Nella vita quotidiana di ogni Stato capitano tantissime piccole storie delle quali difficilmente scriveranno i giornali stranieri. Sono le persone private (come me, per esempio) a raccontare al mondo il meglio (ok, diciamo il più interessante) di ciò che i giornali ignorano. Ecco l’ennesimo esempio…
Nella città russa di Tver – 178 chilometri a nord-ovest da Mosca – su uno degli alberi di Capodanno (che in Italia si chiamerebbero «di Natale») è comparso, la sera del sabato, un addobbo un po’ particolare:

Il «decoro» era fatto di carta e, in base a una delle scritte, raffigurava Continuare la lettura di questo post »
In tempi che corrono è particolarmente bello (e curioso) venire a conoscenza di un tipo che gioca e vince a «Call of Duty: Modern Warfare 2» (in sostanza un gioco di guerra) senza uccidere alcun personaggio.
Non so se tra i miei lettori esistano le persone che non hanno mai giocato a qualche videogioco…
Due giorni fa, l’8 dicembre, il musicista statunitense Gregg Allman avrebbe compiuto 75 anni. Potrebbe essere una buona occasione per pubblicare, finalmente, qualche sua canzone non troppo commerciale ma qualitativamente più rappresentativa (mi ero già promesso di farlo in occasione del post precedente dedicatogli).
La prima canzone di oggi potrebbe essere la versione di Gregg della «Come And Go Blues» (dall’album «Playin’ Up a Storm» del 1977):
E poi ho pensato di aggiungere il brano strumentale «Matthew’s Arrival» (sempre dallo stesso album):
Secondo i miei gusti personali, questa volta è andata un po’ meglio.
L’articolo consigliato per questo sabato illustra ben due cose:
1. come può una Chiesa essere contemporaneamente uno strumento e uno oggetto della politica;
2. come Putin ha fallito, iniziando la guerra contro l’Ucraina, pure il proprio (uno dei diversi dichiarati) obiettivo di «difendere» i clienti della Chiesa ortodossa russa in Ucraina (molti dei quali decideranno di migrare verso qualche altra organizzazione religiosa).
Pure in Europa in tanti hanno scritto che «è stata liberata Brittney Griner». Tale interpretazione curiosa è probabilmente dovuta al fatto che la condanna della Griner per il traffico internazionale di droga in Russia è un fatto relativamente recente e giustamente mediatico da vari punti di vista.
Nel contesto dello scambio di prigionieri tra la Russia e gli USA è però più corretto cambiare l’accento: la vera notizia consiste nel fatto che «finalmente» è stato liberato Viktor Bout. Infatti, la sportiva americana era «solo» una prigioniera, sequestrata dalla Russia allo scopo di scambiarla, prima o poi, per qualche personaggio importante e/o utile trattenuto in Occidente (una cosa praticata da anni o decenni, se consideriamo anche il periodo sovietico). Sono ovviamente contento per la sua liberazione, ma allo stesso tempo capisco che si tratta di una notizia relativamente secondaria.
Viktor Bout, fino al suo arresto nel 2008, era un commerciante informale (utilizzerei questo termine neutrale) abbastanza fortunato delle armi russe in giro per il mondo. Chiunque può trovare su internet la descrizione delle sue attività in tale ambito, ma nessuno – tra i comuni mortali – sarebbe ora in grado di dare una risposta concreta e documentata a una domanda: perché la Russia ha insistito, anche a quattordici anni di distanza, per riaverlo indietro dagli USA? Sicuramente Bout ha già raccontato tutto quello che sapeva o poteva logicamente immaginare sul traffico delle armi russe (ed è per questo che non sarebbe più utile agli USA). Sicuramente i suoi contatti professionali hanno perso – durante gli anni passati in carcere – una buona parte della loro attualità (ed è per questo che non sembra un personaggio facilmente utilizzabile da subito). Dopo tanto tempo di assenza dal mercato sarebbe inutile tentare di impedirgli di parlare agli inquirenti americani (per il motivo che ho già scritto) o sperare che possa essere ancora un agente che ispira fiducia nelle controparti (qualcuno sospetterà di parlare con un doppio agente).
Però so due cose: 1) l’attuale regime russo non mai avuto problemi di abbandonare al proprio destino gli agenti ormai inutili; 2) nel contesto della guerra in Ucraina il regime di Putin ha bisogno di acquistare le armi (o le componenti) moderne di produzione estera. Di conseguenza, consiglio di non dimenticare il nome di Viktor Bout. Se dovesse restare in vita dopo il ritorno in Russia, prima o poi salterà fuori da qualche parte.
Per una buona parte dei lettori del mio sito italiano oggi dovrebbe essere un giorno festivo.
I giorni festivi non vanno sprecati: indipendentemente dal tempo, dall’umore o dallo stato di salute. Di conseguenza, oggi vi faccio notare che sulla piattaforma Google Arts & Culture è stata creata una bella sezione dedicata alla cultura ucraina.
Tutti gli interessati possono, grazie al suddetto strumento, «visitare» virtualmente diversi musei d’arte, vedere degli esempi della architettura in 3D, scoprire la cultura popolare, contemplare le aree naturali. Sicuramente chiunque riuscirà a trovare qualche filone in linea con i propri interessi.
P.S.: per non riesco nemmeno a ipotizzare quante delle cose visibili su internet sono già state danneggiate o distrutte dalla guerra…
A volte nella vita capitano delle situazioni strane in cui il male agisce a favore del bene. Non lo fa apposta (come non fa delle cattiverie tanto per farle), ma solo perché in quelle determinate circostanze è convinto di tutelare i propri interessi. Si tratta di una coincidenza casuale.
Per esempio: pensiamo al presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. Con il Covid-19 e la guerra in Ucraina molte persone potevano essersi un po’ dimenticate dell’«ultimo dittatore europeo», del suo modo di condurre la politica interna in generale e della sua reazione alle proteste post-elettorali del 2020 in particolare. Ma Lukashenko esiste, è sempre al suo posto, e sempre dalla parte del male…
Ebbene, da oltre nove mesi sta resistendo alle pressioni di Putin e sta evitando di sostenerlo, nella guerra con l’Ucraina, con le forze militari bielorusse. Ovviamente non lo fa per l’amore verso gli ucraini o verso i propri militari. Lo fa perché ha paura – a ragione – di perdere il potere a causa dell’andamento della guerra. Proprio grazie a questo vengono salvate decine di migliaia di vite umane e l’Ucraina non è costretta a combattere su un fronte ancora più lungo. Il male sta agendo a favore del bene.
A questo punto posso aggiungere solo una constatazione: decine di miliardi di dollari regalati da Putin a Lukashenko sono stati sprecati. Lo «Stato unitario» tra la Russia e la Bielorussia sembra sempre più un fantasma.
Non è una grandissima sorpresa, ma ieri il Financial Times ha nominato Vladimir Zelensky la persona dell’anno 2022. Da parte mia posso aggiungere solo una cosa: prima del 24 febbraio 2022 non avrei mai immaginato che Zelensky avesse quel carattere e quella forza. Ed è bellissimo essere sorpreso in positivo.

Altrettanto scontato è il nome della anti-persona (potrei dire anche dell’antiumano) dell’anno, ma, come ha recentemente detto un noto funzionario religioso, non c’è nemmeno bisogno di nominarlo: tutti capiscono subito da soli. Però mi dispiace che nel nostro mondo esageratamente politicamente corretto non esista un premio del genere.
Nei giorni scorsi avete sicuramente letto che l’UE e i membri del G7 hanno finalmente deciso di imporre un prezzo fisso al petrolio russo. Tale prezzo inizialmente sarà di 60 dollari al barile, ma la somma è in realtà solo un dettaglio poco significativo.
Infatti, dal punto di vista economico l’idea del prezzo fisso non è proprio il massimo. Capisco benissimo l’intenzione di colpire il regime politico russo e il tentativo di non finanziare la guerra, ma il mercato del petrolio rimane sempre globale. Di conseguenza, il prezzo fisso viola le leggi del mercato, aumenta il costo dell’energia e permette agli acquirenti di guadagnare sulla aggressione russa (qualcosa del genere sarebbe successo anche con tutte le altre merci di questo mondo). Mi sembra che sarebbe molto più giusto e sensato permettere alla Russia di vendere qualsiasi quantità di petrolio al prezzo di mercato, ma a una condizione.
Tutto il petrolio russo dovrebbe essere venduto attraverso un fondo speciale, che stabilirà la redditività approssimativa della sua estrazione (più o meno 30 dollari al barile). Tale importo andrebbe trasferito sul conto delle compagnie petrolifere che hanno estratto il petrolio venduto. Altri 5 dollari ricavati dalla vendita di ogni barile andrebbero messi da parte in un conto speciale: la Russia potrà spendere il denaro accumulato su quel conto per l’acquisto di qualsiasi bene umanitario, per esempio medicinali. Tutto il rimanente dalla vendita del petrolio potrebbe essere trasferito alla Ucraina in qualità del risarcimento per i danni della guerra.
Facciamo un esempio pratico. Supponiamo che il normale prezzo di mercato di un barile del petrolio Urals sia di 65 dollari: l’Ucraina riceverà 30 dollari per ogni barile venduto dalla Russia. Si tratterrebbe non solo di una giustizia economica, ma anche di quella psicologica: i residenti del Cremlino osserveranno, con terrore e disperazione, che ogni barile venduto sta aiutando l’Ucraina e non la guerra.
Ovviamente è una soluzione meno facile di quella del prezzo fisso (ma le soluzioni facili funzionano?) e almeno in parte raggirabile (ma lo è pure quella del prezzo fisso), ma può essere in qualche modo provata.
Purtroppo, non sono (ancora) un economista di fama mondiale, ahahahahaha
Il video di oggi illustra uno dei motivi principali per i quali l’esercito russo è passato quasi completamente, nelle ultime settimane, dal combattere contro l’esercito ucraino al combattere contro la popolazione civile ucraina (distruggendo l’infrastruttura con i bombardamenti). Penso che la maggioranza dei lettori abbia – come me – letto e visto le cose del genere solo sui libri e film ambientati nella epoca della Prima guerra mondiale:
Il secondo motivo del nuovo modo di combattere è addizionale al primo: tentare di creare una nuova crisi dei profughi in Ucraina e in Europa. Ma questo è un argomento che richiede tanti testi seri.



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