disponibile una vasta scelta delle mascherine in tessuto con dei disegni più o meno interessanti. Ogni persona può dunque trovare qualcosa di accettabile o addirittura bello per i propri gusti. Indipendentemente dalla presenza o meno di un disegno, i prognostici sui mesi futuri non ci fanno dubitare troppo sulla opportunità dell’eventuale acquisto. E, infatti, la gente compra…
Di conseguenza, mi chiedo: perché nessuna grande azienda ha ancora iniziato a distribuire anche gratuitamente – per esempio, per strada o nei propri negozi – le mascherine con la propria pubblicità stampata sopra? I costi economici di una campagna pubblicitaria del genere non dovrebbero essere particolarmente alti, mentre assieme a una infinità di agenti pubblicitari vaganti si rischia anche di migliorare la propria immagine.
Qualcuno poteva avere letto, ieri, dell’annuncio di Putin: la Russia ha registrato il primo vaccino al mondo contro il Covid-19. Penso che sia evidente più o meno a tutte le persone mentalmente sane: si tratta solo di una auto-pubblicità politica, di un tentativo di mostrare la propria superiorità sull’Occidente ostile in un argomento molto risentito. Le persone poco informate della attuale stilistica politica russa lo possono capire almeno dalle tempistiche e dalla segretezza totale (sottolineata più volte dalla comunità scientifica mondiale) che hanno accompagnato la «creazione» del «vaccino» russo.
Evito le valutazioni del gesto di Putin.
Trovo invece molto più interessante e utile sottolineare alcuni principi universali che debbano essere necessariamente chiari più o meno a tutti gli umani mentalmente sani.
Prima di tutto bisogna ricordare che la creazione di un nuovo vaccino sicuro, efficace e accessibile a larghe fasce di popolazione richiede anni. Ripeto: anni. Non so da dove saltino fuori le leggende del tipo «il primo vaccino entro la fine del 2020» o «tra un anno». I medici con i quali mi capitato di parlare e gli scienziati i cui articoli mi è capitato di leggere negli ultimi mesi sostengono che nel migliore dei casi ci vorrebbero 5 anni. Con tantissima fortuna si potrebbe farcela anche in 3 anni, ma sembra poco realistico. Non penso che sia necessario rispiegare i motivi già ben noti a tutti: oltre alla ricerca della formula del vaccino, è necessario svolgere anche dei lunghi test e poi trovare il modo di produrre velocemente tanti dosi a un costo ragionevole.
In secondo luogo, potremmo chiederci se, considerati i tempi di cui sopra, il vaccino contro il Covid-19 sia realmente necessario. La risposta è affermativa. Perché? Perché tra 3 o 5 anni il Covid-19 – lo dobbiamo almeno sperare – non ci sarà più per dei motivi naturali, ma la base scientifica acquisita grazie alla ricerca del vaccino sarà molto utile alla umanità intera.
In terzo luogo, dobbiamo necessariamente diffidare di ogni vaccino creato in pochi mesi o anni. Infatti, nel peggiore dei casi un vaccino non testato attentamente può danneggiare la salute della persona. E nel migliore dei casi non farà alcun effetto medico, ma darà alla persona la pericolosa illusione della protezione dal coronavirus. La seconda opzione, al giorno d’oggi, speso vale anche per i guanti e le semplici mascherine. A questo punto, molto probabilmente, mi conviene sottolineare: io non sono un anivaccinista e non lo sono mai stato.
In quarto luogo, ricordiamoci di una cosa banalissima ma sempre vera: il vaccino non è una cura. Quindi è utile solo se fornita alla persona ancora sana ma desiderosa di prevenire la malattia. Alle persone già affette dal coronavirus servirebbero altri farmaci.
A questo punto dovrei scrivere una specie di conclusione, una frase risolutiva. Ma io non ce l’ho quella frase.
Quindi, semplicemente, vi invito a non dare troppa attenzione né alla gente isterica né agli ottimisti spensierati. La serenità ci aiuterà a superare tutte le prove.
Probabilmente lo avete già letto o sentito da qualche parte: domenica si sono concluse le elezioni di Lukashenko presidenziali in Bielorussia. Seguendo il recente e «fortunato» esempio russo, la votazione popolare era durata più giorni (in questo caso tre), permettendo dunque di profanare tutte le regole volte a garantire la corrispondenza tra il contenuto delle urne e il reale utilizzo delle schede da parte degli elettori. Questa, però, è stata l’unica somiglianza evidente con le elezioni russe.
In generale, devo constatare che le elezioni presidenziali bielorusse ormai da due decenni è un fenomeno stranissimo. Da una parte, Aleksander Lukashenko meriterebbe non solo il titolo dell’"ultimo dittatore d’Europa«, ma anche del dittatore in un certo senso più massimalista. Se mi dovesse capitare, un giorno, di diventare un dittatore di un qualsiasi Stato, continente, arcipelago o Pianeta (mai dire mai), io avrei adottato un metodo semplicissimo per vincere le ennesime elezioni: avrei fatto contare i voti in modo «giusto». Forse perché ultimamente sono diventato troppo pigro e quindi amo raggiungere il risultato con meno mosse possibile. Lukashenko, invece, non è per nulla pigro. Ogni volta inizia la propria strada verso una nuova vittoria elettorale con alcune mosse preventive: pima di tutto, elimina tutti i candidati di opposizione più popolari. In alcuni casi li fa eliminare fisicamente, in alcuni altri li elimina attraverso l’arresto per qualche crimine palesemente inventato e la negazione della registrazione in qualità del candidato ufficiale per qualche motivo diverso dal presunto crimine. Sì, avete capito bene: l’arresto e la non-registrazione vengono utilizzati in contemporanea: probabilmente, «per sicurezza». No, in Russia si agisce in un modo un po’ diverso: solitamente i candidati di opposizione non vengono ammessi alle elezioni per dei motivi palesemente ridicoli, ma almeno formalmente legali (molto, molto in fondo).
Dall’altra parte, le elezioni presidenziali bielorusse sono strane perché ogni volta tra i candidati di opposizione troviamo qualche personaggio che fino a pochi mesi – o addirittura settimane – fa era un alto funzionario statale perfettamente integrato nel sistema di potere creato e coltivato da Lukashenko. È incredibile, ma ogni volta si trova dunque un nuovo tonto presuntuoso convinto di poter evitare la sorte di altri oppositori in generale e dei propri predecessori-candidati in particolare. Ma anche a un osservatore estraneo minimamente attento è chiaro che Lukashenko non tollera due cose: l’opposizione e il «tradimento» politico.
Altrettanto chiaro è anche un altro principio: le dittature non possono cadere in seguito a una sconfitta elettorale. Lo devono capire gli oppositori (sebbene la partecipazione alle elezioni sia l’obbligo professionale di ogni politico), come lo devono capire anche i dittatori. A questo punto non è molto chiaro che senso possa avere infastidire la gente due volte (non registrando i candidati e alterando i risultati della votazione) se si può farlo solo una volta? La forza della protesta popolare è un vaso in fase di riempimento e non un torrente già esistente da dividere in ruscelli. In ogni caso, la situazione attuale è quella che è. La Bielorussia è uno Stato con un alto livello delle repressioni. L’assenza della pluralità politica (ma anche, per esempio, dei media) è il «merito» di Lukashenko e non un difetto della società.
Secondo i dati ufficiali, Lukashenko (al potere dal 1994) avrebbe preso più dell’80% dei voti e la candidata arrivata seconda (Svjatlana Cichanoŭskaja, una casalinga senza alcuna esperienza della attività pubblica, la moglie di un candidato-oppositore arrestato) avrebbe preso poco meno del 10%. Secondo le indagini socio-politiche, invece, i due risultati reali sarebbero dell’8% per Lukashenko e del 70% per Cichanoŭskaja. La percentuale reale della candidata di opposizione, chiaramente, non è il suo risultato politico personale, ma la reazione popolare ai 26 anni della presidenza di Lukashenko. Pure le manifestazioni di protesta verificatesi a Minsk la sera e la notte dopo le elezioni non erano dunque a sostegno di Cichanoŭskaja: ella ha sempre dichiarato che il suo unico programma presidenziale è quello di organizzare le elezioni presidenziali libere in sei mesi dalla entrata in carica.
Nonostante la breve durata della protesta e la sua soppressione abbastanza forte, non penso che sia già tutto finito. Perché non ho mai visto i bielorussi deridere così apertamente Lukahenko. E non ho mai visto lo stesso Lukashenko così palesemente nevoso: probabilmente si rende conto che ora la sua permanenza al potere dipende solo dalla fedeltà dei militari e delle forze dell’ordine.
Ecco, si dimentica che nella storia queste due entità sono sempre state le prime ad abbandonare i dittatori esauriti.

Di conseguenza, ritengo che la storia mi stia offrendo la possibilità di rinviare la pubblicazione della seconda parte del testo a tempi non molto lontani.



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