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L’Ucraina e l’UE

In merito all’eventuale futuro ingresso della Ucraina nell’UE, l’ANSA cita queste parole di Mario Draghi di ieri:

«Lo status di candidato trova l’obiezione di quasi tutti i grandi Stati dell’Ue, tutti direi, esclusa l’Italia. Lo status di candidato al momento non è prevedibile per l’opposizione di questi Paesi ma immaginare un percorso rapido» per l’Ucraina «sì. E mi sembra che anche la Commissione sia d’accordo»…

Mi sa che ancora una volta Draghi ha tentato di essere più diplomatico di Macron: ha sostituito «l’ingresso per il quale ci vorranno anni» con un «percorso rapido» di durata non definita e indefinibile.
Noi, invece, non siamo costretti a essere diplomatici, quindi possiamo dire apertamente che al giorno d’oggi l’ingresso nell’UE è una delle ultime cose che interessano l’Ucraina. Per esempio, perché aggiunge poco in termini di sicurezza militare. Di conseguenza, almeno io spero che l’Europa trovi qualche altro modo più efficace (in alternativa alla membership nella Unione), di offrire sostegno alla «Polonia 2.0». Non riuscirci per la seconda volta in meno di cento anni sarebbe un po’ brutto.


Il gas russo sanzionato

Ieri, l’8 marzo, Joe Biden ha annunciato il divieto dell’import del gas e del petrolio russi. Si tratta di una sanzione logica, ma dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti (così come il Canada) non sono l’importatore principale delle materie prime russe in questione. L’importatore principale è l’Europa…
Ed ecco la Commissione europea propone agli Stati membri una bozza del piano di rinuncia al gas e al petrolio russi «molto prima del 2030». In particolare, le misure proposte dovrebbero ridurre la dipendenza europea dal gas russo di due terzi già entro la fine del 2022. Ehm… Non sarei in grado di valutare – velocemente, almeno – se sia un piano realistico, ma supponiamo pure che lo sia. Anche questa sanzione è logica. Sarà, soprattutto, una sanzione molto sensibile per l’economia russa in generale e per l’economia personale di molti personaggi vicini a Putin. [Potrebbe rivelarsi sensibile anche per l’economia europea, ma la pace, la libertà e i principi umani hanno un costo: nella vita ci sono dei momenti in cui non bisogna cercare di sottrarsene.] Di conseguenza, si può dire che sarebbe una sanzione pienamente («la più», direi) azzeccata. Nell’attesa di una redazione più e meglio definita del piano (del quale si potrà discutere con più serietà), vorrei solo ricordare ai miei lettori un altro aspetto.
Il gas e il petrolio russi sono attualmente già colpiti da sanzioni che io chiamerei «indirette». Infatti, gli acquirenti europei – e non solo quelli europei – già oggi hanno paura o addirittura non possono pagare il gas e il petrolio russi. Perché si tratterrebbe di fare dei pagamenti in dollari o in euro alle aziende russe che si trovano sotto le recentissime sanzioni.
Comunque sia il piano europeo di cui sopra, speriamo che l’inverno prossimo sia caldo!
E ancora di più speriamo – io lo spero – che la situazione odierna si risolva presto.


Le invenzioni di Lukashenko

Ho sempre pensato che l’evoluzione politica di un dittatore rende quest’ultimo molto prevedibile e comprensibile in ogni dettaglio del suo comportamento. Ma ora devo riconoscere che oltre 27 anni al potere hanno trasformato Aleksandr Lukashenko in una creatura stranissima.
Per esempio: a cosa serve importare con gli aerei dei rifugiati di qualsiasi tipo per farli poi camminare verso il confine dell’UE?
Per provocare uno scontro e dimostrare di essere «meno peggio» di certi politici europei? Non sarebbe un risultato tanto credibile.
Per provocare una crisi umanitaria interna e rinviare la realizzazione della propria promessa di lasciare il potere (dopo il referendum costituzionale dell’inizio del 2022)? Non si capisce secondo quale logica si possa fare.
Per ricattare l’EU e recuperare un po’ di quei finanziamenti che negli ultimi anni sono stati negati dalla Russia? Ehm, non so bene come si possa riuscire in questa missione, ma la conoscenza dei modi di fare di Lukashenko mi suggerisce che al giorno d’oggi sia la versione più logica. Perché al potere vorrà rimanere, ma dovrà riempire di soldi le forze dell’ordine di repressione e l’esercito per farsi proteggere per dei lunghi anni.
In ogni caso, sarà interessante osservare gli sviluppi di questa operazione originale…


I soliti ritadi burocratici

Vedo che la Commissione europea insiste con la sua vecchia idea di imporre per via legislativa il formato unico del caricatore per i dispositivi mobili. Come succede con tutte le idee provenienti dalla burocrazia, anche quelle apparentemente più sensate (sì, stranamente a volte capita), la realizzazione pratica arriva in un ritardo fatale. Il progetto presentato oggi, dal punto di vista tecnologico, è tardivo e quindi inutile (per non dire dannoso) a causa dei seguenti motivi:
Motivo № 1. Già da qualche anno stiamo entrando nell’epoca dei cosiddetti ecosistemi: ogni produttore spinge i consumatori fedeli ad acquistare solo i propri prodotti fisici e digitali ben integrabili tra loro. Non sarà certo una decisione europea su un argomento molto specifico a invertire la tendenza. E, soprattutto, non deve: significherebbe ostacolare il progresso tecnologico e privare le parti del mercato di una forma di comodità (dovrebbe invece essere regolata la possibilità di trasferire i dati da un ecosistema all’altro).
Motivo № 2. Lo stesso sviluppo tecnologico sta superando la ricarica via cavo: i caricatori sui quali è sufficiente appoggiare un telefono stanno diventando sempre più veloci (ormai sono passati da un massimo di 15 watt di pochi anni fa a un massimo di 65 watt di oggigiorno). Rappresentano dunque il futuro sempre più vicino. Quindi l’iniziativa della Commissione assomiglia al tentativo di regolare la circolazione dei cavalli sulle strade urbane.
Motivo № 3. I produttori principali stanno già ora vendendo i caricatori separatamente dai dispositivi mobili: la prima è stata la Apple con l’iPhone 12, poi è stata seguita da alcuni altri produttori che hanno copiato la scelta per i propri modelli più costosi.
Circa dieci anni fa, quando l’idea del tipo unico di caricatore era stata dichiarata per la prima volta, aveva ancora senso parlarne: i tre suddetti motivi erano molto meno evidenti. Ma ora ci troviamo in un mondo un po’ diverso…


In cerca della sedia

Più o meno tutti hanno almeno sentito parlare che nelle sedi istituzionali turche si osserva un forte deficit di mobili, in particolare delle sedie.
Qualcuno ha anche logicamente osservato che le manifestazioni pubbliche alle quali partecipano i rappresentanti di più Stati o Istituzioni, vengono solitamente precedute dagli accordi degli «uffici del protocollo» su tutti i dettagli dell’incontro previsto.
A questo punto si potrebbe sospettare che una delle parti (l’ufficio europeo o quello turco) non abbia fatto bene il proprio lavoro. Oppure, si potrebbe sospettare che la parte turca abbia violato gli accordi raggiunti (è solo un sospetto, quindi non mi distraggo facendo delle riflessioni sul «cattivo» Erdoğan).
Ma, in fondo, quelli sono tutti esercizi mentali inutili perché troppo lontani dai normali rapporti tra più persone adulte e razionali. Quindi non posso non citare il più normale tra i commenti letti, quello di un professore della mia Facoltà:

Credo – mi posso sbagliare – che nell’ordine protocollare, il Presidente del Consiglio europeo preceda il Presidente della Commissione anche se, ovviamente, non si può parlare né di Capo di Stato, né di Capo di governo vista la natura sui generis della U.E. Dal canto suo, Erdoğan è Capo di Stato e di governo dopo l’ultima riforma costituzionale turca (sempre, se non mi sbaglio). D’altro canto, se è vero che il Ministro degli Esteri turco era seduto sul divanetto, in quanto Ministro, il suo rango – sempre scontata la natura sui generis della U.E. – era inferiore a quello della Presidente della Commissione. Probabilmente, un cerimoniale più attento, da parte europea, avrebbe curato un allestimento simile a quello di altre visite bilaterali U.E.–Turchia, ovvero con Erdoğan al centro e i due Presidenti (di Commissione e Consiglio) ai lati (e ciò poteva essere fatto anche rispetto al distanziamento anti COVID-19: la sala sembra molto larga). Ciò detto, se fossi stato Charles Michel, con un gesto di cavalleria sia istituzionale – fra Commissione e Consiglio – che da gentiluomo attento alla parità di genere, avrei chiesto io che fosse portata un’altra sedia, rimanendo in piedi fino a che ciò non fosse avvenuto.


Sperare in un orario fisso

Come probabilmente vi ricordate, tra poco (forse già quest’anno) in Europa potrebbe finire la ciclica alternanza tra l’ora legale e quella solare.
Da un lato, sembra una prospettiva molto anomala per un mondo sempre più attento all’ambiente in generale e al consumo razionale della energia in particolare.
Dall’altro lato, a me sembra una possibile grande vittoria della ragione. Ricordarsi le date del cambio due volte all’anno, rischiare di fare un ritardo fatale nel caso di una dimenticanza, reimpostare manualmente tutti gli orologi non completamente automatizzati, riabituarsi alle differenze di orario variabili con alcuni Stati lontani (che hanno già abrogato il passaggio da un orario all’altro), tenere in mente le date quando si programma qualcosa sulla base dell’UTC etc etc è una rottura di testis incredibile. Insomma, nonostante l’incremento delle spese per l’energia elettrica, l’ora «fissa» potrebbe rivelarsi una piccola (o grande) semplificazione della nostra vita quotidiana. Anche l’uso dell’aria condizionata comporta delle spese, ma non tutti sono disposti a rinunciarne…
Quindi sì, spero che si decida presto di tenere per sempre una delle due: l’ora legale o l’ora solare.
Ma allo stesso tempo spero che sia una scelta uniformata almeno a livello dell’Unione Europea. Perché è sempre una questione di comodità per tutte quelle persone che vivono in un modo non limitato dai confini nazionali.


L’importanza di comunicare bene

Quando Thierry Breton, il Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, afferma che l’UE non avrebbe bisogno del vaccino russo «Sputnik V», dobbiamo ricordare una cosa fondamentale. Non è stata rifiutata l’importazione di un farmaco (a quanto pare, di qualità accettabile, e comunque importante per la salute pubblica). È stata invece sottolineata l’opportunità di destinare le risorse produttive ai vaccini di qualità più certa e, a volte, meno costosi.
Lo «Sputnik», infatti, è caratterizzato da un problema che in un certo senso rende inutile la discussione su tutti gli altri suoi aspetti: la Russia non ha mai avuto i mezzi per una sua produzione in serie. Di conseguenza, cerca di vendere in giro per il mondo la tecnologia, ma non il prodotto finale.
Quindi, niente «panico»: chi vuole allarmarsi, si allarme per lo stato della produzione in generale.


L’inutilità delle sanzioni

Lo scrivono pure i giornali italiani: ieri l’UE e gli USA hanno adottato – in risposta alla persecuzione dell’oppositore Alexey Navalny – delle sanzioni contro alcuni alti funzionari russi.
In merito a tale notizia il concetto fondamentale da sapere è semplice: tutte le sanzioni del genere sono completamente inutili. Infatti, la grande maggioranza dei personaggi direttamente interessati non viaggia all’estero da anni (salve le rarissime, eccezionali, visite di lavoro presso alcune organizzazioni internazionali), tiene la maggioranza delle proprie ricchezze nelle banche russe (Vladimir Putin si è impegnato per anni a convincerli) e, allo stesso tempo, non ha alcun motivo di preoccuparsi per i parenti eventualmente residenti negli Stati occidentali. Di conseguenza, tutti i funzionari «sanzionati» non si sentono assolutamente scomodati.
Di fronte a tale situazione potremmo chiederci: perché l’UE e gli USA hanno adottato delle sanzioni del genere? Non si saranno accorti già nelle situazioni precedenti che tale modo di fare non produce alcun effetto? Ecco, in realtà la risposta è semplice: le sanzioni del genere vengono regolarmente adottate solo per mostrare la posizione dei leader occidentali nei confronti della politica russa (di solito quella internazionale, ma da poco anche quella interna). Allo stesso tempo, però, non si capisce quali altri obiettivi si vorrebbe raggiungere con l’uso dello strumento politico chiamato «sanzioni». E in assenza degli obbiettivi precisi vengono logicamente inventati degli strumenti inutili. Inoltre, è abbastanza evidente l’impossibilità di inventare delle sanzioni efficaci e, in contemporanea, continuare a comprare le risorse naturali (necessarie per il funzionamento della propria economia) e a evitare di colpire i cittadini comuni della Russia.
A questo punto non mi resta altro che constatare: è assolutamente normale la situazione in cui i politici siano più preoccupati per gli interessi nazionali che per i problemi interni di uno Stato lontano. Così, anche la Russia risolverà i propri problemi interni senza ricorrere all’aiuto esterno. Sarà una cosa bellissima nella sua normalità.


Liberare qualcuno

Pare che i capi di Stato e di Governo europei si sono già messi d’accordo (con una velocità che mancava da decenni, ahahaha) sulla opportunità di accogliere la proposta greca: introdurre prima dell’estate il «passaporto vaccinale» digitale che permetta agli europei vaccinati contro il Covid-19 di circolare liberamente in UE.
In merito a questa notizia positiva, posso fare due osservazioni.
Prima di tutto, sono contento che ci siano arrivati a concordare uno strumento digitale, quindi più difficilmente falsificabile.
In secondo luogo, spero che ora qualcuno vada oltre il piccolo traguardo già raggiunto e proponga di concedere dei permessi almeno temporanei alle persone con gli anticorpi. Allargare l’insieme delle persone (o, se preferite, lavoratori e consumatori) liberi sarebbe una cosa giusta e conveniente.


Pare una iniziativa logica

Bene, il Governo greco propone ancora una volta all’UE di valutare l’opportunità di introdurre il «passaporto vaccinale». L’obiettivo sarebbe quello di consentire alle persone già vaccinate contro il Covid-19 di viaggiare in tutta Europa, salvando dunque almeno la stagione turistica estiva del 2021.
Allo stesso tempo, mi è capitato di leggere diverse osservazioni sulla presunta discriminazione delle persone non vaccinate che deriverebbe dalla introduzione di un «passaporto» del genere.
A questo punto va constatato che i critici della proposta greca si sono svegliati un po’ tardi: più o meno tutte le limitazioni agli spostamenti locali, nazionali e internazionali introdotti in giro per il mondo (dunque anche nell’UE) hanno in realtà poco di legale. Di conseguenza, è abbastanza facile ipotizzare una sensibile quantità di cause giudiziarie contro i vari governi in un futuro neanche tanto lontano, quando i mesi (o gli anni) della pandemia passata verranno analizzati dagli umani in un modo più razionale che emotivo. L’introduzione di una misura giuridicamente discutibile in più non cambierebbe orami la situazione generale in un modo radicale.
Al giorno d’oggi, però, il «passaporto vaccinale» svolgerebbe almeno due funzioni importantissime. In primo luogo, permetterebbe di evitare il secondo anno economicamente catastrofico di fila. Certo, viste le dinamiche della vaccinazione, non si tratta di tornare ai livelli turistici del 2019, ma nemmeno riempire le zone di vacanza con le sole persone che accettano il rischio (e ribadisco che le persone adulte devono avere la possibilità di rischiare come pare a loro).
In secondo luogo, il «passaporto vaccinale» costituirebbe una arma potentissima contro i militanti dell’antivaccinismo (che stranamente esistono ancora su questo pianeta): si saranno stancati pure loro di essere prigionieri della loro città, Regione o Stato.
E quindi spero che facciano questo «passaporto vaccinale»: ci servirà tanto anche a livello nazionale, nella vita quotidiana.