Pare che alla fine le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno con zero spettatori. La tendenza, infatti, sembra indicare che non saranno ammessi nemmeno quelli «locali» (non solo a Tokyo, ma pure nelle altre zone interessate).
Sarei anche rimasto indifferente di fronte a questa notizia – come a tutte le altre riguardanti le Olimpiadi – ma non posso ignorare una piccola soddisfazione comparsa per un attimo nella mia testa.
Ebbene, spero che gli stadi giapponesi vuoti di questa estate dimostrino, finalmente, che l’Umanità possa tranquillamente sopravvivere anche senza una manifestazione profondamente falsa come le Olimpiadi (dove non si osserva una traccia di tutti gli «ideali» ufficialmente dichiarati). Così, finalmente, gli sforzi e le buone intenzioni delle persone verranno indirizzati verso qualcosa di più utile e interessante.
Come avete probabilmente già letto, Donald Trump ha deciso di fare una causa a Facebook, Twitter e Google per il blocco dei suoi account sui rispettivi social networks. Le lamentele di Trump circa la censura nei suoi confronti sono in una certa misura fondate, ma in questa sede volevo sottolineare un altro aspetto.
Il ricorso in tribunale è in una buona misura un grande regalo ai convenuti. Infatti, indipendentemente dalle preferenze politiche dei dirigenti di quelle aziende (e dai mezzi di manifestarle ritenuti opportuni), il business di Facebook, Twitter e Google si basa sui rapporti intensi tra gli utenti: la quantità degli utenti e dei contenuti da loro generati (pubblicazioni e commenti) si traduce nelle entrate di grandezza proporzionata (per esempio, della pubblicità visualizzata). Allo stesso tempo, i suddetti dirigenti devono rispondere ai loro azionisti che hanno una propria visione dell’ammissibile nella politica e nella vita sociale. L’eventuale sconfitta delle tre aziende nella causa voluta da Trump potrebbe quindi ristabilire l’equilibrio di una volta. O, se preferite, fornire una giustificazione ai dirigenti di Facebook, Twitter e Google che riavranno uno dei loro più grandi generatori dei contenuti.
In ogni caso, sarà divertente osservare quanto succede.
Considerate le fasi alternate nei rapporti tra la Russia e la Turchia (ma anche alcune somiglianze tra i rispettivi presidenti), non sono riuscito a evitare dei paragoni anche leggendo la notizia sulla super villa di Erdogan.

Ma le differenze, ovviamente, sono numerosissime. Per esempio, a differenza di Putin, il presidente turco ha qualche decina di residenze in meno e tende di meno a nascondere il proprio legame con tutti quegli immobili…
Però, in fondo, è abbastanza inutile cercare di distinguere le varie tipologie della sostanza marrone. L’importante è capire perché nessun politologo ci abbia mai pensato – secondo le mie osservazioni – a inserire l’esistenza di almeno un palazzo lussuoso tra i criteri distintivi di una dittatura o autocrazia. Eppure, tutti i dittatori o autocrati ne fanno costruire per il proprio uso personale. Anche quando la storia non concede più molto tempo per utilizzarli.
A febbraio la BBC ha iniziato a utilizzare — per alcuni suoi progetti — il proprio nuovo logo. Il fatto divertente, però, è: la gente se n’è accorta solo ora. E la stampa scandalistica si è pure lamentata per il prezzo non ufficialmente noto, ma apparentemente «alto».
Non so perché si lamentino: il buon re-design è sempre quello che porta qualcosa di nuovo senza stravolgere le abitudini degli utenti, quindi paghino pure bene quelli che riescono a rispettare il principio.
(Non sono un contribuente britannico, quindi per me è facile dirlo, ahahaha)

P.S.: se vi state ancora chiedendo quale sia la versione nuova del logo, vi risparmio un po’ di forze per le imprese più importanti. È quello della seconda riga.
Ogni marketologo (e non solo lui) sa che gli slogan devono essere sintetici. Ogni marketologo (e non solo) senza cervello non ragiona (che sorpresa!) sulle proprie creazioni «geniali». E allora sono i nostri cervelli a subire le conseguenze.
Per esempio: in questo caso cosa ci invitano di fare? Gustare la bottiglia o riciclare il suo contenuto?

Faccio apposta a non indicare il nome della nota azienda produttrice. Anche se sospetto che qualcuno l’abbia già riconosciuta.
Le persone eventualmente interessate possono assistere a questo convegno internazionale dei musicisti amanti dei gatti:
Io non sono un grande fan degli animali domestici, ma riconosco che il suddetto video è guardabile.
Prima o poi in molti potrebbero chiedersi: Michele Novaro ci ha lasciato – da compositore – qualche musica importante oltre a quella dell’inno italiano? A me sembra di no…
Ma possiamo comunque provare ad ascoltare qualche altra sua composizione.
Per esempio, la gran polka nazionale «Roma e Venezia» (una composizione per il pianoforte non tanto originale, ma ascoltabile):
E poi possiamo provare qualche composizione per l’orchestra con una voce. Per esempio, «La livornese» (testo di Francesco dall’Ongaro)
Non so quale percentuale dei lettori abbia appreso delle conoscenze totalmente nuove da questo post, ahahaha
Non ho mai capito la moda (o la tendenza) di imitare la fotografia con gli strumenti tipici della pittura. O, almeno, non capisco il valore artistico di questa moda, mentre immagino facilmente la sua giustificazione materiale. Solitamente gli autori delle opere del genere sono orientati a un pubblico di cultura relativamente bassa, quello interessato al solo fatto che l’immagine assomigli graficamente all’originale. Just a business.
Di conseguenza, la corrente contemporanea chiamata «Ballpoint Pen Art» mi interessa solamente dal punto vista tecnico. È infatti curioso fino a quale punto riescono a spingersi certi artisti nel sviluppare il proprio rapporto con una penna a sfera. Quindi vedo alcune opere di ogni autore scoperto e dimentico per sempre il suo nome.
Allo stesso tempo, però, capisco che non dovrei essere troppo tirchio: dovrei torturare anche voi condividere anche con voi alcune scoperte relativamente interessanti. Quindi oggi vi segnalo il sito dell’artista russo Andrey Poletaev che ha raggiunto una certa abilità nell’uso della penna a sfera.

Meno male che non sono un critico d’arte…
Se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, Aleksandr Lukashenko è un tipo che non si arrende mai.
L’altro ieri avevo brevemente scritto degli imminenti problemi finanziari del suo Stato, mentre ieri lui ha già firmato una ordinanza in base alla quale i cittadini tutto il mondo possono recarsi in Bielorussia per una vaccinazione anti-Covid a pagamento. Non penso che sia un provvedimento destinato ai cittadini europei (che ora riescono ad accedere con una relativa facilità ai vaccini affidabili). In Russia e in Ucraina, invece, le dosi dei vaccini scarseggiano. Mentre in Bielorussia viene prodotto lo Sputnik V!
Geniale…
Semplicemente geniale: in qualche modo riesce sempre a ottenere dei soldi dalla Russia ahahaha
Oggi anche nei cinema italiani esce il film «Io sono nessuno» (titolo originale «Nobody»), girato dal regista russo Ilya Naishuller su invito dello studio americano 87North. Io l’ho già visto qualche settimana fa, quindi ora ho la possibilità di scrivere qualche commento per le persone potenzialmente interessate.
Non essendo un grande esperto dei film d’azione, non posso dire con certezza se sia una parodia («John Wick»?), un film d’azione comico nel senso puro o, in forza al genere scelto, solo un esempio del trash cinematografico. Lo potrete determinare voi. Io, invece, devo constatare che nel film è presente una buona quantità di riferimenti al mondo criminale russo che uno spettatore occidentale non saprebbe interpretare correttamente (e in alcuni casi nemmeno notare).
Nel post odierno evidenzierei tre aspetti.

1. Il locale preferito dall’antagonista (e dai suoi «colleghi») si chiama «Malina». Non è un caso. Nel gergo dei ladri professionali russi – da oltre un secolo – la parola malina (l’accento si mette sulla i; la parola si traduce letteralmente come lampone) indica un bordello, un luogo segreto dove si riuniscono gli elementi criminali (non necessariamente della stessa «banda») e dove spesso vengono temporaneamente nascosti i beni rubati. Secondo una delle leggende metropolitane la parola malina utilizzata nel senso appena descritto provenga dalla parola ebraica malon, che significa hotel.
2. La musica preferita dell’antagonista (diciamo pure che è interpretato dal grande Alexei Serebryakov) è dello stile particolarmente popolare – tra le persone di una certa categoria – nell’URSS tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Da questo dettaglio, combinato al fatto che il film sia ambientato nei giorni nostri, possiamo dedurre che il personaggio appartenga alla cosiddetta «mafia russa» (entità quasi mitologica), formata dagli esponenti dell’ultima ondata di immigrazione dall’URSS.
3. La parola obtshak – sempre nello stesso gergo dei ladri russi – indica una specie del fondo per l’assistenza reciproca all’interno di una grande porzione della comunità criminale. Esistono due tipi dell’obtshak: in carcere e fuori dal carcere. Ogni ladro può partecipare anche a entrambi tipi. In base alla «legge dei ladri», i contributi all’obtshak devono essere volontari, anche se sulla pratica questo requisito non è sempre rispettato da chi ama i rapporti particolarmente rischiosi con i «colleghi». L’obtshak viene affidato a un leader criminale autorevole che gode della fiducia di tutti gli altri ladri (e viene definito «ladro di diritto» o «supervisore»). Le violazioni delle regole per la raccolta, la conservazione e l’uso dell’obtshak sono severamente punite.
Bene, ora siete un po’ più preparati alla visione del film.



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