Nella notte tra il 17 e il 18 luglio, alcuni droni ucraini hanno attaccato due grandi centri logistici di uno dei due principali marketplace russi (il Wildberries) nelle regioni di Mosca e Tambov. Il presidente ucraino Zelensky ha definito gli attacchi una risposta agli attacchi russi contro le infrastrutture civili in Ucraina. Ha inoltre affermato che nei magazzini di Wildberries erano presenti componenti per la produzione di droni militari e «apparecchiature di navigazione».
I giornalisti hanno già accertato (ma in realtà lo può fare facilmente chiunque, me compreso ahahaha) che su Wildberries le componenti per i droni militari si vendevano veramente. Per ora non riesco a immaginare il Ministero della «Difesa» russo che compra le componenti per un qualsiasi strumento di uso massiccio su un marketplace, ma questo non significo che critico l’attacco ucraino concreto. Devo ancora capire alcuni dettagli del caso concreto…
L’archivio della rubrica «Russia»
L’articolo consigliato per questo sabato è un’inchiesta giornalistica su come il cosiddetto «Secondo Servizio» dell’FSB abbia tentato senza successo di creare un assistente basato sull’intelligenza artificiale per l’analisi delle notizie.
Lo sviluppo dello strumento è stato affidato alla società di Kazan «Mikord», che aveva realizzato per il Ministero della Difesa un registro unico di leva militare (il quale nel 2025 è stato vittima di un pesante ed efficace attacco hacker).
Il «Secondo Servizio» dell’FSB ha ufficialmente il compito di difendere l’ordine costituzionale e combattere il terrorismo. In realtà, questo organismo cerca di sradicare il dissenso in Russia: organizza attentati contro politici dell’opposizione, limita l’accesso a internet e monitora i segnali di dissenso nelle notizie.
E sono realmente contento di leggere che gli agenti dell’FSB non riescano fare nulla di veramente serio: in Russia, purtroppo, sono rimasti dei professionisti disposti a collaborare con loro, ma a questi pochi rimasti mancano sia le forze che la motivazione per eseguire in modo adeguato l’incarico statale.
L’azienda italiana Danieli – uno dei leader mondiali nella produzione di altiforni, presse da forgiatura e laminatoi – due anni fa aveva dichiarato di essersi completamente ritirata dal mercato russo. Tuttavia, è emerso che ciò non corrispondeva al vero: nel 2025 l’azienda continuava ancora a vendere i propri prodotti alle acciaierie russe, sia direttamente che tramite una filiale russa apparentemente «non più controllata». Dai dati doganali emerge che nel 2025 Danieli importava in Russia pezzi di ricambio per la riparazione di laminatoi, per l’impianto di fusione elettrica dell’acciaio e per l’area di installazione dell’impianto di depurazione dei gas.
Ehm… ma voi sapete qual è il settore produttivo russo che da oltre quattro anni consuma la maggior parte dei prodotti metallurgici russi? Di conseguenza, riuscite a immaginare anche su cosa, seppur indirettamente, guadagna la Danieli?
Io, intanto, inizierei a lavorare su un elenco delle aziende italiane con gli interessi simili. Se andiamo in ordine alfabetico, la prima componente della lista che mi viene in mente è Beretta, poi segue l’azienda menzionata sopra.
Nove Stati europei (Estonia, Danimarca, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Finlandia e Svezia) si sono rivolte alla Commissione europea proponendo di escludere il Comitato Olimpico Internazionale dai programmi di finanziamento a causa della decisione di ammettere gli atleti russi alle selezioni per le Olimpiadi del 2028. Gli autori della richiesta chiedono inoltre di sospendere i finanziamenti tramite i programmi europei anche alle federazioni che hanno ammesso atleti provenienti dalla Russia e dalla Bielorussia a partecipare alle proprie competizioni.
È chiaro che la maggior parte dei Paesi firmatari della richiesta all’UE sono quelli che temono particolarmente le azioni aggressive da parte dello Stato russo e che, in generale, hanno molti motivi per non gradire tale Stato. Ma anche indipendentemente da tutto ciò, si può affermare che abbiano deciso di difendere un principio del tutto logico: gli sponsor finanziari del Comintato devono provenire da un unico schieramento. Semplicemente perché così sarebbe più onesto e comprensibile per tutti.
Come forse saprete, l’UE ha già vietato l’acquisto di GNL russo con contratti a breve termine, mentre il divieto totale di importazione di GNL russo con contratti a lungo termine entrerà in vigore il 1° gennaio 2027; le forniture di gas tramite gasdotto saranno vietate più avanti nello stesso anno.
Ora il Financial Times, citando i dati della società di analisi Kpler, riferisce che nella prima metà del 2026 i Paesi-membri dell’Unione Europea hanno acquistato una quantità record di 9,89 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto dalla società russa «Yamal LNG»: si tratta di un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di conseguenza, l’Europa ha acquistato quasi tutto il GNL prodotto dall’azienda in sei mesi.
Secondo le stime dell’organizzazione non governativa tedesca Urgewald, le forniture potrebbero essere costate agli acquirenti europei circa 6 miliardi di euro. La Francia è stata il principale acquirente, con 3,6 milioni di tonnellate. Il Belgio ha importato 2,9 milioni di tonnellate, la Spagna 2,7 milioni di tonnellate.
Questa è l’ennesima — e forse una delle più assurde — dimostrazioni del fatto che non ha molto senso introdurre le sanzioni nell’ambito delle risorse non eliminabili dal mercato globale. Sarebbe una mossa burocraticamente facile, ma totalmente inutile dal punto di vista pratico. L’UE, attualmente, è un organo burocratico.
L’articolo segnalato per questo sabato è dedicato a un argomento che fino a non troppo tempo mi sarebbe sembrato un classico esempio di teoria del complotto. Mentre di questi tempi posso anche crederci.
In sostanza, i documenti relativi ai negoziati segreti tra Russia e Cina, giunti in possesso del media The Insider (e verificati da esso), confermano che la cooperazione militare tra i due Paesi è più profonda di quanto fosse noto pubblicamente. Tra le altre cose, la Cina ha coinvolto la Russia in un programma volto a contrastare il sistema satellitare Starlink di Elon Musk, che comprende sia misure di contrasto di natura giuridica e diplomatica, sia mezzi per la distruzione diretta dei satelliti.
È una cronologia interessante delle dichiarazioni.
La sera del 28 giugno è stata diffusa una strana intervista televisiva di Putin dove egli leggeva le proprie risposte da un teleprompter. Nel corso di quella intervista Putin ha affermato che la carenza di carburante in Russia «non è critica», mentre l’Ucraina ha avanzato la proposta di una cessazione reciproca degli attacchi in profondità nel territorio e il Cremlino ha già respinto tale proposta.
Nel pomeriggio dell’8 luglio, durante una riunione con i membri del Governo, Putin ha affermato che le Forze Armate della Ucraina stanno sferrando attacchi contro le raffinerie di petrolio russe per creare nel Paese «un clima di tensione»:
È del tutto evidente che il nemico miri a danneggiare l’economia. Ma la cosa più importante è che mira a creare un clima di nervosismo nella società. Noi sappiamo bene che questo obiettivo è irraggiungibile.
Chi aveva detto che Putin fosse completamente fuori di testa? Vedete, in fondo qualcosa se ne intuisce: per esempio, che l’Ucraina, «senza motivo apparente», miri a danneggiare l’economia dell’aggressore. Dell’atmosfera di nervosismo già creata nella società, però, non gli verrà mai riferito, e lui stesso non va in giro per le strade russe e non può intuire tale nervosismo.
Ma la cosa più importante è: chi ha rifiutato di porre fine a questi attacchi? E chi ha creato il motivo per cui sono iniziati? Putin lo sa e lo capisce, ma per qualche strano motivo è sicuro che la maggior parte dei suoi sostenitori non lo capirà mai.
Nonostante gli attacchi informatici e le provocazioni in Europa (oltre al rafforzamento della presenza militare russa al confine con la Finlandia, nell’estremo nord e a Kaliningrad), la NATO non ritiene che la Russia si stia preparando, nell’immediato futuro, a uno scontro militare diretto con l’Alleanza. Non vi sono segnali che indichino l’intenzione della Federazione Russa di sferrare un attacco imminente contro l’Alleanza nel breve termine, ha affermato un alto rappresentante della NATO. Ha tuttavia aggiunto che Putin e le autorità russe a volte prendono «decisioni piuttosto sbagliate».
Continuo a pensare che tutte le azioni della Russia al confine con la NATO siano un tentativo di distrarre l’attenzione e le risorse materiali occidentali dalla guerra in Ucraina. Ma, allo stesso tempo, mi stupisce un po’ la saggezza strategica di tale mossa e la costanza della sua applicazione. Proprio perché i dirigenti statali della Russia odierna sono noti prevalentemente per le scelte brutte.
La Reuters, citando alcune fonti del settore, riferisce che, a causa della carenza di carburante, la Russia ha iniziato ad acquistare benzina dall’India. Dall’India sarebbero state spedite in Russia o almeno 60 mila tonnellate di benzina, oppure due petroliere con carichi compresi tra le 30 e le 40 mila tonnellate ciascuna. Complessivamente, la Russia sembra intenzionata a importare mensilmente 400 mila tonnellate di benzina da diversi Paesi. La Reuters sottolinea che in estate il consumo di benzina in Russia ammonta ad almeno 110 mila tonnellate al giorno.
Se tutto questo fosse vero, allora si potrebbe congratularsi con Putin per l’ennesimo traguardo raggiunto sul campo della difesa della «sovranità» della Federazione Russa: è riuscito a creare una situazione in cui la Russia vende petrolio all’India a prezzi ribassati a causa delle sanzioni, per poi acquistare dalla stessa India il petrolio trasformato in benzina. Il petrolio trasformato in qualsiasi prodotto non può in alcun modo costare meno del petrolio greggio, indipendentemente dall’ipotetico sconto che si riesca a ottenere dal fornitore. Inoltre, sarebbe logico supporre che i fornitori indiani di benzina abbiano un forte desiderio, naturale e legittimo, di trarre profitto dalla situazione venutasi a creare.
Ed ecco che qualcuno ha trovato il momento di aiutare uno Stato «amico», alleato nell’eternamente inutile BRICS.
Ieri, durante l’assemblea annuale degli azionisti, il direttore generale di Sber (la più grande banca russa, controllata dallo Stato), German Gref, ha affermato che la questione principale per i russi rimane la rapida conclusione delle operazioni militari:
Ciò che ci preoccupa, credo che ci preoccupi tutti la stessa cosa. Non credo che nel Paese ci sia una sola persona che abbia altre preoccupazioni oltre alla rapida conclusione delle operazioni militari, è ovvio.
A quanto pare, German Gref è un grande ottimista. Prima di tutto, ha un’opinione molto più positiva sulla grande quantità dei russi rispetto a molti altri commentatori dell’umore della popolazione (e non mi è dato sapere su quali dati si basi questa sua opinione). In secondo luogo, a differenza, per esempio, di me, German Gref ha incredibilmente dimenticato il nome di almeno una persona alla quale interessano cose completamente diverse (senza contare tutte quelle persone di cui non sempre conosciamo i nomi, che durante la guerra guadagnano non male). Non so come si possa dimenticare quella persona: vorrei dimenticarla, ma quella stessa persona non mi dà (e non solo a me) nemmeno una minima possibilità.
E German Gref mostra un’incredibile riserva di ottimismo e distanza dagli stimoli irritanti.



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