I cinque ragazzi su questa foto del 1959 sono i membri del gruppo musicale scolastico indiano The Hectics.

Il gruppo suonava il rock and roll alle feste scolastiche, «discoteche» dell’epoca e piccole feste.
Al centro della foto è il cantante del gruppo Farrokh Bulsara, arrivato per motivi di studio da Zanzibar. Poco più di due anni dopo lo scatto della foto, Farrokh fu bocciato agli esami e, non potendo accedere al livello successivo degli studi, tornò dai genitori sull’isola natale. Dopo altri due anni su Zanzibar iniziò la rivoluzione e la famiglia Bulsara fu costretta a fuggire in Gran Bretagna con il bagaglio costituito solo da due valigie di vestiti.
Ricordatevi questa «storia triste» ogni volta che il destino sembra essere contro di voi.
Ma ricordatevi anche che non bisogna stare sempre in una attesa passiva.
Ogni volta che incontro, da qualche parte in giro per il mondo, una auto d’epoca rara e bella, ma abbandonata o semplicemente tenuta male, mi viene una forte voglia di rubarla… Per salvarla.
L’occasione più recente in cui mi è capitato di affrontare tale tentazione è dell’inizio di giugno. Nel corso del mio primo viaggio turistico post-quarantena ho incontrato una Alfa Romeo Giulia Super 1300 (la seconda serie, versione «unificata» del 1972).

La carrozzeria ha delle vistose macchie di ruggine (soprattutto in basso), gli elementi decorativi anteriori sono semi-staccati, gli indicatori di direzione laterali sono rotti, il paraurti posteriore è danneggiato, manca la targa anteriore e chissà quanti altri problemi non visibili a occhio nudo ci sono… Però tra il parabrezza e il volante c’è un foglio con l’avviso scritto a mano: «questa auto non è abbandonata».

Secondo me qualcuno dovrebbe rivedere il contenuto del concetto dell’auto abbandonata. Altrimenti tra qualche anno la storia dell’automobilismo mondiale ci sarà accessibile solo sulle immagini.
Come avevo probabilmente già scritto, non mi piace interrompere a metà il trattamento degli argomenti importanti. Così, per esempio, non posso non aggiungere un aggiornamento di rilevanza fondamentale a quanto avevo scritto la settimana scorsa sull’avvelenamento del politico russo Aleksej Navalny.
In una dichiarazione per la stampa il Governo tedesco (Navalny si trova in una clinica tedesca) ha dichiarato ieri che nell’organismo di Navalny sono state rilevate le tracce di un agente nervino simile al tristemente noto «Novichok».
Aggiungo anche il link al comunicato ufficiale.
Da questa notizia possiamo trarre solo una, ma importante conclusione: l’avvelenamento di Navalny è stata una opera dello Stato. Perché gli agenti nervini non si vendono nei negozi specializzati o mercati cittadini.
Ma non penso che la semplice conclusione appena riportata costituisca una grande notizia per la maggioranza dei miei lettori.
Con una certa sorpresa ho scoperto che nel corso del 2020 si sono ribaltate molte più cose di quanto avremmo potuto immaginare. Per esempio, diverse migliaia degli insegnanti scolatici hanno deciso di adottare dei trucchi che fino a qualche mese fa erano tipici agli scolari: «non ho voglia di andare a scuola, dico di stare male». Naturalmente, non escludo che molte delle richieste di esonero presentate siano giustificate dalle reali condizioni di salute, ma la tendenza generale fa un po’ ridere.
E, soprattutto, la situazione creatasi non può non far aumentare la quantità delle battute più o meno divertenti sul rapporto dei dipendenti pubblici con il lavoro scelto da loro stessi. Spero che se ne renda conto quella parte delle Istituzioni che nei mesi scorsi ha alimentato il clima di panico anziché promuovere i principi della sana e ragionevole attenzione verso i semplici principi della sicurezza medico-sanitaria personale.
Nel frattempo, saluto tutti i dipendenti di tutti gli ospedali, negozi alimentari, forze dell’ordine, autisti dei mezzi pubblici e tante altre imprese che non hanno mai smesso di lavorare in presenza e in contatto con la gente. Rimanendo, nella schiacciante maggioranza dei casi sani e salvi.
Oggi, finalmente, possiamo parlare di alcuni buoni segnali provenienti dal fronte covidico. Pare che all’OMS abbiano finalmente iniziato a capire qualcosa:
One of the World Health Organization’s six special envoys on Covid-19 has highlighted Sweden’s virus response as a model that other countries should be emulating in the long run.
In sostanza, stiamo andando verso il riconoscimento del fatto che il clima di panico permanente, l’adozione delle limitazioni ridicole e lo sconvolgimento totale del ritmo abituale di vita delle persone non producono alcun affetto positivo ai fini della lotta contro il coronavirus. Anzi, la creazione artificiale delle «ondate» del virus potrebbe essere paragonata a una amputazione di un arto a piccoli pezzi per fare «meno male» al paziente. Ma i difetti di tale comportamento si vedono abbastanza facilmente anche dai dati statistici (certo, i numeri vanno poi analizzati assieme al contesto nel quale sono stati ottenuti, ma ora ci interessa la portata del problema).
Proviamo, per esempio, a confrontare la situazione in tre Stati. In qualità del primo esempio prendiamo la Spagna, quindi lo Stato europeo con il lockdown probabilmente più severo del continente:

In qualità del secondo esempio prendiamo l’Italia che ha avuto un lockdown meno pesante (agli italiani potrebbe sembrare impossibile, ma è vero) ma in molti aspetti simile:

E, infine, in qualità del terzo esempio prendiamo la tanto criticata precedentemente Svezia:

A questo punto devo constatare che in Italia — dove tra meno di due settimane riaprono le scuole e poi, progressivamente, anche alcune altre cose — diverse persone devono ora pregare poiché nessuno decida di organizzarsi in massa per chiedere i danni per quei due mesi di interruzione della vita. O almeno di fare delle domande molto scomode.
P.S.: tutti i grafici sono stati presi dal sito worldometers.info
In italiano esiste una parola specifica – anche se gergale – per indicare i nascondigli della droga? Per fortuna o purtroppo, non lo so proprio.
Però so che uno dei posti ideali per tali nascondigli sono le auto dei vari sistemi di car sharing. Lasci la merce in una macchina, in qualche modo la indichi al cliente/destinatario, apri la macchina a distanza quando la persona arriva, poi chiudi la macchina al «ritiro» avvenuto e vai via a sbrigare gli altri impegni.
Il sistema ha qualche punto debole? Probabilmente quello di dover aprire troppe auto senza poi viaggiare.
Non era un suggerimento per i pusher!
È arrivato il momento di svelare il grande mistero politico: Aleksander Lukashenko è ancora vivo, sano e non destituito solo grazie alla longanimità di Chuck Norris:
Tornando per un attimo a essere serio, devo però constatare che Chuck Norris è degradato al punto di vendere la faccia a soli 300 dollari per video. Di conseguenza, è lecito supporre che abbia solo pronunciato un testo preparato da qualche «umorista» senza nemmeno sapere chi sia Lukashenko.

Stephen Fry, invece, appare decisamente più sincero:
Breaking into my twitter holiday for an important reason…. #standwithbelarus pic.twitter.com/bJNdiZfeHh
– Stephen Fry (@stephenfry) August 20, 2020
Giuseppe Verdi è stato un grandissimo compositore ma, secondo la mia opinione personale, la sua eredità musicale è un po’ abusata nell’Italia contemporanea. La sua musica viene ficcata da tutte le parti anche quando si potrebbe tranquillamente farne a meno. Così, per esempio, l’importanza di Verdi non verrebbe assolutamente sminuita se qualcuno osasse di fare una Prima in meno con qualche sua composizione. Anche tra i soli compositori italiani possiamo facilmente ricordare diversi candidati altrettanto validi.
Considerato tutto questo, direi ci tenevo tantissimo a postare qualche composizione strumentale di Giuseppe Verdi meno conosciuta delle altre. O, almeno, meno conosciuta al pubblico «comune»…
Insomma, per oggi ho scelto il Quartetto per archi in mi minore (composto nel 1873):
Bene, finalmente mi sono anche espresso in merito.
È curioso osservare che lingue umane possono essere divise in tre grossi gruppi anche sulla base del modo di trattare il giorno della nascita della persona.
In alcune lingue si usa una parola del tutto neutra e generica: anniversario (per esempio, così si fa in francese e in portoghese). Secondo me non è una parola tanto bella perché un anniversario può essere di qualsiasi evento, non solo della nascita di un umano.
In alcune altre lingue, invece, si usa una parola estremamente precisa: compleanno (per esempio, così si fa in italiano e in spagnolo). Tale parola si applica alle persone (vabbè, anche agli animali amati), ma indica comunque un evento di cadenza annuale: solo le persone nate il 29 febbraio potrebbero pretendere di non compiere gli anni ogni dodici mesi.
E poi ci sono le lingue dove si usa una espressione (può essere anche una parola unica) meno ristrettiva: il giorno della nascita (per esempio, così succede in inglese, in russo e, in un certo senso, in tedesco). Tale espressione è meglio dell’anniversario (perché si applica solo alle creature animate) e del compleanno (perché può essere usata dodici volte all’anno e non solo una).
Mentre i portatori del terzo gruppo delle lingue vivono tranquilli, quelli dei primi due sono costretti a inventare delle parole aggiuntive per delle situazioni specifiche. Per esempio: quale parola andrebbe usata in italiano per il compimento di x mesi? Non lo sa dire con certezza nemmeno l’Accademia della Crusca (forse l’autorità massima nello studio della lingua italiana). Nell’indecisione, la Crusca si limita, in pratica, a osservare su Google la quantità degli utilizzi delle varie varianti della parola inventata dalla gente.
Non penso che si possa sostituire – almeno nel corso della vita di poche generazioni – la parola compleanno con l’espressione il giorno della nascita (allo stato attuale, è tanto inusuale da suonare quasi male). Ma tutti possono contribuire già ora, tramite l’utilizzo attivo, alla affermazione della parola complemese sui dizionari della lingua italiana. Prima o poi quella parola servirà più o meno a tutti.
P.S.: penso che abbiate capito: la parola complemese mi sembra meglio dei vari compimese, complimese e mesiversario.
Possiamo immaginare una infinità di principi in base ai quali calcolare i propri spostamenti ottimali all’interno di una città.
Alcuni principi sono universali perché possono essere applicati in qualsiasi momento: per esempio, il principio della strada più breve.
Alcuni principi sono stagionali: per esempio, d’estate conviene scegliere le vie con tanta ombra, mentre durante un autunno piovoso le vie con tanti portici.
Alcuni principi sono situazionali: per esempio, se si è rotta una scarpa conviene evitare i ciottoli e scegliere le vie con una pavimentazione più regolare (chiamare il taxi non vale ahahaha).
E poi esistono i principi medico-sanitari: per esempio, se nel mondo è diffuso un virus molto temuto conviene tracciare il proprio percorso lungo le vie dove sono esposti i contenitori con il disinfettante per le mani. Se ci prestate una minima attenzione, notate facilmente che molto spesso quei contenitori sono esposti fuori e non dentro ai luoghi pubblici: bar, ristoranti, negozi etc. osservando bene le zone da voi più frequentate, saprete dunque raggiungere velocemente il disinfettante più vicino in caso di necessità. E, spesso, programmerete i vostri spostamenti a piedi in base alla accessibilità di quelle bottigliette magiche!



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