Sul mio telefono si sono accumulate un po’ di foto del centro di Milano che viene preparato per il periodo natalizio del 2021. Quindi è giunta l’ora di pubblicarne qualcuna assieme alle rispettive osservazioni: prima che queste ultime diventino obsolete.
In primo luogo, non posso non esprimere la mia soddisfazione per il fatto che si sia finalmente tornati a un albero tradizionale. Complimenti al Comun e allo sponsor per avere compreso che il limite massimo delle anomalie durante le festività invernali sia già stato ampiamente superato l’anno scorso.

Altrettanto bello è rivedere, al solito lato della piazza Duomo, il tradizionale Tempio del distanziamento sociale: Continuare la lettura di questo post »
Ieri mi sono quasi perso un anniversario bello: i 30 anni dalla firma dell’Accordo di Belaveža.
Ma proprio trent’anni fa, l’8 dicembre del 1991, i Capi della RSFSR (in sostanza, la Russia) e delle Repubbliche socialiste sovietiche bielorussa e ucraina — Boris Eltsin, Stanislav Shushkevich e Leonid Kravchuk — firmarono l’accordo di Belaveža, un documento in base al quale le loro Repubbliche uscirono dall’Unione Sovietica. Diciassette giorni dopo, poi, l’URSS cessò ufficialmente di esistere. Quell’evento era preceduto e, soprattutto, seguito dai tempi abbastanza difficili per le popolazioni di tutte le ex Repubbliche sovietiche, ci sono ancora un po’ di nostalgici (mai integrati nel mondo contemporaneo o con la memoria alterata) che vedono la firma di quel documento come la fonte di molti mali di oggi. Ma, obbiettivamente, è stata ormai una necessaria constatazione di morte di una entità territoriale inutile. Non mi dispiace per essa, come non mi dispiace per il rispettivo Stato di fatto morto ancora prima.
Se la politica interna (e in un certo senso pure quella estera) della parte più estesa dell’ex URSS non stesse stilisticamente tornando ai tempi antecedenti la firma del suddetto Accordo, avrei pure espresso il desiderio di dimenticare completamente — e felicemente — molte cose e guardare solo al futuro. Con l’Accordo di Belaveža si era tentato di darmi quella possibilità…
Insomma, per è un anniversario più positivo che negativo.
Sull’incontro tra Putin e Biden di ieri – tenutosi nel formato di una video call – le cose da sapere e capire sono in realtà poche e abbastanza banali. Le segreterie dei due presidenti ci hanno già fornito l’elenco degli argomenti dei quali si era parlato: come abbiamo visto, non c’è stata alcuna sorpresa o alcuna affermazione che non avremmo potuto sentire o immaginare anche qualora quell’incontro non avesse mai avuto luogo.
Prima di tutto bisogna capire che l’incontro era voluto prevalentemente da Putin: aveva bisogno di essere riconosciuto ancora una volta un politico di importanza mondiale, di importanza almeno non inferiore a quella di Xi Jinping (con il quale Biden ha recentemente parlato sempre via video). Consideratela pure una forma di gelosia. Ma non tutti si rendono conto che, di conseguenza, è il presidente americano a riconoscere o meno l’importanza di ogni politico.
In secondo luogo, Putin spera – ed è una speranza pubblicamente dichiarata – di ottenere una garanzia ufficiale scritta della non-estensione della NATO verso i confini della Russia. Non so bene come possa essere formulata giuridicamente e spiegata logicamente (da parte della NATO) una garanzia del genere. Non so nemmeno (e forse è una mancanza di conoscenza ancora più profonda) perché Putin sia così ossessionato dalla posizione geografica delle truppe della NATO: anche qualora si decidesse, per qualche stranissimo motivo, di attaccare uno Stato dotato delle bombe atomiche, una alleanza geograficamente estesa e tecnologicamente moderna avrebbe trovato il modo di organizzarsi senza preoccuparsi di qualche centinaio di chilometri in più o in meno… So solo che vuole vivere, a livello internazionale, in un mondo antico, simile a quello creato dagli accordi di Yalta, un mondo diviso nelle aree di influenza. Quindi è costretto a collocare le truppe al confine per allarmare la controparte e costringerla a un dialogo diretto. Costringerla per essere riconosciuto un politico di livello mondiale.
Insomma, l’incontro tra Biden e Putin è stata una cosa inutile, senza senso, al fine di sé stessa. Di conseguenza, è inutile dedicarle troppe parole.
Come sicuramente sapete, da ieri, il 6 dicembre, in Italia si applicano le misure relative al cosiddetto «super green pass». Tra le altre cose, questo significa anche il «green pass» è richiesto per accedere a tutti i mezzi pubblici di trasporto. Quindi i giornali scrivono che ieri sarebbero stati effettuati i primi controlli a campione (con delle conseguenze varie per i passeggeri).
Io, da parte mia, posso testimoniare di avere preso, nella giornata di ieri tre tipi di mezzi pubblici molto diversi tra essi (in parte racconterò più tardi il perché) all’andata e poi al ritorno, ma non ho visto alcun controllo (anche se, scendendo dal treno della metropolitana, ho visto salire tre poliziotti dalla porta accanto). O sono stato particolarmente fortunato, o i controlli non sono per ora particolarmente intensi.
Detto questo, esprimo un desiderio: spero che i no-vax convinti continuino a viaggiare, contribuendo con le loro multe al rinvio dell’aumento di qualche imposta. In questo periodo tutti abbiamo bisogno di soldi: persone fisiche, persone giuridiche, gli enti locali e lo Stato…
Esistono tanti modi – più o meno efficaci – di stimolare l’innovazione tecnologica a livello nazionale. Non sempre si tratta degli stimoli intenzionali: a volte si diventa innovatori reagendo a qualche situazione sfavorevole creata artificialmente. Uno degli esempi storicamente più interessanti è quello israeliano.
La telediffusione è iniziata in Israele nel 1968. In quel periodo quasi tutto il mondo sviluppato stava ormai passando alla telediffusione a colori, mentre i vertici israeliani erano molto attaccati alla immagine in bianco e nero. Tale arretratezza era giustificata in parte dai motivi economici (le attrezzature per diffondere l’immagine a colori risultavano troppo costose) e in parte dai motivi psicologici (i pionieri della televisione israeliana reputavano superflua l’immagine a colori). Quindi la televisione israeliana rimaneva tutta in bianco e nero.
Ma già negli anni ’70 la televisione israeliana aveva dovuto acquistare le attrezzature per la trasmissione della immagine a colori per le stesse ragioni economiche di prima: praticamente nessuno produceva ormai le attrezzature per l’immagine in bianco e nero, quindi i rispettivi prezzi d’acquisto erano diventati troppo alti.
Allo stesso tempo, la possibilità tecnicamente sempre più vicina di ricevere l’immagine a colori e il correlato import dei televisori a colori erano considerati un lusso inammissibile. Si temeva, infatti, che la televisione a colori potesse danneggiare l’economia nazionale e aumentare le disuguaglianze nella società (un televisore a colori costava circa 1500 USD). Alcuni, inoltre, temevano che la televisione a colori potesse portare a una sensibile riduzione del tempo dedicato dalle persone alla lettura e alla partecipazione alle attività pubbliche, mettendo dunque a rischio le norme tradizionali e la vita familiare.
Di conseguenza, l’unico (all’epoca) canale televisivo israeliano era stato obbligato ad accompagnare tutte le sue trasmissioni dal segnale chiamato Mehikon (letteralmente «cancellatore») per l’oppressione dei colori. Quindi anche i televisori a colori funzionavano come se fossero in bianco e nero. Non vi racconto tutti i dettagli tecnici che rendevano possibile questo trucco: in sintesi, all’epoca l’immagine veniva inviata verso i televisori a righe orizzontali, l’inizio non visualizzabile di ogni riga conteneva delle informazioni sui colori, quindi si interveniva su quella parte del segnale.
Gli ingeneri israeliani comuni non avevano però voluto rassegnarsi a tale limitazione e avevano dunque creato l’anti-mehikon: un dispositivo che si attaccava al televisore e neutralizzava l’oppressione dei colori. Questo strumento costava circa il 10% del prezzo di un televisore a colori. La produzione, l’aggiornamento e la diffusione (tre azioni svolte, ovviamente, in un modo clandestino) di tale dispositivo è continuata fino al 1981, l’anno dell’abbandono del mehikon da parte dello Stato.
C’è chi sostiene che la lotta tecnologica contro il mehikon abbia dato l’inizio ai processi che hanno portato, anni dopo, alla affermazione del Hi-Tech israeliano.
Dato che sta realmente per finire l’epoca storica di Angela Merkel cancelliera, non potevo non inserire nella mia video-rubrica domenicale la registrazione della cerimonia «Großer Zapfenstreich» del 2 dicembre. È un bel documento storico anche questo.
P.S.: quanto è forte la tentazione di fare qualche battuta sulla non-esistenza di una cerimonia del genere per i premier italiani, ahahahaha
Non so perché, ma per il post musicale di oggi ho voluto scegliere qualche altra sinfonia di Louis-Hector Berlioz. La «Harold en Italie» del 1834 potrebbe andare benissimo:
In questo specifico caso si tratta della interpretazione della Orchestra della Radio di Mosca (emittente non più esistente dal 1993), diretta da Vladimir Fedoseyev. Il primo violino è Yuri Bashmet. La registrazione è del 1985.
Il fotografo tedesco Siegfried Hansen vive e lavora da anni ad Amburgo. Ci può interessare, per esempio, per la capacità di riuscire a tirare fuori il massimo (pare) dall’argomento un po’ banale delle coincidenze geometriche.
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Nel 2005 l’americano Bob Inner aveva creato – assieme ad alcuni amici – il sito RentAHitman.com. Doveva essere un esercizio pratico (e allo stesso tempo scherzoso) per prepararsi ad aprire una azienda di cyber-security. I progetti imprenditoriali non si erano però realizzati, non si era nemmeno riuscito a rivendere il dominio del sito. Di conseguenza, Bob aveva deciso di tenersi quel sito solo come un ricordo…
«RentAHitman» propone di risolvere i problemi dei propri clienti con l’aiuto di uno dei suoi 17.985 agenti sul campo altamente qualificati (in realtà il suddetto numero è la quantità approssimativa delle stazioni di polizia negli USA) e nel rispetto della legge «Sulla tutela dell’anonimato dei killer» del 1964. Inoltre, il sito riporta le recensioni dei presunti clienti soddisfatti.
Ebbene, qualche anno dopo Bob Inner aveva deciso di controllare la casella postale associata al sito per verificare se è arrivata qualche proposta d’acquisto per il dominio. Ma ha trovato circa trecento mail inviate dalle persone realmente interessate a ingaggiare un killer. Ora i giornali scrivono che Bob avrebbe trasmesso le richieste ricevute alla polizia, dando il via ad alcuni arresti e condanne penali.
Tutta questa storia è sicuramente curiosa e divertente, ma io ho due domande. No, ormai non chiedo più perché nel mondo ci siano tante persone incapaci di comprendere lo humor: ne conosco tantissime pure io e, purtroppo, sono costretto a considerarle quasi come dei portatori di una certa forma di disabilità. Prima di tutto mi chiedo: chi ha dimostrato – tra i «clienti» sfortunati e i loro avvocati (ma pure altre parti del processo penale) – la più grave incapacità di comprendere lo humor? La seconda domanda: perché l’autore del sito era tanto convinto della serietà dei visitatori del sito da decidere di denunciarli? Boh…
L’idea del sito, comunque, è divertente. Potete andare a vederlo con i propri occhi.
Leggendo la lista delle 50 persone del 2021 stilata da The Bloomberg mi sono reso conto di avere perso – proprio completamente – più di una decina di eventi…

Ma non so se sia un fatto positivo o negativo, perché grazie alla stessa lista mi sono ricordato di un inevitabile carattere molto soggettivo di ogni elenco o classifica del genere. Spero che ve ne ricordiate anche voi, ogni qualvolta vedete una lista almeno parzialmente strana dei «migliori», «più importanti» etc..



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